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La deriva del Sud fa affondare l’Italia

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di Daniela Palma e Guido Iodice – Left dell’8 Novembre 2014

Non trovano riscontri precedenti le dimensioni della crisi economica e sociale che irrompe nel Mezzogiorno d’Italia nel 2013, e sembrano esserci ormai tutte le premesse perché si avvii un processo di non ritorno. Sono queste le valutazioni essenziali che emergono dall’elaborazione dell’ultimo Rapporto Svimez, da pochi giorni presentato, che denuncia come la persistenza delle dinamiche recessive e la prosecuzione delle politiche di austerità abbiano dato un affondo particolarmente drammatico alle difficoltà in cui già versava il Sud dell’Italia, determinando una nuova e più importante fase di divergenza dal Centro – Nord.

Il Rapporto chiarisce infatti molto bene che la deriva del Sud fa ora rima con la sparizione di un intera parte di Paese, creando ulteriori prevedibili effetti recessivi sull’economia di tutte le altre regioni per l’inasprimento del calo della domanda interna. Ma quello che sta accadendo al Sud deve far riflettere anche su ciò che sta accadendo nel Paese nel suo complesso, poiché le dinamiche del meridione non fanno che riprodurre in forma più accentuata molti dei problemi preesistenti nell’economia italiana. In questo senso uno degli aspetti più scottanti è quello della desertificazione industriale del Sud, che mostra come le fragilità del tessuto produttivo nazionale possano portare ad estreme conseguenze.

Stretta tra il più accentuato calo della domanda interna e l’esiguo numero di imprese in grado di competere sui mercati internazionali (anche per la tipica specializzazione in settori tradizionali), l’industria meridionale registra una caduta che “ha assunto un’intensità e una persistenza che sembrano ormai prescindere dal ciclo europeo. In prospettiva, è dunque sempre più forte il rischio che l’industria del Sud non riesca ad agganciare il treno di un’eventuale ripresa europea.” Ed è una caduta a cui corrisponde non solo una disoccupazione crescente, ma anche il progressivo impoverimento del “capitale umano”, sia per i deflussi verso Nord, sia per il sempre minore investimento che il Meridione fa sulle risorse più qualificate.

Non è però una strategia dedicata al Sud quella che lo Svimez invoca per uscire dalle secche della recessione, bensì, correttamente, una strategia nazionale per lo sviluppo, che vede il Sud come parte di un problema più generale. Una strategia che sia in grado di prefigurare un ruolo attivo dello Stato, di vero e proprio “regista” di una politica industriale che consenta di riqualificare il tessuto produttivo dell’intero Paese.

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13 commenti su “La deriva del Sud fa affondare l’Italia

  1. non vorrei semnbrare razziasta, ma il problema più grave del Sud è che sono 130 anni che i giovani più in gamba emigrano, prima nelle americhe, poi al nord Italia, poi in Germania. E quelli che emigrano sono generalmente maschi tra i 20 e i 25, più intraprendenti e coraggiosi di quelli che restano a sperare che un onorevole gli trovi un posto in ospedale o alle poste. L’immigrazione è un grande trasferimento di ricchezza, come insegnano gli USA, altro che le palle populiste dei leghisti di ogni paese (che, per l’appunto, sono più ignoranti degli immigrati…)

  2. PER RISOLVERE LA QUESTIONE MERIDIONALE, CI VOGLIONO MOLTE RISORSE, MA NON E’ SOLTANTO UN PROBLEMA DI RISORSE FINANZIARIE

