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Austerità, il modello britannico

di Michael Calderbank da Sblilanciamoci.info

Dopo le elezioni britanniche del 2010, il partito conservatore – i Tory – insieme ai loro alleati di coalizione, i liberaldemocratici – i Lib Dem –, avevano annunciato la priorità assoluta per il paese: tagli draconiani alla spesa pubblica per ridurre il deficit di bilancio. Solo un’azione del genere – veniva detto – ci avrebbe fatto riguadagnare la fiducia dei mercati finanziari e avrebbe permesso al governo di vendere titoli pubblici a tassi d’interesse relativamente bassi. Di fronte a noi c’erano “scelte difficili”, momenti dolorosi, ma il Ministro delle finanze George Osborne spiegava che eravamo tutti sulla stessa barca.

Quello che non è stato detto, naturalmente, è che il deficit di bilancio si è allargato perché lo stato è intervenuto per salvare dal fallimento banche private con denaro pubblico. Il governo di David Cameron non ha chiamato banchieri e speculatori a pagare il prezzo dei loro fallimenti. Al contrario, la politica di Londra ha iniziato a tagliare con l’accetta le spese sociali. Ad esempio, la società privata – di proprietà francese – Atos Healthcare è stata chiamata per passare al setaccio le pensioni d’invalidità e individuare almeno una metà di persone che potessero essere “idonee a lavorare”. Il quotidiano “Daily Mirror” ha segnalato che lo scorso anno 32 persone sono morte poco dopo aver ricevuto la comunicazione da parte di Atos Healthcare che avrebbero dovuto cercare un lavoro. Di fronte ai tagli, i lavoratori del settore pubblico sono riusciti a mantenere i posti di lavoro, ma ora hanno una riduzione dei salari reali. E come conseguenza delle “riforme” delle pensioni, dovranno lavorare più a lungo per ottenere poi pensioni più magre.

I giovani – la fascia d’età che ha votato meno per i conservatori – sono stati colpiti in modo particolarmente duro: ai ragazzi di 15 e 16 anni è stata tolta l’indennità di mantenimento a scuola, mentre gli studenti universitari hanno visto le tasse triplicate da un giorno all’altro. Il numero di giovani disoccupati è salito a più di un milione alla fine del 2011, ma la cifra reale è sicuramente più alta; il numero dei Neet (persone che non stanno studiando, non lavorano e non sono in formazione) è al livello più alto dal 1994, secondo la Tuc, la confederazione dei sindacati della Gran Bretagna . Ma la novità più scandalosa è stato il “workfare”: lavori o programmi di formazione cui sono obbligatoriamente tenuti i disoccupati per non perdere l’indennità di disoccupazione, ma che si traducono nel lavorare gratis in negozi e imprese spesso di proprietà di multinazionali. Non è stata una sorpresa trovare gli studenti e i giovani all’avanguardia delle proteste dell’anno scorso, con manifestazioni molto dure, come l’assalto alla Millbank Tower, dove si trova il quartier generale del partito conservatore.

Nelle proteste giovanili (e non solo), i social media hanno avuto un ruolo fondamentale nel permettere l’organizzazione di una nuova ondata di azioni dirette e di “attivismo virtuale” che aggira le tradizionali forme di organizzazione politica. UK Uncut è un gruppo di attivisti che si batte contro le “evasioni fiscali legalizzate” e ha organizzato occupazioni di negozi Vodafone per portare a conoscenza dell’opinione pubblica l’impressionante evasione fiscale dell’azienda attraverso l’utilizzo di conti bancari in paradisi fiscali. I gruppi della campagna Boycott workfare hanno organizzato occupazioni e azioni virtuali che hanno portato molte aziende a prendere le distanze da quel programma. Anche gli attivisti disabili hanno ottenuto una buona visibilità, sia con azioni di protesta – come la messa in scena della “Cerimonia di chiusura dell’Atos” durante le Paraolimpiadi – sia con un’attiva presenza online, soprattutto su blog satirici come “Diario di uno scroccone di sussidi”. E i manifestanti del movimento Occupy hanno mostrato fisicamente dove si trova il nemico, montando le loro tende nel cuore del distretto finanziario della City, accanto alla sede della Borsa di Londra.

