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[grafico] Gli straordinari effetti della repressione dei mercati finanziari

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Il grafico  (tratto da Alan M.Taylor, The Great Leveraging, basato sui dati di Reinhart e Rogoff, This time is different) mostra la percentuale delle economie in una crisi finanziaria tra il 1800 e il 2008 (be’ sì il famoso lungo periodo). Tra il 1940 e gli anni 70 (i famosi “30 gloriosi”) nessuna economia avanzata ha vissuto una crisi finanziaria ed anche le economie meno sviluppate sono state sostanzialmente stabili. E’ l’unico periodo nell’intera storia del capitalismo moderno a presentare una stabilità così elevata.

Cosa è successo? In quegli anni, caratterizzati dalla vittoria del keynesismo (sia pure “bastardo” come lo definiva l’allieva di Keynes Joan Robinson), la finanza era strettamente regolata (si pensi al Glass-Steagal Act), tanto che Reinhart e Rogoff hanno parlato di “repressione finanziaria”, e tutte le economie del mondo si rifacevano alle prescrizioni pratiche di Keynes circa la gestione della domanda effettiva.

Dagli anni 70, con la fine del sistema di Bretton Woods, la liberalizzazione dei mercati finanziari e dei commerci internazionali, il progressivo abbandono delle politiche di intervento pubblico, le crisi sono tornate, fino al grande crack di 5 anni fa.

(il grafico è tratto dal blog Naked Keynesianism di Matias Vernengo)

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15 commenti su “[grafico] Gli straordinari effetti della repressione dei mercati finanziari

  1. Quando ci accorgeremo e saremo consapevoli di aver vissuto nell’epoca dell’idolatria del liberismo sarà troppo tardi. Solo allora una catarsi potrà risollevarci da un potere iniquo e cieco.

  2. Questo grafico mi ha lasciata tra l’incredulita’ e la frustrazione.

    Siamo veramente un gregge di pecore ritardate. Ci dovremmo vergognare della nostra incapacita’ di difendere qualcosa che e’ perfettamente difendibile – il diritto a non farsi prendere in giro!

  3. Tante grazie agli pseudo-economisti che avrebbero dato scientificità alla deregolamentazione. E’ incredibile come si possano fare tanti passi indietro. L’ennesima prova che l’economia è una scienza ancora tutta da esplorare e forse ancora oggi non possiamo definirla scienza a tutti gli effetti

  4. Ex bancario, per più di trent’anni mi sono occupato di fidi alle aziende. Ci vuole fatica, pazienza e si rischia di sbagliare. Poi, fine anni 80, si accorsero che, vendendo prodotti finanziari, si guadagnava con meno fatica e meno rischio. Io, finché ho potuto, ho continuato a fare il mio mestiere e poteva succedere (anche spesso) che un’aziendina di cinque dipendenti, dopo un anno ne aveva otto e dopo due anni dodici e ciò (anche) perché un titolare di filiale aveva dato fiducia, magari oltre il merito iniziale. Ovvio, se c’è la crisi non basta però intanto si è perduta una mentalità, un saper fare, un atteggiamento; ci si ripara dietro i vincoli, le disposizioni, le varie basilee così come una volta ci si riparava dietro la legge bancaria del 36.

  5. […] Vale la pena qui ricordare che proprio la crisi del 1929 indusse gli Stati Uniti a stabilire la separazione tra banche commerciali e banche di investimento e ad introdurre limiti alla speculazione con il noto Glass-Steagal Act, che contribuì a quella che è stata successivamente chiamata “repressione finanziaria”, il periodo più lungo di stabilità del capitalismo. […]

  6. […] il pilastro di quella “repressione dei mercati finanziari” che ha assicurato al mondo alcuni decenni di quasi totale tranquillità al riparo dalle esuberanze della finanza […]