    1) Banca d’Italia – Mezzogiorno e politiche regionali
    “Nel Mezzogiorno risiede un terzo della popolazione italiana; si produce solo un quarto del prodotto interno; si genera soltanto un decimo delle esportazioni italiane. Un innalzamento duraturo del tasso di crescita di tutto il Paese non può prescindere dal superamento del sottoutilizzo delle risorse al Sud” (p. 7).
    “A metà di questo decennio il PIL pro capite delle regioni meridionali non raggiungeva il 60 per cento di quello centro-settentrionale; alla metà degli anni sessanta tale ritardo era di dimensioni identiche.
    La frattura territoriale nel nostro paese appare almeno altrettanto ampia, anche con riferimento ad indicatori di sviluppo più direttamente correlati alle condizioni materiali di vita delle popolazioni, come i tassi di occupazione, la diffusione della povertà, i livelli di istruzione o il funzionamento dei servizi pubblici locali. L’elevata ampiezza percepita dei trasferimenti di risorse effettuati nel corso dei decenni in favore delle aree meridionali acuisce il senso di insoddisfazione verso le attuali dimensioni del dualismo territoriale italiano” (p. 427).
    “Fino alla conclusione del XIX secolo, il PIL pro capite delle regioni meridionali non scese mai al di sotto del 90 per cento di quello centro-settentrionale” (p. 427).
    “Il dualismo economico italiano, che vede una quota rilevante della popolazione risiedere in un’area molto povera rispetto alla media nazionale, si presenta assai più grave rispetto agli altri paesi con livelli di sviluppo similari e si avvicina invece alle condizioni di disparità che caratterizzano i paesi economicamente meno avanzati” (pag. 430).
    “I maggiori divari di reddito che il nostro paese mostra nel confronto internazionale sembrano quindi dipendere per intero dall’anomala dimensione della distanza fra regioni nelle diverse componenti del tasso di occupazione: la quota di forza lavoro occupata e, soprattutto, il tasso di attività della popolazione in età da lavoro. Quest’ultima variabile, in particolare, mostra un divario tra Mezzogiorno e Centro Nord di quasi 27 punti percentuali (Tavola 11), mentre nei paesi di confronto esso è mediamente inferiore a 5 punti” (pag. 435).
    http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/seminari_convegni/mezzogiorno/2_volume_mezzogiorno.pdf

    2) A partire dal 1998-’99, ho cercato di approfondire – in maniera empirica ed un po’ dilettantesca – le cause della situazione meridionale e soprattutto della mentalità di noi meridionali, causa ed effetto insieme del sottosviluppo del Sud, come tutti gli indicatori attestano, arrivando ad alcune conclusioni che investono – ovviamente, direi – la dimensione culturale-antropologica e che indicano, quindi, le modalità più efficaci di intervento.
    Per lo sviluppo del Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare”
    E’ il principe di Salina che parla (ne “Il Gattopardo”): “Rimasero [gli ufficiali inglesi, ndr] estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. (…) Vengono [i garibaldini, ndr] per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi. (…) i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti (…).”
    Ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, Dostoevskij scrive: “Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”.

    3) L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei 2 principali fattori di conservazione e di freno nel Sud, soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante.
    Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa.
    Mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti – e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne “Il mare non bagna Napoli”: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

    4) Partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.
    Tutti i dati economici dimostrano:
    a) la correlazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese;
    – secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi “il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.
    E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.;

    – dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:
    “I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n. 10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”;

    – dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) , si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).
    Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale;

    b) che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d’Italia – Mezzogiorno e politiche regionali”), destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno *), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i ‘gap’, a parere di molti, per motivi culturali.
    * In 40 anni, la politica straordinaria ha speso nel Sud non più dello 0,7 per cento del Pil; per contro, per osservatori autorevoli tedeschi, “l’unità nazionale è un valore che trascende la logica economica, per il quale può ben valere la pena sacrificare il 5 per cento del PIL” – maggiore di quello italiano – secondo le regole del federalismo cooperativo (Politikverflechtung), che costituisce il carattere saliente del modello politico tedesco. Secondo stime non ufficiali i trasferimenti lordi sarebbero ammontati per il periodo 1991-2003 a 1.250-1500 miliardi di euro, equivalenti a una media di 96-115 miliardi annui”) (pag. 486).

