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Neanche Say credeva alla Legge di Say

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Jean-Baptiste Say

Il Prof. Riccardo Puglisi in un articolo sul suo blog ha (ben) spiegato cos’è il Prodotto Interno Lordo. Ma all’interno dell’articolo si può leggere anche qualcosa di più controverso di una semplice identità contabile:

«E un concetto ancora più prezioso che entra in ballo qui è quello di circuito del reddito: come sintetizzato nella Legge di Say (colposamente o dolosamente presentata in maniera caricaturale dal famoso economista John Maynard Keynes) la domanda di beni nasce dal lato dell’offerta (cioè dal lato delle imprese e degli altri soggetti che producono beni e servizi) in quanto le imprese che vendono con successo beni e servizi danno risorse monetarie a lavoratori e capitalisti come reddito che serve a costoro per comprare beni e servizi finali, in un circolo virtuoso in cui vorremmo sempre essere immersi. E che succede se non tutto il reddito viene speso in consumi? La differenza positiva tra reddito e consumo si chiama risparmio ed è costituito da risorse monetarie che possono essere prestate alle imprese carenti di risorse interne per acquistare beni di investimento: un altro importante canale dentro il circuito del reddito complessivo.»

Il Prof. Puglisi in vena di polemiche compie un errore. Keynes in realtà ha solo sintetizzato, con l’espressione “l’offerta crea la sua domanda”,  le formulazioni della Legge di Say  elaborate da J.S.Mill, David Ricardo e Alfred Marshall, i quali comunque non si distanziarono dalla formulazione originaria di Say del 1803: «Il solo fatto della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti».

Ma cosa pensava di tutto ciò l’autore della “legge”, cioè Jean-Baptiste Say? Diciassette anni dopo il suo Traité d’économie politique, in una lettera ad un altro grande economista classico, Thomas Malthus, Say prende le distanze da Ricardo e appare molto scettico, in base all’esperienza, sull’ipotesi che il circuito del reddito non abbia perdite e che quindi tutti i redditi si trasformino in domanda (enfasi nostre):

«Ricardo insiste sul fatto che, nonostante le tasse e le altre imposte, ci sia sempre tanta produzione quanto è il capitale investito e che tutto il capitale risparmiato venga sempre impiegato, perché l’interesse non venga perduto. Al contrario, molti risparmi non vengono investiti, quando è difficile trovare per loro un impiego e molti di quelli che vengono impiegati vengono dissipati in impieghi mal concepiti. Inoltre, Ricardo è totalmente confutato non solo da quello che è successo nel 1813, quando gli errori del governo hanno rovinato tutto il commercio e quando l’interesse del denaro è sceso a livelli molto bassi, per mancanza di buone opportunità di impiegarlo, ma lo è anche dalle nostre attuali circostanze, nelle quali i capitali stanno tranquillamente dormendo nelle casse dei loro proprietari

Il che, guarda caso, è esattamente quanto diceva Keynes!

Insomma, neppure Say all’atto pratico credeva alla legge di Say. Niente di cui stupirsi: del resto Ricardo non credeva all’equivalenza ricardiana. 

 

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7 commenti su “Neanche Say credeva alla Legge di Say

  1. mi chiedo; che senso ha, di parlare di say in un,epoca in cui cosidette banche centrali (saldamente gestite nell,interesse delle corporazione e della finanza in cui il valore delle aziende sono solo un opzional al punto in cui gli stessi “propietari” non ne “sanno” il valore reale, se venissero eliminate le spurie di una politica monetaria accondiscendente,soprattutto per quando riguarda le grosse corporate interne ed internazionale , e le aziende quotate in borsa in generale il cui valore è puramente simbolico) stampando “soldi” a gogo da offrirne” in quantita pressoche illimitate a qualsiasi intermediario finanziario, (leggasi banche commerciali e fondi di investimenti) quasi come se fossero delle fishes di quelle che si usano nei casino. di certo che sarebbe bello se le banche tornassero ad essere sotto il controllo dello stato e dei cittadini (intendo rappresentanti dei cittadini regolarmente eletti) ma si sa le nuove tecnologie ci hanno reso perfino a noi pulci “cosi creativi” figuriamoci per chi ha “la fortuna” ed anche le capacita di essere veramente creativo (insomma fa figo) peccato che qualche volta sbagliano o la cosa gli salta di mano e qualche migliaia di persone in tutto il mondo ci lascia le penne, ed altri vengono perseguiti per errori commessi da altri. posso sbagliare ma questa è l,idea che mi sono fatto della finanza e della validita di leggi e teoremi nate molti decenni fa’ ed in cui la finanza creativa ha completamente rese inutile a partire dallo stesso buon vecchio keynes che è si usato ma solo per foraggiare apparati militari e nazioni guerrafondaie.

