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Matteo Renzi e la “riforma keynesiana”

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Non può che far piacere ascoltare dal capo del governo un aggettivo – keynesiano – che tra i suoi amici liberisti suscita l’orticaria. Il vantaggio (potenziale) della democrazia rispetto alla tecnocrazia è che la prima elegge dei politici, i quali devono tener conto dei desideri e delle aspettative degli elettori se desiderano essere rieletti, mentre la seconda è sempre preda della “moda” teorica del momento o, peggio, degli interessi del mondo da cui i tecnocrati stessi provengono: raramente coincidenti con il benessere dei lavoratori e della classe media, molto più spesso esattamente opposti, come abbiamo visto proprio nel caso dell’Unione Europea.

Renzi è un politico e sa bene – anche se non può dirlo – che le regole che i tecnocrati hanno elaborato, e i politici del centroeuropa imposte ai paesi periferici, sono inapplicabili, sia per motivi economici (la conseguente depressione-deflazione che si aggiungerebbe a quella già in atto), sia politici (la crescita dei partiti antieuropeisti in molto paesi). Renzi sa anche che questa volta gli è andata bene, molto bene, oltre ogni aspettativa. Ma nulla vieta che, se le speranze che l’elettorato ha riposto in lui dovessero venire deluse, anche l’Italia potrebbe spostarsi tra i paesi più euroscettici.

Il voto di domenica ha quindi dato forza al leader del PD ma lo ha anche caricato di una responsabilità gravosa. Le prime parole pronunciate dopo la vittoria sono ben auguranti. Tra queste, la proposta di una riforma delle regole europee per scomputare gli investimenti dal deficit e consentire così uno stimolo di 150 miliardi in 5 anni. Una cifra significativa.

Il problema è, ovviamente, quello delle coperture. Se i 150 miliardi fossero reperiti con tagli alla spesa o maggiori tasse, l’effetto netto potrebbe essere da piccolo a nullo. Più efficaci sarebbero dei trasferimenti cospicui dai paesi ricchi a quelli in difficoltà, qualcosa che gli elettori dei primi hanno già fatto capire chiaramente che non accetterebbero.

L’Europa, insomma, è ancora in grandi difficoltà e l’allarme deflazione lanciato da Draghi ne è la conferma. Servirebbe una svolta radicale, ma non sarà possibile visti i risultati che hanno premiato i popolari da una parte e gli euroscettici dall’altra. In questa forbice Renzi ha delle carte da giocare, essendo uno dei pochi capi di governo e l’unico leader progressista premiato dal voto, l’unico ad aver sconfitto il tanto temuto “populismo” (con una dose uguale e contraria di populismo, si potrebbe malignamente aggiungere).

Se il dibattito europeo nei prossimi mesi fosse uno scontro Merkel-Renzi, che conducesse almeno ad una ridefinizione sostanziale delle regole fiscali più controproducenti e all’abbandono di fatto dell’austerità, sarebbe già un grande miracolo. Anche se si realizzasse, tuttavia, gli squilibri esterni, finanziari e commerciali, che hanno determinato la crisi dell’euro non verrebbero sanati, ma rischierebbero di tornare a farsi vivi. Se si vuole salvare l’Europa – e soprattutto salvare gli europei – serve molto altro ancora.

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15 commenti su “Matteo Renzi e la “riforma keynesiana”

  1. […] Source: Matteo Renzi e la “riforma keynesiana” […]

  2. a parte che l,articolo finisce bene ci vuole molto altro. ma mettiamo che il primo anno riuscissero a taglire di 30miliardi nel pubblico impiego (cosa da non augurarsela per tutta una serie di ragione anche come fattore di sostenibilita dei conti) ed impiegarli in altri settori prima che questi capitali incominciano a riprodurre qualcosa questo nell,immediato; non farebbero precipitare ancora di piu la domanda?se invece questi capitali fossero messi in busta paga, questi non farebbero aumentare la domanda in quanto sarebbe solo un operazione a saldo zero. ci vuole una politica economica espansiva, ci vogliono piu soldi che circolano e soprattutto che vengano investiti in beni che non favoriscano ulteriormente i “nordici”e soprattutto con un tasso di interesse pari all,inflazione cioe un 1% ed un piano di investimenti bene elaborato. quindi alla fine si volta e si gira questi soldi li deve fornire la bce direttamente agli stati e fuori bilancio.

