
di Riccardo Realfonzo – Corriere della Sera, 16 luglio 2014
È un momento difficile per i paladini dell’austerità. Negli USA e in Giappone si è reagito alla crisi con aumenti della spesa pubblica assecondati dalla banca centrale, con il risultato che gli americani realizzano oggi un Pil reale superiore di ben otto punti rispetto al 2007 e il gigante nipponico si è destato dal lungo torpore. Dal canto suo, la scienza economica conferma sempre più compatta la necessità di affrontare le crisi con politiche fiscali e monetarie espansive. E molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’”austerità espansiva”, secondo cui i tagli di bilancio avrebbero favorito la crescita, sono giunti a ricredersi. Ben noto è il caso del capo economista del FMI, Olivier Blanchard, che nel World Economic Outlook di due anni fa candidamente ammise che i vistosi errori previsionali del FMI scaturivano da una sottostima degli effetti recessivi dell’austerità. Rifacendo i conti, occorreva precisare che i tagli della spesa pubblica riducono il Pil, invece di accrescerlo, e anche in modo più che proporzionale.


Sono in molti coloro che da tempo propongono una (parziale) cancellazione dei debiti tra “centro” e “periferia” come primo passo per la soluzione della crisi dell’eurozona. Ne parla ad esempio Kenneth Rogoff in un 



In Italia si è rinunciato da tempo a definire un piano di rilancio del sistema industriale. L’intervento pubblico oggi dovrebbe giocarsi intorno ai problemi climatici ma anche a quelli più sociali tipo i problemi demografici legati all’invecchiamento della popolazione. Intervista a Mariana Mazzucato – da Sbilanciamoci.info, intervista di Sara Farolfi