60 commenti

L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni

saccomanni

Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, è il nuovo ministro dell’Economia del governo presieduto da Enrico Letta. 

Ancora nel novembre 2011, quando il governo Monti si insediava e il mondo accademico già si interrogava sull’inefficacia della cosiddetta “austerità espansiva”, Saccomanni sosteneva in una conferenza stampa a Parigi che “le misure di austerity più che causare una recessione, spingerebbero la crescita attraverso una riduzione dei tassi di interesse in tutti i settori dell’economia.”

Non si tratta di un’affermazione nuova. E’, in effetti, la conseguenza di un ben preciso modello,  in auge prima di Keynes: la cosiddetta “Treasury view“, il punto di vista del Tesoro.

screenshot2

Secondo questo modello, un aumento della spesa pubblica provocherebbe un conseguente incremento dei tassi di interesse. Le imprese avrebbero quindi maggiore difficoltà a finanziarsi e ciò provocherebbe una maggiore recessione. Al contrario, la riduzione della spesa pubblica – sostenevano i pre-keynesiani e sostiene Saccomanni – farebbe calare il tasso d’interesse e questo riporterebbe l’economia in equilibrio, favorendo la crescita del settore privato.

Queste conclusioni sono però errate perché errate sono le premesse. Non è vero cioè che il tasso d’interesse equilibra domanda e offerta di capitali,  investimento e risparmio. Questo sarebbe ammissibile se il denaro fosse una merce, se cioè la moneta fosse “neutra”, ma in una economia monetaria il tasso d’interesse (bancario) è invece determinato da altri fattori, in particolare la politica monetaria della banca centrale (il tasso di sconto al quale essa rifinanzia le banche commerciali) e la propensione al rischio delle banche stesse, che a sua volta è influenzata dalle aspettative generali sull’economia, le quali certo non migliorano, come abbiamo visto, con l’austerità, poiché essa, riducendo i redditi, rende più difficile il rimborso dei prestiti.

Non c’è neppure bisogno di uscire dal mainstream per criticare le conclusioni di Saccomanni. Il modello IS-LM che ogni studente di economia affronta al primo anno è sufficiente per dire che, durante una crisi, non solo il tasso d’interesse non è influenzato dalla spesa pubblica ma che quest’ultima è l’unico strumento che rimane data l’inefficacia della politica monetaria.

Saccomanni, in definitiva, appare ancorato ad assunzioni e modelli ortodossi superati già 80 anni fa ma, purtroppo, mai abbandonati definitivamente.

Il neoministro sembra non aver rivisto la fallace impostazione del 2011. In un colloquio con Repubblica il giorno della sua nomina è tornato a ribadire che, attraverso i tagli alla spesa pubblica, i tassi scenderanno, addirittura prevedendo uno spread a soli 100 punti. E a invocare quella che ironicamente Krugman chiama “la fatina della fiducia”.

Alle dichiarazioni programmatiche di Saccomanni fa da contraltare Giuliano Amato, al quale non è sfuggito il fragore del crollo dei fondamenti teorici dell’austerità. In un articolo sul Sole 24 Ore,  l’ex premier nota che la strategia del rigore ha fallito anche in Italia e che una significativa riduzione della spesa, auspicata da Saccomanni, è già avvenuta:

Nel testo che ha depositato alla Camera sul DEF 2013, la Corte dei Conti nota che la spesa pubblica al netto degli interessi si è ridotta nell’ultimo triennio di quasi il 2 per cento, contro un aumento di circa il 10 nel triennio 2007-2009. Un risultato in sé straordinario, che tuttavia – aggiunge la Corte – «non si è tradotto in alcuna riduzione della spesa totale sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». Mentre le entrate, nonostante l’abnorme pressione esercitata sui contribuenti, «sono risultate inferiori per poco meno di 30 miliardi alla stima avanzata nel Def della primavera 2012». Che cosa è successo? Ha ceduto il Pil e lo sforzo di ridurre il debito rispetto a esso comprimendo spese e aumentando entrate è sempre meno efficace

Dalle prime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Letta circa la necessità di allentare l’austerità, si poteva sperare in qualche cambiamento di rotta rispetto all’esecutivo precedente. Ma la scelta del titolare del dicastero dell’Economia sembra al momento denotare un avvitamento della politica italiana in un paradigma obsoleto e incapace di dare risposte nella crisi attuale, come già accadde nella Grande Depressione degli anni ’30 del Novecento.

Annunci

60 commenti su “L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni

  1. È pacifico sostenere che in Italia abbiamo regioni che viaggiano (economicamente parlando) a velocità diverse. Va notato, altresì, che anche nelle cosiddette regioni settentrionali l’austerità ha provocato un calo dei consumi, degli investimenti, insomma della domanda globale e la stretta creditizia delle banche nei confronti dei privati è sotto gli occhi di tutti. Continuare a negare che il mainstream del laissez faire dell’UE si sia tradotto in un impoverimento complessivo della maggior parte dei Paesi dell’Area Euro è da folli!!! Auspichiamo che Letta & Co. non si facciano “TECNICIZZARE” nella politica economica, dai fautori del “Monetarismo di Bruxelles”, altrimenti davvero saranno guai!!! Non tutta la spesa pubblica aumenta il debito pubblico. Occorre che a governare non ci siano “ladruncoli” e che si finanziano imprese degne di essere definite tali!!!

    • perfetto! ma letta (il presidente della repuubblica su proposta…) che l’ha nominato a fare? tempi bui all’orizzonte.

      • Letta è una sorta di talebano dell’ euro, un po come Prodi e Monti, la salvezza della moneta unica e del “sogno europeo” va anteposto a tutto, non importa il disastro causato dalle loro politiche di austerità. Io sono molto pessimista, vedrai che i media celebreranno in pompa magna la “svolta” del governo e cercheranno di nascondere in tutti i modi che in realtà nulla cambierà, senza il permesso della Germania e volendo restare nell’euro nessuna nazione può applicare politiche espansive.

    • Keynes si riferiva alla spesa pubblica in opere pubbliche, del tipo costruzione di strade o ponti che allora servivano. Adesso è proprio la stessa cosa? E’ difficile ipotizzare altre cattedrali nel deserto? Quando gli americani si misero a seguirlo imboccarono la strada dei mutui subprime e produssero questa crisi creando una bolla immobiliare spaventosa.