  2. Non conoscevo il prof. Puglisi prima di leggere questo articolo. Oltre ad essere in vena di polemiche, egli ha anche il vizietto di non sopportare i commenti critici.
    Ieri, dopo aver letto questo articolo, sono andato sul suo blog e letto, oltre all’articolo in discussione, quest’altro: https://ricpuglisi.it/2017/07/14/ma-guarda-un-po-la-gerontocrazia68ina-si-accorge-che-i-giovani-sono-poveri/ , in calce al quale ho pubblicato il seguente commento:

    @Prof. Riccardo Puglisi,
    Anche Lei vittima della DISINFORMAZIONE berlusconiana, come quasi 60 milioni di Italiani?
    Ha omesso la riforma delle pensioni più severa: quella di SACCONI.
    Per riparare in piccola parte, faccio un riepilogo sintetico di cose che negli ultimi sei anni ho già dovuto scrivere decine di volte.
    Riforme delle pensioni
    Dal 1992, le riforme delle pensioni sono state 8 (Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010; Berlusconi/Sacconi, 2011; Monti-Fornero, 2011).
    Sacconi, non Fornero
    L’allungamento eccessivo dell’età di pensionamento è stato deciso molto più da Sacconi (DL 78/2010, art. 12, + integrazioni con DL 98/2011 e DL 138/2011) che da Fornero (DL 201/2011, art. 24):
    – sia portando l’età di pensionamento per vecchiaia, senza gradualità, a 66 anni per tutti i lavoratori dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per tutti i lavoratori autonomi, tranne le lavoratrici dipendenti del settore privato, per le quali ha poi provveduto Fornero nel 2011, ma gradualmente entro il 2021 (poi, 2018);
    – sia introducendo – sempre Sacconi e non Fornero – l’adeguamento triennale all’aspettativa di vita (che dopo l’adeguamento del 2019, cioè dal 2021, in forza della riforma Fornero, diverrà biennale), che ha portato finora l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 nel 2020 e poi oltre.
    Anche il sistema contributivo l’ha introdotto la riforma Dini nel 1995, non la riforma Fornero nel 2011; ella ha solo incluso, col calcolo pro rata dal 1.1.2012, quelli esclusi dalla legge Dini, che all’epoca avevano già 18 anni di contributi, quindi nel 2012 TUTTI relativamente anziani, equiparando così i giovani e tutti gli altri.

    Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità (Goebbels)
    Come è potuto succedere un caso così eclatante di DISINFORMAZIONE sulle pensioni, analogo a quelli coevi sul risanamento iniquo e recessivo dei conti pubblici nella scorsa legislatura, che sarebbe ascrivibile a Monti, quando invece Berlusconi lo ha battuto per 4 a 1 (267 mld cumulati contro 62), o sugli obiettivi statutari della BCE (art. 2/Obiettivi Statuto BCE)? I circa 60 milioni di Italiani sono stati vittime della vulgata diffusa ad arte dalla potentissima propaganda berlusconiana-leghista e simile; coadiuvata dalla stessa coraggiosa millantatrice professoressa Fornero, la quale, nella sua legge di riforma (DL 201/2011, art. 24), anziché limitarsi a modificare ed integrare la legislazione preesistente, ha ripetuto le misure della severissima riforma SACCONI (che, dal suo canto, non rivendica la paternità e smaschera il plagio ma lo asseconda) – è facile verificarlo confrontando i testi delle due leggi -, e poi l’ha menata per anni, per vantarsi di aver salvato l’Italia dal default (cosa smentita nettamente dai numeri; peraltro, gli stessi risparmi derivanti dalla riforma Fornero ci saranno soprattutto dal 2020), prendendosi masochisticamente insulti e maledizioni, perfino dall’on. Matteo Salvini, il finto smemorato che votò assieme al suo partito – la Lega Nord – la severissima riforma delle pensioni Sacconi (la quale – essa sì – ha portato e porterà l’età di pensionamento a 67 anni e oltre) e promette, una volta al governo, di mandare in esilio la professoressa Fornero perché costringerebbe gli Italiani a lavorare fino a 70 anni.
    Spero di essere stato utile a ristabilire, in una materia così importante, delicata e d’interesse generale, la verità dei fatti.

