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La crisi dell’Europa vista dalla Cina

Una miniatura raffigurante Marco Polo

L’ostinata noncuranza mista a un certo disprezzo con cui nel consesso europeo si continua a guardare al destino della Grecia non fa certo onore alla civiltà e alla democrazia. Ancor più grave è l’espressione di una visione miope sullo stato dell’economia internazionale e sulla trasmissione del contagio finanziario, oggi più che decenni orsono, potente fattore di destabilizzazione globale.

Ci sembra perciò assai illuminante l’articolo pubblicato da Project Syndicate a firma Yu Yongding, Presidente della Società Cinese per l’Economia Mondiale e già Direttore dell’Accademia Cinese delle Scienze per l’Economia e la Politica Mondiali, che mette in luce quanto un’economia non europea come quella cinese deve invece temere gli effetti di una uscita della Grecia dall’euro.

Questa preoccupazione poggia su ragioni più che fondate poiché, spiega Yongding:

“Tanto per iniziare, le autorità cinesi non dovrebbero illudersi di essere immuni al contagio finanziario. Una “Grexit” (in gergo l’uscita della Grecia dall’euro) colpirebbe le banche europee che detengono titoli di Stato dei Paesi periferici dell’Eurozona. Le onde d’urto derivanti dal deleveraging si diffonderebbero, a loro volta, ai mercati emergenti come la Cina.
Sebbene l’esposizione delle banche e delle istituzioni finanziarie cinesi rispetto agli asset sovrani e bancari dell’Eurozona sia trascurabile, la fuga di capitali post-Grexit dai mercati a rischio potrebbe uguagliare, o addirittura sorpassare, quella avvenuta nelle settimane successive al collasso della Lehman Brothers nel settembre del 2008. Rispetto al 2007 e al 2008, i titoli detenuti dagli investitori esteri nei mercati emergenti sono di gran lunga superiori, considerata la relativa forza economica di questi Paesi negli ultimi anni e i rendimenti minimi sugli asset finanziari dei mercati sviluppati.”

Ma alle ricadute finanziarie si aggiungerebbero quelle, non meno impattanti, sull’economia reale:

“La Cina deve altresì prevedere un piano di medio termine per affrontare le ricadute economiche di un’uscita della Grecia dall’euro. Qualora il contagio si rivelasse circoscritto, con l’unico caso della Grecia, la flessione della produzione nell’Eurozona sarebbe notevole, ma non catastrofica. Ciò nonostante, l’Ue è il partner commerciale più importante della Cina e il Dragone deve essere preparato alle gravi perdite di posti di lavoro nel settore dell’export.
L’esperienza del Giappone indica come una recessione conseguente a una crisi finanziaria possa essere estremamente prolungata, dal momento che il deleveraging è un processo lungo. Con tutta probabilità l’odierna recessione si trascinerà per molti anni sia in America che nell’Ue. Il governo cinese deve quindi dotarsi di un piano a medio e lungo termine per affrontare i problemi causati da una prolungata crisi globale.
Tra questi un’impennata della disoccupazione e la necessità di riallocare le risorse finanziarie in quegli individui, la cui ricchezza è cruciale per preservare la stabilità sociale. Fatto ancora più importante, il governo cinese non dovrebbe tirarsi indietro dall’implementare le riforme strutturali finalizzate a spostare il modello di crescita cinese verso un modello maggiormente incentrato sulla domanda interna.
Inoltre, gli afflussi di capitale estero netto con buona probabilità scemeranno almeno per alcuni trimestri, influendo sulle condizioni monetarie domestiche mentre la domanda aggregata resterà debole. Di conseguenza, la PBoC dovrà mantenere politiche anti-cicliche allo scopo di evitare una spirale deflazionistica.”

Ma c’è qualcosa di più nel messaggio che Yongding intende trasmettere e riguarda la richiesta di un cambio di visione nella gestione della crisi internazionale, molto simile a quello delineato nel precedente articolo “E’ necessario un New Deal Globale”, con in più un significativo cambio di marcia nella prosecuzione del progetto europeo in direzione di un’unione fiscale e il bando dell’austerity come misura di risanamento. Yongding conclude infatti:

“Infine, la Cina dovrebbe essere pronta a tendere una mano. Per assicurarsi che l’integrità dell’Eurozona nel post-Grexit non affronti ulteriori minacce immediate, la Cina deve unirsi ai partner internazionali per creare un firewall credibile, attraverso il Fmi. Tuttavia, l’Eurozona, e la Germania in particolare, devono riconoscere appieno le cause fondamentali dell’uscita della Grecia e promettere di muoversi in direzione di un’unione fiscale, ammettendo al contempo che un approccio orientato solo all’austerity nei confronti degli altri Stati membri a rischio rappresenti solo un vicolo cieco.”

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8 commenti su “La crisi dell’Europa vista dalla Cina

  1. LUNGIMIRANZA PER FAVORE: E’ SOLO QUESTIONE DI INTELLIGENZA. SENNO’ NON SAREMO DEGNI DEL REGNO UMANO.

  2. Ma a Voi non corre un brivido per la schiena a sentire uno che è Presidente della Società Cinese per l’Economia MONDIALE e già Direttore dell’Accademia Cinese delle Scienze per l’Economia e la Politica MONDIALI?
    Ma non vi ricorda il Grande Fratello?
    Oppure, è proprio quello che… sognate.
    Io, invece, continuerò a prendere la pillola rossa (di Matrix).

    • Eh sì … ! Non ci si può più fidare nemmeno degli americani. Ospitano nei loro siti anche economisti cinesi!
      Sono diventati tutti rossi, con o senza pillola.

  3. […] Continua a leggere » Like this:Mi piaceBe the first to like this post. […]

  4. […] che sono state riportate da esponenti di economie extraeuropee come quella cinese (si veda “La crisi dell’Europa vista dalla Cina”) sembrano dunque appartenere al versante della crisi sistemica che l’uscita della Grecia […]

  5. la globalizzazione ha aperto ai mercati, alla libera circolazione dei capitali, che vanno ad allocarsi laddove conviene investire. L’allocazione delle risorse attuale è in spregio dei diritti umani, del rispetto dell’ambiente e rischia di produrre tensioni e conflitti sociali. Tutto si gioca nella competitività del lavoro. Tutti i paesi che basano il successo economico sulle esportazioni competono mediante la moderazione salariale, mediante la precarizzazione del lavoro. L’alienazione della classe dei lavoratori, nel caso cinese, è portata ai massimi livelli per l’assenza di diritti umani, anche dei minori, salari minimi sulla soglia della sopravvivenza, a cui si aggiunge il dumping ambientale. Dovrebbero essere liberalizzati e globalizzati anche i diritti umani, è l’unica via per uscirne. La Germania, come la Cina, dovrà aumentare i salari per alimentare la domanda interna. La strada è la cooperazione internazionale.

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