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Lettanomics: bugie e masochismo

letta

La ‘cura Monti’ ha ricevuto una sonora e inequivocabile bocciatura alle ultime elezioni politiche. Tutti si sono affrettati ad invocare discontinuità, a cominciare dal nuovo presidente Letta, per il quale era giunto il tempo di chiudere la fase del ‘cieco rigore’ e dare priorità
alla ‘crescita’. Peccato che la sua politica economica non si sia discostata affatto da quella del suo predecessore. Anzi: l’austerità è stata addirittura rafforzata. Ma le alternative non mancherebbero.

di Gustavo Piga da MicroMega 8/2013

Il testo che segue è una sintesi dell’articolo di Gustavo Piga tratto dal numero 8/2013 di MicroMega, in edicola dal 28 novembre. La presentazione del numero e l’indice sono reperibili qui.

MicroMega_8_2013-294Immaginate di essere un critico culinario chiamato a giudicare la qualità del cibo di un certo ristorante. Dopo il vostro ordine il cuoco e la sua squadra hanno lavorato alacremente per servirvi quanto richiesto. Al momento di uscire dalla cucina con la portata pronta, il cameriere viene fermato dal cuoco: c’è un attimo di ripensamento, il condimento viene arricchito con qualche decoro ai bordi, un po’ di vegetali, molto coloriti e appariscenti. Ora il piatto è pronto, il cameriere esce, il critico degusta. E valuta.

Così per la politica economica del governo Letta, che siamo chiamati a giudicare. Il piatto è stato preparato a inizio ottobre, con la sempre poco pubblicizzata nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Eppure così importante. Questa ha fissato sulla pietra le grandezze economiche del bilancio pubblico italiano del 2014, dalle quali non si può successivamente deviare, compatibili con le richieste europee. Tutto quello che dovesse seguire, in fase di discussione parlamentare (per esempio durante il dibattito sulla legge di stabilità) non può discostarsi dall’obiettivo del 2,5 per cento di deficit su pil menzionato nella nota e approvato. Nella tabella programmatica chiave di quel Documento, il governo indica come la scelta di allentare i cordoni della borsa si limita a passare, per il 2014, dal 2,3 per cento di pil del deficit «tendenziale» – dove si sarebbe arrivati decidendo di «non fare nulla» rispetto a quanto stabilito sinora da tutti i governi precedenti – ad, appunto, il 2,5 per cento di pil.

Si legge in una nota alla tabella IV.2.a a pagina 32: «L’utilizzo di 0,2 punti percentuali […] è giustificata dalla volontà di finanziare alcune voci di spesa in conto capitale non incluse nel saldo a legislazione vigente». Un piccolo regalo di 0,2 per cento di pil, ovvero circa 3 miliardi di euro, di investimenti pubblici, per combattere la recessione? In realtà no. Per capire l’essenza del disegno del duo Saccomanni-Letta bisogna guardare che cosa hanno deciso di mutare per il 2014 rispetto ai conti ereditati del 2013, in larga parte consegnatigli dal governo Monti. Ebbene, siccome nel 2013 il deficit su pil è stato del 3 per cento, la decisione del duo governativo è stata effettivamente quella di restringere ancora più i cordoni della borsa, riducendo il deficit dal 3 per cento al 2,5 per cento. Una manovra restrittiva di 8 miliardi, e non di 11 come sarebbe stata se non avessero deciso di ammorbidire l’austerità con 3 miliardi di investimenti pubblici in più: eppure sempre di austerità trattasi.

Mentre è vero che il governo nella nota di aggiornamento si teneva ancora le mani libere sul «come» raggiungere il 2,5 per cento di pil grazie alla legge di stabilità in discussione ora al parlamento, l’andamento tendenziale dei conti aggiustato per quei 3 miliardi di investimenti pubblici dava già il senso compiuto delle intenzioni dell’esecutivo. La portata era praticamente pronta a essere servita.
E che sapore andava assumendo? Come abbiamo detto, quello dell’austerità. Come avrebbe fatto il governo a ridurre il deficit dello 0,5 per cento di pil in 1 anno? Semplice, basta leggersi gli andamenti tendenziali 2014 corretti per quei 3 miliardi di spesa in conto capitale in più. Con una riduzione dello 0,4 per cento di pil degli stipendi pubblici (confermando le manovre al riguardo del governo Berlusconi e Monti), e le spese correnti per beni e servizi dello 0,3 per cento di pil. Le spese in conto capitale sono dichiarate scendere dello 0,3 per cento di pil (anche tenendo conto dei 3 miliardi di investimenti pubblici dichiarati nella nota). Miracolo, le spese per interessi rimarrebbero costanti (come possano farlo in un ambiente in cui il debito sale è tema su cui torneremo più avanti) rispetto al pil. Insomma un calo delle spese totali di 1 per cento di pil. E le entrate? Previste, in leggero calo, dello 0,5 per cento di pil. Eccovi servito il miglioramento del deficit di 0,5 per cento di pil.

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(…)

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Ma adesso parliamo della qualità della portata servita da questo governo. Magari paragonandola a quella di un altro cuoco. In effetti, la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza è stato il primo documento ufficiale che permette di misurare credibilmente il segno della politica economica del governo Letta. Non solo. Pubblicata a meno di 6 mesi di distanza dall’ultimo documento ufficiale del governo Monti (il Def stesso), abbiamo ora modo di ottenere informazioni preziose su due altre dimensioni della bontà delle scelte adottate dagli ultimi due governi: 1) gli ulteriori scostamenti ed errori di previsione del governo del professore nell’ultimo trascorso semestre e 2) se e come la grande coalizione italiana attualmente in carica intende discostarsi dalle politiche (giudicate fallimentari da circa il 90 per cento dei votanti alle recenti elezioni politiche) del predecessore bocconiano.