      • Keynes non c entra nulla con la bolla dei Mutui Subprime , mica era spesa pubblica in disavanzo. Quello dei subprime era una “graziosa” elargizione di mutui bancari a persone non in grado di onorarli .Tutto privato…. :-)

  2. L’ha ribloggato su L'homo sapiens sapiens è anche sapiens al quadrato?e ha commentato:
    Cominciamo bene….

  3. Poche parole…. siamo messi male. E i giovani come me hanno pagato, stanno pagando e pagheranno queste politiche di austerità.

  4. Per cercare di capire da profana:
    Saccomanni, dice l’articolo su La Repubblica da voi citato, è appena tornato da una riunione con FMI .

    Keynes Blog ha pubblicato il 12 Marzo 2013 un articolo “Un nuovo studio dell’FMI conferma: l’austerità fa crescere il debito pubblico” in cui trovo questo passaggio:

    Sul’articolo di La Repubblica, invece, trovo che Saccomanni parla sì di spesa pubblica da rimodulare in senso politico ma specifica che parla di spesa corrente; mentre annuncia con forza una implementazione della spesa pubblica verso impresa, banche creditizie e lavoro.

    La domanda è: alleggerendo la pressione fiscale e spostando la spesa pubblica dalla spesa corrente agli investimenti sul mondo produttivo(che mi piacerebbe sapere cosa significa visto che gli stipendi sono a occhio il 70% della spesa pubblica…spero che, piuttosto, si voglia puntare alla rimozione degli sprechi) è possibile avere una effettiva crescita?
    seconda domanda: e se non si deve investire sul mondo produttivo tutto, allora, cosa si deve fare?
    Sto tentando di capire e faccio domande terra terra ma ho tanti punti bui che vorrei chiarire nonostante non sia una esperta per questo vi ringrazio per la pazienza e se riuscite a rispondermi con linguaggio comune e non tecnico ve ne sarei ancora più grata :-). Maria Concetta

    • Guarda Maria: anche solo alleggerendo la pressione fiscale e non toccando la spesa pubblica si otterrebbe un rilancio della crescita. Il motivo è evidente: se devi pagare allo Stato meno IRPEF o meno IRAP o se anziche pagare la benzina 1,7 Euro al litro la paghi 1,2 per dire, i risparmi che ciascun cittadino ottiene da tali riduzioni di costo li può spendere aumentando consumi e nel caso delle imprese investendo di più. Maggiori investimenti significano maggior produzione e quindi meno disoccupazione, si spezza in pratica il circolo vizioso dell’austerità. Ciò ovviamente ha un prezzo, quale quello di aumentare il deficit; tuttavia oggi all’Italia i mercati, gli investitori, l’Europa, tutti (tranne forse Berlino, ma a breve si dovranno accorgere anche loro di cosa stiano comportando sulla loro economia le politiche di rigidità fiscale che impongono) non chiedono di tenere sotto controllo il debito/PIL (che comunque con queste manovre aumenta solo nel brevissimo periodo per poi ridursi in breve tempo) bensì una maggiore crescita. Crescita che passa da riforme strutturali sul mercato del lavoro, sulla produttività, sullo sviluppo del settore terziario (in primis turistico) a scapito di quello industriale. Tutto vero. Ma passa ANCHE dalla fine delle misure di austerità e di aumenti delle imposte, senza la cui fine non riparte un bel nulla.

      • E’ difficile ipotizzare l’aumento della produzione industriale in un contesto di contrazione dei consumi. Anche se si alleggerisse la pressione fiscale rimarrebbe il dilemma perché e per chi produrre di più? Per far ripartire i consumi è necessario che ci sia lavoro ed il lavoro non essendo una merce non va ricercato laddove costa di meno. La questione è molto più semplice e sostanzialmente diversa da come la ponete: se si decide di smantellare il dogma della massimizzazione dei profitti per l’azionista, idea neo-liberalista, si riuscirà a far rientrale il lavoro delocalizzato che resta una finzione, una finzione della merce fino a quando tutti questi economisti non usciranno dalla finzione.

    • Mah! Il punto e’ che se si facessero investimenti sul settore produttivo aumenterebbero le importazioni, essendo l’Italia un importatore netto. Cio’ causerebbe l’aumento di deficit delle partite correnti (importazioni e esportazioni) aumentando il gia’ alto debito estero. Che si deve fare? O si accettano queste condizioni, diventando di fatto una sorta dei colonia del nord, funzionando da mercato di sbocco, o si esce dal cambio fisso, magari rinegoziando il debito e usare allora keynes pewr far ripartire il mercato interno.

      • D’accordissimo con te, mantenendo l’euro, qualunque poilitica espansiva che possa produrre un rilancio della nostra economia in poco tempo ci si ritorcerà contro, perchè sarebbe seguita da un aumento dell’inflazione,che , grande o piccolo che sia, renderebbe le nostre merci ancora meno convenienti rispetto a quelle tedesche.Quindi Letta può baloccarsi quanto vuole con abolizioni dell’IMU e redditi di cittadinanza, la verità è che stando dentro l’euro bisogna giocare al gioco della Germania (bassa inflazione, moderazione salariale) , ma sappiamo quali sono i costi sociali di tali politiche, l’unica speranza è uscire da questo gioco al massacro chiamato eurozona.

      • Ricordatevi che Keynes postulava gli investimenti pubblici in deficit: cioè creando disavanzo. Lo immaginate un ulteriore disavanzo in presenza di una dilagante corruzione?

