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La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus

15941276_1211596062223274_4653194461437765191_nChi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina. Ed è questo uno tra i più preziosi contributi che ci offre Diego Angelo Bertozzi con la recente pubblicazione di Cina, da“sabbia informe” a potenza globale [Imprimatur editore, 2016, 346 pp], un lavoro di profondo scavo nella travagliata vicenda di un paese che, dismessa agli inizi del ‘900 la veste feudale del “Celeste impero”, deve trovare il giusto slancio verso l’uscita dal sottosviluppo, dovendo contrastare le molte tendenze disgregatrici interne su cui, all’avvio di questo processo, fanno leva le potenze coloniali dell’occidente.


La Cina rappresenta oggi un originale modello di “capitalismo di Stato”, in cui una fondamentale presenza della proprietà pubblica nei settori strategici (energia, infrastrutture, telecomunicazioni) si bilancia con molteplici iniziative affidate al mercato con l’obiettivo di consolidare sempre più “la competitività e la qualità dei prodotti in settori di produzione medio-alti e a tecnologia avanzata” (p.160), una strategia che sconfessa in gran parte l’importanza attribuita alla competitività di prezzo dai fautori del Washington Consensus. Per capire a fondo le caratteristiche di questo modello e le implicazioni che la sua affermazione può esercitare sulla nuova “divisione internazionale del lavoro”, è necessario però comprendere – così come ci consente l’articolata e assai documentata analisi di Bertozzi – che esso è il prodotto di una lunga gestazione, che passa per la ricerca di una identità nazionale sempre al limite di un difficile equilibrio nell’inevitabile gioco di influenze determinato dallo scontro tra le superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica.
Realizzate nel 1949 con Mao Zedong l’unificazione del paese, dilaniato dalle guerre civili, e l’indipendenza dalla dominazione straniera, si avvia in Cina la prima grande fase della modernizzazione dell’economia. Negli anni ’60 il “grande balzo in avanti”, imprime una straordinaria accelerazione al processo di modernizzazione catapultando, tuttavia, il paese in una situazione di pesante immiserimento. Da quel momento in poi la Cina inizierà a dirigere la propria trasformazione su tempi più lunghi, inserendosi in una dialettica di rapporti internazionali sempre più complessa, che preannuncia il nuovo assetto “multipolare” che si andrà a consolidare dopo la caduta del muro di Berlino nell’89. Negli anni ’80 la “moderazione” di Deng Xiao Ping – che si riassume nella famosa espressione “che cosa importa se il gatto sia bianco o nero, se acchiappa I topi”- rappresenta la cifra della svolta cinese, che non manca di tener fede ai valori del socialismo su cui sono state innestate le radici del riscatto nazionale dopo la fine del “Celeste impero”.
La Cina punta così – come sottolineato da Bertozzi – (p. 143) “sull’utilità, ai fini dello sviluppo del socialismo, di metodi e mezzi sviluppati in ambito capitalista, affidando al mercato un ruolo regolatore ausiliario sotto l’orientamento dell’economia pianificata”.

“[…]..noi dobbiamo imparare dai popoli dei Paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato. E di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai Paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato non impareremo mai né importeremo il sistema capitalista […]”. (Deng Xiao Ping, 1985)