  3. Perchè si parla di ‘coperture’ necessarie? Il senso di scomputare gli investimenti dal deficit è, appunto, quello di farli a deficit, ma senza che questo pregiudichi il rispetto dei parametri stabiliti. Quindi non ci sarebbe nessun bisogno di coperture.

    • certo ma 150 miliardi in 5 anni vuol dire 30 miliardi l’anno, ovvero circa il 2% del PIL. Complicato ottenere un abbuono del genere. Nel frattempo però è sempre in vigore il pareggio di bilancio, quindi dovremmo comunque ridurre la spesa o aumentare le tasse rispetto ad oggi.

    • Ale, ho il tuo stesso dubbio

  4. farli a deficit senza una banca centrale significa prenderli a prestito oppure diminuire le tasse la seconda ipotesi non è nemmeno da prendere in considerazione pena lo sconvolgimento dei conti dello stato

  5. infatti Schauble ha appena parlato dicendo che è tempo di proseguire sulla via del rigore dei conti pubblici.

    e la Lagarde continua a parlare dell’importanza del mantenere un ciclo di stabilità finanziaria e dei prezzi.

    e Draghi non vuole nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di uno sforamento dagli obiettivi di inflazione…peraltro ora abbondantemente disattesi per difetto.

  6. E’ proprio vero che non bisogna mai scindere l’analisi economica da quella politica..Se Renzi volesse pregiarsi di usare aggettivi e riforme Keynesiane dovrebbe prima di tutto rendere nuovamente costituzionale Keynes abrogando il PAREGGIO DI BILANCIO!..Se volesse potrebbe farlo domani stesso, altrimenti diventa una sterile propaganda fatta per ottenere elemosine targate UE.Magari in cambio di nuove tasse e tagli modello “lacrime e sangue”!

    • Infatti gli annunci di Renzi “cozzano” col pareggio di bilancio, ma non con l’equilibrio di bilancio.
      Questo cambierebbe di tanto le cose, anche se non so se Renzi sappia cosa sia una politica economica espansiva che, per definizione deve essere fatta senza le coperture, sennò che espansione sarebbe?
      Penso che i paesi dell’eurozona si siano messi in un “cul de sac”, dal quale difficilmente ne usciranno, se persistono nel portare avanti “questa “unione europea.
      I paesi più ricchi dovrebbero trasferire ingenti somme a quelli in recessione…
      Ho qualche dubbio che in tedeschia si possa solo pensare di fare tali trasferimenti.

  7. “Renzi leader progressista.”

    me sto’ ancora a rotolà dalle risate.

    Renzi che fa a braccio de fero co’ a Merchelle?
    Daje a ride…

  8. Non sarebbe più semplice smetterla di versare i soldi del MES? Sono 25 mld e non 15.
    In ogni caso non si tratterebbe altro che di un sforamento del 3%. E poi i debiti comunque costano e a noi in particolare. Il tutto mi sembra insensato.

  9. […] Matteo Renzi e la “riforma keynesiana”. […]

  10. Un insulto a Keynes. Del tutto impensabile l’ipotesi di uno scontro con la Merkel quando Renzi ha già mostrato totale subalternità nei confronti dei diktat tedeschi.
    Quei 150 miliardi dovrebbero mettere in serio allarme. Significano 150 miliardi di tagli alla spesa pubblica. Un male certo per un bene incerto.

  11. Buona questa…il keynesiano Renzi…! Ma dove sta sta riforma keynesiana…?
    La risposta è questa…http://www.stavrogin2.com/2014/06/fregatura-in-arrivo.html

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