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Le ragioni dei referendum contro il pareggio di bilancio e l’austerità

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di Riccardo Realfonzo – Corriere della Sera, 16 luglio 2014

È un momento difficile per i paladini dell’austerità. Negli USA e in Giappone si è reagito alla crisi con aumenti della spesa pubblica assecondati dalla banca centrale, con il risultato che gli americani realizzano oggi un Pil reale superiore di ben otto punti rispetto al 2007 e il gigante nipponico si è destato dal lungo torpore. Dal canto suo, la scienza economica conferma sempre più compatta la necessità di affrontare le crisi con politiche fiscali e monetarie espansive. E molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’”austerità espansiva”, secondo cui i tagli di bilancio avrebbero favorito la crescita, sono giunti a ricredersi. Ben noto è il caso del capo economista del FMI, Olivier Blanchard, che nel World Economic Outlook di due anni fa candidamente ammise che i vistosi errori previsionali del FMI scaturivano da una sottostima degli effetti recessivi dell’austerità. Rifacendo i conti, occorreva precisare che i tagli della spesa pubblica riducono il Pil, invece di accrescerlo, e anche in modo più che proporzionale.

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Le fallacie dell’economia per i ricchi

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Esistono diverse teorie economiche, ma ancor prima di ciò esistono classi sociali di cui gli economisti – ben lungi dall’essere scienziati apolitici – difendono gli interessi consolidati. E’ questa, purtroppo, l’evidenza che è emersa nel dibattito scatenato dal libro di Thomas Piketty “Capital in the Twenty-First Century”, nel quale si mettono in evidenza le ragioni e i pericoli delle disuguaglianze, le distorsioni conseguenti la crescita delle rendite e l’ingiustizia insita nell’ereditarietà del capitale. L’esempio migliore di questo bias classista lo fornisce Gregory Mankiw, noto economista conservatore ed autore di uno dei manuali di economia più diffusi.

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Perché sosteniamo i referendum contro il pareggio di bilancio

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Pubblichiamo la lettera di sostegno che abbiamo inviato al comitato promotore dei referendum contro il pareggio di bilancio

Al comitato promotore dei referendum sulla legge 243/2012

Carissimi,

i quattro quesiti referendari contro il pareggio di bilancio e il fiscal compact da voi promossi possono essere una delle iniziative politiche più significative del prossimo futuro. Sebbene i problemi che investono l’Europa e in particolare l’eurozona siano più profondi e complessi di quelli immediatamente risolvibili con l’eventuale vittoria referendaria, il significato politico di un tale evento, in Italia e in Europa, sarebbe dirompente e rimetterebbe in discussione i dogmi dell’austerità.

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Rimetti a noi i nostri debiti. Ti conviene

Eccles__MarrinerSono in molti coloro che da tempo propongono una (parziale) cancellazione dei debiti tra “centro” e “periferia” come primo passo per la soluzione della crisi dell’eurozona. Ne parla ad esempio Kenneth Rogoff in un articolo pubblicato dal Sole 24 ore. La maggior parte dei proponenti sottolinea che il debito estero è troppo grande per essere ripagato senza che le economie debitrici si ammalino a causa dell’austerità. Tentare di ripagare il debito estero troppo rapidamente rischia di mandare in default imprese, banche e interi stati, con danno per gli stessi creditori. Come minimo sarebbe necessaria una massiccia dilazione dei rimborsi. L’opposizione a questa proposta è chiaramente di natura politica prima che economica. Non sarebbe del resto il primo caso di “giubileo” dei debiti nella storia recente (si pensi all’accordo di cui la Germania beneficiò nel 1953), ma i tedeschi e gli altri “austeriani” mettono in evidenza che, senza questa spada di Damocle, i paesi periferici non farebbero le “riforme”.

E da qui però scaturisce un’argomentazione persino più solida a favore del debt relief che fa fatica ad entrare nel dibattito.

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Un selfie dalla Grecia

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, nel 2006 definì “esotica” l’ipotesi di aumentare la competitività del Portogallo attraverso la riduzione dei salari nominali. Otto anni dopo abbiamo finalmente il primo esperimento riuscito di un paese occidentale in cui i salari sono crollati in una misura mai sperimentata nella storia recente: la Grecia.

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grafico elaborato da G.Zezza: http://multiplier-effect.org/gz/

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Caro Renzi, l’Europa non è annoiata: è disperata

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Dopo il discorso di Matteo Renzi al Parlamento europeo, in occasione dell’inizio del semestre italiano di presidenza dell’Unione, si è capito meglio perché è saltata la consueta conferenza stampa.

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L’Europa non cambia verso

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L’indicazione del lussemburghese Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione da parte dei leader dell’Unione getta un’ombra di motivato pessimismo sul futuro dell’Europa. Juncker è stato fino a due anni fa presidente dell’ “eurogruppo”, l’assemblea dei ministri delle finanze dell’area euro, uno degli organismi che hanno spinto l’adozione delle politiche di austerità nell’eurozona. E certo Juncker non ha nel frattempo “cambiato verso”.

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Non c’è più la buona deflazione di una volta, signora mia!

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La deflazione fa male? Se lo chiede un articolo di  Michele Boldrin, Giovanni Federico e Giulio Zanella pubblicato su NoisefromAmerika. Secondo i tre economisti non si può giungere a questa conclusione, e quindi gli allarmi delle banche centrali sarebbero eccessivi, perché non vi sarebbero evidenze empiriche né una solida teoria alle spalle. Ma le cose stanno davvero così?

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Mazzucato: uno Stato attivo per l’innovazione

000000000010_mtIn Italia si è rinunciato da tempo a definire un piano di rilancio del sistema industriale. L’intervento pubblico oggi dovrebbe giocarsi intorno ai problemi climatici ma anche a quelli più sociali tipo i problemi demografici legati all’invecchiamento della popolazione. Intervista a Mariana Mazzucato – da Sbilanciamoci.info, intervista di Sara Farolfi

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L’inefficienza finanziaria

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di Andrea Baranes

Nell’ultimo mezzo secolo, la finanza in Europa ha più che triplicato il suo peso nell’economia. Nel 1951 rappresentava il 2,3% del PIL europeo mentre nel 2007 era arrivata all’8,2%. Il volume di servizi finanziari prodotti è rimasto relativamente stabile fino all’inizio degli anni ’80, per poi esplodere nel periodo successivo.

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