Sono valori antichi quelli su cui si fonda l’ ascesa dell’economia cinese nell’attuale scenario internazionale, che ci riportano agli albori della storia moderna del paese, quando già negli anni ’20 il suo primo presidente della repubblica, Sun Yat Sen, si apprestava a realizzare i tre cardinali “principi del popolo” (nazionalismo, democrazia e benessere) facendo leva su una complessa interlocuzione con le classi più conservatrici (che a fasi alterne e in contesti assai mutevoli sarà mantenuta anche in seguito propugnando quella che in più di una circostanza è stata definita politica del “Fronte unito”), per contrastare l’imperialismo e “mettere il capitalismo al servizio della creazione del socialismo in Cina (The international development of China, 1919-1920)” (p.31). Valori che, argomenta Bertozzi, rappresentano la realizzazione della cultura di un popolo in costante confronto con la storia, contribuendo a delineare prima, ed affermare poi “una visione della società e dei rapporti internazionali che non sia un appiattimento su quella occidentale” una difesa della particolarità della civiltà cinese che passa per il recupero della tradizione e della figura di Confucio e, con essa, di un concetto di “armonia” che a tale cultura appartiene, che mira alla continua ricerca di un equilibrio tra identità nazionale e apertura al mondo esterno(pp. 251-256). Un processo storico certamente non privo di difficoltà e drammatiche contraddizioni – come non esita a dirci Bertozzi – che arriverà ad una vera e propria maturazione solo alla fine degli anni ’70.
L’economia statale sarà confermata nel suo ruolo di “forza guida” dell’economia nazionale, ma accanto ad essa sarà presente un’economia individuale a complemento dell’economia pubblica (non a caso indicata come “economia non pubblica” e non “economia privata”); così come la politica di graduale liberalizzazione sarà accompagnata dall’ “accesso al commercio mondiale, ai capitali stranieri e alle conoscenze e tecnologie dei Paesi più avanzati.” (pp.169-171); per arrivare ai nostri giorni con una strategia cosiddetta della “nuova normalità” con cui si conclude la fase della crescita a doppia cifra dell’economia cinese, mentre la crescita dei consumi interni assume un peso sempre più rilevante, la sostenibilità ambientale entra tra gli obiettivi dello sviluppo e alla definizione di “piano quinquennale”, con cui fino al 2005 si era fatto riferimento alla conduzione della politica economica nazionale, si sostituisce quella di “programma quinquennale” sottendendo il senso di un cambiamento che lascia ancor più spazio all’economia privata.
“Punto socialmente e politicamente sensibile è quello rappresentato dalla decisione di eliminare le cosiddette ‘imprese zombie’, vale a dire quelle aziende statali improduttive e incapaci di stare sul mercato, e ridimensionare comparti produttivi afflitti da sovrapproduzione” (p. 247) una transizione che si annuncia non facile e che ha già dato luogo a numerose tensioni sul fronte delle rivendicazioni dei lavoratori. Ma allo stesso tempo non sarebbe corretto dedurre che sia in atto una sorta di “mutazione genetica” del sistema economico cinese poiché – ci ricorda Bertozzi – “la filosofia complessiva resta comunque quella della difesa delle aziende statali (ripetiamo: nessuna svendita del patrimonio) e della centralità, soprattutto in settori strategici (petrolio, gas, energia, ferrovie, telecomunicazioni) del controllo pubblico dell’economia” (p. 264), mentre crescenti sono le risorse investite in attività di ricerca, lo sviluppo del terziario, l’aumento di investimenti diretti all’estero, la proiezione economica ad Ovest che passa per la costruzione di una “nuova via della seta” (One belt, one road); con attori importanti, che sottolineano la caratura istituzionale di progetti di sviluppo che facciano da moltiplicatore di iniziative economiche in molti paesi del “Sud del mondo” e al contempo cerchino di controbilanciare il “Pivot to Asia” lanciato nel 2011 dall’amministrazione Obama come strategia di contenimento dell’ascesa cinese. Il tutto ricordando che la nuova “via della seta” non è l’equivalente di un piano Marshall cinese, considerata la forte differenza che caratterizza l’ingresso dell’impegno economico della Cina su scala globale rispetto agli Stati Uniti sia sotto il profilo della fase storica (che fa sì che l’intervento non sia motivato dal risanamento di una situazione di crisi post-bellica), sia sotto quello della proiezione internazionale dell’economia cinese, che si inquadra fin dall’inizio – coerentemente con le strategie che hanno consentito al paese di superare lo stadio di “sabbia informe” dopo la fine del “Celeste impero”– in un assetto multipolare.
Sembrano dunque maturi i tempi per un riconoscimento a pieno titolo di quello che a partire dagli anni ’90 è stato definito “Bejing Consensus”, che si afferma non solo quale opposta alternativa al logoro quanto fallimentare Consensus americano, ma anche quale esito inedito di una lunga meditazione sui fallimenti dell’economia capitalista, da un lato, e di quelli imputabili allo statalismo dell’esperimento sovietico, dall’altro (una specie di “ossessione” – ci ricorda non a caso Bertozzi in diverse parti del volume – quella legata all’intero arco della vicenda dell’U.R.S.S., che sembra pesare lungo tutto il corso della storia che ha portato alla definizione in Cina di un’originale identità statuale). Ma che ancor più rappresenta un modello – o se si preferisce una visione – che ha dovuto confrontarsi con le nuove spinte presenti nello sviluppo mondiale, in una sfida continua che contempla una platea sempre più ampia di attori e la necessità di dare spazio ad un benessere sempre più diffuso.
La Cina – da “sabbia informe” qual era – è dunque diventata un nuovo importante tassello dello scenario politico ed economico mondiale con il quale nessuno sembra ancor aver fatto adeguatamente i conti, liquidando frettolosamente qualunque valutazione sulla sua ascesa come una non meglio specificata “minaccia cinese”. Tutto questo a fronte di una tensione ai giorni nostri non ancora del tutto colmata – come ci rammenta l’autore a conclusione dello studio nel discutere dell’attuale leadership di Xi Jinping – tra le istanze più “radicali” del “decollo” del paese guidato dal “grande timoniere” Mao, e la “mediazione” della fase successiva condotta da Deng, e che ci consegna un paese dalle molte potenzialità di sviluppo e con una ben precisa visione sul ruolo portante della guida pubblica in economia. Un ruolo, quello assegnato dalla Cina all’intervento dello Stato in economia, che sembra riecheggiare le riflessioni di “filosofia sociale” con cui Keynes chiudeva nel 1936 la sua Teoria Generale affermando che “…una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata”. Ma che d’altra parte reinterpreta la lezione keynesiana nel solco dell’unicità dell’esperienza storica che ha portato al riscatto del popolo cinese, aprendo un capitolo ancora più importante dedicato alla costante ricerca della crescita del benessere sociale, quasi a intervenire su quelle criticità, richiamate dalla stessa Joan Robinson nel 1972, presenti nella originaria macroeconomia keynesiana e riguardanti la necessità di qualificare il contenuto di spesa pubblica e occupazione (cfr. Joan Robinson, The Second Crisis of Economic Theory, The American Economic Review Vol. 62, No. 1/2 (Mar. 1, 1972), pp. 1-10).

