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Hyman Minsky e la crisi

Hyman Minsky (1919-1996) è stato uno dei più importanti esponenti della scuola post-keynesiana di teoria economica. Allievo di Joseph Schumpeter e Wassily Leontief, il suo lavoro parte da una lettura di Keynes alternativa rispetto a quella dominante degli anni del dopoguerra (e dominante ancora oggi, sia pure aggiornata), la cosiddetta sintesi neoclassica, che Joan Robinson, allieva diretta di Keynes, definì “bastard Keynesianism”, nel senso letterale di “figlio illegittimo”, poiché cercava di riconciliare la Teoria Generale keynesiana con la precedente economia neoclassica, senza cogliere la rottura teorica tra i due approcci.

In particolare Minsky si concentra sull’importanza del settore finanziario, quindi del credito e delle “bolle”, nella dinamica del ciclo economico. La sua “ipotesi di instabilità finanziaria” è stata associata, anche in ambito mainstream e sia pure con alcune differenze non secondarie, al crollo dei mutui subprime che ha scatenato la crisi finanziaria negli Stati Uniti. Il Minsky moment è diventato così proverbiale tra gli economisti, che sono tornati a valutare i pericoli derivanti dalla fine della “repressione finanziaria”, ma ancora stentano ad accettare le conseguenze di Minsky sulla politica economica. Di particolare rilevanza inoltre nel pensiero minskyano è la moneta endogena. Diversi allievi di Minsky sono oggi raccolti intorno al Levy Institute di cui Minsky fu “distinguished scholar” e tra i promotori della Modern Money Theory, o neocartalismo.

La Fondazione A.J. Zaninoni e l’Associazione “Economia Civile” hanno organizzato nei giorni scorsi il convegno “La crisi finanziaria e i suoi sviluppi: gli insegnamenti di Hyman Minsky”. Dai materiali del convegno segnaliamo che MicroMega ha pubblicato l’intervento di Alessandro Roncaglia “Hyman Minsky e la crisi” (che ripubblichiamo) e quello di Roberto Petrini “Crisi e teorie economiche, cambia il vento?”

L’audio completo della conferenza può essere ascoltato sul sito di Radio Radicale.

Hyman Minsky e la crisi

A cinque anni dallo scoppio della crisi il bilancio sull’efficacia delle contromisure che sono state adottate appare completamente negativo. C’è però una ragione di ottimismo: il dibattito tra gli economisti si è riaperto.

di Alessandro Roncaglia

L’argomento del convegno, il pensiero di Hyman Minsky e gli insegnamenti che ne possiamo trarre per la crisi attuale, è in forte corrispondenza con gli obiettivi dell’associazione Economia civile, che ha organizzato questo incontro. I nostri riferimenti culturali indicano infatti chiaramente che per economia civile non intendiamo il settore non profit considerato come un terzo settore dell’economia in opposizione a Stato e mercato, come fa una vasta letteratura cattolica, ma una concezione dell’economia e della società tutta, che pur all’interno di un’economia sostanzialmente di mercato (per quanto coesistente con un ruolo rilevante del settore pubblico) pone a obiettivo centrale lo sviluppo civile della società nel suo complesso, tramite un insieme di regole e interventi pubblici ma anche tramite lo sviluppo e la difesa di una cultura civica, che nel nostro paese è ancora troppo poco diffusa. Credo di poter dire che Hyman sarebbe stato d’accordo con questa impostazione. Ad essa infatti ha fornito un importante contributo scientifico analizzando il modo di funzionare dell’economia capitalistica e mettendone in luce l’intrinseca instabilità e la propensione a cadere ripetutamente in situazioni di crisi. In questo modo Hyman poteva indicare a quali politiche ricorrere per rendere meno fragile l’economia e per sostenere l’occupazione, che costituiva per lui un obiettivo centrale. Anzi, proprio alla piena occupazione erano dirette le sue proposte di considerare il governo come datore di lavoro di ultima istanza, che affiancasse il ruolo comunemente attribuito alla banca centrale di prestatore di ultima istanza.

Provo a sintetizzare in tre punti il contributo di Hyman: incertezza, fragilità finanziaria, money manager capitalism. Nel suo primo importante libro, John Maynard Keynes, del 1975, Hyman propone una interpretazione di Keynes diversa da quella dominante della cosiddetta sintesi neoclassica di Hicks e Samuelson, ma anche da quella prevalente tra i post-keynesiani allievi diretti di Keynes a Cambridge, come Kahn e Joan Robinson. Minsky infatti nella sua interpretazione attribuisce un ruolo importante all’incertezza, discussa da Keynes nel suo Treatise on probability del 1921. L’incertezza non è considerata una caratteristica indefinita, contrapposta al rischio probabilistico; ma il caso generale di un continuum che ha ai suoi estremi la certezza assoluta e l’incertezza totale. Nella realtà ci troviamo comunemente in situazioni intermedie. Così Keynes, quando parla di grado di confidenza nell’argomento, sottolinea le differenze esistenti tra situazioni in cui l’incertezza è più o meno grande: ad esempio le decisioni d’investimento che riguardano un orizzonte temporale lungo vanno distinte da quelle sui livelli di produzione che riguardano un orizzonte temporale decisamente più breve.

Questa nozione di incertezza è alla base della teoria della liquidità di Keynes, cioè la spinta a detenere attività liquide per fare fronte a cambiamenti imprevisti nella situazione, ed è alla base della descrizione dei mercati finanziari come fondati su convenzioni adottate dagli operatori, cui ci si riferisce come al clima delle opinioni che possono cambiare anche bruscamente di fronte a modifiche della situazione.

Su questa base, e utilizzando in modo innovativo l’analisi dei flussi di fondi della tradizione di Irving Fisher, Minsky costruisce la sua teoria della fragilità finanziaria endogena: una teoria che avrebbe dovuto fruttargli il Nobel, se il comitato di Stoccolma fosse stato meno conservatore, meno orientato verso le teorie liberiste, che sostengono il mito della mano invisibile del mercato basandosi su assunti barocchi come quello di una economia a un solo bene o dalla quale l’incertezza sia completamente assente. Per questa teoria possiamo fare riferimento ai saggi raccolti nel libro Can “It” happen again? Essays on instability and finance, del 1982; il riferimento del titolo è alla Grande Crisi del 1929; la profezia di Hyman è appunto che una crisi di quelle dimensioni può ripresentarsi, come appunto è avvenuto.

Minsky descrive l’economia come un sistema di flussi di attività e passività; in questo schema d’analisi introduce la distinzione tra i) situazioni coperte, in cui i flussi di entrata previsti più che coprono per tutti i periodi a venire gli esborsi per gli interessi e gli ammortamenti sui debiti, ii) situazioni speculative, in cui la copertura è assicurata per gli interessi che man mano maturano ma non per l’intero ammontare delle rate di ammortamento del debito, per cui l’agente economico sa già in partenza che sarà costretto a ricorrere al mercato finanziario per finanziare la propria posizione, e infine iii) le situazioni di Ponzi finance, in cui il debito cresce nel tempo per l’impossibilità di fare fronte agli oneri per interessi e ammortamenti, come avviene ad esempio quando si specula sull’aumento di prezzo di un immobile ricorrendo a sempre nuovi prestiti per pagare le rate del mutuo.