    • Implementazione

      Segnalo:

      Implementazione (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)
      Implementare deriva dal verbo inglese to implement (traducibile con realizzare, attuare), da cui il sostantivo gergale implementation, che significa “attuazione”. Il verbo, a sua volta, proviene dal sostantivo implement, che significa attrezzo, utensile.
      L’etimologia del termine inglese, peraltro, deriva dal verbo latino impleo (inf. implere), ma solo nel senso di realizzare e non di colmare.
      Il termine italiano sostitutivo può quindi essere, secondo il contesto:
      . verbo: realizzare, mettere in opera, porre in essere, attuare, applicare;
      . sostantivo: realizzazione, sviluppo, attuazione, posa in opera, utilizzo, applicazione.
      http://it.wikipedia.org/wiki/Implementazione

  5. Comunque va detto che l’austerità non è solo spesa pubblica, ma – soprattutto in Italia- anche aumento dell’imposizione fiscale, sia diretta che indiretta, passata ormai a livelli abnormi. Mentre quanto alla spesa pubblica sono state tagliate poche voci , solo quelle più importanti (scuola, sanità, pensioni su tutti) e solo tramite tagli lineari (a pioggia, quindi a prescindere dal grado di efficienza raggiunto dall’istituzione). Io credo, e sono convinto che se oggi Keynes fosse vivo e fosse italiano la penserebbe allo stesso modo, che l’Italia se vuole ripartire debba: 1) iniziare a negoziare con Bruxelles un aumento del deficit per 2 anni fino al 5% circa, visto che alla Spagna è consentito; 2) finanziare scuola e sanità in maniera tale da premiare gli istituti più efficienti e tagliare i fondi a quelli meno efficienti. Tagliare inoltre tutti i progetti militari o infrastrutturali inutili attualmente in vigore (dagli F35 fino alla TAV); 3) iniziare a tagliare anche sensibilmente le tasse su lavoro, imprese e redditi (IRPEF e IRAP), nonchè ridurre le accise sulla benzina. Lo stesso taglio delle imposte fra l’altro consentirebbe un maggiore gettito, visto che aumenterebbe la produzione e farebbe ridurre fenomeni come evasione-erosione-elusione. Proposta più Reaganiana-Lafferiana che Keynesiana doc? Può darsi, ma di sicuro in un Paese con pressione fiscale alta e spesa pubblica alta non ha senso rilanciare l’economia tramite aumenti di spesa (mentre ha molto più senso farlo attraverso tagli di imposte).

    • Il moliplicatore della spesa pubblica è maggiore di quello fiscale quindi anche se abbiamo un debito pubblico elevato non ci conviene , semmai ci sono molti spazi per reindirizzare la spesa pubblica verso utilizzi migliori sopratutto sulla occupazione

      • Solo una cosa dobbiamo fare: introdurre la possibilità di premialità e licenziamenti nell’apparato burocratico dello Stato che crea e mantiene la corruzione a tutti i livelli e blocca qualsiasi modernizzazione del Paese.

    • bravo tagliavini! seguite tutti solo i suoi commenti,gpi

  6. è tutto scritto… e l’esito è scontato

    l’austerità non serve per rilanciare la crescita, lo vede anche un bambino e senza scomodare la macroeconomia.

    serve ad obbligarci a :

    – svendere pezzi di patrimonio pubblico;

    – cedere ai privati la gestione dei servizi pubblici;

    – svendere pezzi di patrimonio privato per sopperire alla mancanza di reddito.

    Questo, fino a quando ci adeguiamo spontaneamente. Nel frattempo il rapporto debito/PIL si avvita, e la trappola è sempre più carica:

    quando saremo stanchi di subire… e proveremo ad alzare la testa, interverrà il potere di convincimento dello spread a rendere indispensabile la richiesta di “aiuti” internazionali.

    Il signore in questione, Fabrizio Saccomanni è lì non a caso, ma esattamente per svolgere questa funzione: conosce perfettamente il meccanismo BCE – MES – FMI, che ci obbligherà, volenti o nolenti, a riprendere il cammino del suicidio :

    svendita del patrimonio pubblico
    privatizzazione dei servizi
    impoverimento delle famiglie.

  7. All’ultimo commento aggiungerei pure : distruzione del welfare a partire da sanità e scuola pubblica (avendo già demolito pensioni e diritti dei lavoratori)

    • In una zona euro a “cambi fissi” come nel caso di una moneta unica, con forti squilibri fra nazioni circa i saldi delle partite correnti e con storici differenziali di inflazione tra paesi, gli unici aggiustamenti possibili si realizzano via costo dei fattori produttivi.
      Dunque poiché non siamo in grado di controllare costo materie prime, energia, servizi ecc… L’unico costo su cui lavorare e’ quelli del lavoro.
      Da questa considerazione discende la guerra all’articolo 18, la riforma previdenziale, la flessibilità in entrata e in uscita, la de fiscalizzazione degli oneri sociali, i tentativi di riduzione del Cuneo fiscale ma…. tutto questo altri non è’ che un tentativo di riduzione appunti del costo del lavoro!!

      Questa e’ l’Europa che sognavo nel 2001? Quella con il pareggio di bilancio sancito in costituzione?Direi di no.
      Dobbiamo riconquistare nell’ordine:
      – sovranità fiscale (imposizione e spesa pubblica senza vincolo 3% su pil)
      – sovranità monetaria (determinazione tasso di interesse)
      – sovranità valutaria (fuori dall’euro)
      – ritornare alla distinzione fra banche commerciali e banche di investimento
      – ripensare l’indipendenza della banca d’Italia dal Tesiro e il suo ruolo in sede di collocamento (mercato primario) del debito pubblici a tassi ragionevoli.
      – ovviamente ritornare ad una etica pubblica nel gestire e spendere risorse che sono di tutti.

      Scusate la lunghezza

  8. Trovo contraddittorie le dichiarazioni programmatiche di Letta con quelle del suo ministro dell’economia. Il neo Presidente del Consiglio è stato il numero due del Pd che in campagna elettorale, ed anche dopo, ha sostenuto la necessità di un rilancio dell’economia italiana attraverso un alleggerimento della pressione fiscale ed un potenziamento della politica degli investimenti in settori strategici che produca occupazione e qualifichi la spesa pubblica. Ora mi chiedo: sono già superate le dichiarazioni dell’esponente del Pd? Assisteremo di nuovo ad una politica ispirata alle logiche dell’austerità che tanto danno hanno creato al nostro paese? Ci toccherà, per caso, una riedizione delle politiche di Mario Monti ?

  9. […] Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, è il nuovo ministro dell’Economia del governo presieduto da Enrico Letta. Continua a leggere » […]

  10. […] Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  11. L’Europa (leggi Germania) si comporta come una GrandeBanca che ha bloccato i fidi dell’AziendaItalia imponendogli due cose:
    – divieto di andare fuori dai fidi (deficit pubblico entro il 3%)
    – rientro graduale programmato del debito pubblico (127% sul PIL)

    La risposta all’uscita dalla crisi non è:
    – aboliamo l’IMU, incentiviamo le aziende che assumono, diamo il reddito minimo garantito alle famiglie in difficoltà.

