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L’Euro è figlio del neoliberismo

zezza

Il sito Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti partendo dal suo contributo presente all’interno dell’ebook “Oltre l’austerità“. Per Zezza “dichiarare fallito l’esperimento dell’euro” sarebbe “una soluzione preferibile allo status quo, soprattutto se la fine dell’euro è concertata tra i Paesi dell’eurozona”. Inoltre “l’uscita dell’Italia dall’euro, unita alla disponibilità di una nuova Banca centrale italiana a finanziare il deficit pubblico, trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus, togliendo ogni motivo ad ulteriori manovre di austerità.”

1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia “neoliberista” che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?

R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti. Anche se l’ideologia neoliberista è più variegata, a mio avviso ci sono tre elementi di questa ideologia che sono alla radice della crisi attuale: il primo è l’idea che se una quota maggiore del reddito va ai ceti più abbienti (e ai profitti delle imprese), gli investimenti aumenteranno, l’economia fiorirà creando posti di lavoro, e l’aumento del benessere verrà diffuso a tutti (la cosiddetta trickle-down economics). Si è quindi provveduto a ridurre le aliquote di imposta sulle fasce più alte di reddito, e la quota dei profitti sul reddito prodotto è aumentata in tutti i Paesi industrializzati. Ma se il reddito di una piccola minoranza della popolazione è aumentato rapidamente, il reddito della famiglia mediana è rimasto al palo, spingendo le famiglie verso l’indebitamento vuoi per difendere il tenore di vita relativo, vuoi per potersi permettere servizi sempre più cari, in particolare (soprattutto negli Stati Uniti) sanità e istruzione.

Un secondo elemento del neoliberismo è l’idea che i mercati, in particolare i mercati finanziari, siano efficienti e in grado di governarsi da soli. Questo ha portato ad eliminare, prima negli Stati Uniti e poi altrove, la regolamentazione che impediva alle banche tradizionali di operare in mercati più speculativi. L’ideologia prevedeva che una minore regolamentazione avrebbe consentito di finanziare un maggior numero di investimenti riducendo il rischio. Nei Paesi che hanno deregolamentato, a fronte di famiglie desiderose di espandere le proprie spese indebitandosi, è aumentata la disponibilità di credito anche a soggetti che non offrivano adeguate garanzie, perché lo sviluppo del mercato dei derivati consentiva alla banca di passare ad altri il rischio dei “prestiti facili”.

Il terzo elemento dell’ideologia neoliberista è lo specchio del secondo: i mercati sono efficienti, mentre il settore pubblico è inefficiente, corrotto, sprecone. Va ridotta la presenza dello Stato nell’economia, per avere maggiore benessere.

A distanza di oltre trent’anni dal primo governo Thatcher, dovrebbe essere ormai possibile tracciare un bilancio del programma neoliberista, e constatarne il totale fallimento: le privatizzazioni non hanno aumentato l’efficienza nella fornitura dei servizi, ma hanno senz’altro aumentato le fortune di chi ha preso in gestione i mercati prima pubblici; la deregolamentazione dei mercati finanziari ha consentito che si arrivasse alla crisi dei mutui negli Stati Uniti, che si è trasmessa rapidamente in Europa, costringendo i governi ad intervenire per salvare le proprie banche, e contribuendo in questo modo alla esplosione dei deficit pubblici; infine, la concentrazione dei redditi nelle mani di pochi ha contribuito a tener bassa la domanda, e non si è tradotta in maggiori investimenti produttivi e in un aumento duraturo del benessere.

Nonostante questi fallimenti, mi sembra che le tre idee di cui ho parlato abbiano ancora un forte fascino in Italia. E anche i movimenti contro la “casta dei politici” che si propongono di smantellare gran parte delle strutture pubbliche di governo – invece di renderle efficienti – forniscono supporto al neoliberismo.

2) Nel suo articolo, Lei parla anche della Grecia e della crisi del debito. Si parla molto in questi giorni della situazione in Grecia, si grida allo scandalo, denunciando una situazione che potrebbe degenerare in una guerra civile e poi si smentisce tutto, dichiarando che il paese è ancora in gravi difficoltà, ma che iniziano a farsi sentire i primi campanelli d’allarme sulla ripresa. Lei quale pensa sia la reale situazione della Grecia in questo momento?