“Attraversare il fiume camminando sopra le pietre” è l’espressione con cui Deng Xiaoping soleva indicare il difficile e intricato cammino intrapreso dalla Cina nel realizzare i suoi obiettivi di emancipazione e sviluppo. Un cammino legato però – come visto – da un filo rosso, che quest’opera contribuisce a ricostruire consentendoci di guardare oltre il guado dove molto altro dovrà accadere.

Daniela Palma

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22 commenti su “La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus

  1. e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato……………ma che si dice se si accetta la loro logica imperialista guerrafondaia e criminale ,”hanno ragione loro”, quello descritto è capitalismo allo stato puro, un capitalismo di cui non ha bisogno il 90 e piu per cento della popolazione mondiale un capitalismo storicamente e legislativamente sconfitto (grazie a pensatori come keynes……ed altri) e che sta tentando una forzatura storica per imporsi di nuovo. in fondo si tratta del vecchio capitalismo (colonialista storicamente conosciuto) che tenta con ogni mezzo di imporre il “mercato” come “nuovo” strumento di guerra (cioè che sostituisce con le assurde regole del mercato,le navi da guerre dei secoli passati e dell,inizio del secolo passato, per imporre una nuova è regolata divisione del lavoro (e delle risorse) internazionale, imposta dalle presunte forze “imperialiste dominati”, per far si che i popoli e le nazioni accettino le regole delle classi dominanti, attraverso il mercato,e per perpetuare finche è possibile il modo di produzione capitalista, e lo sviluppo ineguale. quindi se accettiamo questa logica, e dibattiamo su di essa diamo la possibilita a bande di criminali internazionale di essere presi sul serio…………in fondo di cosa parlano quando parlano di liberalizzazione del mercato del lavoro? ci stanno dicendo che; i paesi economicamente piu deboli devono dividere una quota del reddito nazionale (la quota salario) per piu persone (ma anche in modo piu flessibile) a secondo le esigenze del reddito (pil) oppure accettare una altissima disoccupazione secondo la forza economica del paese di riferimento. per la cina non scomoderei confucio od altri lo stesso deng xsia ping, lo stesso deng e stato superato in cina, ed oggi la cina è semplicemente un paese social (socialismo delle classi dominanti o oligarchica “socialista”) insomma una dittatura e nello stesso tempo un paese che ha abbracciato tout court la logica (ed il modo di produzione capitalistico)e del mercato, e sta vivendo le stesse contraddizioni che hanno tutte le economie emergenti che cercano di affermarsi, e forse di scontrarsi spero di no con la potenza imperiale che seppur putrida e stupida (perche sta rafforzando i propi nemici con politiche pericole e scellerate) ma che, detiene ancora un certo carisma tra l,opinione pubblica.