    Conclusione. Per il Sud, dato il sostanziale fallimento delle modalità con le quali si è affrontato finora la questione meridionale, occorre prefigurare soluzioni innovative, e cioè: a) prima di tutto, una rivoluzione culturale ed un correlato Progetto educativo quinquennale o decennale, basato sul ruolo cruciale della donna, come madre e insegnante (v. Vincesko, “Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni”); poi ovviamente b) investimenti infrastrutturali; c) una Pubblica Amministrazione efficiente; e last but not least d) una classe dirigente all’altezza del compito; se occorre, il commissariamento delle Regioni inadempienti (il problema – permettetemi la battuta – è forse dove trovare il commissario da designare) o l’adozione della proposta della SVIMEZ (cfr. Rapporto 2010), cioè una sorta di unificazione-centralizzazione dell’amministrazione pubblica del Mezzogiorno.

    • La deriva del sud è dovuta al fatto che il sud è stato prima annesso con la forza, poi espropriato delle sue ricchezze e infine dal dopoguerra in poi ignorato e mal-sopportato…Napoli, Bari o Palermo erano tra le citta’ più fiorenti d’Europa fino al ventennio, le migrazioni avvenivano da Nord a Sud altro che storie…dal dopoguerra in poi investimenti pubblici solo al centro-nord, voglia di risolvere i problemi, che non è certo il ruolo della donna, quello al più è una nota di colore, ma la criminalità organizzata e la corruzione, il sud è stato un ottimo serbatoio di voti e se vuoi i voti della gente non gli devi risolvere i problemi, al contrario devi mantenerli sempre bisognosi d’aiuto: è questa la triste realtà…l’epilogo era ed è scontato: se non fai qualcosa per curare la ferita nella gamba e te ne disinteressi per occuparti del resto del corpo, la cancrena diventa tumore e metastasi e l’organismo intero e’ fottuto…stiamo assistendo infatti ad una rapida meridionalizzazione di tutta la penisola…se le persone pretendono di stare insieme, devono risolvere i problemi gli uni degli altri, non ignorarsi più o meno cordialmente, devono essere solidali e non egoisti…se no il territorio comune sara’ un inferno per tutti, vale per l’Europa, figuriamoci se non vale per l’Italia…

      • Voglia di risolvere i problemi zero intendevo, piccolo omissis

      • tutto vero (cio che dice gio) e chiaro che stando cosi le cose se c,è stata una meridionalizzazione del sud europa,è anche chiaro che le aree economicamente piu arretrate di questi paesi in assenza di politiche centraliste, sia dal punto di vista politico che da quello economico si ritrovano in uno stadio di ulteriore arretramento. infatti anche se le ragioni sono in parte storiche,resta il fatto che l,euro(pa) ha finito per ingigantirle invece di acuirle, infatti l,euro(pa) lungi da essere forza trainante per il superamento degli squilibri ha finito per rendere quasi ingovernabile il sud del sud europa. infatti la colpa piu grande di tutta la responsabilita che personalmente addosso alla classe politica (e dirigente nazionale) è di avere progettata stupidamente cio che per non essere offensivo definisco europa,senza considerare ne un baget adeguato per la correzione degli squilibri ma principalmente senza una politica fiscale comunitaria (anche se so che alcuni paesi non l,avrebbero voluta ) mi chiedo allora ;quale era il senso? e quale è il senso, di tenere su questa barracca sfasciata.inoltre per le responsabilita storiche se ne sono dette tante ma quella secondo me piu veritiera di tutte è che al sud non abbiamo mai avuto una vera classe dirigente . che avesse l,orgoglio e la dignita di farsi carico di un popolo, e del suo sviluppo. infatti i dirigenti politici (salvo rare occasioni e nonostante il richiamo continuo di sinceri meridionalisti) hanno preferito accodarsi alle politiche centraliste per poi gestire i trasferimenti nel modo che molti meridionali conoscono. anche grazie alla “furbizia proverbiale” di una parte notevole di merdionali che pensando meglio l,uovo oggi che la gallina domani
        si ritroveranno senza la gallina e forse perderanno anche l,uovo ,se succederea’ che dire poi …………..