R. Anche la Grecia ha subito i processi di cui abbiamo già parlato. E inoltre, come in Italia, la Grecia soffre della incapacità di raccogliere le tasse in modo equo e di gestire la spesa pubblica in modo efficiente, e questi aspetti contribuiscono ad una divaricazione nei redditi in cui solo in pochi riescono ad aumentare considerevolmente i loro redditi. Detto questo, la Grecia aveva un problema irrisolto di indebitamento con l’estero, mentre il suo debito pubblico – allo scoppio della crisi greca – non era particolarmente elevato in una prospettiva storica, e soprattutto era facilmente gestibile con interventi da parte delle istituzioni europee e della BCE. Si è deciso invece far provare ai greci a ridurre il loro debito pubblico tramite misure di austerità, per scoprire quel che noi “eterodossi” abbiamo sempre sostenuto: un taglio del deficit pubblico in una fase di crisi economica, facendo cadere la capacità di acquisto dei cittadini, provoca un calo della domanda di beni prodotti dal settore privato che è un multiplo del taglio iniziale nella spesa pubblica. La conseguenza è un calo del PIL più rapido del calo nel deficit pubblico, per cui il rapporto deficit/PIL e debito/PIL non diminuiscono, mentre la disoccupazione aumenta. Se guardiamo al PIL reale, la Grecia è tornata al livello che aveva nel 2001, è tornata indietro di 12 anni, e poiché il PIL reale non tiene conto della distribuzione dei redditi, gli effetti di cui abbiamo detto comportano probabilmente, per la famiglia mediana, una perdita di benessere ancora maggiore. Le mie stime prevedono che, senza un intervento di sostegno massiccio all’economia greca, la situazione continuerà a peggiorare almeno fino alla fine del 2014. Deboli segnali di una inversione di tendenza vengono dai conti con l’estero, che sono migliorati sia per il crollo delle importazioni, sia perché i programmi di rifinanziamento del debito hanno consentito di ridurre gli interessi pagati dai greci ai creditori esteri, ma se il governo continuerà con ulteriori misure di austerità, il miglioramento dei conti con l’estero sarà del tutto insufficiente per una ripresa dell’economia.

3) Nel suo contributo, Lei ha anche parlato di “austerità espansiva”. Ci può spiegare cosa si intende esattamente con questo termine?

R. Nessun governo potrebbe proporre e far accettare manovre di austerità nella consapevolezza che comportino un crollo della produzione e del benessere, ed un aumento della disoccupazione. Chi propugna l’austerità nei conti pubblici e il contenimento dei salari ha in mente almeno due effetti espansivi: il primo si ottiene quando il calo di prezzi e salari, relativamente a quello dei Paesi concorrenti, aumenta la competitività del Paese, e quindi le esportazioni nette. Il secondo effetto opererebbe tramite le aspettative dei consumatori/risparmiatori sui redditi futuri: se il governo taglia oggi la spesa pubblica, potrà in futuro ridurre le tasse, e quindi se il reddito futuro aumenterà si può risparmiare di meno e spendere di più.

Di questi due effetti, il primo opera lentamente ed è completamente inefficace quando l’intera zona euro persegue la stessa politica: se tutti i Paesi concorrenti riducono prezzi e salari, la loro posizione competitiva non cambia, e l’unico effetto è deprimere la domanda interna in ciascun Paese. Il secondo effetto si basa su quella che Krugman chiama la “confidence fairy”, la fatina della fiducia, e può andar bene per chi crede nelle fate, piuttosto che nei dati.

4) Dal suo testo si evince che secondo Lei una soluzione potrebbe essere quella di un’uscita dall’euro, seppur con le conseguenze che questa porterebbe. Ad oggi, essendo passati alcuni mesi dal teso sopra citato, pensa ancora che questa sarebbe una soluzione vincente per il nostro paese?

R. Le istituzioni che governano l’euro sono state impostate con una logica neoliberista, di cui dobbiamo liberarci per uscire dalla crisi. Il problema quindi non è l’euro di per sé, ma l’ideologia che impedisce interventi sulla distribuzione del reddito, sulla regolamentazione del sistema bancario, sulla gestione efficiente dei beni pubblici contrastandone la privatizzazione.