  2. volevo dire che la cina di oggi piu che socialista è un paese che definirei nazional-capitalista (ma erano nazionalisti anche alcuni regimi occidentali che si sono resi colpevoli storicamente) cosa che la cina non ha fatto e questo gli va di merito , ma credo che sia un,errore definire la cina di oggi socialista, o far credere che l,attuale oligarchia cinese sia in linea con le politiche precedenti e “rivoluzionari” del 1949, tanto piu che la rivoluzione cinese ha avuto una sua peculiarieta, e la dirigenza di oggi è il risultato di una feroce lotta di classe interna. ma la cosa che piu evidente è che la cina non distribuisce equamente o con merito il prodotto interno come da manuale socialista ne che ha come obiettivo il benessere collettivo “insomma è un socialismo per la nomenclatura” ne piu ne meno della nomenclatura fascio-occidentale occidentale.

  3. La Cina non è una potenza economica né un modello di riferimento x nessuno. La Cina è un enorme serbatoio di mano d’opera a basso costo. Non ha uno sviluppo autonomo, dipende dai paesi fornitori d’ energia e dai clienti occidentali… quando registrerà un deficit commerciale con uno solo dei paesi occidentali allora ne riparliamo, tra 100 anni nel migliore dei casi…Capisco che l’ antiamericanismo è sempre forte, ma gli USA sono ancora la potenza egemone mi dispiace, anzi oggi sono più egemoni di 50 anni fa, grazie ai continui autogol europei, e sinceramente sperare che i Cinesi possano in qualche modo contrastarli sotto qualsiasi aspetto fa ridere…

  4. lasciamo perdere gli “autogol” europei, e vediamo gli autogol americani (parlo dell,establiment chiaramente) non ultimo le figuracce che l,amministrazione americana ha fatto in siria, dove si è alleata con le amministrazioni piu putride e corrotte del medio oriente ed in combutta finanziando con petrodollari una “opposizione” di stracciafacendo criminali e tagliagole, compresa AL QUAEDA, ( l,elezione di trump è la prova provata della stupidita oltre che criminale) politica della amministrizione americana eterodiretta dell,aggressivo apparato militare USA e dagli agenti delle multinazionali dell,industria pesante, e militare. un enorme apparato autoreferenziale che non risponde che a se stessa, (alla faccia della democrazia che in america ormai non è piu sostanziale) ma solo di facciata e per i gonzi che ci credono. ma veniamo alla cina che significa che non ha deficit commerciale? e che centrano i deficit commerciali, se la cina sta praticando in politica estera una sorta di imperialismo economico, pacifico per carita , acquisendo propieta ed aziende in ogni parte del mondo, e cosa credi che succede? se un dittatore o una rivoluzione obbligasse un governo a nazionalizzare? non credi che la Cina si comporterebbe in quel caso come si comporterebbe una potenza imperiale o coloniale mandando eserciti e militari, per difendere “i suoi interessi”. la seconda cosa la politica estera cinese è “apolitica” (cioè non non ha nessun principio etico da difendere come socialismo o democrazia) che è (un modo) con cui le potenze coloniali si sono sempre lavate le mani per i disastri politici che provocavano, ma la cosa che non riesco a crederci è il fatto che le aziende pubbliche per stare sul mercato devono essere “produttive” altrimenti vengono eliminate dalla concorrenza anche se strategiche oppure perseguitano un obiettivo sociale, non sono forse queste, politiche di privatizzazione interna, o credete che i cittadini (anche cinesi) quando sentono parlare di privatizzazione si preoccupano solo se la propieta cade in mani straniere oppure è controllata dalle aristocrazie cinesi. credo che ai cinesi come a tutti i cittadini del mondo gli interessa solo che almeno i beni pubblici essenziali siano gestiti nell,interesse collettivo, e poco gli interessa se gli speculatori hanno occhi a mandorla o occhi azzurri. quindi per concludere la cina è un paese imperialista come tutti gli altri con la sola differenza è un imperialismo emergente e per il momento non si dimostra aggressiva militarmente, anche se si hanno le prime avvisaglie.

    • Piccola lezione di macroeconomia: il pil è la misura più utilizzata per confrontare le potenze economiche, una componente del pil è il saldo commerciale, l’ enorme pil della Cina non sarebbe così enorme se gli USA, Europa e Giappone non comprassero dalla Cina molto più di quanto la Cina compri da loro. Quindi è l’ occidente, gli USA in testa che permette alla Cina di stare in piedi. Come fa una superpotenza a dipendere da altri stati per la propria sopravvivenza? La risposta è banale: non è una superpotenza. Tralascio di commentare le minkiate su Siria, Alkaida e compagnia bella perché si sente puzza di odio ideologico lontano 10 miglia e io con gli invasati preferisco non discutere, buona giornata.

