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L’ingiustizia fiscale e la recessione

disuguaglianza

di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega online

Fin dal Rapporto Growing unequal del 2008, l’OCSE ha documentato la crescente diseguaglianza distributiva nella gran parte dei Paesi industrializzati. Dal 2008 a oggi, e con particolare riferimento all’Italia, la diseguaglianza distributiva è costantemente aumentata. A fronte della molteplicità delle cause del fenomeno, non appare irrilevante considerare il profilo sempre meno progressivo che ha assunto l’imposizione fiscale in Italia: detto diversamente, in termini percentuali si è notevolmente assottigliata la differenza fra le imposte pagate dalle famiglie con reddito elevato e quelle pagate dalle famiglie con basso reddito. In tal senso, la questione fiscale, in Italia, non attiene tanto agli oneri eccessivi che, in termini assoluti, gravano su imprese e famiglie, ma alla sua distribuzione in base al reddito disponibile.

E’ rilevante osservare che il grado di progressività delle imposte, in Italia, si è continuamente ridotto a partire dalla prima metà degli anni ottanta, in virtù di una sequenza di “riforme” che hanno fatto sì che all’aumentare del reddito imponibile l’imposta da pagare aumenti proporzionalmente sempre meno.

La massima accelerazione di questo processo si è avuta con il secondo Governo Berlusconi. La “riforma” attuata in quegli anni ha pesantemente accentuato il profilo di iniquità del sistema tributario, consentendo ai contribuenti più ricchi di pagare meno tasse dei contribuenti più poveri, e, di fatto, riportando il sistema tributario indietro di oltre un secolo, ovvero rendendolo sostanzialmente regressivo. L’ossimoro delle “riforme fiscali regressive” ha tratto la sua legittimazione ‘scientifica’ dalla tesi secondo la quale è solo riducendo la pressione fiscale sui lavoratori più produttivi (identificati con i lavoratori più ricchi) che si incentiva l’aumento della produzione. L’idea è apparentemente ovvia: se la tassazione – all’estremo – è del 100%, ciò significa che tutto il reddito disponibile ottenuto lavorando viene requisito dallo Stato, con il risultato di disincentivare l’impegno lavorativo. Che viene tanto più disincentivato quanto maggiore è la quota del prodotto del lavoro che deve essere destinata al pagamento delle tasse.

Questa tesi viene presentata come rispondente non solo a un obiettivo di efficienza ma anche a un obiettivo di equità. Se, infatti, la detassazione dei redditi più alti accresce il prodotto interno lordo, in quanto la “torta” aumenta, è possibile ridistribuirne parte a favore dei lavoratori meno produttivi e, per questo, maggiormente tassati. Si osservi che questa logica impone di considerare il raggiungimento di obiettivi di efficienza prioritario rispetto a obiettivi di equità. Questi ultimi, peraltro, potrebbero non essere mai raggiunti, giacché la scelta di operare politiche redistributive – in quanto scelta esclusivamente politica – risponde a un puro criterio “caritatevole”, che può farsi valere solo quando la “torta” ha raggiunto dimensioni sufficienti da poter consentire di darne briciole a chi non ha collaborato a produrla. E a decidere quando l’ampiezza della “torta” è sufficiente non sono certamente coloro che aspettano di ottenerne una parte.

E’ necessario chiarire che la ripartizione del carico fiscale risente significativamente del potere contrattuale che imprese e lavoratori hanno nella sfera politica. In un contesto di elevata disoccupazione e di crescente precarizzazione, appare del tutto evidente che non solo i lavoratori hanno un basso potere contrattuale nel mercato del lavoro (il che implica una dinamica al ribasso dei salari), ma hanno anche un basso potere di negoziazione in ordine alla distribuzione dell’onere fiscale. In più, soprattutto in condizioni nelle quali esiste un’ampia platea di imprese che è in condizione di delocalizzare le proprie produzioni, è del tutto ovvio che i maggiori oneri fiscali ricadano sul lavoro dipendente e siano poco gravosi per il capitale. E’ il c.d. sciopero del capitale: la minaccia di delocalizzazione spinge il Governo a creare un ambiente favorevole alla permanenza delle imprese nel Paese, dal momento che dai loro maggiori investimenti ci attende un aumento del reddito pro-capite e un aumento della probabilità di rielezione [1].