    Ma:
    – c’è un piano nazionale di sviluppo industriale, commerciale, turistico, ambientale, energetico (metteteci tutti i settori che potenzialmente possono essere capaci di prospettive positive) in grado di FAR CRESCERE IL PIL ?!?!

    Se non si fa questo inutile pensare di tenere sotto controllo il deficit e diminuire il debito se non ricorrendo a nuove imposizioni fiscali ! Possiamo reggere quanto ? Altri 3/5 anni, e poi ?

    Per esperienza diretta, tutte le aziende, messe a rientro dalle banche, se non hanno capacità di creare ulteriore ricchezza per abbassare il debito, tenendo sotto controllo il deficit, non hanno MAI avuto via di scampo.

  12. […] Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  13. Secondo il mio modesto parere creare altro disavanzo per sostenere degli investimenti pubblici determina due effetti ed una conseguenza:
    1- Altro debito gravato d’interessi che prima o poi dovrà essere pagato da noi o dai nostri figli.
    2- Creazione di altre cattedrali nel deserto che sono praticamente certe in un Paese dove la corruzione viaggia a mille.
    3- Conseguenza: Spesa inutile.
    Non vi scordate che la spesa in deficit è operazione di medio-lungo periodo.

    • Lei deve essere uno dei quei troll pagati dall’Unione Europea; Lei pensa che una spesa pubblica mirata, ad esempio alla riqualificazione del territorio, del miglioramento della fatiscente edilizia scolastica (solo per fare due esempi) sia totalmente inutile?

      • Certifichiamo che siano utili; a lei sfugge la nozione tempo breve tempo medio-lungo e non può pensare di uscire dalla crisi ora, prendendosi tutto questo tempo a fronte della necessità di garantire la cassa integrazione in deroga, garantire gli esodati che sono un prodotto della legislazione di ultima istanza e pagare i debiti alle imprese. Come vede le ricette del lungo periodo non sono ugualmente valide per il breve.
        Scusi mi spiega cosa significa troll pagato dall’Unione Europea?

      • Per quanto riguarda il troll della UE, mi riferivo ad un programma della UE (proposto all’inizio di quest’anno) per finanziare blogger o quant’altro che confutassero con il loro intervento gli interventi euroscettici sul web. Con i suoi ripetuti interventi contro il debitopubblicobruttocastacorruzione, mi era sembrato uno di quelli, ma potrei sbagliarmi. Per quanto riguarda la prima parte della sua replica cerco di spiegare meglio quanto scritto più sopra. Sono d’accordo che in generale una politica espansiva da parte del settore pubblico in queste condizioni potrebbe essere controproducente (aldilà dei tempi di realizzazione). Se in qualche modo immetto domanda, per esempio con defiscalizzazione delle tasse sul lavoro, il maggior reddito a disposizione dei beneficiari potrebbe sicuramente tradursi in maggiore propensione al consumo, ma probabilmente una parte di questo maggiore consumo potrebbe rivolgersi a beni importati, facendo così ulteriormente peggiorare il debito privato con l’estero, che è proprio la vera causa dell’innalzarsi dello spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi. Questa è una manovra che sarebbe efficace solamente nel caso di contemporanea uscita dall’euro, poichè con la conseguente svalutazione della nuova lira (fra il 20 ed il 25% realisticamente) i consumatori sarebbero naturalmente portati verso beni di consumo prodotti in Italia in luogo dei più costosi beni esteri, quindi evitando il peggioramento della bilancia commerciale e del debito privato verso l’estero. Credo che senza una svalutazione l’unica manovra espansiva che non peggiori i conti con l’estero sia un intervento sull’edilizia che non credo avrebbe effetti così avanti nel tempo e poichè le materie prime utilizzate sarebbero tutte di provenienza italiana, l’effetto sui conti esteri sarebbe limitato. Certamente se non si esce dall’euro, ogni manovra espansiva avrà effetti controproducenti: non per nulla i postkeynesiani sono favorevoli ai cambi flessibili; in questo regime di cambi gli squilibri con l’estero si riaggiustano attraverso il cambio e non attraverso la deflazione salariale che porta alla recessione che si autoalimenta, se non contrastata con qualche politica anticiclica.

  14. […] crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  15. PER LUCA RIGHI

    Accertato che si è tranquillizzato mi piace discutere con lei perché sa di che cosa parla. Io penso che se usciamo in modo unilaterale dall’euro andiamo incontro a qualche problema piuttosto imbarazzante.

    1- Il nostro debito in euro con la svalutazione che lei ipotizza (20-25%) crescerebbe di 1/4 in termini reali senza che io stia a spiegare il perché.
    2- In sede di scambi commerciali con l’estero si porrebbe il problema della valuta: quante unità di lire servirebbero per un’unità di valuta estera?
    3- Lei dice che si potrebbe espandere l’edilizia ed anche lì bisogna essere cauti con quella residenziale per non creare bolle immobiliari.
    4- Concordo con lei che bisogna rilanciare i consumi e per far ciò è indispensabile il lavoro da cui emerge il salario che va tutelato nel suo potere d’acquisto.
    5- L’azionista dovrebbe uscire dalla gabbia dorata della massimizzazione dei profitti.
    6- L’apparato burocratico dello Stato è elefantiaco, sede di corruzione e di intralci. Qui si potrebbero realizzare dei risparmi da utilizzare per ridurre il costo del lavoro e ridurre la delocalizzazione dello stesso. Bisognerebbe introdurre premialità e possibilità di licenziamenti per chi non svolge il proprio compito. Bisognerebbe eliminare i privilegia di cui godono ed altri interventi li potrebbero realizzare sulle pensioni d’oro in modo tale da redistribuire il reddito attraverso la fiscalità tutelando al massimo possibile il welfare state.
    Grazie per l’attenzione.