L’uscita dell’Italia dall’euro, unita alla disponibilità di una nuova Banca centrale italiana a finanziare il deficit pubblico, trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus, togliendo ogni motivo ad ulteriori manovre di austerità. La possibilità di far variare il cambio della nuova valuta italiana, inoltre, renderebbe inutili ulteriori politiche di deflazione salariale.

Questi stessi risultati si potrebbero ottenere con una modifica radicale nell’impostazione della politica europea, ma non sembra che questa sia all’orizzonte, e quindi ritengo che dichiarare fallito l’esperimento dell’euro sia una soluzione preferibile allo status quo, soprattutto se la fine dell’euro è concertata tra i Paesi dell’eurozona.

Fonte: forexinfo.it

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17 commenti su “L’Euro è figlio del neoliberismo

  1. it’s not about turning the deficit into a surplus, it’s about running a sufficient budget deficit to cover the need to pay taxes and savings desires which means sustained full employment.

  2. Va ridotta, infatti, la presenza dello Stato “sprecone” nell’economia.

    • Bello lo slogan, ma le favole non sono la realtà!

    • “Sprecone” significa che spende molto. Lasciando la morale ai preti, non vedo come questo possa essere uno svantaggio per l’economia.

      AlessandroV

      • Se si dovesse fare un bilancio degli sprechi, e uno dei costi per interessi sui titoli di stato, capirebbe subito che il problema non è interno, ma esterno. Finiamo la di pensare agli sprechi!…
        Le lezioni economiche, nelle belle parole neoliberiste, spesso (sempre), non tengono conto degli switching costs! Quanto costa convertire tutto!!l’economia, la cultura organizzativa!…
        Siamo disposti a sostenere questo costo??chi dovrà sostenerlo?? SEMPRE LA POVERA GENTE??
        Questi neo furbacchioni sono ancora fortunati ad avere seguaci tra i politici e soldi per sguazzare liberamente!
        La questione va portata alle persone e agli elettori, che FINORA, NON SONO STATI INFORMATI SULLA RISCHIOSITÀ DELLE OPERAZIONI EUROPEE! NESSUNO LO SA! Per loro è come vedere una partita di calcio….tifano

      • Io sono piu’ che persuaso che uno Stato non puo’ mai essere “sprecone”, al massimo spendera’ male i soldi che ha, ma in ogni caso fa girare l’economia.
        Ridurre la spesa pubblica, invece, e’ sottrarre sangue all’economia reale.

      • E’ uno svantaggio se, come in Italia, la quota di spesa in conto corrente (consumi pubblici) è di molto superiore alla quota di spesa in conto capitale (investimenti pubblici).

    • Infatti, quando Lei avrà l’unghia incarnita, le amputeremo la gamba all’istante. Perché curare se si può eliminare il problema con un taglio netto?

  3. A quanto sopra detto aggiungo la seguente cosa:

    CLAMOROSA AUTORETE DI MARCHIONNE !!!
    … nella sua nota dichiarazione di valutare l’abbandono degli investimenti in Italia, qualora uscisse dall’euro…

    Mi sono chiesto, … “perchè Marchionne, uno che ha i propri risparmi ben sicuri all’estero parla per conto della FIAT, che usa benissimo la finanza internazionale per tutelarsi dai rischi di cambio, ha affermato tale concetto (secondo me) ricattatorio, compiendo un clamoroso autogoal?

    Semplice…

    Marchionne ha di fatto ammesso che l’euro non è una moneta, ma è uno “strumento di governo”, usato per abbattere i salari ed il costo del lavoro (come scusa del recupero di competitività internazionale): se continuiamo così in Italia, fra un paio d’anni, la gente accetterà 700 euro al mese pur di tamponare la fame!!! altro che ritenere troppo pochi 1200 euro per spaccarsi la schiena.

    saluti

    MAXIMUS

    • Detto in altri termini: la Fiat non ragiona più in euro, ma in dollari.
      L’uscita dell’Italia dall’euro dovrebbe infatti essere vista positivamente in termini di recupero di competitività degli stabilimenti italiani, in seguito alla inevitabile svalutazione susseguente. Se ciò non è apprezzato da Marchionne, l’unica ragione evidente è che gli assets italiani provocherebbero una perdita nei bilanci della Fiat americanizzata.
      L’auto sarà quindi – comunque vada – il prossimo settore industriale che verrà dismesso: se restiamo nell’euro, la Fiat non sembra in grado di affrontare la concorrenza (e 700 euro sono ancora troppe se in Serbia i lavoratori sono pagati a meno della metà); se usciamo dall’euro, Marchionne traslocherà la sede a Detroit.