A ben vedere, la tesi dominante secondo la quale è la diseguaglianza distributiva a trainare la crescita è falsificata sia sul piano teorico, sia sul piano empirico.

1) Sul piano teorico, essa si fonda sull’idea in base alla quale è produttivo chi è ricco, rinviando a una logica per la quale chi è ricco oggi lo è perché ha lavorato in modo più produttivo rispetto a chi ha oggi un reddito più basso. Si può obiettare che non vi è alcun nesso necessario fra produttività e ricchezza, potendo, ad esempio, la ricchezza disponibile oggi dipendere da lasciti ereditari. Si può anche obiettare che il nesso che viene istituito (maggiore produttività = maggiori retribuzione) può, al più, ritenersi accettabile all’interno di un particolare framework teorico – di segno neoclassico – che, proprio in quanto è uno dei possibili orientamenti teorici in campo, non è generalizzabile, ed è peraltro molto problematico per la sostanziale impossibilità di fornire una misurazione della produttività del lavoro del singolo lavoratore. La produttività del lavoro è data, per definizione, dal rapporto fra la quantità di beni e servizi prodotta e il numero di lavoratori occupati. L’impossibilità di misurazione discende da due dati di fatto. In primo luogo, la quantità prodotta dipende dalle modalità di organizzazione del lavoro e, in particolare, dal fatto che, di norma, essa varia al variare del grado di cooperazione fra lavoratori all’interno del processo produttivo. In secondo luogo, le economie contemporanee sono caratterizzate da una rilevante incidenza del settore dei servizi, nel quale la quantità prodotta non è misurabile, se non quando i servizi vengono venduti e, dunque, può esserlo solo in termini monetari. In terzo luogo, è praticamente impossibile ‘isolare’ il contributo del singolo lavoratore dalla dotazione di capitale della quale dispone, così che non è possibile imputare al singolo lavoratore il suo specifico contributo alla produzione. Da ciò discende che, per entrambi i casi, non è possibile fornire una misurazione fisica della sua produttività.

2) E’ ampiamente documentato che la crisi in corso dipende, in ultima analisi, proprio dalla crescente diseguaglianza distributiva su scala globale [2] e che la recessione accresce la polarizzazione dei redditi, come evidenziato nell’ultimo Rapporto OCSE [3].
L’aumento della tassazione, in Italia, è stato realizzato prevalentemente con un aumento delle imposte indirette, che, in quanto pagate su beni e servizi, sono per loro natura regressive, ovvero vengono pagate in egual misura (a parità di quantità acquistate) da individui con alto e con basso reddito. Questa strategie è palesemente in conflitto con l’obiettivo dichiarato di generare crescita economica, per due ragioni. In primo luogo, la tassazione riduce la domanda interna e, per questa via, contribuisce ad accentuare la recessione. In secondo luogo, e soprattutto, poiché le famiglie con redditi bassi hanno maggiore propensione al consumo, l’aumento della tassazione a loro danno riduce i consumi più di quanto si ridurrebbero se venissero tassati i redditi elevati, con effetti di segno negativo sulla dinamica della domanda aggregata, sull’occupazione e sul tasso di crescita.

NOTE

[1] V. S.Bowles and H.Gintis, (1986). Democracy and capitalism. Property, community and the contradictions of modern social thought. New York: Routledge.
[2] Non è questa la sede per dar conto delle relazioni che intercorrono fra diseguaglianze distributive e crisi economiche. La letteratura sul tema è estremamente ampia. Può essere qui sufficiente il rinvio a http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-32013-almanacco-di-economia-il-ritorno-delleguaglianza-il-sommario-del-nuovo-numero-in-edicola-e-su-ipad-da-giovedi-21-marzo/
[3] Nel quale si legge che, per effetto della crisi globale, “il 10% più ricco della popolazione, nei Paesi OCSE, guadagna 9.5 volte in più rispetto a quanto guadagnava il 10% più povero della popolazione nel 2010”.

 

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7 commenti su “L’ingiustizia fiscale e la recessione

  1. Quasi tutte le volte in cui leggo un articolo del Vs. blog mi trovo perfettamente d’accordo: le questioni che angustiano le economie occidentali ed in particolare la nostra vengono chiarite in modo direi lampante…perchè altrove sono sordi? Sto cominciando a credere alla teoria del complotto! Grazie comunque per la Vs. instancabile opera di divulgazione! Un buon anno a tutti e speriamo che il nuovo porti una qualche speranza di lucidità.

  2. Quale è lo scopo di tasse così elevate nell’attuale società quando lo Stato, privato della Sovranità monetaria, deve indebitarsi con banche private cedendogli Titoli di Stato (Titoli di debito) per avere il denaro necessario a svolgere le sue funzioni?
    Unicamente quella di pagare gli interessi alle banche sul Debito pubblico creato, il capitale rimane intatto. Lo Stato (massima autorità in un nazione) invece di creare titoli di debito per avere banconote potrebbe creare direttamente le banconote!!
    Con l’attuale meccanismo il Debito pubblico è irredimibile.
    La soluzione è quella di recuperare allo Stato la Sovranità monetaria in modo che lo Stato crei moneta (ex nihilo) priva di debito come erano le 500 lire alate volute da Aldo Moro, che fece una brutta fine.
    La moneta ha una funzione pubblica in quanto è lo strumento che consente lo scambio di bemi e servizi nella società ed è un attivatore di risorse economiche.
    Per questo mmotivo la sua creazione ex nihilo non può essere lasciata in mano a banche private quali sonola BCCE e Bankitalia.
    Saluti

    Casimiro Corsi

  3. I deficit statali sono necessari. I panni sporchi dell’Unione monetaria della finta sinistra. Storia ed economia. Scuole di pensiero cugine unite per uscire dalla crisi in questo progetto librario: il nuovo testo del circuitista più vicino alla MMT, Proff. Alain Parguez Storia segreta di una Tragedia: l’Unione Monetaria Europea.
    Nato come estensione dell’opera completa uscita con Andromeda, è diventato “altro” arricchendosi e può essere preso come una vera opera di studio economico e storico. Con note esplicative molto approfondite sia di economia che di storia, con una pregevole post-fazione di Riccardo Bellofiore che inquadra il circuitismo di Alain Parguez in relazione alla scuola circuitista italiana e in relazione alla MMT. Illuminante sul falso mito della scarsità di spesa pubblica possibile e sul falso mito dell’inflazione, grazie all’allegato di Daniele della Bona. http://www.edizionisi.com/

  4. Sulle cause della crisi in corso ci si potrebbe riferire alle afermazioni fatte da Krugman nel 2002 : http://www.nytimes.com/2002/08/02/opinion/dubya-s-double-dip.html in cui dice LETTERALMENTE :Il punto basilare è che la recessione del 2001 non è stata una frenata tipica del periodo postbellico, causata quando una Fed intenta a combattere l’inflazione aumenta i tassi di interesse, e messa a termine facilmente attraverso una scossa agli acquisti di case e al consumo privato appena la Fed abbassa di nuovo i tassi. Questa è stata una recessione in stile anteguerra, un risveglio [traumatico] da esuberanza irrazionale. Per combattere questa recessione alla Fed occorre più che una scossa; occorre un’impennata nella spesa delle famiglie per controbilanciare i moribondi investimenti delle imprese. E per ottenere ciò, come spiegato da Paul McCulley di Pimco [uno dei più grandi gestori finanziari del globo NdA], Alan Greenspan deve creare una bolla immobiliare che rimpiazzi la bolla del Nasdaq.
    L’ingiustizia fiscale purtroppo è molto spesso sempliemente una conseguenza del fatto che qualsiasi governo sarà sempre costretto a prendere la strada più comoda per reperire risorse, e la strada più comoda ed efficace è sempre prenderla alla maggioranza della popolazione, cioè ai redditi medio bassi, i ricchi sono sempre pochi e molto più scaltri nel gestore i propri soldi, a meno di un blocco assoluto dei movimenti di capitali stile Argentina ci sarà sempre modo di eludere le tassazioni eccessive, quindi ci sarà sempre una correlazione positiva tra pressione fiscale e ingiustizia.

  5. Bellissimo articolo…le tasse sono altissime, è vero; il problema più grande però è un altro, ovvero l’evasione fiscale. Più evasori più soldi da pagare per noi poveri cittadini…il ragionamento è tanto logico quanto fastidioso.
    Probabilmente è ora di svegliarci, altrimengti la situazione sarà sempre peggio.
    http://www.4minuti.it/news/editrice-europea-srl-meno-tasse-basta-guerra-evasione-0078070.html

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