I conti sono presto fatti. In soli 6 mesi l’outlook sul 2013 dell’economia italiana è cambiato in peggio su tutti i fronti: con un aumento del rapporto debito su pil di ben 2,4 punti percentuali, un rapporto spesa pubblica su pil maggiore di quanto affermato 6 mesi fa di ben 0,8 punti percentuali e un peso delle entrate fiscali su pil ancora maggiore, di 0,5 per cento di pil. Il fatto che – malgrado l’ammissione del dicastero di via XX Settembre che i «moltiplicatori fiscali si sono mostrati ben più reattivi di quanto inizialmente stimato dalle principali istituzioni internazionali» – questi errori di previsione del Tesoro continuino imperterriti da anni fa dubitare fortemente della bontà e della credibilità delle nuove proiezioni da poco elaborate. La colpa, si direbbe, è di una (de)crescita economica che è stata nuovamente sottostimata (da -1,3 a -1,7 per cento per il 2013). Ma, evidentemente, la minore crescita ha a sua volta una sola causa: l’austerità dovuta all’aumento della tassazione e soprattutto alla diminuzione della spesa, quella spesa capace di generare ricchezza e ripresa in una fase di ciclo in cui la domanda interna privata è scomparsa.

Spicca in questo senso l’incredibile decisione programmatica sugli investimenti pubblici, che Monti già prevedeva di ridurre, dal 2013 al 2017, dello 0,4 per cento di pil (da un livello di partenza storicamente già bassissimo) e che Letta addirittura accentua con una riduzione, nello stesso periodo, di 0,7 per cento di pil. Su tutte le altre dimensioni di bilancio rimane, nel governo attuale, la stessa traccia di austerità che aveva caratterizzato la visione di lungo periodo del governo Monti: sulla spesa per dipendenti pubblici è prevista la stessa riduzione di ben 1,3 per cento di pil in 4 anni (difficile immaginare in tal senso una ricomposizione dai settori pubblici meno strategici verso la scuola, la ricerca e l’università), mentre entrate e spese totali paiono ormai scolpite nella pietra, con una identica convergenza al 2017, oggi come 6 mesi fa, verso valori minori di quelli odierni, almeno sulla carta.

Il tempo passa, e dunque nulla cambia, anzi se possibile l’austerità peggiora. Insomma un piatto da portata indigesto, stupido, miope: come pensare che possa rafforzare la coesione e la forza dell’area dell’euro e non piuttosto indebolirla nelle sue fondamenta?
Val la pena chiedersi da dove derivi questa rigidità e apparente incapacità del Tesoro di «rivoluzionare» le leve del bilancio pubblico per portare l’economia fuori dalla recessione. È semplice. Basta leggersi con attenzione i due Def del ministero per rendersi conto che quest’ultimo non segue, come dovrebbe, l’elementare regola della crescita economica ma piuttosto due «nuove» regole imposte da Bruxelles: quella della spesa pubblica e quella del debito, ideate per porre vincoli stringenti alla crescita di queste variabili. L’Italia non soltanto ha ubbidito a queste nuove regole; i recenti governi si sono addirittura mostrati più realisti del re e, così facendo, hanno tolto spazio vitale alla ripresa economica.

La regola della spesa pubblica, che pone limiti severi alla crescita di questo aggregato – ed è la ragione per la quale i governi di Monti e soprattutto di Letta hanno deciso di sacrificare addirittura la leva strategica degli investimenti pubblici – richiedeva che l’Italia nel triennio 2012-14 diminuisse la spesa reale dello 0,8 per cento nei primi due anni e la mantenesse stabile nell’ultimo. Niente di più. Eppure, incredibilmente, questa è invece scesa di ben più di quanto non fosse necessario: rispettivamente del 4,7, dell’1,4 e del 2,3 per cento; diminuzioni ultronee, capaci di farci comprendere le ragioni della contestuale recessione e instabilità dei conti pubblici che sono il segno della politica economica di questi ultimi governi.

Purtroppo, a sua volta, la recente nota d’aggiornamento al Def ci ricorda che l’Europa delle regole stupide è sempre al lavoro. Così apprendiamo che è de facto partito il meccanismo del fiscal compact che già ci obbliga a convergere verso valori del debito su pil in rapida riduzione (un paradosso, se pensiamo che le soluzioni europee sinora adottate per l’Italia non hanno fatto che aumentarlo). Ma anche qui, scopriamo che il nostro governo è stato più conservatore dell’Europa stessa: mentre l’aggiustamento fiscale richiesto da questa regola per il 2013 era pari allo 0,1 per cento di pil, leggiamo, «tuttavia, (che) lo sforzo fiscale attuato dal governo nell’anno in corso, pari a 0,9 punti percentuali di pil, risulta essere nettamente superiore alla correzione fiscale richiesta per il rispetto della regola del debito». Un masochismo senza pari.

Spazi per un’espansione fiscale autorizzata dall’Europa c’erano e ci sono. Ci si deve chiedere piuttosto se ci sia un governo nazionale capace di comprenderlo e di negoziare con coraggio in questa direzione.

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