    • Cercherò di rispondere punto per punto:
      1) Non mi risulta che i titoli pubblici italiani siano emessi secondo il diritto anglosassone: per cui nel momento in cui si esce dall’euro vengono ridenominati in Nuova lira con cambio 1 a 1 (per semplicità – non occorre applicare nessun tasso di cambio nella conversione) . Subito dopo è probabile che la nuova lira si svaluti del 20-25%: nulla cambierebbe per i detentori italiani: se avevo 100.000 euro in BOT ora ho 100.000 nuove lire in BOT, e poichè andrò a comprare beni al mercato ridenominati in nuove lire con cambio 1 a 1 essi non perdono niente. Al contrario i detentori esteri ci perderanno in misura uguale alla svalutazione della nuova lira, ma ormai essi sono una razza molto rara: quasi tutto il debito pubblico è tornato in mani italiane nell’ultimo anno (MOnti è stato messo lì per quello).
      2) In sede di scambi commerciali, se la nuova lira svaluterà del 20% ovviamente ci vorranno 1,20 nuove lire per comprare 1 euro. Questo è il motivo per cui gli italiani compreranno meno beni stranieri, ma soprattutto gli stranieri compreranno più beni italiani che costeranno il 20% in meno di prima.
      3) E’ il settore pubblico che deve spendere a deficit per ristrutturare l’edilizia scolastica, per mettere in sicurezza le zone disastrate dal punto di vista idrogeologico (investimento per il futuro, meno spese per rimediare a frane, esondazioni etc…), per dare alla Sicilia una decente rete di acquedotti pubblici, togliendo dalle mani della mafia il mercato delle autobotti in estate etc….Nessun finanziamento dello stato a edilizia privata. Il moltiplicatore fiscale Keynesiano probabilmente ripianerà in automatico il deficit per finanziare queste spese (più reddito imponibile = più introiti per lo stato)
      4) Ovviamente in caso di uscita dall’euro e conseguente svalutazione in questo momento di crisi profondissima di domanda è possibile pensare ad una inflazione del 5-6% (nel 1993, dopo la svalutazione della lira del 20% di Amato l’inflazione calò dal 5 al 4%, anche allora prima della svalutazione si veniva da una crisi molto grave) quindi è assolutamente necessario ripristinare meccanismi di protezione del potere di acquisto dei salari.
      5) Penso che la svalutazione della lira porterebbe ad una ripresa delle esportazioni italiane, sarebbe sperabile che in un clima di aspettative completamente ribaltato rispetto a quello attuale – crescita della domanda, aspettative positive – prenda il via una certa propensione ad investire da parte degli imprenditori, con benefici effetti anche sulla produttività. Nessuno investe quando non c’è domanda, a chi venderei i beni prodotti in più?
      6) Lo stato era elefentiaco e burocratico anche negli anni 60 e 70, quando l’Italia cresceva con percentuali medie vicino al 3% (nonostante l’inflazione a doppia cifra per colpa dello shock petrolifero, ma con il potere di acquisto dei salari garantito dalla scala mobile – A proposito la scala mobile è tuttora in vigore anche in Belgio e non mi sembra che siano messi peggio di noi….. Ovviamente risolvere questi problemi darebbe ulteriore slancio alla ripresa, ma quando si è in una profondissima crisi di domanda come quella attuale (nessuno compra per sfiducia nel futuro) che ha portato all’instaurarsi di una terribile trappola della liquidità (ovvvero nemmeno con il tasso di sconto allo 0,50% ripartono gli investimenti ed i consumi, perchè le banche non prestano comunque i soldi per paura delle insolvenze) è controproducente licenziare impiegati poco produttivi, perchè ci sarebbe una ulteriore contrazione della domanda. E’ il meccanismo del moltiplicatore fiscale alla rovescia che ha applicato l’austero e scellerato governo Monti: se taglio la spesa pubblica tolgo liquidità ad un sistema già asfittico e la diminuzione delle entrate seguita alla contrazione dei redditi imponibili hanno portato ad aumentare il rapporto Debito pubblico / PIL dal 123 al 127% invece di diminuirlo.
      Ulteriore austerità porta al peggioramento di questo rapporto, perchè anche facendo calare il debbito pubblico di 1 è probabile che le entrate calino di 1,5. Questo lo si studio al massimo al secondo anno di economia, quindi chi ha fatto queste politiche non lo ha fatto inconsapevolmente, anzi…..

  16. Accorpiamo i punti 1, 2 e 4. Usciamo con un rapporto euro/lira di 1:1 e fin qui andrebbe bene. Subito dopo i precedenti 100.000 euro sono diventati 100.000 nuove lire italiane che sottoposte alla successiva svalutazione del 25% diventano 75.000 lire nuove. Ora mi pongo il quesito: 75.000 nuove lire hanno il medesimo potere d’acquisto delle 100.000 lire ante-svalutazione di pochi giorni fa?
    Iniziamo il passo successivo ed approdiamo alla valuta. Il tasso d’inflazione del 25% porterebbe ad utilizzare 1,25 nuove lire per ottenere 1 euro. Adesso, in sede di scambi valutari, il rapporto non è più di 1:1, come nella fase d’uscita, ma di 1,25:1.
    Al punto 4 lei ipotizza anche un tasso di inflazione del 5-6% che cumulato al 25% di svalutazione porterebbe il potere d’acquisto ad un meno 30-31%. Per ripristinare il potere d’acquisto dei salari in queste condizioni, gli stessi dovrebbero salire nella medesima misura comportando un notevole incremento del costo del lavoro quantificabile attorno al 30%. Se non si facesse ciò il potere d’acquisto del salario scenderebbe in maniera drammatica. Anche volendo limitare, in una sorta di scala mobile, l’incremento dei salari per adeguarli al tasso d’inflazione; alla fine bisognerebbe incrementarli di almeno un 5-6%.
    Altro problema deriverebbe dall’inevitabile incremento dei prezzi che non si limiterebbero solo a salire in relazione all’inflazione, ma anche in relazione all’incremento del costo del lavoro.
    La situazione mi sembra sempre complicata anche perché un certo stock di materie prime le dobbiamo comunque acquistare dell’estero per trasformale in prodotti finiti.