All’interno di questo schema appare chiaro come per la stabilità dell’economia sia decisiva la correttezza delle valutazioni degli operatori economici sull’andamento futuro dei flussi di attività e passività, che sono ovviamente incerti. Minsky richiama al riguardo la nozione keynesiana di grado di fiducia, che è soggettiva: è l’operatore che si sente più o meno sicuro delle sue valutazioni, nel nostro caso delle sue valutazioni sull’andamento dei flussi di attività e passività e quindi sulla solvibilità futura delle sue posizioni. Sulla base del proprio grado di fiducia, l’operatore determina i margini di sicurezza da mantenere per fare fronte a cambiamenti nella situazione e assicurare la solvibilità delle proprie posizioni, che si tratti di posizioni coperte o speculative o Ponzi.

Minsky rileva che quando l’economia va bene e il clima delle opinioni migliora la quota delle operazioni speculative e Ponzi tende a crescere, rendendo più fragile la situazione finanziaria dell’economia. Inoltre in una fase di tranquillità il grado di fiducia degli operatori nelle proprie valutazioni tende a crescere e i margini di sicurezza vengono corrispondentemente ridotti. Gli stessi regolatori – sempre sotto pressione da parte degli operatori del settore – tendono a lasciare briglie sempre più sciolte al mercato. Ma se i tassi d’interesse crescono e/o l’economia inizia ad andare meno bene, le operazioni coperte possono diventare speculative e quelle speculative operazioni Ponzi. Specie nel caso delle operazioni Ponzi, quando la tendenza apparentemente inarrestabile all’aumento dei prezzi delle attività si esaurisce – si pensi a quanto è accaduto nel mercato immobiliare statunitense –, il clima delle opinioni muta bruscamente e gli operatori non riescono più a finanziare le proprie posizioni scoperte, portando a una liquidazione delle attività, quindi a un crollo ulteriore dei prezzi, con una crisi di liquidità che si trasforma rapidamente in una crisi di solvibilità, giungendo quindi a una crisi che è assieme finanziaria ed economica.

Nella crisi in atto, i riferimenti alla teoria di Minsky si sono moltiplicati. Si può discutere se la crisi abbia seguito esattamente il percorso indicato da tale teoria – Minsky concentrava l’attenzione su una catena di nessi di causa ed effetto che collega il settore finanziario a quello industriale – ma quel che è certo è che la teoria di Minsky fornisce elementi fondamentali per comprendere la situazione e intervenire su di essa: l’idea di una fragilità finanziaria che tende a crescere nei periodi “normali” e che esplode in crisi sempre più violente man mano che in base all’esperienza precedente gli operatori si persuadono che lo Stato interverrà a salvare la situazione; l’idea, quindi, della necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari per impedire la crescita continua della fragilità finanziaria; l’idea che la politica economica debba prestare molta attenzione non solo all’andamento del reddito e dell’inflazione ma anche ai prezzi degli asset, come tra gli altri ha sostenuto negli anni precedente la crisi Kindleberger, che ha utilizzato la teoria di Minsky per la sua celebre storia delle crisi.

Per comprendere la situazione in cui ci troviamo dobbiamo tenere conto anche dell’evolversi nel tempo della natura stessa del capitalismo. Al riguardo possiamo fare riferimento a un altro scritto di Minsky, pubblicato nel 1990 nella raccolta di saggi in onore di Paolo Sylos Labini, intitolato “Schumpeter e la finanza” (Minsky, come Sylos, era stato allievo di Schumpeter). In questo lavoro, e prima ancora in alcune conferenze che ho avuto il privilegio di ascoltare negli anni ’80 alla International Summer School for Advanced Economic Studies di Trieste, Hyman ha sottolineato che alle fasi storiche del capitalismo commerciale, di quello finanziario e di quello manageriale è seguita, negli ultimi decenni, quella che ha battezzato la fase del capitalismo dei gestori di fondi finanziari (money manager capitalism). Si tratta di una fase in cui i mercati finanziari dominano l’economia reale: i manager finanziari, che gestiscono stock di ricchezza enormi comprando e vendendo continuamente attività per guadagnare su variazioni di prezzo anche minime, hanno un orizzonte temporale brevissimo.

L’economia manageriale è superata in quanto i manager delle grandi corporations non possono più contare su un potere sostanziale di fronte a una platea di piccoli azionisti, ma debbono fronteggiare operatori finanziari che possono creare (o cedere) pacchetti azionari di dimensioni significative, sufficienti a scalare i consigli di amministrazione. Diversamente dagli imprenditori che guidano un’impresa cercando di fare profitti sulla differenza tra ricavi e costi lungo l’intero arco di vita di un impianto industriale, i manager finanziari puntano a trarre profitti dalla differenza di prezzo di un asset ora e domani, o tra un’ora, o tra pochi minuti. Questo rende l’economia meno efficace sul piano della crescita della produttività o in relazione a problemi di sostenibilità ecologica e sociale data la minore attenzione prestata ai problemi di lungo periodo, più instabile di fronte ai cambiamenti del clima delle opinioni, più difficile da controllare con gli strumenti tradizionali di politica economica. Keynes diceva, nella Teoria generale, che sarebbe stata una situazione ben difficile quella in cui fosse stata la coda della finanza a muovere il cane dell’economia reale; ed è proprio quanto avviene non occasionalmente, ma sistematicamente, nel money manager capitalism descritto da Minsky. Un aspetto del money manager capitalism sottolineato da Minsky concerne le elevate retribuzioni dei manager, che vengono comunemente assimilate a salari mentre dovrebbero essere assimilate ai profitti: non solo per comprendere il tipo di incentivi cui queste retribuzioni danno luogo, ma anche e soprattutto per comprendere meglio l’evoluzione in atto nell’economia, per quanto riguarda l’andamento della distribuzione del reddito ma soprattutto l’evoluzione dei rapporti di potere e della struttura sociale.

Vi sono molti altri elementi utili nella teoria di Minsky sui quali ora non mi è possibile ora soffermarmi, come ad esempio l’importanza che viene attribuita alla distribuzione del reddito, in particolare all’andamento dei profitti e quindi agli elementi che li determinano. Per quest’aspetto Minsky richiama Kalecki, di cui invece critica la teoria monetaria troppo rudimentale. Se teniamo conto di questi elementi, possiamo vedere che quella di Minsky non è una teoria della finanza, ma una concezione generale del funzionamento dell’economia, che include aspetti finanziari e reali nel gioco delle loro interrelazioni. Inoltre possiamo sottolineare che la teoria di Minsky è articolata in modo non rigido, secondo il metodo delle catene causali brevi che Keynes riteneva il più adatto per un mondo in cui a ogni nesso di causa ed effetto non possiamo attribuire il carattere di necessità assoluta.

Di qui la mia convinzione, discussa a lungo con Hyman, che si potesse trovare un ponte tra Keynes e Sraffa – o, più precisamente, tra il Keynes come lo interpretava lui e lo Sraffa come lo interpretavo io, certo non tra il Keynes racchiuso nel breve periodo di Marshall o meglio di Richard Kahn o esteso al lungo periodo alla maniera della scuola di Cambridge di Kaldor, Joan Robinson o Pasinetti e lo Sraffa interpretato alla Garegnani come analisi delle posizioni di lungo periodo. Su questo tema abbiamo discusso parecchio durante le successive riunioni della scuola estiva di Trieste, organizzata da Parrinello con Garegnani e Kregel per raccogliere assieme i rappresentanti dei vari filoni di ricerca non neoclassici. Con Hyman avevamo anche pensato alla possibilità di scrivere un Manifesto keynesian-sraffiano sulle linee che ho appena accennato, ma purtroppo poi non se ne è fatto nulla. I temi aperti riguardavano, per quanto posso ricostruire ora, non la teoria dei mercati finanziari o la teoria del valore, ma la teoria del pricing e della distribuzione del reddito, a partire dal ruolo della nozione di saggio uniforme del profitto al quale Hyman obiettava e dalla nozione di nessi non soltanto ex post ma anche ex ante tra investimenti, profitti, saldo del bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti che a me sembrava e sembra difficile da sostenere.

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla teoria di Minsky per la situazione di oggi?
L’insegnamento principale, credo, è che i problemi che abbiamo di fronte non riguardano semplicemente qualche errore nella conduzione della politica economica e la necessità di qualche modifica regolamentare relativamente modesta nel settore delle attività finanziarie. La crisi che abbiamo di fronte non è una semplice crisi da scoppio di una bolla immobiliare, seguita da una seconda crisi dei debiti sovrani e aperta al rischio di successive crisi che potrebbero riguardare le carte di credito o qualche mercato dei derivati e quindi qualche grande banca internazionale. La crisi che abbiamo di fronte ha caratteristiche di base comuni, pur assumendo connotati diversi nelle sue fasi successive: riguarda innanzitutto la fragilità dell’economia finanziarizzata, o come diceva Hyman la fragilità del money manager capitalism. I rimedi dobbiamo trovarli in questo contesto, in riforme istituzionali che ridimensionino il ruolo della finanza a quello di una coda che non sia in grado di far ballare il cane dell’insieme delle attività reali. Non si tratta, certo non solo, di far aumentare la capitalizzazione delle banche sulla base di valutazioni dei rischi condotte utilizzando modelli sofisticati ma con fondamenta assai dubbie, come è nella tradizione delle regole di Basilea. Si tratta piuttosto di riportare sotto controllo tutti i settori della finanza, limitandone le dimensioni e il potere di ricatto insito nel too big to fail.

Varie misure utili a muoversi in questa direzione sono già in discussione, come la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, limiti alla dimensione delle istituzioni finanziarie per assicurare che un loro eventuale fallimento non crei problemi sistemici, vincoli ai tipi di operazioni permesse alle istituzioni finanziarie che raccolgono depositi dal pubblico, limiti drastici alla leva finanziaria per tutti gli operatori finanziari. Rinvio al riguardo a un recente lavoro di Elisabetta Montanaro e Mario Tonveronachi, presentato due giorni fa a un convegno organizzato dalla Ford Foundation. Queste misure vanno realizzate in tempi rapidi, se non vogliamo essere travolti da una successione di emergenze.

Hyman, come Sylos Labini, considerava come un impegno civile l’attività di ricerca nel campo dell’economia: un’attività di ricerca che va quindi condotta in modo aperto, tramite la discussione e il confronto, e non cercando di imporre la propria posizione sulle altre tramite la forza del potere politico, come invece purtroppo sta accadendo in questo periodo tramite meccanismi di valutazione della ricerca decisamente non neutrali tra i diversi orientamenti e le diverse aree della ricerca economica.

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35 commenti su “Hyman Minsky e la crisi

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Perché non fate un po’ di pubblicità ai due summit Modern Money Theory che si svolgeranno a Rimini il 20-21 ottobre e Cagliari il 27-28 ottobre? Presenti James K. Galbraith, Stephanie Kelton, Warren Mosler, Marshall Auerback e Alain Parguez.

  3. […] Continua a leggere » Like this:Mi piaceBe the first to like this. […]

  4. LA NOTTE BUIA DEL DIRITTO

    Nell’articolo pubblicato su MicroMega -qui anche richiamato- Alessandro Roncaglia, a conclusione della sua analisi, afferma che i rimedi all’attuale crisi vanno ricercati ‘ in riforme istituzionali che ridimensionino il ruolo della finanza e riportino sotto controllo tutti i settori della finanza, limitandone le dimensioni e il potere’. Riportando il suo pensiero ad estrema sintesi credo che si possa dire –almeno ‘come lo interpreto io’- che occorrono nuove regole per il mercato finanziario (e il mercato in genere): sembra infatti evidente che dette riforme istituzionali e controllo della finanza non possano realizzarsi se non attraverso una serie di regole imposte dall’autorità pubblica, in una parola regole di diritto. Tesi questa che sono in molti a condividere e che trova sostegno nell’analisi obbiettiva delle cause della crisi –rinvenibili proprio nell’assenza e nella violazione delle regole- ma che tuttavia trova opposizione negli ultra-liberisti, i quali continuano, ancora oggi, a pensare che il mercato si autoregolamenterebbe da sé, indipendentemente da regole imposte dall’esterno e addirittura da quelle dell’etica. E così, per limitarci alla nostra realtà, secondo Monti il diritto, le regole, l’etica non esistono: esiste solo il mercato (selvaggio). Non è questa una mia personale interpretazione del monti-pensiero –‘come lo interpreto io’- ma il credo dichiarato dallo stesso Monti reiteratamente e senza tentennamenti. Anche qualche giorno fà il prof ha rimproverato che in Italia è mancato spesso e manca quello che lui, senza alcun pudore, definisce ‘pragamatismo’, intendendo per tale la necessaria soccombenza del diritto e dell’etica di fronte a quelle che -secondo la sua personale visione- sono le ‘leggi’ e le esigenze del mercato. Al momento di insidiarsi al governo, il prof profuse al grande pubblico, in una nota trasmissione televisiva, la sua lectio magistralis in materia, dichiarando e in seguito ribadendo -colla solita mancanza di pudore- che d’ora in poi in Italia i problemi (in particolare quelli del lavoro) non potranno essere più risolti in base alle regole del diritto, ma solo secondo quelle del mercato. In un’intervista premonitrice (evidentemente già da allora il prof ‘scaldava i motori’!) di qualche anno fà al Sole 24ore (22.8.08), il prof elogiava, espressamente ponendosi tra gli ‘ammiratori inveterati degli USA’, ‘la capacità dimostrata dalle autorità federali in risposta alla crisi: SI METTONO DA PARTE LE REGOLE, si interviene, si salva…’. Insomma, per Monti, la crisi è l’effetto del rispetto, dannoso e inopportuno, delle regole dell’etica e del diritto, che come tali devono essere bandite per superare la crisi: non è mai venuto il dubbio al prof che, al contrario, come rileva Guido Rossi, ‘le grandi crisi sorgono quando il diritto fa vacanza’? Si è accorto il prof che, come dice in sostanza anche Zygmunt Bauman in un articolo recentemente pubblicato su Micromega, la crisi mondiale è nata proprio dalla sistematica violazione (e dalla mancanza) delle regole -del diritto e dell’etica- da parte della finanza e del mercato? E che quindi occorra più rispetto delle regole -di diritto e di etica- per stroncare quegli abusi e porre rimedio alla crisi, e non il contrario? No, il prof non si è ancora accorto e non può accorgersi di questo: portatore di una monoculare visione (dovuta a una monocultura economicistica, che avrebbe bisogno di allargare la vista oltre i suoi ristretti confini a mezzo di qualche buona lettura: si consiglia, per cominciare, ‘La lotta per il diritto’, Rudolf von Jherig ), il prof ritiene che, per superare la crisi, il diritto e l’etica vanno banditi, lo stato di diritto smantellato per essere soppiantato con una sorta di “moderno” Stato-farwest (per la verità, in questo proseguendo l’opera meritoria già iniziata dal governo Berlusconi, col quale, il prof ha più volte ribadito, esplicitamente ed orgogliosamente,
    il rapporto di continuità), in cui Costituzione, principi dell’ordinamento giuridico, leggi e regole non contano più. Quella limitata visione impedisce, evidentemente, di vedere un aspetto essenziale della società, quello dei diritti civili e sociali sanciti dalla costituzione, che non sono vuote forme simboliche, ma fondamenta della società (ubi societas, ibi ius) e dello stato (che appunto per questo si qualifica nel binomio inscindibile Stato-di diritto), espressione stessa della sostanza della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza.

    • Mi scusi può indicarmi gli articoli della Costituzione che sanciscono i diritti sociali?
      Grazie.

      • esempio:

        art. 3 È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

        art. 32La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

        art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

        art. 37 La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

        art. 38 Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

      • E non solo! Oltre quelli richiamati -con esemplificazione in vero riduttiva- dalla redazione di Keynesblog, vanno ricordati (rileggiamoci ogni tanto la nostra carta costituzionale) i tanti diritti che si traggono dai “principi fondamentali” e dalla “parte prima” della Costituzione (rapporti civili, rapporti etico-sociali, rapporti economici e rapporti politici). Per quanto attiene in particolare al tema in discussione, vorrei soprattutto richiamare l’art. 41 (rapporti economici), che al 2^ comma, stabilisce che l’iniziativa economica privata <>, aggiungendo poi al successivo comma che <>, Alla luce di tali principi espressi nella Carta -oltre che da quelli desumibili dalla costituzione “materiale” (e vivente, come enunciati dalla giurisprudenza)- appare evidente che lo Stato abbia il dovere di regolamentare, indirizzare, coordinare e controllare l’attività economica -e il c.d. mercato, finanziario e non- al fine di assicurare che non si svolga in contrasto coll’utilità e i fini sociali. Mi sembra di poter aggiungere anche che, alla luce di detti principi, il dibattito tra economia di libero mercato ed economia sociale di mercato (di cui si trova traccia anche nell’intervista a Monti citata nel mio intervento, Sole 24 ore 22.08) non abbia, nel nostro Paese, molto senso pratico, atteso che la nostra costituzione fa a riguardo una scelta molto chiara e illuminante: salvo a ritenere -come Monti ritiene- che il diritto e l’etica non hanno più spazio nel nostro Paese.

      • (Riporto qui di seguito il testo completo della mia replica, quello precedente essendo stato privato, per qualche ragione tecnica, del virgolettato). TESTO COMPLETO:

        E non solo! Oltre quelli richiamati -con esemplificazione in vero riduttiva- dalla redazione di Keynesblog, vanno ricordati (rileggiamoci ogni tanto la nostra carta costituzionale) i tanti diritti che si traggono dai “principi fondamentali” e dalla “parte prima” della Costituzione (rapporti civili, rapporti etico-sociali, rapporti economici e rapporti politici). Per quanto attiene in particolare al tema in discussione, vorrei soprattutto richiamare l’art. 41 (rapporti economici), che al 2^ comma, stabilisce che l’iniziativa economica privata ‘ non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’, aggiungendo poi al successivo comma che ‘ la legge determina i programmi e i controlli perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali’. Alla luce di tali principi espressi nella Carta -oltre che da quelli desumibili dalla costituzione “materiale” (e vivente, come enunciati dalla giurisprudenza)- appare evidente che lo Stato abbia il dovere di regolamentare, indirizzare, coordinare e controllare l’attività economica -e il c.d. mercato, finanziario e non- al fine di assicurare che non si svolga in contrasto coll’utilità e i fini sociali. Mi sembra di poter aggiungere anche che, alla luce di detti principi, il dibattito tra economia di libero mercato ed economia sociale di mercato (di cui si trova traccia anche nell’intervista a Monti citata nel mio intervento, Sole 24 ore 22.08) non abbia, nel nostro Paese, molto senso pratico, atteso che la nostra costituzione fa a riguardo una scelta molto chiara e illuminante: salvo a ritenere -come Monti ritiene- che il diritto e l’etica non hanno più spazio nel nostro Paese.

  5. Nel XX secolo – quello dei totalitarismi e del costruttivismo socialdemocratico – le Costituzioni programmatiche si sono separate dalle Costituzioni procedurali precedenti.
    La costituzionalizzazione rigida dei diritti fondamentali, che impone «obblighi e divieti ai pubblici poteri», innesta anche nella democrazia una “dimensione sostanziale” relativa a che cosa non può essere deciso o non deciso da qualunque maggioranza.
    E così, cambia il rapporto tra politica e diritto.
    Non è più il diritto a essere subordinato alla politica quale suo strumento, ma è la politica che diventa strumento di attuazione del diritto, sottoposta ai vincoli ad essa imposti dai principi costituzionali: vincoli negativi, quali quelli generati dai diritti di libertà che non possono essere violati; vincoli positivi, quali quelli generati dai diritti sociali che devono essere soddisfatti; politica e mercato si configurano come sfera del decidibile, rigidamente delimitata dalla sfera dell’indecidibile disegnata dall’insieme dei diritti fondamentali.
    A questo punto, se il dettato costituzionale fissa, pregiudizialmente, gli obiettivi cui deve tendere il processo politico, gli esiti sono due.
    Primo: il Parlamento e il governo sono spogliati delle loro prerogative;
    secondo: la Costituzione si riduce a un puro esercizio retorico.
    Nel primo caso, si toglie all’uomo della strada anche quel potere minimo (di voto) che ancora conservava. E questo non mi pare molto democratico.
    Nel secondo: il dettato costituzionale, programmatico, è spesso vanificato dalle «dure repliche dell’economia».
    Faccio un solo esempio.
    Nella Costituzione dell’ex Unione Sovietica la disponibilità della casa di abitazione era un diritto sociale sancito, ma, poi, lo stato, per mancanza di risorse, non costruiva case e i sovietici vivevano in coabitazione.
    Oppure: il lavoro è un diritto, ma ciò non toglie che esso rimanga, in economia di mercato, una merce soggetta alla legge di domanda e offerta, generatrice (anche) di disoccupazione a seconda dell’andamento del ciclo economico. E questa è la realtà.
    Altro è l’utopia di costruire il mondo perfetto, come vorremmo che fosse (un altro mondo possibile), sempre foriera di tragedie immani e spargimento di sangue perché il mondo, bontà sua, non si adatta ai nostri desiderata od a quelli di chi vuole imporre i propri agli altri.

    • Visto che parli di democrazia vorrei ricordati il Teorema di Arrow cosa dice a proposito, se le Costituzioni sono diventate quello che sono è per evitare il suicidio delle masse come è avvenuto in Germania con Hitler eletto democraticamente e che si forse si sarebbe potuto evitare se alla conferenza del 1919 fosse dato ascolto agli ammonimenti di Keynes. Non credo che ci sevano utopie ma tanto meno accettazione critica di leggi economiche presunte oggettive mentre al di sotto ci sono ipotesi che dipendono da scelte di valore che non sono mai oggettive .Non credo pertanto ai miti del mercato come nemmeno a quelli delle pianificazioni socialiste. Non vorrei defungere per dar retta a economisti defunti ma tra i defunti preferisco Minsky a qualche campione del liberismo a tutti i costi.

      • Ed allora smetti di andare a votare, tanto è già tutto scritto: scegli solo il gruppo di interesse, l’elite, che gestirà la ricchezza del paese.

        Non devi dar retta né ad economisti defunti né a politici defunti. Né ad altri.
        Dai retta solo e soltanto a ciò che ti dice la tua testa.
        Ma, mi raccomando, non fidarti di chi ti chiede con garbo di… abbassarla.

  6. Il libero mercato non esiste più da almeno un secolo.
    Noi viviamo nel mondo del mercantilismo e dell’interventismo politico.
    Come può dirsi libero un mercato nel quale addirittura il prezzo della merce di scambio (il denaro) è manipolato e pianificato da un organo centralizzato come la banca centrale?
    Ma gli indignados invece di andare a protestare a Wall Street perchè non vanno a sedersi davanti alla Fed?
    Perché non sanno come è nata e perché è nata la Fed! A chi fa comodo e chi la controlla.
    E’ solo una questione di ignoranza.
    E l’ignoranza della gente di Main Street è la prima alleata delle elites che tengono il potere da un secolo a questa parte.

  7. Mentre quando è l’oro che ha un prezzo fisso per legge, viviamo nel migliore dei mondi più liberali possibili.

  8. Ma chi lo fissa per legge il prezzo dell’oro?

    • Fino al 1971 era fissato per legge.
      E di solito chi fa i tuoi ragionamenti, che si straccia le vesti perchè c’è l’inflazione (che chiamate svalutazione) auspica il ritorno al gold standard, ossia tanta moneta quanto oro si ha in riserva, e quindi un rapporto fisso tra l’unità monetaria di riferimento e l’oro.
      Ma non è che fissando un rapporto fisso tra moneta e oro il mondo diventa per ciò stesso più liberale.
      Dovreste aggioranre il vostro calendario, non siamo più nel 1812, ma nel 2012.

  9. Fino al 1971 il dollaro era sostenuto dall’oro di Fort Knox.
    Ma Nixon doveva finanziare la guerra in Vietnam e decise d’imperio che dal 15 agosto 1971 Bretton Woods non significava più nulla.
    Da quel momento in poi il dollaro (fiat money) si appoggia solo alle… portaerei.
    Prova a negarlo.

    Si chiamava, ma lo so che lo sai, gold exchange standard.
    Non era il vero gold standard. Quello finì con la prima guerra mondiale, poi fu ripristinato per qualche anno e poi i keynesiani gli attribuirono la Grande Depressione.
    Ma queste cose le sai meglio di me.
    Roosvelt, il liberal del new deal, lo requisì ai cittadini americani. Come da noi Mussolini.
    Oggi l’oro è solo una reliquia barbarica, vero zio Ben? Non è denaro, vero?

    Ma si dice che tra non molto i Cinesi proveranno a presentare lo yuan sorretto dall’oro come nuovo pilastro del sistema monetario internazionale.
    Vedremo che succederà.

    • Grazie per la lezioncina di storia, ma Roosevelt non requisì l’oro agli americani. Semplicemente non rese più convertibile il dollaro in oro, all’interno del paese.

      Inoltre non hai risposto al punto della discussione: com’è che quando la banca centrale decide quale tasso applicare sui prestiti concecessi alle banche è un atto arbitrario e illiberale, mentre quando il prezzo dell’oro è fissato per legge, si raggiunge l’orgasmo dei liberali?

  10. Mi tocca parlare terra terra.
    Perché qualsiasi moneta sorretta dall’oro non è inflazionabile, svalutabile, non perde potere d’acquisto. Non è una fregatura del governo. Diventa denaro sonante.
    Non è carta fiduciaria in cui la fiducia è riposta nei confronti del debitore per antonomasia: lo stato sociale del deficit spending.
    Capito?

  11. Ma secondo voi col vero goldstandard, quello precedente la prima guerra mondiale, tutta la finanza creativa e disonesta di questi ultimi decenni si sarebbe potuta verificare? Secondo me NO!
    E l’altra porcherie da vietare è la riserva frazionata che crea denaro dal nulla.

    • Lo scandalo della Banca Romana, alla fine del XIX secolo, smentisce le tue affermazioni, dimostrando che sei obnubilato dall’ideologia. Furono emesse banconote senza che vi fosse il controvalore in oro, provocando un crac finanziario paragonabile ai giorni nostri.

      • Guarda che sei fuori strada.
        Informati per bene.

      • Nel 1888, durante il Governo Crispi, si sparse la voce di irregolarità amministrative negli istituti di emissione. Il ministro Luigi Miceli dispose un’inchiesta affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi e al funzionario Gustavo Biagini. L’inchiesta riscontrò un disavanzo di nove milioni di lire, reintegrato il giorno successivo. Alvisi non poté riferire in senato i risultati dell’ispezione per l’opposizione del presidente Antonio di Rudinì (30 giugno 1891); i risultati vennero tuttavia resi noti il 20 dicembre 1892 alla Camera dei deputati da Napoleone Colajanni. Una successiva inchiesta parlamentare presieduta dal primo presidente della Corte dei Conti Enrico Martuscelli rivelò che, a fronte di 60 milioni autorizzati, la Banca Romana aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, fra cui banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia (20 gennaio 1893).

        (da Wikipedia)

  12. Leggete anche qualcosa di diverso dal solito.
    http://lewrockwell.com/north/north1183.html

  13. Ma hai letto bene? Ti dice che furono stampate illegalmente banconote non autorizzate.
    Oggi invece si stampa dal nulla cartamoneta ed è legale, ma proprio perché on è più sorretta dall’ oro.
    Hai preso l’esempio più assurdo che potevi e per smentirmi mi hai dato ragione.

    • All’epoca anche in Italia le banconote emesse erano ancorate all’oro. E il fatto che la Banca Romana abbia emesso banconote senza copertura aurea (autorizzazione) e si sia addirittura lanciata ad emettere banconote con serie numerata doppia dimostra che non è il gold standard che ci preserva dalla crisi o dalla delinquenza finanziaria.
      Il che dimostra proprio l’esatto contrario di quanto tu hai affermato. Infatti avevi scritto:
      “Ma secondo voi col vero goldstandard, quello precedente la prima guerra mondiale, tutta la finanza creativa e disonesta di questi ultimi decenni si sarebbe potuta verificare? Secondo me NO!”

      Può sempre vantarti di aver arrichito il tuo palmares di stupidaggini.

  14. Vuoi scherzare vero?

    Non posso credere che tu non veda la DIFFERENZA MADORNALE tra un atto ILLEGALE perché svincolato dall’ORO, che era allora la regola, e perciò perseguito,
    e la creazione LEGALE di denaro e strumenti finanziari derivati dal NULLA attuatasi negli ultimi decenni da parte di un sistema finanziario folle, corrotto e completamente colluso con la politica irresponsabile degli stati sociali.

    Hai voglia a dare le colpe al capitalismo!
    Questo è esattamente l’opposto del capitalismo, che è la libera, corretta ed oculata allocazione di risorse reali per la produzione della ricchezza.
    E non la moltiplicazione di ricchezza nominale creata dal nulla da un sistema finanziario degenerato e funzionale a se stesso ed al deficit spending dello stato paternalista!

    Ma tanto è tutto fiato sprecato…
    Se sei capace di mentire a te stesso, questo dialogo può considerarsi concluso.

    Questa è una battaglia culturale e finirà solo quando non sarà più il popolo ad aver paura delle scelte dei governanti, ma saranno i governanti ad aver paura del popolo.

  15. Ma il gold standard lega le mani all’interventismo del politico di turno nell’economia.
    Ed è solo questo il motivo per cui voi statalisti keynesiani lo odiate così tanto.

    • La tua frase dimostra quanto solo quanto sei anti-democratico.
      tanto per cominicare, il politico di turno, come lo chiami tu, non è detto che sia disposto a seguire le politiche keynesiane. Perchè – che ti piaccia o meno – quel politico nelle democrazie viene eletto.
      E se venisse eletto uno che è favorevole a risolvere i problemi della disoccupazione, primo: avrebbe il consenso della maggioranza di coloro che l’hanno votato (e se sei democratico dovresti rispettare la volontà popolare); secondo: farebbe la cosa giusta.

      Per inciso, le ultima vestigia del gold standard sono state tolte – come hai scritto poco più sopra – da Nixon, che era un repubblicano. I tea party, a cui tu ti ispiri, fanno parte di quel partito.
      I keynesiani non “odiano” il gold standard. Queste scemenze dimostrano il tuo grado culturale. Semplicemente affermano che quel sistema non serve ad una mazza, se non a procurare miseria e povertà.
      Tu che sei un patito del ritorno alla parità aurea, se fosse stato permesso di convertire tutti i depositi degli americani in oro nel 1933, la ricchezza di quella nazione sarebbe crollata da 72 a 3 miliardi di dollari.
      E questo per voi sarebbe il modo di conservare il valore della ricchezza di un paese?

      • Ma di quale democrazia parli?
        Di quella liberale? Oppure di quella popolare?
        Oppure di quella socialista: la socialdemocrazia?
        Della democrazia formale o di quella sostanziale?
        Di quella clientelare o di quella nazionale?

        Stai parlando da statalista.

      • Oggi sono buono: leggiti questo semplicissimo articolo e capirai il senso del gold coin standard e la tua avversione da keynesian-statalista.

        Gold and Economic Freedom
        Alan Greenspan, 1966

        Traduzione dal sito (http://www.321gold.com/fed/greenspan/1966.html) ad opera di Roberta Panizzoli

        L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo.
        Forse in modo più chiaro e sottile di molti difensori del laissez-faire, essi sembrano percepire che l’oro e le libertà economiche sono inseparabili, che il gold standard è uno strumento di laissez-faire e che ciascun termine implica e richiede l’altro.
        Al fine di capire l’origine di questa avversione, è necessario, prima di tutto, capire il ruolo specifico dell’oro nel contesto di una società libera.

        La moneta è il comune denominatore di tutte le transazioni economiche. E’ quel bene che serve come mezzo di scambio, che viene accettato da tutti i membri di una economia di scambio nel pagamento di beni e servizi, che può essere usato come standard di valore e come riserva di valore, cioè come mezzo di accumulazione del risparmio. L’esistenza di un bene siffatto è condizione necessaria per la divisione del lavoro.
        Se l’uomo non avesse potuto disporre di un bene dotato di valore oggettivo, generalmente accettato come moneta, avrebbe dovuto ricorrere al baratto o sarebbe stato costretto a vivere in fattorie autosufficienti, rinunciando in tal modo agli inestimabili vantaggi della specializzazione. Se l’uomo non avesse avuto modo di conservare ricchezza nel tempo, se non avesse avuto cioè la possibilità di risparmiare, gli scambi e i piani economici di lungo termine non sarebbero stati possibili.
        Il mezzo di scambio accettato dagli attori economici non viene determinato arbitrariamente.
        Innanzitutto, esso dovrebbe essere un bene durevole. In una società primitiva caratterizzata da un basso livello di ricchezza, il grano potrebbe essere un bene sufficientemente durevole per diventare un mezzo di scambio; in tale contesto tutti gli scambi avverrebbero infatti durante il raccolto o in una fase immediatamente successiva, senza lasciare al termine del processo alcun surplus da conservare. In società più ricche e più civilizzate, ovvero laddove la conservazione di valore è ritenuta importante, il mezzo di scambio deve invece essere necessariamente un bene durevole, di solito un metallo.
        In genere si sceglie un metallo perché dotato di caratteristiche di omogeneità e divisibilità: le unità sono tra di loro fungibili, possono inoltre essere fuse e suddivise in quantità differenti. I gioielli preziosi, per esempio, non sono né omogenei né divisibili.
        Caratteristica ancora più importante è che il bene sia un bene di lusso. Il fatto che i desideri dell’uomo per gli oggetti di lusso siano illimitati ne garantisce una domanda continua e una perenne accettabilità. Il grano è un lusso nelle civiltà denutrite, ma non lo è nelle società più prospere. Le sigarette non sono comunemente usate come moneta, ma lo furono in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale quando vennero considerate un bene di lusso. Il termine “bene di lusso” implica scarsità e alto valore unitario. Avendo un alto valore unitario, un bene siffatto è facilmente trasportabile; un’oncia d’oro, ad esempio, equivale come valore a mezza tonnellata di ghisa.
        Nelle prime fasi di sviluppo di una economia basata sulla moneta possono essere utilizzati diversi mezzi di scambio. Tuttavia, il bene che tende ad essere accettato in misura maggiore rimpiazzerà gradualmente tutti gli altri.
        Le preferenze slitteranno, infatti, verso il bene più largamente accettato e ritenuto la migliore riserva di valore.
        Questo, in virtù delle preferenze ricevute, verrà quindi accettato con maggior favore. Lo slittamento è progressivo fino a quando quel bene emergerà come l’unico mezzo di scambio.
        L’utilizzo di un solo bene è estremamente vantaggioso per le stesse ragioni che rendono l’economia basata sulla moneta superiore a quella fondata sul baratto: esso favorisce gli scambi su vastissima scala.
        Che sia l’oro, l’argento, le conchiglie, il bestiame o il tabacco ad emergere dalla selezione, non ha nessuna importanza, esso dipende dal contesto e dallo sviluppo di un dato paese. Non a caso tutti questi beni sono stati impiegati, in periodi diversi, come mezzi di scambio.
        Nel secolo in corso, le due commodity principali, l’oro e l’argento, sono state usate come mezzi di scambio internazionale, e a tal fine l’oro è diventato poi il mezzo predominante.
        Avendo l’oro sia usi artistici che funzionali ed essendo relativamente scarso, presenta notevoli vantaggi rispetto a tutti gli altri mezzi di scambio. Dall’inizio della Prima Guerra Mondiale è stato l’unico standard di scambio internazionale.

        Se tutti i beni e i servizi dovessero essere pagati in oro, la gran parte dei pagamenti sarebbe difficile da effettuare, ciò tenderebbe a limitare nella società i vantaggi della divisione del lavoro e della specializzazione. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro, ma convertibili nello stesso.
        Un libero sistema bancario basato sull’oro è in grado di creare banconote (moneta) e di estendere il credito in base alle esigenze della produzione economica. I proprietari di oro, attirati dal pagamento di interessi, lo depositano in banca e sulla base di quel deposito hanno la possibilità di utilizzare gli assegni come strumento di pagamento. Siccome è raro che tutti i depositanti si presentino a ritirare l’oro nello stesso momento, il banchiere ha bisogno di mantenere come riserva solo una parte dei depositi totali (la riserva frazionaria). Ciò gli consente di concedere prestiti in misura maggiore del totale dei depositi (in altre parole egli finisce col detenere, più che l’oro stesso a piena garanzia dei depositi, dei titoli di debito a valere sulle proprie riserve). Tuttavia, il banchiere non può permettersi di concedere prestiti in misura del tutto arbitraria: deve farlo valutando la propria base di riserve reali e lo stato dei propri investimenti.
        Quando le banche prestano denaro per finanziare attività economiche redditizie, i prestiti vengono ripagati rapidamente e le disponibilità di nuovo credito sono generalmente fluide e continue. Ma quando le imprese finanziate dal credito bancario sono meno redditizie e lente nel ripagare i debiti, i banchieri finiscono col ritrovarsi un ammontare di prestiti in essere eccessivo rispetto alle riserve in oro.
        Essi cominciano pertanto a ridurre l’ammontare di nuovi prestiti, generalmente facendo pagare tassi di interesse più alti.
        Questo fatto tende a ridurre i finanziamenti alle nuove imprese e ad imporre indirettamente ai debitori un aumento della propria redditività come condizione necessaria per l’ottenimento di nuovo credito teso al finanziamento dell’espansione operativa.
        Perciò, sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata.
        Quando l’oro è accettato come mezzo di scambio dalla maggioranza delle Nazioni, il gold standard, non ostacolato, libero ed internazionale serve a incoraggiare una divisione del lavoro a livello mondiale e un più vasto commercio internazionale.
        Nonostante le unità di scambio (dollaro, pound, franco, etc.) differiscano da paese a paese, il fatto di definirle tutte in termini di oro rende le economie dei diversi paesi riconducibili ad un’unica economia, sempre che non ci siano restrizioni sul commercio o sui movimenti di capitale. Il credito, i tassi di interesse e i prezzi tendono a seguire andamenti simili in tutti i paesi.
        Per esempio, se le banche di un paese concedessero credito troppo facilmente, i tassi di interesse in quel paese tenderebbero a scendere, inducendo i depositanti a spostare il loro oro verso le banche di altri paesi che pagano interessi più alti. Questo provocherebbe immediatamente una carenza delle riserve bancarie nei paesi “dai soldi facili”, provocando un restringimento del credito e un ritorno verso tassi di interesse più alti e competitivi.
        Un sistema bancario completamente libero e un gold standard pienamente compatibile non sono stati ancora raggiunti.

        Prima della Prima Guerra Mondiale, il sistema bancario degli Stati Uniti (e della maggior parte del mondo) era basato sull’oro e anche se i governi intervenivano occasionalmente, l’attività bancaria era più libera che controllata. Periodicamente, come risultato di una espansione troppo rapida del credito, le banche cominciavano a elargire prestiti fino al limite delle loro riserve in oro, i tassi di interesse di conseguenza aumentavano rapidamente, si restringeva il credito e l’economia entrava in una recessione brusca, ma di breve durata (infatti paragonata alle recessioni del 1920 e del 1932 i rallentamenti dell’attività economica antecedenti la Prima Guerra Mondiali furono piuttosto moderati).
        Erano le limitate riserve di oro a fermare per tempo un’espansione economica squilibrata, prima cioè che essa potesse provocare dei disastri finanziari analoghi a quelli verificatisi dopo la Prima Guerra Mondiale. I periodi di riassestamento erano pertanto brevi e le economie in grado di ristabilire velocemente le solide basi necessarie alla nuova fase espansiva.
        La cura alle contrazioni economiche fu mal diagnosticata così come la malattia: se la carenza di riserve bancarie causava un rallentamento economico – argomentarono gli economisti – perché non trovare il sistema di fornire alle banche le riserve sufficienti in modo da non lasciarle mai a secco? Se le banche potessero continuare a prestare denaro senza restrizioni – fu sostenuto – non ci sarebbero rallentamenti economici.
        E così nel 1913 fu organizzato il sistema della Federal Reserve. Consisteva in dodici banche regionali possedute da investitori privati, ma in realtà, patrocinate, controllate e sostenute dal governo.
        Pur non essendo di fatto legale, il credito concesso da queste banche venne in pratica garantito dal potere di tassazione del governo federale.
        Tecnicamente, si mantenne il gold standard; gli individui erano ancora liberi di possedere oro ed esso continuava a essere usato come riserva bancaria. Tuttavia, adesso, il credito accordato dalle banche costituenti il sistema della Federal Reserve (“riserve cartacee”) poteva essere utilizzato legalmente in aggiunta all’oro per rimborsare i titolari dei depositi.