Ma dove sono finiti il movimento operaio organizzato, i sindacati e il Partito laburista, l’opposizione di Sua Maestà? Ed Miliband, il nuovo leader del Partito laburista (figlio del teorico marxista Ralph) ha fatto poco per giustificare l’etichetta di “Red Ed” (“Ed il rosso”) affibiatagli dai conservatori. È vero, ha criticato il pacchetto di misure di austerità del governo, definendole “troppo estese e fatte troppo in fretta”, ma si rifiuta di impegnarsi a fare retromarcia su un singolo taglio. I laburisti avrebbero cercato di attenuare gli effetti delle riduzioni di spesa, ma i tagli ci sarebbero stati comunque. E anche con un governo laburista ci sarebbe stato un congelamento dei salari per i lavoratori del settore pubblico, che pure costituiscono una parte fondamentale della base elettorale del partito. Tuttavia, la politica laburista sta sviluppando una linea sostanzialmente keynesiana, con proposte di stimoli per rilanciare l’economia, aumentare la domanda e creare posti di lavoro.

Perfino le organizzazioni imprenditoriali britanniche riconoscono il vuoto lasciato dalla politica del governo, ammettono che l’assenza di una strategia di sviluppo ha sabotato l’economia britannica e che, nonostante tutti i sacrifici, l’indebitamento è aumentato. La Camera di commercio inglese ha ridimensionato le sue previsioni per il 2012, passando da una crescita dello 0,1% a una caduta dello 0,4% , avvertendo che gli obiettivi di riduzione del deficit del ministro dell’economia richiederanno forse due o tre anni di tagli in più, con la recessione che porta meno entrate fiscali e il deficit che viene finanziato da un debito in aumento. Le richieste della Camera di commercio – una portavoce del business britannico – sono “un limitato aumento del livello di indebitamento per sostenere gli investimenti delle imprese, incentivare la creazione di posti di lavoro e far ripartire l’industria delle costruzioni”; i conti pubblici potrebbero così registrare un deficit di 20-25 miliardi di euro ogni anno fino al 2015. Se confrontiamo questi scenari con l’obbligo del pareggio di bilancio nel 2013 imposto ai paesi euro dal “Fiscal compact”, è paradossale che il mondo degli affari inglese sostenga politiche ben più “keynesiane” di quelle introdotte sul continente dalla linea della Germania.

Con critiche di questo tipo da parte delle imprese, il governo di David Cameron risulta sempre più debole e i sondaggi assegnano oggi al Partito laburista un vantaggio del 10%. Sul terreno sociale, tuttavia, i sindacati sono divisi di fronte alla risposta da dare alla crisi. Quelli affiliati al Partito laburista sono rassegnati a proteste simboliche e puntano alla possibilità di rieleggere un governo laburista. Sotto la pressione della base, il 26 marzo dello scorso anno hanno organizzato una manifestazione di massa, forse la più grande nella storia del paese, ma gli spazi di contrattazione col governo non sono migliorati. Nel novembre 2011 diversi sindacati del settore pubblico hanno lanciato uno sciopero coordinato sul tema delle pensioni ma, nonostante il forte impatto, i vertici dei sindacati si sono come affrettati a smobilitare l’azione e si sono impegnati a riprendere negoziati a livello di categoria con il governo, accettando compromessi al ribasso. La Tuc, la confederazione sindacale inglese, ha annunciato una nuova manifestazione a Londra per il 20 ottobre, ma ha una strategia molto debole o poca voglia di alzare realmente la posta in gioco. Molti sindacalisti militanti chiedono che sia indetto un giorno di sciopero generale, ma i vertici non vogliono mettere il Partito Laburista nella condizione di doversi schierare di fronte a uno sciopero politico.