      • Piccola lezione di macroeconomia a chi dà lezioni di macroeconomia:

        Y=C+I+G+X-M

        Supponiamo che i cinesi comprino il mese prossimo un prodotto americano in più rispetto a questo mese, ad esempio un wurstel. Esso andrà ad accrescere M, ma anche C (qualcuno avrà comprato il wurstel e quindi C lo conterà).
        Ergo, aumentare le importazioni non diminuisce il PIL.

  5. Si potrà disquisire all’infinito sui processi che hanno maturato questa crisi, ma in Italia non si vuole ammettere che la sinistra non potrà mai e ripeto mai mettere in campo soluzioni atte a risolvere il problema della decrescita e della disoccupazione. Dal deprecabile intervento di Napolitano si sono succedute sciagure volute dalla sinistra e sostenute dai massmedia di regime. E non se ne uscirà fino a quando questa sinistra non sarà messa nella condizione di non nuocere ulteriormente.
    Complici di questa situazione di stallo sono i magistrati, Consulta compresa che continuano a fare politica, anzi assecondare il regime sostenendolo.
    I Settant’anni di comunismo in Cina ha creato una classe dirigente che sta dirigendo una massa informe di sudditi in maniera totalitaria creando tuttavia un benessere diffuso. Ma questo sistema non potrà mai essere esportabile in Italia, paese di individualisti dove imprenditori e sindacati non hanno capito l’evoluzione dei mercati.

  6. “Ergo, aumentare le importazioni non diminuisce il PIL” hahahahaha
    Non hai ancora smaltito le sbornie post festività o cosa?

  7. @ihavenodream a) quando commento su un blog esprimo la mia tesi (scrivo tesi non a caso e non opinione) e non ho nessuna pretesa intellettuale che sia la verita assoluta, chiunque puo smentirmi argomentando anzi la critica è bene accetta (quindi io non discutevo con te in assoluto ma con tutti compreso te e con piacere b) se per te un sincero antimperialista è un fanatico beh lo ammetto sono un fanatico. ma ora veniamo al concreto perche gli anni 70 li ho vissuti e sono stato a stretto contatto con quelli che erano le due organizzazioni marxiste-leniniste che in quegli anni erano il PCUD,italia il cui segretario era osvaldo pesce, e che difendeva kua cho feng (credo che si scriva cosi) ritenendolo degno “successore di mao tse dong” e l,altro il PCML che era vicino alle posizione (denominata la banda dei quattro) e poi c,erano i pragmatisti di dui deng xiao ping era uno dei percursori. (ed erano gli anni che se ricordo bene i fatti di tienalment ) erano gia successi e la lotta di classe in cina era feroce. e ricordo bene che la resistenza alla cosidetta politica delle quattro modernizzazioni era fortemente osteggiata. dalla vecchia guardia rivoluzionaria nonche ultranazionalista ,che era uscita vincitore nel confronto con gli “usa” occidentali, che in modo peculiare e anche per fattori oggettivi (la cina a parte qualcosa a nanchino) non aveva una vera e propia classe operaia. pero ricordo bene che in quegli anni la questione delle due linee era posta con forza, e che, lo scontro di classe verteva tra chi voleva che la cina perseguisse il propio sviluppo “contando sulle propie forze” difendendo con ogni mezzo ed a qualunque costo l,indipendenza nazionale. e devo dire che non solo da fonti “ideologiche” ma anche da da esperti neutrali si riconosceva che la cina (seppure tra errori e contraddizioni) aveva fatto un grandissimo balzo in avanti soprattutto nel campo dell,agricoltura zootecnia botanica ed industria leggera e trasformiera. poi ci sono stati gli anni 80 e chi non ricorda gli spettacoli di noschese ecc. quindi bando alle chiacchiere chi ritiene che la cina a seguito un percorso lineare o commette un grave errore oppure mente spudoratamente, i fatti dimostrano che la cina (si è involuta per me ma ognuno è libero di pensarla come vuole) scegliendo il capitalismo, e quindi ha tradito la rivoluzione.

