Sebbene dopo 76 anni dalla pubblicazione della Teoria Generale una parte di economisti continui, imperterrita, a negare l’esistenza del moltiplicatore keynesiano, la realtà si incarica di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il moltiplicatore non solo esiste ma è anche più grande di quanto comunemente si tende a supporre. Soprattutto quando c’è di mezzo una crisi economica: basti vedere i disastrosi risultati dell’austerità in giro per l’Europa.
The London School of Keynesian Economics
Il titolo di questo articolo vuole essere ironico, ma non troppo: secondo la prestigiosa, e tradizionalmente liberista, London School of Economics una delle principali “fratture” concettuali che attraversa la crisi dell’Eurozona è rappresentata dal dibattito tra “Hayekiani” e “Keynesiani”. Per questo la LSE ha iniziato ad ospitare interventi di economisti di orientamento opposto per alimentare la discussione sul proprio blog dedicato all’Europa.
Disuguaglianze e crescita, il punto di vista progressista e quello conservatore

Si torna a discutere di disuguaglianza tra i redditi e del suo rapporto con la crescita economica. Questa volta con Francesco Saraceno, economista presso l’OFCE di Parigi, che interviene nel dibattito su Project Syndicate per rispondere ad alcune questioni sollevate poco tempo fa da Raghuram Rajan, docente di finanza all’Università di Chicago.
Non è tutto oro ciò che è tedesco

Se è vero che non è più il tempo delle crescite miracolose, come sottolineava Dani Rodrik qualche giorno fa, sarà bene allora concentrarsi sulla precaria situazione dell’Europa e, in particolare, sulle prospettive di crescita della Germania, fino ad oggi considerata il “paese forte” dell’Unione, quello capace di esercitare il ruolo di “locomotiva”, giustificando in tal senso anche la propria autorità nel dettare l’agenda politica di tutta l’area.
Il campanello d’allarme è suonato il 14 agosto (cfr. Spiegel), quando sono stati resi noti dall’Ufficio statistico federale tedesco i dati macroeconomici che mostrano per la Germania una crescita nel secondo trimestre dell’anno (rispetto a quello dell’anno precedente) pari allo 0,3%. Si tratta certamente di un risultato positivo se confrontato con la “crescita zero” della Francia, e con la recessione dell’Italia (-0,7%) e della Spagna (-0,4%). Ma – si chiede l’Economist in un editoriale del 18 agosto – a queste condizioni, in che misura e fino a quando potrà la Germania fungere da “locomotiva dell’Europa”? Si tratta, è vero, di una situazione relativamente recente, poiché fino alla fine del 2011 la crescita dell’economia tedesca mostrava perfino segni di accelerazione.
[Video] Stiglitz: “Zero probabilità di default per gli Stati Uniti”
Mentre i giornali riportano la notizia che il debito pubblico americano ha raggiunto il record storico dal 1950, è utile ascoltare il parere di Joseph Stiglitz sull’argomento: il Nobel per l’Economia sottolinea che è tecnicamente impossibile per gli Stati Uniti non ripagare il debito, anche se i mercati, attraverso i Credit Default Swap (CDS) sembrano talvolta scommettere sulla bancarotta federale.
Keynes, il mercato del lavoro, l’euro e l’errore di Krugman

Un post sul blog di Paul Krugman è l’occasione per affrontare un argomento a cui abbiamo solo accennato su Keynes Blog.
Gran parte degli economisti che oggi usano l’etichetta di “keynesiani” appartengono al mainstream economico e sono gli eredi di quella che viene chiamata “sintesi neoclassica”, il tentativo cioè di conciliare la Teoria Generale di Keynes con il precedente paradigma degli equilibri generali. I principali protagonisti di questo ampio filone sono stati John Hicks (che poi rivide le sue posizioni), Paul Samuelson e Franco Modigliani. L’attuale versione della sintesi neoclassica viene denominata “Nuova macroeconomia Keynesiana” e i suoi esponenti, tra cui Krugman e Stiglitz, detti “New Keynesians“. Dall’altra parte coloro che invece non accettano la sintesi e invece continuano il programma di ricerca di Keynes sono detti “Post Keynesiani“. A tale scuola afferiscono anche altri filoni di ricerca che ben si conciliano con la Teoria Generale di Keynes (come l’economia sraffiana e kaleckiana).
Uno degli elementi principali della sintesi neoclassica è la spiegazione della disoccupazione come conseguenza di salari e prezzi “vischiosi” (in inglese sticky). Continua a leggere »
E’ finito il tempo delle crescite miracolose

Dani Rodrik
Nessuno può fare più affidamento su prospettive di “crescita miracolosa”. E’ questo il messaggio che ci consegna Dani Rodrik su Project Syndicate, sollevando ulteriori dubbi sui tempi entro i quali le economie occidentali potranno dirsi fuori dalla crisi. Perciò se nei mesi passati molte speranze sono state riposte nella crescita accelerata registrata dalle economie emergenti, sarà meglio che al più presto ci si renda conto che anche questa parte dell’economia mondiale sta registrando una frenata e che, pur nelle migliori previsioni, la ripresa del cammino della crescita non eguaglierà i risultati conseguiti negli ultimi anni.
Più austerità e più debito pubblico

“Non c’è possibilità di equilibrare il bilancio
eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale”
— J.M.Keynes, “I mezzi per raggiungere la prosperità”, 1933
Abbiamo più volte sottolineato l’inefficacia delle politiche di austerità come antidoto alla crescita del debito pubblico. Una conferma delle previsioni keynesiane viene dal dipartimento economico delle Nazioni Unite che, in un breve policy brief, mette in evidenza una possibile correlazione tra politiche restrittive e aumento del debito pubblico nelle economie mature. Continua a leggere »
La “green economy” al bivio dello sviluppo. Senza investimenti e filiere industriali non ci sarà nessun futuro sostenibile
di Guido Iodice e Daniela Palma, Keynesblog.com per greenreport.it
Si è ormai diffusa in questi ultimi anni di crisi economica l’idea che il recupero del degrado ambientale e la lotta al cambiamento climatico possano offrire un’ottima opportunità per il rilancio dell’attività produttiva. “Green economy” e “green growth” sono così diventati termini di uso corrente, impiegati per indicare l’elaborazione di strategie di sviluppo economico che concorrano alla salvaguardia dell’ambiente e che segnino l’inizio di una nuova (e sempre più attesa) stagione di crescita dell’occupazione.