    • Egr. Sig. Girolamo ci sono alcuni errori di interptretazione di quanto ho scritto, sicuramente dovuti ad una mia esposizione non abbastanza chiara, vedrò di rimediare.
      1) ” Subito dopo i precedenti 100.000 euro sono diventati 100.000 nuove lire italiane che sottoposte alla successiva svalutazione del 25% diventano 75.000 lire nuove. Ora mi pongo il quesito: 75.000 nuove lire hanno il medesimo potere d’acquisto delle 100.000 lire ante-svalutazione di pochi giorni fa?”
      Bisogna distinguere bene fra mercato interno e mercato estero.
      Sul mercato interno le 100.000 nuove lire rimangono 100.000 nuove lire anche dopo la svalutazione del 25%, per il semplice motivo che io acquisterò beni e servizi ridenominati in nuove lire con cambio 1:1 che non cambiano di prezzo. Se prima una Panda mi costava 10.000 euro, mi costerà 10.000 nuove lire, quindi il potere di acquisto sul mercato interno NON risente in alcun modo della svalutazione del cambio, ma risentirà solamente del tasso di inflazione (qui ci torniamo dopo)
      Dove ho una perdita secca di valore pari alla svalutazione della nuova lira sarà quando acquisto beni dall’estero tramite e-bay o cose del genere: se compro beni all’estero essi mi costeranno automaticamente il 25% in più, se il loro prezzo è espresso in euro o in qualsiasi altra valuta straniera.
      2) “Al punto 4 lei ipotizza anche un tasso di inflazione del 5-6% che cumulato al 25% di svalutazione porterebbe il potere d’acquisto ad un meno 30-31%”
      Attenzione qui c’è un grossolano errore!!!!! Quello che io ho scritto è che dopo una svalutazione della nuova lira del 20%, esperienze precedenti molto simili (svalutazione del 20% della lira nel 1992 operata dal governo Amato, operata per ridare fiato agli esportatori dopo una lunga e profonda recessione) questa si tradurrebbe in un modesto aumento dell’inflazione interna, nonostante l’aumento delle materie prime comprate all’estero. Come mai i beni importati non aumenterebbero del 25% ma solo del 4-5%? Semplice perchè tutti coloro che vendono qualcosa sul mercato italiano, pur di non perdere quote di mercato, invece di lassciare che i loro beni aumentino del 20% sul mercato italiano, imporrebbero agli importatori di rinunciare a parte dei loro profitti pur di non alzare eccessivamente i prezzi in nuove lire. Questo perchè se facessero il contrario i loro beni andrebbero subito fuori mercato e non li comprerebbe più nessuno; questo a maggior ragione in un mercato in piena crisi, senza liquidità disponibile come quello italiano attuale. Ripeto perchè è fondamentale, il tasso di svalutazione non si riversa completamente sui prezzi al consumo: nel 1993, dopo una svalutazione del cambio del 20%, l’inflazione invece di aumentare (era la 5% nel 1992) addirittura diminuì al 4%!!!!!. La svalutazione non si trasferì in un aumento dei prezzi al consumo (l’Istat misura tutti i prezzi al consumo, sia dei beni prodotti in Italia, che quelli prodotti all’estero), che addirittura diminuirono, sicuramente a causa della domanda inesistente. Oggi la situazione della domanda è ben peggiore che nel 1992, quindi è difficile pensare ad una vampata inflazionistica dopo la svalutazione della nuova lira.
      Per questo ragionamento, spero più comprensibile, la nuova lira avrebbe una perdita di potere di acquisto semplicemente pari al tasso di inflazione interno (al peggio arriverebbe al 4% contro l’1,5% attuale) e non pari al tasso di dvalutazione + il tasso di inflazione interno. Solo il secondo misura la perdita del potere di acquisto nella nuova lira.
      Lei probabilmente si chiederà come mai l’industria manifatturiera italiana non aumenterà i prezzi dei beni finiti, dopo che ha dovuto comprare una parte delle materie prime all’estero che sono aumentate del 25%. Semplice, quando non c’è domanda, il miglior modo per perdere quote di un mercato già terribilmente asfittico, è quello di aumentare i prezzi. Tenga anche presente che in un bene finito, (cambia secondo i saettori merceologici che consideriamo) in media le materie prime rappresentano il 25% dei costi finali di un certo bene di consumo, quindi la svalutazione incide solo sulla quella parte del costo del bene finito.
      Visto che non mi ha chiesto perchè si stima che la nuova lira si svaluterà in una misura compresa fra il 20 ed il 25% nella peggiore delle ipotesi, glielo anticipo: tale cifra è dato dal differenziale dei tassi di inflazione accumulati fra L’Italia e la Germania dal 1996, anno in cui era già stato fissato un cambio fisso con il marco tedesco (poi confermato dall’entrata dai due paesi nell’euro). Spero di essere stato esauriente.

  17. […] crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  18. […] crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  19. SEMPLIFICHIAMO LA MATERIA

    Roberto Gorini sostiene che con la svalutazione competitiva si consegue un vantaggio immediato che verrà pagato a caro prezzo nel futuro. Secondo la sua visione sono i prezzi che diventeranno competitivi e non le merci e questa strategia serve a compensare il deficit di competitività che ha lo Stato che decide di svalutare. Come le dice si consegue vantaggio per l’export e svantaggi per l’import e l’effetto collaterale rilevante è che si stampa danaro dal nulla ed in questa operazione consiste la svalutazione.
    Ho letto da qualche parte che la moneta, oltre ad essere il numerario comunemente usato per la misura dei prezzi, esplica due funzioni principali:

    1- È mezzo di pagamento.
    2- È riserva di valori.

    Secondo la teoria del circuito monetario, la moneta si crea all’atto della concessione del credito da parte delle banche. Ho letto che secondo i keynesiani è la liquidità a provocare, con i suoi sbalzi improvvisi, cadute della domanda globale e crisi di disoccupazioni ricorrenti e prolungate. Se ho letto bene, Keynes disse che durante una crisi economica bisogna stampare denaro, prestarlo, indebitarsi e spendere. Ora, questo denaro immesso massicciamente nell’economia può perdersi in mille rivoli ed avvantaggiare a dismisura alcuni attori del mercato. La politica monetaria flessibile alla quale si dovrebbe ricorrere in quelle date condizioni dovrebbe portare a stampare quantità notevoli di denaro per impedire la deflazione (caduta dei prezzi). Così le banche centrali producendo inflazione continua impediscono ai prezzi di crollare. Allora i prezzi interni necessariamente devono rimanere alti e l’industria non diventerebbe più competitiva di prima. L’inflazione poi diventerebbe la causa principale della disoccupazione.
    Il giovane Keynes disse: “L’inflazione trasforma l’economia in una scommessa ed in una lotteria”.