      • La donna, oltre la metà della popolazione e fulcro dell’educazione al Sud, nota di colore? Ecco perché il Sud è sottosviluppato, rifiuta l’influenza del potente dato culturale, per autoassolversi.
        Fateci caso, quando qualche personaggio famoso parla male del Sud (successe, ad esempio, con Venditti e i Calabresi), sui giornali si contrappongono due schiere: quelli dei meridionali che non si sono mai mossi da lì e che si offendono e reagiscono male, e quelli che si sono trasferiti al Centro-Nord o all’estero, che invece sono i critici più severi.
        Anche il mio amico Isaia Sales, che attualmente insegna “Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia” presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, persona sicuramente intelligente, rifiuta l’interpretazione ch’egli definisce appunto”culturalista” nel radicamento e nello sviluppo delle mafie al Sud, perché secondo lui – che non ha mai vissuto al Nord e quindi forse non sa che i milanesi sono in maggioranza meridionali trapiantati e non tutti sono stati permeati dall’esperienza operaia – le mafie sono attecchite anche al Nord (da ultimo, si ascolti in podcast la sua intervista, domenica scorsa, a “Zazà” su Radio3).
        Io concordo col fatto che l’unificazione dello Stato italiano gestita dal Regno del Piemonte abbia avuto molte pecche, ma penso anche che ci siano state grosse corresponsabilità delle classi dirigenti meridionali, in particolare nel periodo democristiano, in cui hanno comandato – male – esponenti del Sud (si pensi al caso eclatante della pessima gestione della ricostruzione dopo il terremoto del 1980). Cattiva gestione che è diventata sistemica con la nascita e la crescita d’importanza delle inefficienti Regioni del Sud ed ha poi contribuito a produrre il leghismo e la sostanziale messa in sordina della questione meridionale come questione nazionale.
        Per poter risolvere un problema – e la questione meridionale ha almeno 153 anni – occorre individuare ed essere consapevoli delle responsabilità, di tutte le responsabilità. Finché tantissimi meridionali continueranno ad attribuire tutte le colpe agli altri e ad autoassolversi, non se ne uscirà.

      • “Napoli, Bari o Palermo erano tra le citta’ più fiorenti d’Europa fino al ventennio, le migrazioni avvenivano da Nord a Sud altro che storie…dal dopoguerra in poi investimenti pubblici solo al centro-nord….”
        Quello che hai scritto è solo una tua opinione, ma i fatti (sono talmente tanti, ad es. lo sperpero della Cassa del Mezzogiorno) ti smentiscono clamorosamente!

    • Che dire…. un intervento molto accurato, da applausi!

      • Se i fatti che mi smentiscono sono così tanti, che ne dici di citarne qualcuno appropriato? Perché la cassa del Mezzogiorno è proprio l’esempio perfetto del mio ragionamento, cioè il totale disinteresse dello stato centrale per il sud…state male? Ecco prendete un po’ di soldi e non rompete! Questa è la logica della cassa del Mezzogiorno…al Nord hanno fatto una cassa territoriale per fare le infrastrutture? Certo che no? Quando bisognava ricostruire il Nord dopo i bombardamenti hanno fatto una cassa del settentrione? No, occorreva rifare le strade, i ponti, le stazioni? Ok via i soldi a piè di lista…le autostrade? Solo al nord, i treni? Al nord sono il triplo, le ferrovie? Al sud c’è ancora la tratta unica e per andare da Bari a Reggio Calabria oggi, anno domini 2014 devi cambiare 4 treni! Il sud è stato prima spolpato (fino al ventennio) e poi trattato come una palla al piede, questa e’ la verità, pura e semplice…il sud ha sempre avuto le potenzialita’ per essere la California d’Europa, e anche adesso ce le ha: occorre eliminare le regioni è che lo stato CENTRALE per i prossimi 30 anni si disinteressi del nord e si occupi esclusivamente del centro-sud, lotta senza quartiere alle mafie, infrastrutture come se piovesse, porti, aereoporti, centri di stoccaggio per le merci da e per il mediterraneo, riqualificazione del territorio, sussidi all’agricoltura senza sosta, centri per l’energia rinnovabile, soprattutto dighe ed invasi, vedrete poi il ruolo della donna come cambia…

  3. considerato poi che una ripresa europea è al momento assolutamente IMPOSSIBILE….direi che se tutto va bene il Sud è rovinato. e il nord sta meglio di poco.

  4. […] Source:: La deriva del Sud fa affondare l’Italia […]

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