La crisi economica potrebbe però trsformarsi in una crisi politica, e molte cose potrebbero cambiare in fretta. Le tensioni all’interno della coalizione stano venendo a galla con maggiore frequenza. Il primo ministro David Cameron non riesce ad accontentare i Lib Dem da un lato e i suoi irrequieti parlamentari di destra dall’altro. Il grado di soddisfazione per la gestione dell’economia da parte di George Osborne è sceso notevolmente; il ministro viene ora accusato di aver provocato una doppia recessione che si poteva evitare.

Naturalmente, le possibilità di ripresa dell’economia britannica sono strettamente legate a quelle dell’Europa nel suo insieme, ma la distanza tra Londra e l’Unione si va allargando. L’esperienza della Grecia rende evidenti le conseguenze autolesioniste delle politiche di austerità estrema e tra i lavoratori c’è sostegno a iniziative di solidarietà che costruiscano legami in tutta l’Europa. Ma c’è poca fiducia nella sostenibilità di lungo termine dell’euro, e pochissimo entusiasmo di fronte all’ipotesi di un’adesione della Gran Bretagna, Anche la richiesta di una maggiore integrazione politica viene accolta con un diffuso scetticismo.

Quanto alle conseguenze negli equilibri politici, il sistema elettorale britannico potrebbe favorire la destra nazionalista del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, che intercetterà molti voti di protesta alle prossime elezioni. Ma il Partito laburista domina ancora il campo elettorale e otterrà il consenso di chi vuole mandare a casa la coalizione tra Tory e Lib Dem. Chi vorrebbe un’alternativa più netta alle politiche di austerità continuerà invece a impegnarsi più in iniziative di piazza che in strategie elettorali.

(Traduzione di Federica Martiny)

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11 commenti su “Austerità, il modello britannico

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Il tanto decantato “modello britannico” e’ una grandissima presa in giro, i vari thatcher, blair, brown e cameron hanno fatto incalcolabili alla Gran Bretagna.

  3. […] Austerità, il modello britannico. Share this:CondivisioneFacebookEmailLike this:Mi piaceBe the first to like this. Questo articolo è stato pubblicato in sull'economia, sulle notizie di politica. Includi tra i preferiti il permalink. ← Nuovi burroni […]

  4. […] stesso si può dire della Gran Bretagna che si è autoimposta una politica fiscale fortemente restrittiva, facendo tornare l’economia in recessione (anche se ha adottato una politica monetaria […]

  5. […] stesso si può dire della Gran Bretagna che si è autoimposta una politica fiscale fortemente restrittiva, facendo tornare l’economia in recessione (anche se ha adottato una politica monetaria […]

  6. […] l’1,58% della spesa pubblica rispetto al periodo 2010-2011, con il risultato di aver mandato il Regno Unito di nuovo in recessione. Quest’anno l’unico trimestre con il segno positivo è stato, guarda caso, quello delle […]

  7. […] ci pensa ora David Cameron, il primo ministro inglese. Dopo aver condotto il suo paese in una inutile recessione, il capo del governo di Sua Maestà insieme al ministro delle Finanze George Osborne ha partorito […]

  8. […] empiriche dimostrano qui, qui,  qui e altrove che tagliare la spesa ha un effetto distruttivo sul PIL etagliare le tasse non basta a […]

  9. […] empiriche dimostrano qui, qui,  qui e altrove che tagliare la spesa ha un effetto distruttivo sul PIL e tagliare le tasse non basta a […]

  10. […] f) Basta guardare all’esperienza britannica: in termini reali il governo Cameron ha tagliato l’1,58% della spesa pubblica rispetto al periodo 2010-2011, con il risultato di aver mandato il Regno Unito (qui) di nuovo in recessione […]

  11. […] f) Basta guardare all’esperienza britannica: in termini reali il governo Cameron ha tagliato l’1,58% della spesa pubblica rispetto al periodo 2010-2011, con il risultato di aver mandato il Regno Unito (qui) di nuovo in recessione […]

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