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Perché il sindacato sbaglia sul salario minimo

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Unificare il mercato del lavoro, che mai come oggi è stato così segmentato in cento figure diverse, è un problema che il sindacato discute, ma finora senza uno sbocco definito. Una battaglia per una legge sul salario minimo potrebbe dargli una nuova immagine e favorire un contatto con tutte quelle figure che lo vedono ormai come parte dell’establishment, oltre a restituirgli un ruolo di soggetto politico generale

di Carlo Clericetti*

Mai come oggi il mercato del lavoro è stato così segmentato e frazionato in cento figure diverse, e stanno diventando la maggioranza quelle che non trovano rappresentanza nel sindacato, un po’ per sue colpe e ritardi, un po’ per l’oggettiva grande difficoltà a riuscire in un compito del genere.

Anche la proposta di “contratto unico”, ancora per molti versi indefinita, potrà al massimo unificare – se va bene – alcune forme di lavoro dipendente precario. Solo un piccolo passo, ammesso che non venga usato per togliere le residue protezioni di chi ancora ne usufruisce.

La riunificazione, quanto alle forme contrattuali, appare piuttosto una chimera. Le forme di lavoro autonomo si espandono, sia per rispondere ad oggettive esigenze dei datori di lavoro, sia perché sono sostanzialmente prive delle tutele caratteristiche di qualsiasi lavoro dipendente – la malattia, le ferie, l’orario, tanto per citare le principali – che costano e implicano obblighi amministrativi. Anche la segmentazione delle forme di lavoro dipendente è ormai diffusa in tutti i sistemi. In Germania, per esempio, paese a fortissima tradizione sindacale e un tempo non meno rigido dell’Italia degli anni prima della fine del secolo quanto a tutele, un’inchiesta di Die Zeit ha messo in evidenza che in grandi aziende come Daimler e Bmw – vale a dire la punta di diamante dell’industria tedesca – ci siano ben cinque contratti diversi (a tutele e salari decrescenti) per lavoratori che lavorano uno accanto all’altro svolgendo identiche mansioni. Da noi fino a qualche tempo fa si parlava di “dualismo” del mercato del lavoro: magari fosse ancora così!

Che cosa si può ragionevolmente “unificare”, allora? E soprattutto come? Il “come” sarà in ogni caso molto complicato, e non pretendiamo qui di potere e sapere affrontare la miriade di problemi connessi. Ma lo strumento, nella situazione di oggi, non può più essere solo la contrattazione, dal cui ambito si rischia di lasciar fuori non una parte soltanto, ma addirittura la maggioranza di chi in tutte queste varie forme partecipa al mercato del lavoro. I diritti minimi di chi in qualsiasi modo lavora devono entrare a far parte dei diritti di cittadinanza, e serve una legge che ne fissi le basi irrinunciabili. Quantomeno, per il momento, il salario minimo, anche se in prospettiva dovrebbe comprendere il complesso minimo di diritti che deve vedersi riconosciuti chiunque lavori in qualunque modo.

Giova ripeterlo, se una volta il lavoro autonomo era costituito quasi soltanto o da artigiani o da professioni liberali oggi non è più così, ed è in quell’ambito che si trovano le figure meno tutelate e più difficili da organizzare.

Una legge non risolverebbe per incanto tutti i loro problemi. Ma darebbe loro una base certa su cui poggiare le rivendicazioni durante – ma forse soprattutto dopo – il rapporto di lavoro. Non c’è altro modo di sventare il ricatto, che sia voluto o meno, del troncamento del rapporto se non si è disponibili a qualsiasi condizione. Col tempo, poi, quando i datori avranno sperimentato che quello che non vogliono rispettare al momento del rapporto saranno in seguito costretti a darlo per via giudiziaria, è ragionevole pensare che prevarrà un adeguamento fin dall’inizio a quanto stabilito dalla legge.

