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Ecco come Merkel e Draghi cuociono l’Italia e gli altri PIIGS

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di Guido Iodice, pubblicato su Giornalettismo (10.1.2013)

La BCE «userà tutti gli strumenti a sua disposizione contro la deflazione». Così si è espresso Mario Draghi giovedì scorso nella conferenza stampa seguita alla riunione del board della Banca Centrale Europea. Una dichiarazione che ricalca da vicino il famoso «preserveremo l’euro con ogni mezzo necessario» pronunciato  il 26 luglio 2012. Da quel giorno gli spread dei paesi periferici dell’area euro (cioè la differenza tra gli interessi pagati sui titoli di stato rispetto a quelli pagati dal governo tedesco sui propri) si stanno riducendo costantemente. Il nostro paese è da alcuni giorni sotto quota 200 punti base (2% di differenza con gli interessi dei Bund decennali). 

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 Il tutto è avvenuto senza che Draghi attivasse gli strumenti annunciati in quell’occasione, chiamati OMT (Outright monetary transactions). E’ bastata la parola del presidente della BCE per convincere i mercati a ridurre le scommesse sull’uscita degli stati indebitati, una clamorosa conferma della dottrina keynesiana, secondo la quale la banca centrale decide i tassi di interesse. Sembra insomma che la “febbre” dell’euro sia sotto controllo. Ma le cose stanno davvero così?

LA PENTOLA DI MARIO E ANGELA – La situazione attuale dell’eurozona rassomiglia a quella di una cucina affollata e chiassosa. Sul fornello c’è una pentola a pressione che sta cuocendo un succulento brasato: i paesi periferici dell’UE, cioè Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (in sigla: PIIGS, maiali). Dentro c’è un po’ di tutto: i lavoratori a cui vengono tolti i diritti attraverso le “riforme strutturali”, le piccole imprese che chiudono, le imprese più grandi in odore di acquisizione da parte dei capitali del “centro” dell’Unione europea. E sono proprio questi capitali i commensali che aspettano di mangiare il brasato cotto a puntino da due chef di eccezione: Angela Merkel e Mario Draghi. Ma c’è un problema. La pentola a pressione ha la valvola difettosa e per giunta il manometro rotto. Mario ed Angela, procedendo a tentoni, devono evitare un doppio rischio: se la pressione è troppo alta la pentola potrebbe esplodere, se è troppo bassa la carne rimarrà cruda. Così ogni tanto aprono la valvola per far sfiatare il vapore, ma non troppo e soprattutto quasi sempre all’ultimo secondo prima che la pressione faccia saltare il coperchio. In altri casi invece alzano la fiamma sotto la pentola. Come se non bastasse, i commensali mostrano tutta la loro impazienza e mandano di tanto in tanto degli emissari in cucina a protestare, il più chiassoso dei quali è il governatore della Bundesbank Jens Weidmann. Riusciranno Draghi e Merkel nella loro impresa?

LA DEFLAZIONE – Se nella prima fase della crisi dell’eurozona la Germania ha imposto l’austerità ai paesi periferici, ora il nuovo mantra sono le “riforme strutturali”, vale a dire liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme del mercato del lavoro (a sfavore dei lavoratori, si intende). Entrambe le misure però stanno avendo come effetto la deflazione, cioè la riduzione dei prezzi, effetto della riduzione dei salari e del crollo della domanda nei paesi deboli. Tolta di mezzo la spesa pubblica e il consumo privato, l’unica fonte di domanda rimangono le esportazioni, ma per recuperare la competitività perduta rispetto alla Germania la deflazione dovrebbe aggirarsi intorno al 20%, e di questo passo ci vorrebbero decenni. La deflazione (o comunque un aumento dei prezzi ridotto rispetto a quello atteso) ha però un effetto collaterale potenzialmente catastrofico, quello di aumentare gli interessi reali e quindi aggravare la posizione dei debitori. Austerità e tendenza deflattiva rendono così insostenibili i debiti per imprese e famiglie (ma lo stesso discorso può estendersi ai governi) e quindi le sofferenze bancarie aumentano vertiginosamente. Con quali risultati?

