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La lezione sullo Stato del benessere di un vecchio liberale

All’indomani delle fosche previsioni del Rapporto ILO sulle tendenze della disoccupazione di massa, ci sembra quanto mai opportuno approfondire la riflessione sul ruolo dell’azione pubblica da parte di William Beveridge, centrata sulla considerazione che “Le depressioni economiche non sono come i terremoti o i cicloni: esse sono opere dell’uomo”.

Beveridge, dichiaratamente liberale, è chiamato da Churchill nel 1941, in piena guerra,  ad elaborare una riforma delle assicurazioni sociali, ma si spinge ben oltre con un Rapporto che si ascrive alla storia come l’origine del moderno Welfare (messo poi in atto dal governo laburista a partire dal 1945). Dissertando di come immaginare di far fronte alla crisi di occupazione che il suo paese, il Regno Unito, avrebbe incontrato all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, lo sguardo di Beveridge è attento non solo a valutare i problemi concernenti le pur rilevanti contingenze che obbligano i governanti alla ricerca di soluzioni al problema della disoccupazione di massa, manche le implicazioni di ordine sociale e costitutive di princìpi di libertà e democrazia:

“Le statistiche della disoccupazione significano file di uomini e di donne, non di cifre soltanto. I tre milioni o pressappoco di disoccupati del 1932 significano tre milioni di vite che si vanno sciupando nell’ozio, nello sconforto crescente e nella torpida indifferenza. Dietro questi tre milioni di individui che cercano uno sbocco alle loro energie e non lo trovano, stanno le loro mogli e famiglie disperatamente alle prese con il bisogno, le quali vanno perdendo il loro diritto di nascita a un sano sviluppo, e si domandano con stupore il perché dell’esser nati.”

Approfondendo il suo ragionamento Beveridge sottolinea che

“Il male maggiore della disoccupazione non è la perdita di quella ricchezza materiale che potremmo avere in più in regime di piena occupazione. Vi sono due mali maggiori: il primo che la disoccupazione fa sembrare agli uomini di essere inutili, indesiderabili, senza patria; il secondo, che la disoccupazione fa vivere gli uomini nel timore e che dal timore scaturisce l’odio.
Fin tanto che la disoccupazione cronica di massa sembrerà possibile, ogni uomo apparirà come nemico dei suoi compagni nella lotta per avere un posto. … Da questa lotta sono favorite molte manifestazioni ancora più spiacevoli: l’odio contro gli stranieri, l’odio contro gli ebrei, l’inimicizia fra i sessi. Il mancato impiego delle nostre forze produttive è la fonte di una serie interminabile di mali. Quando questo mancato impiego sarà stato eliminato, sarà aperta la via a un progresso concorde senza la paura.”

Ma c’è un altro punto centrale nella riflessione di Beveridge e nel suo soppesare la dimensione sociale della piena occupazione. Continua, infatti, affermando che

“il dubbio non riguarda la possibilità di realizzare la piena occupazione, ma la possibilità di realizzarla senza rinunciare ad alcune cose che sono anche più preziose della piena occupazione, cioè ad alcune delle libertà britanniche essenziali. … La politica di piena occupazione esposta in questa Relazione … respinge il razionamento, che vieta la libera spesa del reddito personale; respinge l’avviamento di uomini e donne a lavori obbligatori; respinge il divieto di scioperi e serrate. Essa preserva anche altre libertà, le quali, se meno essenziali sono profondamente radicate in Gran Bretagna, comprese la contrattazione collettiva per la fissazione dei salari, e l’iniziativa privata in un vasto settore dell’industria…”.

E tutto questo, secondo Beveridge, può essere perseguito garantendo l’iniziativa imprenditoriale e superando quelle obiezioni che, tipicamente, sono sollevate dalla classe imprenditoriale e che vedono l’intervento pubblico come distruttivo nei confronti della piccola impresa indipendente.

“La risposta è che tale politica non fa nulla del genere, a meno che il rischio del fallimento nelle depressioni economiche sia essenziale per l’esistenza e la felicità dei piccoli imprenditori. La politica è semplicemente quella di creare una domanda sufficiente [...] La politica della piena occupazione consiste sostanzialmente in ciò, che lo Stato si assuma la responsabilità di aver cura che, fin quando vi siano bisogni umani insoddisfatti, essi vengano convertiti in domanda effettiva. Ciò lascia adito a discussioni per stabilire se la produzione per far fronte a tale domanda effettiva debba essere intrapresa in regime di iniziativa privata mossa da lucro, o di iniziativa pubblica che lavori per soddisfare direttamente i bisogni, o di una combinazione di questi metodi.”

“La piena occupazione e la coscienza sociale” in William Beveridge -“La libertà solidale – scritti
1942-1945” a cura di Michele Colucci – Donzelli 2010

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