    • Ognuno esprime le proprie opinioni ovviamente, tuttavia non ho molto tempo per interloquire, quindi tendo a selezionare gli interventi e le cose da dire, per cui se uno parla una lingua completamente diversa dalla mia tendo ad evitare di entrare in contraddittorio. Più che altro per ragioni di tempo.
      Non so se la Cina abbia seguito un percorso lineare o meno, credo che in generale la politica non segua percorsi lineari, ritengo che l’autore del libro in argomento voglia dire che il percorso è tutto sommato lineare, tenuto conto della fine del Comunismo come dottrina politica. Anche questo argomento mi interessa poco tuttavia. Quel che voglio sottolineare invece è che la Cina non è una grande potenza economica come molti pensano (e scrivono), anche e soprattutto in chiave antiStatunitense. Che il mondo non sarà bipolare nel futuro prossimo o remoto e che occorre guardare le cose per quel che sono: la Cina non è l’America, non è una opportunità per noi, come lo è stata l’America per decenni (e anche oggi per certi aspetti) ma è un enorme problema, che diventerà sempre più grosso col passare del tempo se non ne prenderemo atto e attueremo seri provvedimenti…lo sviluppo cinese non è uno sviluppo endogeno, autonomo, è un modello di sviluppo a carico di altri (l’occidente), sarebbe meglio dire a spese di altri ed è illusorio pensare di continuare ad assecondarlo perchè in futuro in qualche modo la Cina ci restituirà il “maltolto”. Non accadrà mai, o comunque non in questo secolo (che in macroeconomia significa mai), semplicemente quando la sua popolazione raggiungerà livelli di reddito simili a quelli occidentali cesserà di esportare così tanto e crescerà ai nostri stessi tassi.

      • I have no dream,

        premetto che non sono un economista, ma mi piacerebbe studiare la disciplina, volevo porle una domanda su un passo del suo commento che mi interesserebbe approfondire:

        «La Cina non è una potenza economica né un modello di riferimento per nessuno. La Cina è un enorme serbatoio di mano d’opera a basso costo. Non ha uno sviluppo autonomo, dipende dai paesi fornitori d’energia e dai clienti occidentali […]».

        Io credevo che la potenza economica di un paese dipendesse soprattutto da tre fattori principali: 1) la capacità di attrarre capitali e investimenti entro i confini nazionali; 2) l’aumento del prodotto interno lordo; 3) l’incremento delle esportazioni all’estero.

        Ora mi sembra che la Cina possieda tali fattori, per questo l’avrei annoverata tra le potenze economiche mondiali.

        Mi sembra di capire che invece secondo il suo punto di vista l’attrare i capitali tramite manodopera a basso costo e dipendere dalle esportazioni estere releghi la Cina alla condizione di nazione debole.

        Le chiedo dunque sinceramente: quali sono secondo lei i fattori economici che rendono un paese un’effettiva potenza economica, come ad esempio gli Stati Uniti?

        Ringrazio anticipatamente per il suo commento interessante e per la sua eventuale risposta.

  8. dopo la …………..(la cina a parte nanchino)….va letto……. “perseguiva il propio sviluppo contando solo sulle propie forze”.

  9. mi verrebbe quasi da dire che sono d,accordo con te se non fosse per quel piccolo problemino; cioè che è stato l,occidente (leggasi usa) che ha usato la cina per scopi principalmente politici (ridimensionamento e arretramento economico-sociale della classe media occidentale) ed a scopo di aumentare il profitto di oligopoli e monopoli occidentali. laggasi la cina è stato il martello con cui la finanza ha colpito i paesi del cosidetto primo mondo.

    • Scusa, ma della riduzione dei costi di molti prodotti, tipici i PC e quelli tecnologici in genere, giocattoli,ecc. non si è avvantaggiato cmq il consumatore occidentale? Vero che ha comportato riduzioni della occupazione, ma se avessimo fatto muro contro un paese di quella stanza, potenza atomica, decisa ad un certo punto della sua storia a crescere, cosa sarebbe successo a molti inoccupati attuali? Morti in guerra?

      • Il consumatore ( occidentale) ha inizialmente un più ampio potere di scelta, ma lo paga a caro prezzo, col diminuire del suo potere d’ acquisto, perche’ i salari occidentali si contraggono per tentare di resistere alla concorrenza e alla fine anche la scelta del consumatore si riduce perché molte produzioni interne spariscono ( con buona pace di chi dice che le importazioni non diminuiscono il Pil!!!).
        Ad ogni modo io non voglio fare la guerra a nessuno, tanto meno ai Cinesi…Osservo però che potremmo governare meglio il fenomeno ( ad esempio svalutando le nostre monete “forti” nei confronti dello yuan, dando reddito sufficiente a tutti, anche chi non lavora) e comunque sottolineo: la Cina non ci aiuterà, non è l’ America, non salverà le nostre produzioni mettendosi ad importare di punto in bianco, che è quel che si sottintende quando si parla della Cina come la futura potenza economica mondiale, contrapposta agli Usa a Washington e varie amenità del genere…