  7. […] e successive grandi contrazioni, e che così continuò fino alla crisi del 1929. Al contrario, dal 1933 in poi nulla di paragonabile è accaduto e i panici finanziari sono diventati un pallido ricordo fino al 2008. Chissà […]

  8. […] e successive grandi contrazioni, e che così continuò fino alla crisi del 1929. Al contrario, dal 1933 in poi nulla di paragonabile è accaduto e i panici finanziari sono diventati un pallido ricordo fino al 2008. Chissà […]

  9. […] Il paradosso è che le politiche keynesiane furono rese possibili proprio da ciò che i noeuro avversano: un sistema di cambi fissi (ma su questo anche Brancaccio concorda, quando ad esempio parla di “ingenui apologeti del cambio flessibile” nel citato Monito degli economisti). Dal dopoguerra al 1971 il mondo è stato governato dal Gold Exchange Standard stabilito a Bretton Woods, un sistema di cambi fissi che permetteva solo qualche aggiustamento. Questa è stata l’epoca keynesiana. Dal momento in cui Nixon distrusse quel sistema, il mondo conobbe una forzata trasformazione a tappe in senso liberista, dettata dalla liberalizzazione dei movimenti di capitali che, volenti o nolenti, vincola le economie più deboli o ritardatarie a cercare ogni mezzo per attrarre capitali (dalla fissazione del cambio all’emissione di titoli in valuta estera) per finanziare le importazioni, non solo di prodotti di consumo, ma anche di beni capitali. Un’alternativa è diventare campioni di liberismo, come i paesi anglosassoni, costruendo un’economia quasi completamente finanziarizzata, diseguale ed estremamente fragile. […]

  10. […] Il paradosso è che le politiche keynesiane furono rese possibili proprio da ciò che i noeuro avversano: un sistema di cambi fissi (ma su questo anche Brancaccio concorda, quando ad esempio parla di “ingenui apologeti del cambio flessibile” nel citato Monito degli economisti). Dal dopoguerra al 1971 il mondo è stato governato dal Gold Exchange Standard stabilito a Bretton Woods, un sistema di cambi fissi che permetteva solo qualche aggiustamento. Questa è stata l’epoca keynesiana. Dal momento in cui Nixon distrusse quel sistema, il mondo conobbe una forzata trasformazione a tappe in senso liberista, dettata dalla liberalizzazione dei movimenti di capitali che, volenti o nolenti, vincola le economie più deboli o ritardatarie a cercare ogni mezzo per attrarre capitali (dalla fissazione del cambio all’emissione di titoli in valuta estera) per finanziare le importazioni, non solo di prodotti di consumo, ma anche di beni capitali. Un’alternativa è diventare campioni di liberismo, come i paesi anglosassoni, costruendo un’economiaquasi completamente finanziarizzata, diseguale ed estremamente fragile. […]

  11. […] Il paradosso è che le politiche keynesiane furono rese possibili proprio da ciò che i noeuro avversano: un sistema di cambi fissi (ma su questo anche Brancaccio concorda, quando ad esempio parla di “ingenui apologeti del cambio flessibile” nel citato Monito degli economisti). Dal dopoguerra al 1971 il mondo è stato governato dal Gold Exchange Standard stabilito a Bretton Woods, un sistema di cambi fissi che permetteva solo qualche aggiustamento. Questa è stata l’epoca keynesiana. Dal momento in cui Nixon distrusse quel sistema, il mondo conobbe una forzata trasformazione a tappe in senso liberista, dettata dalla liberalizzazione dei movimenti di capitali che, volenti o nolenti, vincola le economie più deboli o ritardatarie a cercare ogni mezzo per attrarre capitali (dalla fissazione del cambio all’emissione di titoli in valuta estera) per finanziare le importazioni, non solo di prodotti di consumo, ma anche di beni capitali. Un’alternativa è diventare campioni di liberismo, come i paesi anglosassoni, costruendo un’economia quasi completamente finanziarizzata, diseguale ed estremamente fragile. […]