GLI SCENARI –  Se le banche incominciano a fallire a causa dei debiti non rimborsati dai debitori insolventi, la pentola dell’euro è a rischio. Finora le contromisure sembrano insufficienti: il fondo salva-stati è troppo piccolo e i farraginosi e discutibili meccanismi dell’unione bancaria e della vigilanza BCE, recentemente approvate, non convincono gran parte degli esperti, anche perché lasciano fuori dalla lente dell’eurotower le casse di risparmio tedesche. Nonostante l’abbassamento dello spread, insomma, la crisi dell’euro non è affatto passata. Del resto i mercati che oggi segnalano maggiore fiducia nella tenuta dell’area euro chiedendo tassi di interessi nominali meno onerosi, sono gli stessi che per un decennio hanno creduto che Grecia e Germania presentassero gli stessi rischi. In questa situazione Merkel e Draghi si muovono sul filo di un rasoio e il terrore per la deflazione manifestato dalla BCE  ne è la dimostrazione. Un errore di valutazione, un intervento in ritardo o un nuovo shock esterno potrebbero quindi scombinare i piani e riportare le lancette dell’orologio al 2011, cioè ad un passo dalla deflagrazione dell’euro. In questo caso si tratterebbe di una deflagrazione improvvisa, che potrebbe iniziare con l’uscita di un paese periferico dall’euro, seguito a ruota da tutti gli altri, in modo scoordinato e senza nessun paracadute.

L’ALTERNATIVA – Lo scenario alternativo non è però più rassicurante perché significa che Draghi e Merkel riusciranno a “cuocere” la pietanza: i paesi periferici. Ciò a cui si assisterebbe in questo caso è quindi non solo una crisi alla giapponese, con bassissima crescita dell’eurozona, ma la continuazione della divaricazione tra “centro” e “periferia” e l’acquisizioni delle grandi imprese dei paesi periferici da parte di quelle degli Stati dominanti, peraltro già iniziata. Una sorta di colonizzazione insomma, favorita dai processi di privatizzazione e liberalizzazione. Che una situazione del genere possa durare ininterrottamente è difficile da immaginare. Mentre le aree povere degli Stati nazionali godono dei trasferimenti fiscali, infatti, le periferie europee non hanno alcun sostegno dai paesi forti. Anche in questo caso si ripropone quindi la possibilità di una rottura. Ma a quel punto potrebbe essere la stessa Germania a dichiarare finita l’esperienza della moneta unica, dopo aver incassato i suoi dividendi, per non pagarne gli inevitabili costi. E tutto questo avviene mentre la politica sembra non avere alcuna idea su come togliere la pentola dal fuoco.

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14 commenti su “Ecco come Merkel e Draghi cuociono l’Italia e gli altri PIIGS

  1. smettete di mafieggiare con denaro pubblico (impiegati, professori, politicanti) e vedrete che la crisi passa, magari la Merkel governasse l’Italia

    • Ma via!!

      Tornando seri: ma se le cose stanno così (ed è’ vero), xke non attivarsi come paese x concordare noi l’uscita ordinata dalla moneta unica? Prima che le micro imprese italiane non siano tutte morte, prima che il tasso di risparmio si attesti attorno allo zero virgola, prima che tutte le grandi imprese italiane siano finite in nano estera, prima che la pressione fiscale arrivi al 70%, che siano tagliate le conquiste sociali residue, prima che l’ennesimo JOB act faccia il resto…?

    • La sta già governando, e si vede……..

  2. La situazione critica dell’Italia dipende dal fatto che per vendere i nostri prodotti a basso contenuto tecnologico abbiamo sempre avuto bisogno di una moneta debole; per reggere una moneta forte come l’euro occorrerebbe un sistema scolasico più efficiente, in grado di sfornare laureati altamente qualificati e un sistema di aziende capaci di investire in ricerca, cosa difficile date le ridotte dimensioni delle nostre ditte, spesso a livello familiare.
    Se non riusciamo a modificare questi due aspetti è meglio uscire dall’euro e tornare ad una moneta che possiamo gestire secondo le nostre esigenze.

