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Giorgio Lunghini: “La prospettiva Keynes”

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Ieri ci ha lasciati Giorgio Lunghini, uno degli economisti più attivi e profondi del panorama italiano. A lungo docente a Pavia, Milano e in Bocconi, Lunghini apparteneva a quel filone eterodosso italiano classico-keynesiano che coniugava una pluralità di approcci di differenti epoche, autori e scuole. Fino al 2010 ha tenuto all’Università Bocconi il corso progredito Economia Politica – I modelli economici (dal 2007 “Teorie Economiche Alternative”) avviato nel 1975. Come scrive oggi Fumagalli sul Manifesto “Il corso di Giorgio Lunghini in Bocconi era l’unico in cui si poteva apprendere che non esisteva un unico pensiero ma che la scienza economica era ed è, invece, innervata da una pluralità di impostazioni teoriche e metodologiche.”.

Lo ricordiamo pubblicando questo articolo comparso nel 2000 sul Manifesto, in fondo al quale potete trovare altre risorse interessanti.

La prospettiva Keynes
Giorgio Lunghini, il manifesto 2 gennaio 2000

La riflessione più urgente a me pare sia questa: quale possa e debba essere il ruolo dello Stato nella attuale situazione economica e sociale (per semplicità, dopo l’esaurimento del fordismo e la conseguente mondializzazione dell’economia). Qualche principio di risposta si trova nella scoperta, tardiva e timida, di J. M. Keynes, un autore tradizionalmente poco amato dalla sinistra e che invece delinea una prospettiva di grande interesse per una sinistra teoreticamente orfana e politicamente disorientata. Non è però il Keynes del breve periodo e della spesa pubblica purchessia cui si dovrebbe guardare, ma il Keynes che ne La fine del laissez faire propone questo criterio di agenda: “Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”. È dunque il Keynes dell’ultimo capitolo della Teoria generale, delle Note conclusive sulla filosofia sociale verso la quale la teoria generale potrebbe condurre. Il termine ‘filosofia’ non deve trarre in inganno: in verità si tratta di una lucida analisi dei ‘difetti’ del capitalismo e di un disegno di politica economica teoricamente ben fondato. Né si potrà dire che proprio la fine del fordismo rende obsoleto il pensiero keynesiano, posto che i problemi di oggi sono quelli che Keynes denuncia nel ’36 (così come il crollo del Muro non seppellisce il pensiero di Marx).

I difetti più evidenti della società economica in cui viviamo, scrive il Keynes che qui di seguito ampiamente riprendo, sono l’incapacità a assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito. Oggi come ai tempi di Keynes, i più pensano che l’accumulazione del capitale dipenda dalla propensione al risparmio individuale, e che dunque in larga misura l’accumulazione di capitale dipende dal risparmio dei ricchi, la cui ricchezza risulta così socialmente legittimata. Proprio la Teoria generale mostra invece che, sino a quando non vi sia piena occupazione, l’accumulazione del capitale non dipende affatto da una bassa propensione a consumare, ma ne è invece ostacolata. Il risparmio disponibile presso le istituzioni finanziarie, d’altra parte, è maggiore di quello necessario, così che una redistribuzione del reddito intesa a aumentare la propensione media al consumo potrebbe favorire l’accumulazione del capitale. Il luogo comune, secondo cui le imposte di successione provocherebbero una riduzione della ricchezza capitale del paese, è dunque infondato. Oltre che garantire il principio (liberale) dell’eguaglianza dei punti di partenza, alte imposte di successione favorirebbero l’accumulazione di capitale, anziché frenarla. Il ragionamento di Keynes tende dunque alla conclusione che “l’aumento della ricchezza, lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi, come in generale si suppone, da questa è probabilmente ostacolato: viene così a cadere una delle principali giustificazioni sociali della diseguaglianza delle ricchezze”.

Conoscendo il genere umano, Keynes aggiunge che alcune pregevoli attività richiedono il movente del guadagno e la proprietà privata della ricchezza, affinché possano esplicarsi completamente: “L’esistenza di possibilità di guadagni monetari e di ricchezza privata può instradare entro canali relativamente innocui pericolose tendenze umane, le quali, se non potessero venire soddisfatte in tal modo, cercherebbero uno sbocco in crudeltà, nel perseguimento sfrenato del potere e dell’autorità personale. È meglio che un uomo eserciti la sua tirannia sul proprio conto in banca che sui suoi concittadini; ma per stimolare queste attività e per soddisfare queste tendenze non è necessario che le poste del gioco siano tante alte quanto adesso. Nella repubblica ideale verrebbe insegnato o consigliato agli uomini di non interessarsi affatto alle poste del gioco, tuttavia può essere saggia e prudente condotta di governo consentire che la partita si giochi, sottoponendola a opportune norme e limitazioni, sino a quando la media degli uomini, o anche soltanto una parte rilevante della collettività, sia di fatto dedita tenacemente alla passione del guadagno monetario”.

Il secondo passo del ragionamento di Keynes riguarda il saggio di interesse. La giustificazione normalmente addotta per un saggio di interesse moderatamente alto è la necessità di incentivare il risparmio, nell’infondata speranza di generare così nuovi investimenti e nuova occupazione. È invece vero, a parità di ogni altra circostanza, che gli investimenti sono favoriti da saggi di interesse bassi; così che sarà opportuno ridurre il saggio di interesse in maniera tale da rendere convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale. Di qui la cicuta keynesiana, di straordinaria attualità: “l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale”. (Qualche anno fa un bombarolo pentito mi aveva rimproverato di propagandare questa tesi, sostenendo che incitava all’odio di classe.) Oggi l’interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, argomenta Keynes. Il possessore del capitale può ottenere l’interesse perché il capitale è scarso. A differenza delle risorse naturali, tuttavia, non vi sono ragioni intrinseche della scarsità del capitale. In ogni caso sarà possibile, per il tramite dello Stato, far sì che il risparmio collettivo sia mantenuto a un livello che permetta l’accumulazione di capitale sino al punto al quale esso non è più scarso. “Potremmo dunque mirare in pratica (non essendovi nulla di tutto ciò che sia irraggiungibile) a un aumento del volume di capitale finché questo non fosse più scarso, cosicché l’investitore senza funzioni non riceva più un premio gratuito; e a un progetto di imposizione diretta tale da permettere che l’intelligenza e la determinazione e l’abilità del finanziere, dell’imprenditore et hoc genus omne (i quali certamente amano tanto il loro mestiere che il loro lavoro potrebbe ottenersi a molto minor prezzo che attualmente) siano imbrigliate al servizio della collettività, con una ricompensa a condizioni ragionevoli.” Keynes aggiunge qui un corollario oggi blasfemo: “Rimarrebbe da decidere in separata sede su quale scala e con quali mezzi sia corretto e ragionevole chiamare la generazione vivente a restringere il suo consumo in modo da stabilire, nel corso del tempo, uno stato di benessere per le generazioni future”.

Tutto sommato, i tempi di Keynes dovevano essere molto più vivaci e progressisti dei nostri, se Keynes giudicava la teoria che ho riassunto sopra “moderatamente conservatrice nelle conseguenze che implica”. Essa infatti comporta la necessità di stabilire alcuni controlli centrali in materie ora lasciate in gran parte all’iniziativa individuale, ma non tocca altri campi di attività. Lo Stato dovrà esercitare un’influenza direttiva circa la propensione al consumo, in parte attraverso il fisco, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Sembra però improbabile che l’influenza della politica monetaria e creditizia possa essere sufficiente a determinare un ritmo ottimo di investimento: “Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci alla piena occupazione, sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi con i quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata. Ma oltre a questo non si vede nessun altra necessità di un sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività. Non è la proprietà degli strumenti di produzione che è importante che lo Stato si assuma. Se lo Stato è in grado di determinare l’ammontare complessivo dei mezzi dedicati a aumentare gli strumenti di produzione e il saggio base di remunerazione per coloro che li posseggono, esso avrà compiuto tutto quanto è necessario”. Keynes sapeva bene che il suo manifesto era, se non rivoluzionario, oltraggiosamente radicale (“Suggerire un’azione sociale per il bene pubblico alla City di Londra è come discutere L’origine delle specie con un vescovo sessant’anni fa.”). Perciò spiegava che l’allargamento delle funzioni di governo da lui predicato, mentre sarebbe sembrato a un pubblicista del secolo XIX o a un finanziere americano contemporaneo una terribile usurpazione ai danni dell’individualismo, era da lui difeso “sia come l’unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti, sia come la condizione di un funzionamento soddisfacente dell’iniziativa individuale”. Timore che sembra evocare lo spettro della rovina comune prefigurato dall’altro manifesto.

L’assunzione di questa prospettiva era imposta, per il Keynes del ’36, anche da importanti e lungimiranti considerazioni politiche: “il mondo non tollererà ancora per molto tempo la disoccupazione, che è associata, inevitabilmente associata, con l’individualismo capitalista d’oggigiorno”. L’assunzione di questa stessa prospettiva sarebbe inoltre più favorevole alla pace di quanto non sia un sistema teso alla conquista dei mercati altrui. Se le nazioni imparassero a costituirsi una situazione di piena occupazione mediante la loro politica interna, non vi sarebbero più ragioni economiche per contrapporre l’interesse di un paese a quello dei suoi vicini: “il commercio internazionale cesserebbe di essere quello che è ora, ossia un espediente disperato per preservare l’occupazione interna forzando le vendite sui mercati esteri e limitando gli acquisti – metodo che, se avesse successo, sposterebbe semplicemente il problema della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta – ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco”.

Nella chiusa della Teoria generale Keynes si chiede se l’avverarsi di queste idee sia speranza visionaria o se gli interessi che esse frustreranno non saranno più forti di quelli che esse promuoveranno. Inguaribile ottimista, Keynes si risponde che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente ma dopo un certo intervallo, poiché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età. “Presto o tardi, tuttavia, sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.

Fatto il conto delle generazioni tra il ’36 e oggi, è dunque tempo che gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da qualsiasi influenza intellettuale, scoprano come vivo questo economista defunto. Vi troveranno almeno una risposta analoga a quella che il gatto dà ad Alice nel paese delle meraviglie. Alice aveva chiesto al gatto: “Potrebbe dirmi, per favore, che strada dovrei prendere?”. La risposta del gatto, che aveva lunghi unghioli e tanti denti, fu: “Dipende molto da dove vuoi andare”.

Altre risorse:

Giorgio Lunghini: “Marx e Keynes per capire la crisi. E uscirne”

Keynes vs Hayek su conoscenza e incertezza

La Teoria generale e i keynesiani: un’eredità giacente (relazione ad una conferenza presso i Lincei, 2009)

In ricordo di Giorgio Lunghini (di Andrea Fumagalli)

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