    • Egregio Sig. Girolamo, Lei pensa di rispondere alle argomentazioni di un economista (Keynes) che sta all’economia come Einstein alla fisica, con le ridicole affermazioni di un tal Roberto Gorini che di mestiere fa l’imprenditore ed a tempo perso scrive la sua personale avversione contro lo stato? Ma per favore……..
      “Ho letto che secondo i keynesiani è la liquidità a provocare, con i suoi sbalzi improvvisi, cadute della domanda globale e crisi di disoccupazioni ricorrenti e prolungate”
      Lei estrapola affermazioni prese qua e là senza inserirle nella costruzione teorica Keynesiana, come fa poi a criticarla? Lei sa cosa è la trappola della liquidità? Per Keynes l’aumento o la diminuzione della produzione, del reddito è dato dal livello della domanda, non dal livello della liquidità. Quello che dice Lei è vero in un contesto di economia in espansione dove l’eccesso di liquidità sui mercati finanaziari porta a bolle speculative rovinose, mentre quando si è in recessione profonda (NELLA QUALE CI TROVIAMO NOI ORA, SE NON SE NE E’ ACCORTO) la liquidità (intesa come stampare moneta) non avrà nessuna influenza sul livello della attività economica. Quello che avrà influenza saranno gli investimenti fatti dal settore pubblico che attivano il moltiplicatore fiscale.
      Se vuole capire qualcosa di econopmia Keynesiana forse è meglio che studi meglio i libri di Keynes, oppure può seguire il blog Goofynomics, dove il migliore economista Keynesiano attuale (non ha niente da imparare nemmeno da Paul Krugman e da Joseph Stiglitz nell’interpretare i fatti dell’eurozona) ovvero il Prof. Alberto Bagnai, oltre a darle una lettura perfetta di quanto sta accadendo ora, l’aiuterà a capire perfettamente il pensiero Keynesiano, senza estrapolarne poche idee e per di più confuse…. Cordiali saluti.

      • Aggiungo che se vuole trovare alcune lucidissime analisi di come siano fallaci alcuni luoghi comuni che riguardano i mercati finanziari e non, le consiglio di leggere il blog “Tallone d’Achille” aperto dal Sig. Guido Grossi, che è intervenuto qualche commento più sopra. Cambierà parecchie idee sulla ossessione del debito pubblicobruttocattivo castacorrotta. Esiste una casta corrotta ma è quella costituita dalla oligarchia finanziaria internazionale, che fa molti, ma molti più danni della nostra casta politica. Cordiali saluti.

      • dove il migliore economista Keynesiano attuale

        ne dubito.

  20. LEI SI INNERVOSISCE ED EVADE LE QUESTIONI FONDAMENTALI

    1- L’

  21. Egr. Sig. Girolamo,
    è forse questa è una delle questioni findamentali
    ” Secondo la sua (di Roberto Gorini) visione sono i prezzi che diventeranno competitivi e non le merci e questa strategia serve a compensare il deficit di competitività che ha lo Stato che decide di svalutare. Come le dice si consegue vantaggio per l’export e svantaggi per l’import e l’effetto collaterale rilevante è che si stampa danaro dal nulla ed in questa operazione consiste la svalutazione.”
    A parte che i keynesiani non sono per niente d’accordo che gli effetti positivi di una svalutazione sono temporanei, perchè di fronte ad una forte ripresa della domanda estera (che trascinerà in parte anche la ripresa del mercato interno, per le ovvie beneficche ricadute della maggiore occupazione) è sempre accaduto che si ha una forte degli investimenti proprio perchè l’imprenditore si trova in una fase ciclica positiva e questo è un’effetto duraturo perchè gli investimentio migliorano la competitività dei prodotti italiani – mi spiega come nasce il presunto effetto collaterale di stampa di denaro dal nulla a fronte di una svalutazione? Mi perdoni, ma nonostante lunghe riflessioni, non sono riuscito a trovare alcun nesso logico tra le due cose.
    Cordiali saluti.

  22. LEI SI INNERVOSISCE ED EVADE LE QUESTIONI FONDAMENTALI

    1- L’inflazione al 5-6% all’anno che lei postula erode nella stessa misura il potere d’acquisto del salario che per essere mantenuto nel tempo deve essere indicizzato al tasso d’inflazione. Se il salario cresce, cresce il costo di produzione delle merci perché l’imprenditore deve pagare di più il lavoro ad un incremento del 5-6% annuo. Se non fa così, l’inflazione in 5 anni si mangia il 30% del salario; viceversa, se lo fa cresce il costo del lavoro di un pari valore in 5 anni: cioè cresce del 30% ed addio vantaggi iniziali.
    2- Lei postula la creazione del denaro dal nulla e non la creazione all’atto della concessione del credito bancario. Creare danaro dal nulla ha contribuito a portarci a questo punto assieme ad altre cose.
    3- Deve dire a chi propone queste tesi che deve prepararsi a diventare disoccupato dopo qualche anno perché il suo sistema deve evitare la deflazione e per farlo usa l’inflazione. L’inflazione incrementa i prezzi dei prodotti ed alla fine si arriverà al punto d’oggi: prezzi mantenuti, consumi contratti e disoccupazione elevata.
    Solo in via incidentale, le ricordo che Keynes è morto da tanto tempo e le condizioni di allora non sono per nulla identiche a quelle di oggi in merito a tassi d’interesse, sovranità monetaria (non c’era l’euro), base aurea fino ad un certo punto, cambi stabili, ed altro che le risparmio.
    Lei non doveva accettare la sfida e concluderla in questo poco signorile modo. Lei vorrebbe portare l’Italia in rovina con la sua teoria economica che per essere teoria economica ipotizza uno scenario povero di variabili, fa passare per certa una scienza cui manca l’universalità per renderla tale, lei ipotizza uno scenario non considerando il comportamento umano e ritiene che chi vuole comprare una Mercedes, una BMW, una Golf od un’Audi la debba pagare il 25-30% in più. In nome di quale logica?
    Purtroppo, per sua sfortuna ho letto ed ho da leggere molto più di quello che lei ritiene. Per me la questione è chiusa perché lei pensa di offendere per coprire le sue difficoltà espositive. Bye Bye.