      • veramente quel paese si stava sviluppando contando sulle propie forze (cioè in modo indipendente) puntando principalmente sulla agricoltura e l,ingegneria necessaria al tipo di sviluppo che stava implementando (agricoltura compreso zootecnia ,terziario servizi ed artigianato), e la scuola stessa era orientata a fornire principalmente quei saperi necessari, e stando alla narrazione l,economia cinese aveva fatto passi da giganti in quegli anni esempio aveva costruito canali e dighe capace di portare l,acqua in ogni cantone. e raggiungendo in pochi anni l,autosufficienza alimentare (che per un paese governato dai signori della guerra fino a qualche decennio prima non era un cattivo risultato (questo è durato fino al 1974) dopo quegli anni le riforme attuate in cina insieme al cambiamento forzato di costituzione ,che hanno orientata in senso neoliberale la legislatura a partire propio da deng xsiaping a continuare hanno invertito il paradigma della collettivizzazione abbandonando al propio destino l,agricoltura al punto che oggi solo il 10% del pil cinese e realizzato dall,agricoltura ed affine (ed anche qui la logica con cui vengono gestite queste politiche ) sono di tipo individualiste e volte al paradigma di massimizzare il profitto, quindi è inutile girarci attorno la cina ha cacciato dalla porta per farlo entrare dalla finestra il piu brutale dei capitalismi (quello finanziario scegliendo la ricchezza per poche (privilegiati) e la miseria per la stragrande maggioranza della popolazione) e nello stesso tempo diventando uno strumento nelle mani della peggiore “razza” di capitalisti che l,umanita abbia mai conosciuto, e qui ha ragione ihavenodream cio che viene prodotto in cina non viene consumato dai cinesi (se non in minima parte e dalla classi privilegiate delle citta) ma viene reiexportata in occidente con danni ambientali tutte a carico sulle popolazioni “civile” ovvero su chi dalla “globalizzazione è escluso” e quindi non aggiunge nulla alla domanda globale. la cina è quella che si definisce a ragione LA FABBRICA FUORI PORTA DELLE POTENZE CAPITALISTICHE OCCIDENTALI; E COSI é PER L;INDIA ED ALTRI PAESI A GIOVANE CAPITALISMO. quindi di che parliamo albert

  10. X Rho:
    “Io credevo che la potenza economica di un paese dipendesse soprattutto da tre fattori principali: 1) la capacità di attrarre capitali e investimenti entro i confini nazionali; 2) l’aumento del prodotto interno lordo; 3) l’incremento delle esportazioni all’estero.”
    Si in effetti questa linea di pensiero è tratta dal manuale del perfetto mercantilista, che qualcuno spaccia per macroeconomia ma NON è così. I fattori che rendono una economia forte sono in primis: la capacità di CREARE capitali propri e di incrementare consumi propri interni, caratteristiche che determinano: 1. alti livelli di pil pro capite (nominale, lascia perdere i ppp, ttt, kkk e altre amenità simili); 2. moneta fiat (quindi liberamente stampabile) accettata da tutti, libera di fluttuare e valuta di riserva internazionale.
    Se la popolazione è anche numerosa (sopra i 60-70 milioni di abitanti diciamo), tale nazione inizia a diventare una potenza economica di rilevanza mondiale. La Cina dipende da capitali esteri, ha una moneta col cambio bloccato da sempre, ha pil procapite frazionari rispetto a quelli occidentali, è l’occidente che produce lì perchè costa meno e poi rivende a se stesso, ovvio che il pil cresce e l’export è abnorme ma che vuol dire?

