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Il Fondo Monetario insiste: sull’austerità ci siamo sbagliati

Blanchard

L’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale aveva gettato i sostenitori dell’austerità nel panico: il rapporto, curato dal capo economista Olivier Blanchard, sottolineava gli effetti del rigore erano stati fortemente sottovalutati dalle previsioni dello stesso FMI e di altri organismi internazionali, Commissione Europea e OCSE in testa. [Qui un commento di Brad DeLong con le tabelle e i grafici che mostrano l’entità dell’errore]

Un nuovo working paper del fondo [link], firmato proprio da Blanchard e da Daniel Leigh, torna sul punto, rifacendo i calcoli. Secondo Blanchard e Leigh i moltiplicatori fiscali non sono stati modesti come previsto (0,5) ma significativamente più elevati (1,5). Questo significa che una contrazione fiscale di 1 euro ha creato una depressione di 1,5 euro invece che solo 0,5. Già nel 2009, tuttavia, il fondo aveva sottoposto al G20 una nota in cui si affermava che i moltiplicatori potevano essere compresi tra 0,3 e 1,8 per i tagli alla spesa e tra 0,3 e 0,5 per gli aumenti delle imposte (si noti che coerentemente con la teoria keynesiana, i moltiplicatori delle tasse misurati sono minori di quelli della spesa pubblica).

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Un anno sul ciglio del burrone

joseph-stiglitzdi Joseph Stiglitz da Project Syndicate

Il 2012 è un anno che ha finito per andar male proprio così come pensavo. La recessione in Europa è stata la prevedibile (e prevista), conseguenza delle sue politiche di austerità e di un contesto dell’euro che era destinato a fallire. L’anemica ripresa dell’America – con una crescita appena sufficiente a creare occupazione per i nuovi entranti nel mercato del lavoro – è stata la prevedibile (e prevista) conseguenza di uno stallo politico, che ha impedito l’entrata in vigore del disegno di legge sul lavoro del presidente Barack Obama e ha spinto l’economia nella direzione di un “precipizio fiscale”.

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Investire in ricerca è più efficace sullo spread che i salassi dell’austerity

Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina recentemente scomparsa

di Daniela Palma, da Scienza in rete

Intervenire su una crisi economica quale è quella che sta attraversando l’Europa in generale, e l’Italia in particolare, richiede un’analisi delle sue cause ben più complessa di quella che normalmente viene diffusa dai grandi mezzi d’informazione. Il termine di riferimento di tale crisi è – come ben noto – rappresentato dai valori dello “spread”, o in altre parole del differenziale (positivo) tra tassi di interesse sui titoli dei paesi “a rischio” e tassi dei titoli tedeschi – come “premio” per gli investitori per l’incertezza che grava sulla solidità delle economie più deboli – la cui crescente entità aumenta l’onere dei cosiddetti “debiti sovrani”. Comprendere quali siano le ragioni che inducono gli investitori a valutare la debolezza di una economia, diventa allora essenziale per poter poi concepire azioni efficaci per la riduzione  dello “spread”, che consentano quindi di liberare risorse per riavviare il processo di crescita.

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Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

400euro

Weimar, marzo 2012: “Cercasi commessa a 400 euro” – foto di V.Giacché

Il sistema di welfare non è nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, come molti fan del “modello tedesco” sembrerebbero suggerire. Ecco perché sarebbe suicida per i progressisti italiani riproporre fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90.

di Guido Iodice e Daniela Palma – Keynes Blog, da MicroMega on line

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Due modi diversi di fare il banchiere centrale

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Chiudiamo l’anno con la segnalazione di due articoli sui differenti comportamenti delle banche centrali in Europa e negli Stati Uniti. Un tema che tornerà sicuramente alla ribalta durante il 2013.

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Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco

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Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro. Da Voci dalla Germania
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Le riforme che non riformano il sistema bancario

Mario Draghi - BCE

Anno agitato per le banche, il 2012. Le crisi restano, gli scandali iniziano ad arrivare in tribunale, le riforme introdotte sono modestissime, l’unione bancaria europea è finta. La politica non riesce a fare i conti con la finanza

di Vincenzo Comito

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I modelli economici sbagliati alla base della crisi

Un modello sbagliato: il “punto di vista del Tesoro”

Alla base delle politiche di austerità ci sono modelli economici che prevedono effetti positivi o nulli dei tagli della spesa pubblica sul Prodotto interno lordo. Ma la profonda crisi in cui è sprofondata l’Europa ha dimostrato che le cose stanno in modo molto diverso. Per quanto tempo ancora pagheremo le conseguenze di questi errori teorici?

di Riccardo Realfonzo, da Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2012

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Il debito italiano è sostenibile. Mai rischiato il fallimento

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di Domenico Moro – da Pubblico

Il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità del debito dei Paesi d el l ’Unione fa giustizia di molti luoghi comuni, offrendoci un quadro inaspettato del nostro Paese. Contrariamente a quanto ci era stato raccontato, l’Italia non è mai stata veramente in pericolo fallimento. Dal 2009 e ancor di più nel 2010 e 2011 l’Italia si è tenuta ben al disotto del valore critico di pericolo, mentre la Gran Bretagna era nettamente al di sopra nel 2009, e la Spagna lo è stata nel 2009 e nel 2012. Continua a leggere »

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L’importanza di controllare i movimenti di capitali e la timidezza del FMI

Dani Rodrikdi Dani Rodrik

E’ ufficiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha approvato il controllo sui capitali legittimando l’utilizzo delle imposte e di altre misure di restrizione sui flussi finanziari transnazionali.

Fino a poco tempo fa, l’FMI aveva spinto i paesi, ricchi e  poveri, ad aprirsi ai finanziamenti stranieri. Ora ha riconosciuto la realtà dei fatti, ovvero che la globalizzazione finanziaria può essere distruttiva e indurre a crisi finanziarie e a movimenti valutari economicamente sfavorevoli. Continua a leggere »