    • eeem caro Maximus, veramente la gente accetta già 700 euro al mese e anche di meno pur di lavorare… 1200 è diventata un pacchia
      Comunque Zezza ha detto tutto quello che c’è da dire in maniera chiara e semplice, niente da aggiungere

  4. Ragazzi complimenti per il sito, è uno dei migliori che ho visto.

    Bravi,. bravi e ancora bravi.

    Raro è vedere siti che parlano di economia in maniera chiara e con serietà professionale, senza dare facili soluzioni, e permettendo un dialogo proficuo fra compagni di merenda e ponendo tutto sommato il beneficio del dubbio senza cadere nel categorico (penso che nella vita, in politica ed in ecnomia non sia possbile farlo)

    Tale humus di buon senso e verve mi aggrada, forse perchè non siete neo liberisti… ha ha… quelli hanno una malattia di complicare tutto… immagino volutamente, ti riescono a trasformare politiche di fallimento totale dimostrate da 20 anni di disastri sociali ed economici in ricette e kinder pinguì… solo con il buon senso ci si arriva che è semplicemtne tutto a rovescio, guardando fuori dalla finestra.

    Il problema è questo, io da ignorante mi sento più vicino a queste politiche e direi filosofia del maestro Keyness fosse anche per i successi del passato e l’intento rispettare a dignità umana e valori più nobili della società civile, certamente ci sarà bisogno di rivisitare il percorso e fare correzioni di volta in volta, questi li vedo come dettagli per gli specialisti, i tecnici, ma intanto usciamo da questo vicolo cieco intellettuale.

    Come dicevo il problema è questo, nel pensiero, nell’ideologia. Giovani che seppur disperati non osano criticare il messaggio centrale del neoliberismo, non sto parlando di gente anziana che tutto sommato forse non ha l’energia di pensare fuori dagli schemi, ma dei giovani, quelli che frequentano le università di economia devono assolutamente ribellarsi a questa struttura con cui è pensata la materia, una struttura aristocratica basata sulla speculazione e lo sfruttamento di persone e stati, quello che vedo è una incapacità di prendere coscienza, io come ho detto sono ignorante, di simpatia verso il neo libersimo ne ho zero, ma se funzionasse non avrei eccessive critiche, è il fatto che non funziona, oltre ad essere oggettivamente brutto di suo questo neo liberismo a partire dal nome, prendi un sistema che risale al primo capitalismo selvatico e lo modernizzi con un neo sopra, per carità, sarebbe come abbellire il nazismo con il neo nazismo, e invece mi trovo a discutere con giovani che dimastrano grandi capacità ed intelligenza, ma che non osano mettere in discussione quanto appreso e il messaggio propinato, probabilmente proprio per la giovane età e la mancanza di esperienza e vissuto in società precedenti dove si stava certamente meglio pur avendo 1/10 di questa tecnologia che oggi probabilmente è in grado di liberarci di quasi tutte le frome di schivitù e di mestizia.

  5. Grazie di cuore per l’interessantissimo articolo, una conferma dei tanti danni arrecati dal neoliberismo alle classi popolari europee ed americane.

  6. L’articolo è molto interessante, ma siccome non so nulla d’economia non me la sento di dare un giudizio. Da tempo ci dicono che uscire dall’euro sarebbe un disastro senza farci capire perché. Questa è la prima volta che trovo una spiegazione chiara. Sono una convinta europeista, ma mi chiedo: Se l’Inghilterra ha voluto restare fuori dall’euro e nello stesso tempo appartiene all’Unione europea la ragione non sarà solo perché la sterlina non applica il sistema decimessimo tornareale. Si dice che anche il signoraggio sull’euro sia un ulteriore aggravio. Penso che un eventuale referendum non possa risolvere il problema prché la maggior parte della popolazione non è in grado di sapere, come me, se sia più o meno conveniente. Nel caso volessimo sganciarsi dall’euro l’Italia dovrebbe pagare una penale? Che fine farebbero i nostri risparmi?

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