    Commento che egli ha censurato. Accortomi della censura, ho postato il seguente commento:

    @Prof. Riccardo Puglisi
    Ha censurato il mio commento? Rilevo un’incongruenza logica: lei critica l’attaccamento al potere dei sessantottini e a sua volta gestisce con la stessa logica il suo piccolo potere sul suo blog: 1. adottando la moderazione preventiva dei commenti; 2. impedendo, per giunta, l’allegazione di URL (volevo allegare le prove documentali, ma non mi è stato possibile); e 3. censurando un commento critico basato su dati ufficiali e facilmente riscontrabili, che feriva il suo amor proprio ‘delicato’.
    Voi “destri”, causa un’educazione stortignaccola (troppo severa), siete caratterialmente fragili e, di solito, per compensare questa fragilità fate un uso abnorme della triade menzogna-negazione freudiana-proiezione; per quest’ultima, lei proietta sui sessantottini un difetto che si vergogna di riconoscere a se stesso.
    PS: Renderò nota la censura sul mio blog e su Keynesblog.

  3. Non ho la preparazione per cogliere la sottigliezza, credo. Mi fermo a Y = Y(K,L), dove però mi chiedo: perchè i casi di capitale lasciato a dormire o impiegato male dovrebbero inficiare la corrispondenza tra domanda e offerta? Non stiamo ragionando su una famigliola, ma sull’economia di un insieme macroscopico, un intera nazione. Quindi la funzione Y può venire depotenziata, in modo che a pari K dia valori minori (cioè mediamente minori). Regge anche per una qualunque Cobb-Douglas, basta dare un valore più basso al fattore costante A che sta davanti ai fattori K ed L con gli esponenti. Poi se si vuole questo A potrebbe a sua volta essere una funzione dell’efficienza con cui il capitale viene impiegato.
    Ma ci si dovrebbe fermare qui, piuttosto che discutere su coincidenza o meno, questione che secondo me ha troppo sapore ideologico.
    Grazie per una risposta, che magari serve a me e a tanti altri che vi seguono senza essere economisti.

    Ah, la mia formazione è quella di un ingegnere. Mi piace la macroeconomia, ne seguo i modelli, e mi affascina la natura delle ipotesi che li reggono, molto miste a considerazioni sociali, politiche e persino psicologiche: ne apprezzo la difficoltà. Però, forse, è proprio la scarsa possibilità di ottenere esattamente i dati che servono a permettere di spaziare un po’ troppo.

    Nei miei primi dieci anni di lavoro feci ricerca applicata proprio come modellista numerico. Facevamo simulazioni impiantistiche e, tra le cose mi rimangono, una è una frase di un mio capo, davanti a certi atteggiamenti dei colleghi matematici (io sto in mezzo tra voi e loro) “ma insomma! Sapete qual è il mio concetto di ricerca applicata? prendere le equazioni a calci in culo perchè funzionino come serve a me”. Ecco, bella frase, concordo in gran parte, ma non esageriamo.

  4. Non era solo Marx a non essere marxista. :-)

  5. Penso che siamo troppo antiquati o forse amiamo il vintage, nel ricordare tanti celebri studiosi di economia, come in Grande Say, ma oggi le grandezze in gioco si sono complicate. Il Pil=consumo+investimento+spesa pubblica+ esportazioni nette, in economia si pone l’investimento pari al risparmio, onde evitare la perdita degli interessi.
    La se le imprese pagano il 27% di Ires, i cittadini tra imposte imposte dirette ed indirette non riescono più a risparmiare un centesimo, dove sono i risparmi=investimenti. L’offerta dovrebbe trainare la domanda, oggi si parla di bisogni latenti, marketing occulto, ma alla fine dove trovi i soldi per acquistare, il lavoro in Italia non esiste più, i redditi da capitale non esistono, lascio intendere.
    Dovremmo piuttosto escogitare nuovi modelli di sviluppo che partano dal cittadino, e non dalle istituzioni, esistono diverse soluzioni per aggirare la crisi in modo legale, affianchiamo all’economia forme di baratto, reti di sostegno sociale, gruppi di acquisto di prodotti locali, tutta una serie di strumenti che riportano il senso di solidarietà e della cooperazione. Non è un sogno ma è la chiave del successo, solo uniti si affrontano le emergenze e non ragionando solo col proprio tornaconto. Io apprezzo quei politici come tanti sindaci del Nord Italia, che accettano l’incarico senza alcun compenso o lo mettono a piena disposizione delle casse dell’ente.
    L’unione fa la forza, tutti per uno, uno per tutti.

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