    • Noto che continua a mettermi in bocca cose mai dette o scritte, le risponderò punto per punto:
      1) L’inflazione potrebbe, dico potrebbe, arrivare la 5% dopo la svalutazione solo il primo anno dopo la svalutazione stessa, negli anni successivi tornerà ad essere quella attuale, la nuova lira in caso di cambi flessibili, non si svaluterà tutti gli anni del 20%. Al contrario, dopo la svalutazione del 20% del primo anno, a seguito del probabile miglioramento dei conti con l’estero la valuta si rivaluterà un pochino, per cui l’inflazione non procederà nel 5-6% ogni anno successivo all’uscita dall’euro.
      Seconda cosa, come fa dire che un aumento dei salari del 5% si tramuta in un aumento del 5% dei prezzi? Come avevo cercato di spiegarle più sopra, riguardo la relazione fra prezzi delle materie prime importate e del prezzo dei beni finiti, anche il costo del lavoro è solo una parte del costo totale di un certo prodotto finito, per cui qualsiasi aumento del costo del lavoro NON SI TRASFERIRA’ INTEGRALMENTE sull’inflazione. Se un prodotto mi costa 100 in totale ed il costo del lavoro è 30, un aumento del 5% del costo del lavoro porterà il costo totale del mio bene a 101,5 (1.5 è il 5% di 30) quindi un’aumento del lavoro del 5% in questo caso provoca un aumento dei costi del mio bene dell’1,5%; noti bene che io posso decidere di trasferire al consumatore questo aumento dei costi di 1,5, ma potrei anche decidere di trasferirne solo di 1 per non rendere meno competitivo il mio bene sul mnercato, per cui alla fine potrei avere un aumento del prezzo finale pari ad all’1%, dipende da cosa decide l’imprenditore e dalle condizioni del mercato di sbocco. Se è in crisi, mi conviene moderare l’aumento del prezzo.
      2) Dove avrei scritto di postulare la creazione del denaro dal nulla? Una volta usciti dall’euro, la svalutazione della nuova lira, non avverebbe perchè comicio a stampare nuova moneta, ma per il semplice gioco della domanda ed offerta della nuova valuta: si fermerebbe al 20% perchè nessuna banca centrale dei nostri concorrenti lascerebbe che il mercato porti la lira ad una svalutazione superiore al 20% di cui sopra, perchè renderebbe troppo poco competitivi i beni da loro prodotti. Ho già tentato di spiegarle più sopra perchè si presume che sia il 20% (differenziale di inflazione da quando Italia e Germania hanno un cambio fisso)
      3) Sto solo cercando di dire a quelli che sostengono che bisogna rimanere nell’euro, che continuando in questo regime di cambi fissi le attuali politiche di deflazione per il rientro dal debito pubblico, faranno aumentare i disoccupati continuamente, perchè sottraendo domanda la sistema, ci sarà una ulteriore caduta del PIL. INoltre diminuendo di conseguenza le entrate fiscali, tali politiche faranno anche peggiorare, invece che migliorare, il rapporto debito pubblico/PIL.
      E’ vero che Keynes è morto nel 1945 o 1946, non ricordo bene, ma sono convinto che le sue teorie siano molto più utili per cercare di risolvere la crisi attuale che quelle neo-liberiste, i cui presunti fondamenti (controllando la quantità di moneta, posso controllare l’inflazione ed il livello del PIL) sono state smentite dalla realtà fattuale già dal lontano 1983.
      Cordiali saluti

  23. Patrick Barron is a private consultant in the banking industry. He teaches in the Graduate School of Banking at the University of Wisconsin, Madison, and teaches Austrian economics at the University of Iowa.

    Svalutare significa espansione monetaria. Il nuovo denaro prodotto deve entrare nell’economia da qualche parte — attraverso i pagamenti agli esportatori, per esempio. L’espansione conseguente viene mal interpretata come un segno del successo della svalutazione. Tuttavia nel più lungo termine essa si accompagnata a effetti deleteri come l’aumento del livello dei prezzi, una iniqua redistribuzione del reddito e l’avvio sistematico di investimenti improduttivi. Siccome nel lungo periodo i prezzi dei fattori di produzione degli esportatori aumenteranno facendo svanire i benefici immediati della svalutazione, si innesca inevitabilmente un meccanismo per cui diventa necessario ricorrere ad ulteriori espansioni monetarie. Tanto più sono i paesi che perseguono queste politiche, tanto maggiori le probabilità di generare una gara disastrosa al ribasso.

    • Ripeto che la svalutazione di cui parlo prima è frutto di un riallineamneto del cambio al differenziale di inflazione fra Italia e Germania dal 1996, non di una svalutazione perchè la banca centrale immette una eccessiva offerta di nuove lire. Spero di avere chiarito questo punto.

      • C’E’ SEMPRE IL RISCHIO DELLA SOLUZIONE FASCISTA DELLA CRISI

        Accertato che siamo in molti a credere che il neo-liberalismo sia un male da fronteggiare con misure economiche e, soprattutto, politiche tese ad eliminare parte di quelle leggi pro-deregulation che nel corso degli anni una politica servile ha prodotto ovunque; resta, oltre al problema della disoccupazione, in auge un problema di regolamentazione esterna ai meccanismi del mercato che da solo non è in grado di autoregolarsi. Io ho la mia soluzione politica e rischio di essere rinchiuso in galera ma la propongo ugualmente dopo una breve premessa.
        Considerato che comunque abbiamo un problema energetico e di materie prime da trasformare; resta solo il compito di identificare la soluzione, che io ritengo sia questa:

        UNA CONFEDERAZIONE DI STATI MEDITERRANEI CON SCAMBI COMMERCIALI REGOLAMENTATI SULLA BASE DELL’UTILITA’ RECIPROCA

  24. […] “L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni”, articolo redazionale del 29 aprile 2013 p…(clicca per leggere). […]

  25. […] “L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni”, articolo redazionale del 29 aprile 2013 p…(clicca per leggere). […]

  26. […] crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  27. […] “L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni”, articolo redazionale del 29 aprile 2013 p…(clicca per leggere). […]

  28. non mi faccia perdere tempo cerco un lavoro no un prestito buona giornata l
    annuncio e chiaro basta fare perdere tempo alla gente quando l annuncio e
    chiaro

  29. […] crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l’economia riducendo la spesa pubblica, come annunciato dal Ministro Saccomanni, visto che le più recenti ricerche confermano il risultato keynesiano secondo il quale il […]

  30. […] realtà delle operazioni finanziarie. Innanzitutto, come mostra questo illuminante articolo di Keynesblog, il tasso d’interesse bancario “è invece determinato da altri fattori, in particolare la […]

  31. […] realtà delle operazioni finanziarie. Innanzitutto, come mostra questo illuminante articolo di Keynesblog, il tasso d’interesse bancario “è invece determinato da altri fattori, in particolare la […]

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: