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Cari compagni tedeschi…

German worker

di Sergio Cesaratto

Pubblichiamo la traccia dell’intervento del prof. Sergio Cesaratto al Forum economia della CGIL in cui alcuni sindacalisti tedeschi hanno presentato un loro “Piano Marshall per l’Europa“, di cui abbiamo parlato in questo post.

La presentazione e il dibattito non hanno modificato i miei giudizi. I sindacalisti hanno enfatizzato di più il finanziamento via una patrimoniale (i cui proventi, ma non sono sicuro di aver capito bene, proverrebbero per il 50% dalla Germania) piuttosto che dalla Tobin tax. Ma la retorica su questa magica tassa che frena la speculazione e redistribuisce reddito non è mancata. Più interessante quando han detto che vedono il piano come un inizio di un bilancio europeo. Invece elemento pre-keynesiano l’idea che vi siano in giro capitali finanziari inutilizzati che solo attenderebbero opportunità di investimenti sicuri e redditizi come quelli offerti dal Piano DGB. (Da un punto di vista Keynesiano non esistono “risparmi” inutilizzati. Dato che sono gli investimenti a generare i risparmi, questi non hanno esistenza autonoma dagli investimenti che li hanno generati). Più pertinentemente Andriani ha suggerito che fosse la BCE a finanziare il piano. Non è mancata la retorica tedesca sull’importanza di una uscita “solida” dalla crisi (insomma un intervento della BCE non è cosa solida), da niente nasce niente ecc. A volte sembrava che la CO2 e la green economy fosse il loro vero assillo, ma sono certamente, come al solito, troppo maligno. 
Allora racconto una cosa buona: quando è stata nominata la SPD sono stati i primi a mettersi a ridere. Sulla Merkel c’è, invece, solo da piangere. Si legga quanto ella si faccia beffe di chi ritiene che un piano di investimenti pubblici sia parte della ripresa europea (questo naturalmente lo pensiamo anche noi).
Da un pezzo di Carlo Bastasi su il Sole

Anche la Germania risente del rallentamento nell’area dell’euro. Ma il paese ha già intrapreso una nuova strategia di sviluppo: attraverso la digitalizzazione delle produzioni industriali, i tedeschi sono convinti di potersi assicurare altri dieci anni di vantaggio sui concorrenti. Così all’uscita dall’ultimo Consiglio europeo, la Cancelliera Merkel derideva i suoi colleghi: «Pensate che qualcuno di loro è convinto di crescere aumentando gli investimenti pubblici». Un istituto di ricerca berlinese stima che se la Germania avesse un livello di investimenti pubblici nella media europea, il suo pil potenziale salirebbe dall’1,25 al 2,25 per cento. Ma non è questa la strategia della Cancelliera.
Dopo il 22 settembre, se avrà vinto elezioni più gravide di incognite di quanto si creda, Merkel vuole una riunione tra i governi dell’euro per fare chiarezza su che cosa sia importante per la crescita. A dicembre vuole che siano approvati i Trattati bilaterali con cui tutti i paesi dell’euro si legheranno a programmi pluriennali di riforme strutturali. Dopo sarà possibile creare un misterioso “Fondo di solidarietà” con cui finanziare le riforme.

L’impressione che i tedeschi si facciano sempre più pericolosi ed arroganti (non parlo dei sindacalisti ovviamente)

Ecco l’intervento:

                                           « […] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, 
                                               sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
                                               Codesto solo oggi possiamo dirti,

                                               ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. »
Questi celebri versi di Eugenio Montale riassumono il senso del mio intervento. Il mio giudizio sulle proposte dei compagni tedeschi, e su analoghe proposte avanzate in Italia, non è positivo. Il pericolo politico che vedo è che ci si rifugi in immaginifici piani Marshall di investimento tralasciando il fatto che l’Eurozona avrebbe necessità di misure macroeconomiche di più rapido impatto, inclusa una seria unione bancaria, e nel lungo periodo di una revisione dei trattati. Ma le condizioni politiche per questo non vi sono. Molte critiche al Piano dei compagni tedeschi sono state avanzate dai compagni del Keynes blog.

