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Paolo Leon contro l’economia mainstream: “E’ un’ideologia”

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E’ scomparso ieri Paolo Leon, professore emerito di Economia Pubblica alla Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, tra i più importanti economisti keynesiani italiani. Ha lavorato nella Banca Mondiale, è stato docente all’università di Bologna e tra i fondatori della Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, intitolata a Federico Caffè, con cui ha avuto uno stresso sodalizio. Consulente per le istituzioni pubbliche, ha introdotto le categorie dell’analisi economico collettiva nelle perizie, per conto dello Stato, in cause relative al danno ambientale (naufragio Haven, Lago Maggiore, Marghera, Carrara, Priolo). Ha militato nel Partito Socialista Italiano ed è stato un punto di riferimento per il sindacato.

Nel 2010 è tra i firmatari della Lettera degli economisti contro l’austerità.  Su quel documento si aprì un aspro dibattito tra i promotori e gli economisti mainstream italiani che difendevano il “punto di vista del Tesoro”. Leon intervenne nel dibattito, ribaltando l’accusa di ideologismo che i colleghi mainstream rivolgevano con una certa saccenteria agli economisti keynesiani.

di Paolo Leon, dal Sole 24 Ore del 20 luglio 2010

Trovo le risposte di Perotti e Guarino alla Lettera degli economisti contro le politiche di austerità in Europa e all’intervento di Canale e Realfonzo (“Cari colleghi, rileggete Keynes“, Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2010) piuttosto elusive. Invece di discutere i punti principali della Lettera – che so? che la distribuzione del reddito peggiora e ciò è causa di crisi e stagnazione; oppure che la crisi è di domanda; oppure che una stretta di bilancio avrà effetti negativi sulla crescita, sul deficit e sul debito pubblico; che siamo di fronte a incertezza e non a rischio calcolabile – i due critici sostengono a) che i keynesiani (e forse tutti gli altri che non si richiamano a John Maynard Keynes) non usano i dati, pur sapendo che la macroeconomia è stata inventata proprio da Keynes, e b) che le teorie cui si riferiscono gli autori della Lettera (Smith, Ricardo, Malthus, Marx, Pigou, Keynes, Sraffa) sono molto antiche e, dunque, non hanno valore, oppure sono superate.

Si tratta di risposte che eludono il problema centrale: quale tipo di analisi economica, diversa da quella keynesiana, era tale da accettare la possibilità di una crisi come quella attuale? Perché tutti gli Stati, governati da destra o da sinistra, sono intervenuti per evitare il crollo, pur conoscendo gli effetti delle manovre sul deficit e il debito pubblici? Qual è l’ammontare della gigantesca perdita economica (oltre che umana) dovuta alla crisi e quale sarebbe stata senza l’intervento pubblico? Se si usano i dati del passato, nessuna tecnica econometrica è in grado di spiegare la crisi – anche per la regola di Lucas, un antikeynesiano viscerale, per il quale però le vecchie serie comprendono già gli effetti degli interventi sull’economia e non sono, per così dire, “naturali”.

È un segno di qualche superbia culturale (tra l’altro, quasi tutti siamo “tornati in Italia” prima o poi) sostenere che chi non la pensa come te o non è uno scienziato o non è “à la page”. Perotti ritiene che tutti i firmatari della Lettera non usino i dati. Ignora che molti tra di noi li elaborano tutti i giorni, attenti per giunta a non ingabbiarli in teorie prive di senso – chi sa se si rende conto che, ad esempio, la Total Factor Productivity è uno strumento senza fondamento teorico.
Ed è curioso che egli ritenga i firmatari affetti da ideologia (intesa come “falsa coscienza” o anche solo come “mito”), senza rendersi conto che lui stesso ne è completamente immerso: tra l’altro, non se ne dovrebbe adontare, perché importanti risultati scientifici sono ottenuti anche quando si parte da una qualsiasi “visione del mondo”: compresi quelli di Blanchard, anche quando non sono in grado di spiegare la crisi.

Guarino, con un colpo di penna, nega tutta la storia del pensiero economico; e poiché sembra ignorare cosa ha fatto Sraffa, non sa che la sua critica colpisce alle fondamenta tutte le teorie mainstream che si sono volute dimostrare con l’econometria (perfino Sraffa ne scrisse, a proposito di una teoria valida al 99%). Forse, i nostri critici non si rendono conto di ripetere la famosa “Treasury view” degli anni Venti: si leggano la storia del periodo nella biografia di Keynes scritta da Skidelsky, per capire a quale attaccapanni stanno appendendo le loro riflessioni.

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Un commento su “Paolo Leon contro l’economia mainstream: “E’ un’ideologia”

  1. […] affrontare la crisi. La lettera era stata oggetto di un aspro dibattito con reciproche accuse di ideologia a cui lo stesso Leon aveva preso parte. Nel 2013 il Monito degli economisti apparso sul Financial […]

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