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Fitoussi: “La democrazia conta più dei mercati, Hollande può mettere nell’angolo la Merkel”

Non è la vittoria annunciata di François Hollande, il candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi, la causa dell’impennata degli spread. Ne è convinto il notissimo economista francese Jean Paul Fitoussi che, a Repubblica, spiega:

È troppo semplicistico dire che i mercati sono crollati a causa della semi-vittoria di Hollande. La settimana scorsa erano pure crollati, per qualche altra ragione. […] ogni volta si cerca ex post di trovare qualche ragione. Ora è la paura del socialismo: chissà, forse gli operatori sui mercati lo temono veramente, magari perché vedono la giustizia sociale come abbinata a nuove tasse, ma io non l´ho mai creduto neanche un momento. I mercati crollano oggi come ieri, e crolleranno ancora chissà quante volte, perché non è stato risolto il problema di una governance europea innanzitutto che esista, nel senso che si crei una struttura centrale in grado di dettare precise linee di azione, e poi che metta al primo posto i problemi della crescita e non dell’austerità a tutti i costi.

Altrimenti viviamo nella schiavitù dei mercati: quando crollano è come se chiedessero austerità, i governi magari ubbidiscono e poi dopo un po´ di tempo i mercati si accorgono che senza crescita le imprese non possono creare ricchezza, e allora i mercati crollano di nuovo. Tutto questo peraltro va nell´interesse degli speculatori

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Stiglitz contro l’austerity e la professione economica (ma senza autocritica)

“Gli economisti accademici hanno giocato un ruolo importante nel causare la crisi. I loro modelli erano eccessivamente semplificati, distorti, e trascuravano gli aspetti più importanti. Questi modelli sbagliati hanno incoraggiato i politici a credere che il mercato avrebbe risolto tutti i problemi.” E’ l’atto d’accusa di Joseph Stiglitz contro i colleghi “freshwater”, gli economisti – spesso organici alla destra americana – che insegnano nelle Università di Chicago e delle città intorno ai grandi laghi (da cui il nome), responsabili, a suo parere, di aver fatto previsioni sbagliate confidando nelle capacità del mercato di tornare in equilibrio e di non discostarsene troppo. L’interessante intervista del premio Nobel per l’Economia è stata pubblicata dal sito Linkiesta e traduce un dialogo con il sito tedesco “The European”.

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Lo sviluppo passa per il manifatturiero e per le politiche industriali

Deindustralizzazione o terziarizzazione? Crisi del manifatturiero o trionfo dell’economia dei servizi?

Il dibattito non è nuovo, ed è dagli anni ’80 che occupa uno spazio sempre più significativo sulla scena della riflessione economica.
Di certo sappiamo che non è irrilevante: da esso infatti traggono origine importanti implicazioni per ciò che riguarda la presunta fine dell’età dell’industria e della cosiddetta “produzione materiale”, con pesanti ripercussioni sulle decisioni che i governi debbono assumere ai fini dello sviluppo dell’economia.

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Guido Rossi contro Krugman: “L’Euro si può salvare”

“Ebbene, caro Krugman, l’euro non è una reliquia barbara e il suo paragone è sbagliato.” Guido Rossi sulle pagine del Sole 24 Ore contesta il parallelo di Paul Krugman tra il vecchio sistema aureo, così inviso a Keynes che appunto lo definì una “reliquia barbara”, e la moneta unica europea. Continua a leggere »

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L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa – Intervista a Marco Passarella

“L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa” (Il Saggiatore, 152 pagine, 13 euro) di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella è un libro che ha diversi pregi, il primo dei quali è forse la chiarezza con cui vengono spiegati i fenomeni che hanno portato alla crisi e smontate le tesi liberiste correnti, delineando al tempo stesso una via alternativa, basata da un lato su meccanismi di riequilibrio automatici e dall’altra sul ritorno dello Stato al ruolo di indirizzo dell’economia, attraverso la pianificazione (si parla segnatamente delle proposte del Premio Nobel Leontief).

Il secondo pregio che abbiamo riscontrato nel libro consiste nel fatto che gli autori – senza cadere mai nella polemica “spicciola” e fine a se stessa – non lasciano spazio alla nebulosità e al non-detto, che spesso contraddistinguono il dibattito pubblico su temi economici e, soprattutto, politici. Una critica precisa e puntuale all’austerità (socialmente di destra) non esime e anzi implica la corrispettiva critica alla sinistra politica, la quale ha assunto l’obiettivo dei tagli, del pareggio di bilancio, del “risanamento” come sua stella polare durante l’ultimo ventennio (e, per certi versi, anche prima). Allo stesso modo per gli autori si deve sottoporre a critica il “liberoscambismo di sinistra”, quel tabù antiprotezionista che ha imprigionato i progressisti, incapaci di governare la globalizzazione (obiettivo che a parole perseguivano) proprio perché convinti dell’ineluttabilità dei suoi meccanismi e dei suoi esiti, tanto da paragonarla ad un fenomeno naturale.