  12. […] Tutto ciò sembra confermare l’intuizione di K. Polanyi consistente nell’azione politica non semplicemente volta a garantire la supremazia del mercato, ma addirittura essere la causa determinante dell’esistenza del libero mercato, fino a quando, con altrettanta spontaneità la politica ritiene debba porre limiti al laissez faire per via di tensioni sociali causate da quel libero operare del mercato. Il paradosso, è la tesi di Polanyi, è che quei limiti posti al mercato non garantiscono la tenuta della democrazia e conseguentemente, diremmo oggi, la tutela dei diritti umani (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi 1974). Seguendo la tesi di Polanyi, la fase attuale sembra essere quella della supremazia del mercato. Ciò significa che l’agire dei governi viene regolato da indicatori, reali o pseudo tali, determinati nei vari mercati. Ne discende inevitabilmente la domanda retorica se crescita e piena occupazione possano realmente dipendere da elementi quali la regola di Taylor, attraverso la quale le banche centrali ritengono di poter fissare quel tasso di interesse nominale coincidente con quello reale che conduce all’equilibrio macroeconomico di pieno impiego. Così come crescita e pieno impiego dipenderebbero dal raggiungimento di un prefissato tasso di indebitamento pubblico che influenza lo spread positivo rispetto al più basso dei tassi di interesse sul debito pubblico registrabile in un data comunità sovranazionale. Ancora, ritenere che la globalizzazione conduca a quel tanto desiderato pieno impiego anche attraverso la negoziazione internazionale dei capitali (cross border) con l’ausilio delle banche. Infine, come già richiamato, quella crescita e quel pieno impiego desiderati non possono che raggiungersi attraverso la deregolamentazione del mercato del lavoro. Deregolamentazione che quando diverrà completa, allora non potrà che far intendere la disoccupazione come evento liberamente e volontariamente scelto dal lavoratore e così definitivamente rimuovere le cause che hanno contribuito a sperimentare trent’anni gloriosi. […]

  13. […] Tutto ciò sembra confermare l’intuizione di K. Polanyi consistente nell’azione politica non semplicemente volta a garantire la supremazia del mercato, ma addirittura essere la causa determinante dell’esistenza del libero mercato, fino a quando, con altrettanta spontaneità la politica ritiene debba porre limiti al laissez faire per via di tensioni sociali causate da quel libero operare del mercato. Il paradosso, è la tesi di Polanyi, è che quei limiti posti al mercato non garantiscono la tenuta della democrazia e conseguentemente, diremmo oggi, la tutela dei diritti umani (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi 1974). Seguendo la tesi di Polanyi, la fase attuale sembra essere quella della supremazia del mercato. Ciò significa che l’agire dei governi viene regolato da indicatori, reali o pseudo tali, determinati nei vari mercati. Ne discende inevitabilmente la domanda retorica se crescita e piena occupazione possano realmente dipendere da elementi quali la regola di Taylor, attraverso la quale le banche centrali ritengono di poter fissare quel tasso di interesse nominale coincidente con quello reale che conduce all’equilibrio macroeconomico di pieno impiego. Così come crescita e pieno impiego dipenderebbero dal raggiungimento di un prefissato tasso di indebitamento pubblico che influenza lo spread positivo rispetto al più basso dei tassi di interesse sul debito pubblico registrabile in un data comunità sovranazionale. Ancora, ritenere che la globalizzazione conduca a quel tanto desiderato pieno impiego anche attraverso la negoziazione internazionale dei capitali (cross border) con l’ausilio delle banche. Infine, come già richiamato, quella crescita e quel pieno impiego desiderati non possono che raggiungersi attraverso la deregolamentazione del mercato del lavoro. Deregolamentazione che quando diverrà completa, allora non potrà che far intendere la disoccupazione come evento liberamente e volontariamente scelto dal lavoratore e così definitivamente rimuovere le cause che hanno contribuito a sperimentare trent’anni gloriosi. […]

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