I sindacati non vedono di buon occhio questo tipo di soluzione. Il 3 febbraio scorso, ad un convegno organizzato a Roma dalla Cgil proprio sul tema “Unificare il lavoro”, Susanna Camuso ha bocciato piuttosto nettamente l’ipotesi della legge, che pure era stata avanzata in vari interventi. I motivi sono noti. I timori principali sono che l’esistenza di una legge indebolisca la contrattazione – cioè la ragion d’essere di qualsiasi sindacato – e che possa provocare, specie nei periodi di crisi, uno schiacciamento delle condizioni sui requisiti minimi obbligatori. Il primo di questi timori non sembra però molto fondato. In Germania il salario minimo di è stato una delle più importanti condizioni poste dalla Spd per partecipare alla coalizione con Cdu-Csu. Quanto al secondo timore, se si verifica lo schiacciamento vuol dire che in quella fase i rapporti di forza sono sfavorevoli al lavoro, e dunque la diminuzione dei salari si sarebbe verificata comunque, come purtroppo stiamo sperimentando in questa crisi.

Si può al contrario sostenere che una base legale delle condizioni minime di lavoro farebbe avvicinare ai sindacati figure che altrimenti non vi avrebbero mai fatto ricorso, per avere consigli, appoggio e assistenza per far valere i loro diritti.

C’è poi chi pensa che il salario minimo legale potrebbe derivare dal recepimento dei minimi contrattuali di categoria, ma questo contrasta con l’idea che la legge debba dare una garanzia giudicata il minimo accettabile secondo i principi costituzionali e valida per tutta quella vasta platea oggi esclusa da qualsiasi contrattazione, mentre quest’ultima, quando ve ne siano le condizioni, dovrebbe riuscire ad ottenere ulteriori miglioramenti.

Una battaglia per l’approvazione di una legge sui requisiti minimi per il lavoro potrebbe segnare una ripresa d’iniziativa del sindacato, da troppo tempo costretto a una politica di pura resistenza e difesa che peraltro non ha dato grandi risultati, e dargli una nuova immagine verso quei lavoratori precari e sfruttati che lo percepiscono ormai come una parte dell’establishment, che si occupa di difendere solo una parte i cui confini, oltretutto, si vanno sempre più restringendo. Potrebbe essere una buona base per tornare a svolgere quel ruolo politico generale che da oltre vent’anni gli è sfuggito di mano.

* pubblicato su Eguaglianza & Libertà il 9/2/2014 con il titolo: “Il sindacato e i frammenti ricomposti”

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6 commenti su “Perché il sindacato sbaglia sul salario minimo

  1. concordo, ed invece non concordo con carniti che in E&L argomenta con un suo pezzo contro l’ipotesi di minimi salariali

  2. L’ha ribloggato su ilblogdive ha commentato:
    ottimo sputo di riflessione!

  3. il problema per i sindacati è che cambierebbe il concetto di “tutela” e temono di perdere il monopolio della mediazione del lavoro, a dirla con Pizzorno. In realtà, la capacità mediatoria, che sembra essere la sola competenza considerata nelle organizzazioni sindacali, è sufficiente per negoziare il “pavimento” ma non certo per negoziare la “valorizzazione”, a dirla con Trentin. Questo fa loro paura, anche se permetterebbe l’affermazione di un’autonomia dalla politica.

  4. Il Salario, non proviene dalla produttività, ma dalla FINALITA’, del VALORE.
    Il dentista che chiede, per una semplice pulitura dentale 50 euro, in mezz’ora, di tempo di lavoro, si ATTRIBUISCE, in FORZA CORPORATIVO-PROFESSIONALE, un valore-lavoro, orario 10,42 Volte maggiore del SALARIATO, con retribuzione medie da 1200 euro mensili.
    La borghesia Keynesiana, pur umanitarista, e fautore di BUONE POLITICHE, oltre trent’ anni fa, NON PUO’ difendere SOSTANZIALMENTE, il valore-lavoro in fabbrica!
    Il problema sostanziale della crisi, si GIOCA, nel LAVORO-AUTONOMO, cioè nel tubista lavoratore autonomo, e in tutti i lavoratori, con retribuzioni, più alte, che non realizzano più 25 euro l’ora di valore-lavoro.
    L’economia Aziendale, NON PUO’ dare valore al lavoro dipendente, oltre ogni ragionevole dubbio!!!!
    Quindi la beffa degli economisti marginalisti è che il mercato, quantitativamente, non dà lavoro agli autonomi, INSUFFICIENZA DI DOMANDA!!!!, COME DICONO I Keynesiani.
    Finita la posa di un materiale in edilizia, FINITO IL LAVORO!!!

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