Ne parliamo con uno degli autori, Marco Passarella, ricercatore presso l’Università di Leeds, Gran Bretagna.

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E rimetti a noi i nostri debiti…

Robert Skidelsky

Non funziona l’economia, o non funzionano le ricette degli economisti?

E’ questo l’attacco dell’ultimo intervento su Project Syndicate di Robert Skidelsky, economista e biografo di Keynes, che sferza l’ennesima stoccata contro le politiche di austerità. E sono le cifre a parlare, innanzitutto: le trionfanti previsioni di crescita dell’economia mondiale del Fondo Monetario Internazionale, che avevano riportato per il 2011 e il 2012 una stima di crescita rispettivamente del 4,4% e del 4,5%, sono infatti costrette a confrontarsi con le evidenze della Banca Mondiale, che ha registrato per il 2011 un tasso di crescita del 2,7% e ha pronosticato un rallentamento della crescita economica globale per il 2012, stimabile intorno al 2,5% (una cifra che oltrettutto dovrà essere assai probabilmente rivista al ribasso).

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Approvato il pareggio di bilancio ma lo spread si impenna

Bloomberg.com

I sintomi di un nuovo acutizzarsi della crisi dei debiti sovrani ci sono tutti. Che il pericolo non fosse scampato, ma solo lenito grazie all’iniezione di liquidità della BCE, lo avevano detto in molti.

Eppure, a ben vedere, i nostri compiti a casa li abbiamo fatti: da due giorni abbiamo in Costituzione il pareggio di bilancio. Un fatto storico. Il premier Mario Monti ha promesso che nel 2013 ci avvicineremo all’obiettivo: “close to balance”, quasi in parità. La riforma del mercato del lavoro, anche se non ancora approvata, è ormai delineata e toccherà quello che fino a poco tempo fa era considerato un tabù, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Continua a leggere »

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“Il pareggio di bilancio contraddice la Costituzione”

da controlacrisi.org
Mario Pianta, economista, ha da poco scritto un libro che affronta i nodi della crisi economica a partire da uno dei nodi più delicati, quello della distribuzione del reddito. Se letta da questo punto di vista le vie di uscita dalla crisi rimangono ben poche in quanto tramonta l’interesse generale e si innesca una spirale verso il basso per le classi medio base e verso l’alto per i più ricchi. Alla faccia del richiamo alla responsabilità generale. “Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di dieci anni fa”, di Mario Pianta (editori Laterza).
Cosa cambia con l’approvazione del vincolo di bilancio nella Costituzione italiana?
L’inserimento del pareggio di bilancio è un grave errore dal punto di vista istituzionale perché è in contraddizione con lo spazio che la Costituzione italiana riconosce alla politica economica e al ruolo dello Stato dal punto di vista economico. E’ un disastro a livello europeo perché l’imposizione del vincolo, che poi è l’estensione di una norma tedesca nel rapporto tra Stato centrale e Laender, viene imposto a tutti i paesi europei in un periodo di piena recessione con un effetto molto pesante di aggravamento della recessione stessa. Durante la recessione arrivano meno soldi dal pagamento delle tasse, in Italia già si prevede che saranno quindici miliardi in meno, e ciò non fa che aggravare ancora di più la situazione del rapporto tra debito e pil. Ecco perché c’è stato un aumento enorme del deficit.
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Il Partito Democratico contro il pareggio di bilancio. Ma è quello americano

Tratto dal sito ufficiale della campagna elettorale 2012 di Barack Obama.

Il pareggio di bilancio sulle spalle della classe media

Questa settimana la Camera dei Rappresentanti dovrebbe votare su un emendamento alla Costituzione per introdurre il pareggio di bilancio. Se approvata, la proposta repubblicana richiederebbe profondi tagli alla spesa che potrebbero compromettere tutto, dall’istruzione al Medicare (programma sanitario pubblio, ndr) ai programmi nutrizionali e sulla salute per i bambini a rischio. Ecco uno sguardo sull’impatto devastante che questo emendamento, ardentemente sostenuto da Mitt Romney e dai suoi colleghi candidati repubblicani, potrebbe avere sulla classe media americana.

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“Keynes è stato messo fuorilegge, così diventa impossibile investire” – Intervista a Vladimiro Giacché

da Today.it

Sera di martedì 17 aprile. Il Senato ha appena inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo “Titanic Europa – La crisi che non ci hanno raccontato” (ed. Aliberti, gennaio 2012).

Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la ‘domanda aggregata’ insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato – se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati – tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la ‘domanda aggregata’, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.   Continua a leggere »