        Quando nel 1927 l’economia americana subì una leggera contrazione, la Federal Reserve creò maggiori riserve cartacee nella speranza di prevenire l’eventuale scarsità delle riserve bancarie. Ancora più disastroso fu, tuttavia, il tentativo della Federal Reserve di aiutare la Gran Bretagna che stava perdendo le proprie riserve auree a favore degli USA, in quanto la Banca d’Inghilterra si rifiutava di aumentare, nonostante le forze di mercato lo imponessero, i tassi di interesse (il fatto sarebbe stato politicamente sconveniente).
        Il ragionamento delle autorità si riassume come segue: se la Federal Reserve avesse pompato eccessive quantità di riserve cartacee nelle banche americane, i tassi di interesse americani sarebbero scesi ai livelli della Gran Bretagna; questo avrebbe fermato la perdita di oro nel sistema bancario inglese ed evitato nell’UK l’imbarazzo politico di dover alzare i tassi di interesse.
        La “Fed” ci riuscì; fermò la perdita di oro da parte del sistema inglese ma, come conseguenza, per poco non distrusse le economie mondiali.
        L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio ad un incredibile boom speculativo.
        Con un certo ritardo, i funzionari della Federal Reserve cercarono di arginare le riserve in eccesso e riuscirono a frenare il boom. Ma era troppo tardi; nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati così dirompenti che quel tentativo finì col causare una profonda recessione.
        L’economia americana collassò. La Gran Bretagna se la passò ancora peggio, ma anziché accettare le conseguenze dei propri errori, nel 1931 abbandonò completamente il gold standard, lacerando ciò che rimaneva della fiducia dei depositanti e provocando una serie di fallimenti bancari in tutto il mondo e le economie mondiali piombarono nella Grande Depressione degli anni 30.

        Con una logica che ricorda quella della generazione precedente, gli uomini di governo attribuiscono al gold standard la causa del collasso del credito che portò alla Grande Depressione. Se il gold standard non fosse esistito, essi sostengono, l’abbandono da parte della Gran Bretagna dei pagamenti in oro nel 1931 non avrebbe causato il fallimento delle banche in tutto il mondo.
        L’ironia vuole che dal 1913 non esistesse più il vero gold standard, ma quello che si potrebbe chiamare “un gold standard misto”; tuttavia ad essere colpevolizzato fu solo l’oro.

        L’opposizione al gold standard in ogni forma – da parte di un numero crescente di sostenitori del Welfare State (lo Stato sociale) – fu sostenuta comunque da una concezione ancora più sottile: la comprensione che il gold standard è incompatibile con deficit di spesa cronici (il marchio di distinzione del Welfare State).
        Spogliato dal suo gergo accademico, il Welfare State non è niente altro che un meccanismo attraverso il quale i governi confiscano il bene dei membri produttivi di una società per sostenere un vasto numero di piani assistenziali. Una parte consistente della confisca è effettuata dalla tassazione. Tuttavia, come riconobbero subito gli uomini di governo del Welfare State, il mantenimento del potere politico era condizionato fortemente dal prelievo fiscale e dal rispetto di certi limiti di tassazione. Di conseguenza, per finanziare le spese del Welfare State si rese necessario il ricorso a massicci deficit di spesa pubblica, ovvero, si presentò la necessità di prendere a prestito il denaro emettendo obbligazioni governative.
        Sotto il gold standard, l’ammontare di credito che una economia può sostenere è determinata dai beni tangibili della stessa economia, dato che ogni strumento di credito è, in fin dei conti, un diritto su qualche bene tangibile. Ma le obbligazioni governative non sono finanziate da ricchezza tangibile, rappresentano solo la promessa del governo di sborsare, nel futuro, una parte del reddito ottenuto tramite il prelievo fiscale.
        L’emissione di una grande quantità di nuove obbligazioni governative, di difficile assorbimento da parte del mercato, può essere venduta al pubblico solo a tassi di interesse progressivamente crescenti. Per questa ragione il debito pubblico, sotto il gold standard, è severamente limitato.

        L’abbandono del gold standard, invece, ha reso possibile agli uomini di governo del Welfare l’utilizzo del sistema bancario come mezzo per espandere il credito in maniera illimitata. Hanno creato riserve cartacee in forma di obbligazioni di Stato le quali, attraverso una serie complessa di procedimenti, sono accettate dalle banche al posto degli asset tangibili e trattate come se fossero veri depositi, ovvero come l’equivalente di ciò che in precedenza era il deposito aureo.
        Il possessore di un titolo di stato o di un deposito bancario creato dalle riserve cartacee crede di avere un valido diritto su un bene reale. Ma la verità dei fatti è che adesso ci sono più diritti che beni reali.
        La legge della domanda e dell’offerta non può essere ingannata. Man mano che la riserva di moneta (di diritti) cresce, in confronto alla riserva di beni tangibili dell’economia, i prezzi devono necessariamente aumentare. In tal modo, i risparmi dei membri della società perdono valore in termini di beni reali. Quando i conti economici tornano nuovamente in equilibrio, questa perdita di valore rappresenta il valore dei beni acquistati dal governo, per il Welfare o per altri fini, e pagati con la moneta creata tramite l’emissione di obbligazioni e finanziata dall’espansione del credito bancario.
        In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione. Non esiste riserva di valore sicura. Se ci fosse, il governo dovrebbe dichiarare quel possesso illegale, come è stato fatto nel caso dell’oro (nel 1933 negli USA, ndt).
        Se ognuno decidesse, per esempio, di convertire i propri depositi bancari in oro o in rame o in qualsiasi altro bene reale e si rifiutasse di accettare gli assegni come mezzo di pagamento, i depositi bancari perderebbero il loro potere d’acquisto e i crediti creati dai governi non avrebbero più nessun valore come diritto sui beni reali. La politica finanziaria del Welfare vuole che i possessori di ricchezza non abbiano nessun modo di proteggersi dalla confisca.
        Questo è il meschino segreto delle campagne degli uomini di governo del Welfare contro l’oro.
        I deficit di spesa sono un semplice sistema per confiscare ricchezza e l’oro ostacola questo insidioso processo perché si pone a protezione dei diritti di proprietà.
        Se si capisce questo, non si ha difficoltà a capire l’avversione degli uomini di governo verso il gold standard.

  16. Il brano di Alan Greenspan che hai riportato è già stato commentato (e smentito) a questo link di commenti (gli ultimi cinque):
    https://keynesblog.com/2012/08/23/video-stiglitz-zero-probabilita-di-default-per-gli-stati-uniti/#comments

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