Esso “ sceglie di confermare l’assenza delle leve fiscali e monetarie che caratterizzano la fragile impalcature dell’euro” e propone la via “seducente” di un “Piano Marshall per l’Europa”? Cosa ci può essere di più condivisibile – si domandano infatti i compagni del blog – “di una azione orientata a stimolare gli investimenti “nella produzione di energia sostenibile, nella riduzione dei consumi energetici, in settori industriali e servizi sostenibili, in istruzione e formazione, in ricerca e sviluppo, in infrastrutture di trasporto moderne, in città e comuni a basse emissioni e nell’efficienza delle pubbliche amministrazioni.”? Peccato, tuttavia, che molta della domanda generata andrebbe a favore delle imprese tedesche e che la Tobin tax fu pensata dal suo proponente come un “granello di sabbia” nei meccanismi della speculazione e non come fonte di risorse per il settore pubblico. Essi denunciano, infine, come il piano destini “un’inezia” a interventi di “stabilizzazione della congiuntura”.
 
A queste critiche se ne possono aggiungere alcune altre:
– mi colpisce come nel documento l’unico accenno alle cause della crisi sia agli “operatori finanziari”: è questa una spiegazione molto di comodo della crisi che evita di additarne le cause di fondo nel peggioramento della distribuzione del reddito a sfavore dei lavoratori, per cui lo sviluppo del credito al consumo è stato funzionale a sostenere la domanda aggregata, e per ciò che riguarda l’Europa, la creazione stessa dell’Euro. Che l’Euro sia molto simile al gold standard, anzi peggio perché irreversibile, lo afferma la migliore ricerca internazionale (da ultimo si veda il WP-NBER di Bordo e James, qui un sommario), fonte di deflazione e crisi finanziarie. Certo, un altro Euro sarebbe possibile, ma ciò è incompatibile con le caratteristiche di fondo del modello tedesco. I sindacati tedeschi sono parte di quel modello. Attenzione che non faccio loro una colpa, né ho qui ragione di dubitare della buona fede e della solidarietà sincera dei compagni tedeschi. Mi limito a riflettere sui fatti. Forse andrebbe però loro chiesto se essi facciano abbastanza per i settori dell’economia tedesca in cui i salari, si dice, sono piuttosto magri. Ma non mi sentirei di proporre ai compagni tedeschi di manomettere la loro perfetta Audi per dare spazio alla mia scalcagnata Alfa Romeo, né loro avrebbero alcuna intenzione di farlo. La Germania non è interessata ad assumere la leadership politica dell’Europa, questa è una tragedia ed è un fatto (ci sono onori e oneri nell’assumere una leadership, gli Stati Uniti sono un paese leader. La Germania sa dominare, non sa guidare). E non è un’accusa alla Germania, semmai a uno stupido europeismo e all’idiozia che ci ha condotto nella trappola dell’Euro.
– Nel merito del Piano, a me sembra di poter dire che esso sia
  • ingestibile: chi è in grado di gestire una mole così grande di progetti in campi così disparati e in tempo utile per intervenire sulla crisi.
  • è assente uno studio input-output degli effetti della spesa sui diversi sistemi produttivi nazionali, avvalorando il sospetto del Keynes blog che i vantaggi possano confluire fondamentalmente sull’industria tedesca (come minimo si dovrebbero includere clausole che obblighino investimenti industriali nella periferia per chi riceve finanziamenti);
  • senza sostegno finanziario: ma davvero ancora ci veniamo a raccontare favolette sulla Tobin Tax, di nuovo lo specchietto per le allodole degli ingenui?
  • siamo sicuri che il settore privato, che il piano coinvolge, sia sensibile al sostegno di investimenti finalizzati a tanti nobili obiettivi (riconversione ecologica ecc.) in una situazione in cui le aspettative deprimono gli investimenti?
Credo che lo scetticismo del Keynes blog sia ben fondato. Ma sono in grado di proporre alternative?
“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”
Posso naturalmente recitare il solito mantra di proposte, e forse non è inutile:
  • un intervento risoluto della BCE a garanzia dei debiti sovrani è il primo passaggio. E’ stato detto a iosa che la BCE non dovrebbe acquistare nulla. La BCE ha sinora salvato l’Eurozona, con l’OTM e anche la scorsa settimana con l’impegno sui tassi. Dobbiamo ringraziare che c’è Draghi – un banchiere centrale all’anglosassone a capo della BCE, e sappiamo con quali resistenze se la debba fare. E’ possibile che la BCE debba andare oltre, con misure più simili al quantitative easing americano.
  • Un’unione bancaria che rompa l’abbraccio mortale fra stati e banche
  • il coordinamento in senso espansivo delle politiche fiscali. Non capisco perché la CGIL in Italia non si faccia portatrice della proposta di Pasinetti di stabilizzare i rapporti debito pubblico/Pil in Europa (invece di diminuirli come anche il documento tedesco accetta): con bassi tassi di interesse ciò aprirebbe la strada a un deficit spending.
  • La Germania dovrebbe rilanciare i propri consumi interni, lo faccia come crede.
  • Nel frattempo va cominciato un lavoro di riforma dei Trattati europei a cominciare degli obiettivi della BCE e con un vero coordinamento fiscale a livello europeo volto alla piena occupazione.
  • Va ripristinata rapidamente la possibilità di salvataggi pubblici di imprese in difficoltà.
Non so se tutto questo basterebbe a ovviare ai problemi strutturali dell’Euro-standard, ma è un inizio. Elementi della tanta temuta (dall’opinione pubblica tedesca) tax-transfer union non sono infatti da escludere – e forse va spiegato è meglio che le esportazioni verso la periferia la Germania li finanzi con trasferimenti fiscali che con prestiti che non torneranno indietro.
L’alternativa – e forse la più seria – sarebbe un’uscita della Germania dall’UME.
Nessuna di queste soluzione è comunque in vista. La Germania non è interessata.
Sono sicuro che i compagni tedeschi condividono molte di queste considerazioni – le condividono molti economisti tedeschi di sinistra, basti leggere Social Europe. L’opinione pubblica tedesca è contro di esse manipolata da un’elite intellettuale – inclusa la maggioranza degli economisti – che non definirei ottusa (beh, gli economisti sì), quanto tenacemente schierata a difesa del modello tedesco, e in un certo senso non la biasimo. Biasimo di più il mio governo che non si batte per nulla per gli interessi del mio paese – vendendo sfacciatamente fumo come ha ripetutamente fatto nelle passate settimane.
Credo che l’Italia abbia bisogno di una Piazza Taczim o di una Piazza Tarhir contro l’Euro, contro quest’Euro, contro quest’Europa, e per un’Europa diversa. Solo 30 milioni di persone in piazza possono forse cominciare a mutare qualcosa anche nell’opinione pubblica tedesca.
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3 commenti su “Cari compagni tedeschi…

  1. Condivido quanto scritto sulle priorità e sui dubbi del piano “marshall” cosi pensato , ma domando in un momento di crisi di fiducia da parte di chi deve fare investimenti e crisi di consumi genarata dalla stessa mancanza di prospettive, non sarebbe keynesiano e utile un piano di investimenti Europeo ben congegnato ?

  2. Mi sembra manchi l’aspetto più importante …..
    Va introdotto un modo per ridurre il gap salariale tra la Germania e i paesi periferici: Grecia e Portogallo in primis
    L’unica struttura federale è attualmente la BCE. Va affiancata da altre strutture federali che, sulla falsariga di quella che fu in Italia la Cassa del Mezzogiorno, produca lavori con stipendi europei nella periferia e commesse per le industrie dei paesi “kernel”, Germania in Primis.
    Qualcosa del genere, ispirandosi proprio alla Cassa del Mezzogiorno italiana è già stata adottata in Germania una 20 di anni fa per ridurre il gap salariale con l’Est.
    Si tratterebbe di strutturare (e finanziare con BCE e Bei, ma anche direttamente dal bilancio europeo) gli attuali interventi fatti tramite i fondi struttturali, che però lasciano invariate le differenze salariali.
    Puntare su un aumento dei consumi in Germania addirittura le aumenterebbe.

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