    • Cito a memoria, ma mi pare che tempo fa, in percentuale rispetto agli abitanti, il numero di italiani che si trovavano a dirigere istituzioni di ricerca nel mondo fosse il più alto. Ricordo anche che ad un concorso in Francia per ricercatori di fisica, la metà degli ammessi fosse italiana. Penso che il sistema scolastico italiano, se di nuovo finanziato a sufficienza come era un tempo, sia in grado di sfornare laureati di ottimo livello. Però non vivo in Italia da parecchio.

  3. Ma possibile che nessuno pensi a far recuperare la Sovranità monetaria (potere di creare moneta ex nihilo) allo Stato come soluzione alla crisi? Invece di far indebitare lo Stato con una banca privata come la BCE (mascherata dalle banche comerciali che vanno alle aste dei titoli di stato con gli eruo ricevuti dalla BCE) che presta l’euro all’emissione come fosse la proprietaria, e non lo è, perchè lo Stato non crea il denaro che ci serve senza creare Debito pubblico?

  4. E mentre si va così ragionando sono trascorsi già due anni da quando i mercati ci hanno richiesto di reintrare dal debito estero accumulato … e chissà quanti altri ne passeranno …

    Alla dicotomia, sul piano politico, tra immobilismo e populismo, corrisponde in campo economica la contrapposizione un pò sterile tra becere istanze di rafforzamento dell’offerta e vecchie politiche della domanda.

    Le prime storicamente fallimentari, se non nell’aumetare le disparità. Le seconde, in contropartita con debiti ed emissione di moneta, proposte come soluzione a portata di mano e politicamente neutra, in cui la “torta” da spartire si amplia per tutti e nessuno resta a bocca asciutta.

    La riduzione del costo del lavoro è in molte realtà necessaria per fornire alle imprese la risorse per continuare a investire e competere. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere generalizzata a tutta l’economia, nè che debba essere subita dai lavoratori e rappresentare un arretramento unilaterale dei loro diritti, senza contropartita in un’ottica di difesa dell’occupazione e di compartecipazione ai risultati dell’impresa.

    L’obiettivo dovrebbe essere quello di fare leva sulla crisi e sui sacrifici richiesti alla classe lavoratrice, per conseguire livelli di socializzazione dell’attività d’impresa che non sarebbero stati neanche concepibili nel periodo pre-crisi.

    La pianta dell’economia è venuta su storta. Non si raddrizza pensando solo a come inaffiarla …

    Un cordiale saluto
    http://marionetteallariscossa.blogspot.it/

  5. […] Ecco come Merkel e Draghi cuociono l’Italia e gli altri PIIGS […]

  6. L’ha ribloggato su UN PARERE LEGALE – A LEGAL ADVICEe ha commentato:
    Una spietata analisi.

  7. […] però ingenuo credere che Rossi non si renda conto di tutto ciò. La “pentola a pressione” dell’euro ci sta cucinando ben bene e i banchieri centrali sembrano avere tutte […]

  8. ogniuno pensa al proprio giardinetto….
    nessuno agli interessi dei citadini europei…vogliono rifare un modello americano…ma invece non accadrà mai!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    http://www.4minuti.it/news/editrice-europea-srl-la-bundesbank-punta-piedi-acquisto-0077987.html

  9. […] altre riforme saranno necessarie per salvaguardare permanentemente l’euro ed evitare che scoppi la pentola a pressione dell’eurozona. Il punto non è che l’euro non possa crollare (ovviamente può accadere), ma che se analizziamo […]

  10. […] altre riforme saranno necessarie per salvaguardare permanentemente l’euro ed evitare che scoppi la pentola a pressione dell’eurozona. Il punto non è che l’euro non possa crollare (ovviamente può accadere), ma che se analizziamo […]

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