  11. @ihavenodream quello del calo del pil reale a breve termine è un bel punto che vale la pena sottolineare in quando; se è vero che nel brevissimo termine l,import sostituisce le produzione locali ed il PIL non subisce (in maniera immediatamente percettibile) le variazioni, nel medio periodo se ne avverte eccome le variazione, in quando la stagnazione o ribasso del reddito nazionale (si avverte in maniera ineludibile in quando il pil misura in modo egregio il reddito procapite disponibile) ed è quello che è successo da noi in (occidente) che da una parte abbiamo visto una contrazione del PIL, mentre la cattiva redistribuzione del reddito disponibile ha fatto il resto, mettendo “fuori mercato” milioni di poveracci . ma è altrettanto vero che; se paesi ad alto reddito, nel lungo periodo riescono a mantenere in modo inalterato il gap (cioè riescono a crescere in modo adeguato) possono permettersi deficit commerciali anche di lungo periodo, in quel caso avrebbe ragione GUIDOC peccato pero che lo sviluppo ineguale favorisce alcuni paesi (generamente i piu forti/ricchi) ed indebolisce altri (generalmente i piu deboli/poveri). ed anche qui abbiamo la prova provata che le leggi della giungla valgono per gli animali inferiori per l,uomo dovrebbe valere l,intelligenza e la ragionevolezza se non propio la solidarieta.

    • Scusa Claudio, ovvio che Cina, India, ecc son fabbriche fuori porta in scala mondiale. La mia opinione però è che non solo ci son stati vantaggi per l’occidente, ma pure per loro( in Cina anche nelle zone rurali oggi si possono permettere TV, frigo, ecc.). Il problema della redistribuzione della ricchezza generato dalla globalizzazione è da ricercare nel tipo di politiche attuate. In occidente, per es., avremmo dovuto riqualificare o educare a scuola le generazioni abili al lavoro o in entrata per tipi di produzioni e servizi più avanzati e non aspettare crisi occupazionali ora di difficile soluzione( es.: mi va bene che l’adolescente occidentale usi sempre più lo smartphone, ma non solo per divertimento ma imparando a programmarlo).

  12. a) si certamente qualcuno è stato favorito dalla globalizzazione, ma in troppi pochi ci hanno guadagnato svendendo a carissimo prezzo l,indipendenza nazionale. ti ricordo che i cinesi avevano fatto una lunga lotta per l,indipendenza nazionale, e ne erano usciti vincitori. li il tradimento di classe è stato ancora piu feroce. se vuoi ti posto qualche link per fartene rendere conto.

  13. @albert credo che allo stato attuale se veramente si vuole incrementare la domanda globale, e lottare contro la poverta diffusa, in modo sufficientemente organico (certamente innovazione e sviluppo delle nuove tecnologie compatibili con l,ambiente, che se implementate non solo per interessi privati ma che abbiano anche effetti benefici nel sociale (nell,interesse pubblico), bisogna farle proseguire, il progresso non puo e non deve essere interrotto) e questo è il campo dove il capitalismo fa abbastanza bene il propio mestiere, ma credo che vada affiancato da istituzioni pubbliche, che se da un lato devono eliminare gli ostacoli che ne rallentano il cammino (vedi questione brevetti) ma anche riqualificando la stessa ricerca che va ripensata in un ottica diversa (e qui lo stato ha tanto da offrire sia ai privati, che alle collettivita a) per evitare dispersione di risorse, b) per fare si che essa (la ricerca) sia piu capillare e sistemica ) c) dare opportunita di lavoro (e rendere produttive), professionalita che attualmente ne sono escluse o parzialmente utilizzate, tutto cio se praticato potrebbe (efficientare il sistema) cioè renderlo piu produttivo. ma oltre questo il sistema non puo andare, e non è detto che facendolo si possano aumentare posti di lavori a livello globale (anzi qualcuno pensa che diminuirebbero) causa robotica e automazione, per cui se ne deduce che per creare nuova occupazione e nuovi redditi si dovrebbero attivare propio gli stati nazionali, usando in modo efficiente (e se possibile capillare) le risorse disponibili sui territori nazionali compreso quelle umane, pensare che ci sia bisogno di piu industrializzazione a livello globale, non solo è da pazzi ma non è neanche sostenibile da un punto di vista ambientale, per cui ne deduco che se si vuole aumentare il reddito globale in modo sostenibile; c,è solo una strada da percorrere investire (oltre a quella che indicavo prima) sulle persone ed incrementando i servizi cioè puntando sulla riqualificazione del bello e della bellezza, quella si che sarebbe una “industria” parallela da affiancare al sistema produttivo capitalistico-privato nell,interesse anche di questo ultimo, che si dibatte in una crisi che mai ne uscira, perche il capitalismo per chi non lo ha capito, se non viene diretto ed affiancato dallo stato (seppure da uno stato intelligente e non fatto da politici intellettualmente miserabili) potra fare anche mille guerre le sue contraddizioni ben individuate insite nel suo modo di produrre beni (modo di produzione) ) non le potra mai mai e poi mai risolvere. chiaro questo.

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