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Le conseguenze economiche dei luoghi comuni

Recensione del volume 
Economia e luoghi comuni, Convenzioni, retorica e riti
a cura di Amedeo Di Maio e Ugo Marani, L’Asino d’oro edizioni, 2015 
edizione cartacea 18 €; e-book 8 € Link

“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più.”(1) Con questa consapevolezza, dichiarata nelle parole di Ludwig Wittgenstein, si faceva strada nella Cambridge del periodo tra le due guerre l’idea che la complessità del mondo non può essere imbrigliata in rigide codifiche linguistiche e men che meno lo può essere quella che caratterizza il sistema delle relazioni sociali e i fatti dell’economia. In quel contesto John Maynard Keynes, nel fitto confronto con il pensiero dei filosofi cantabrigensi che aveva accompagnato l’evoluzione del suo pensiero, si accingeva a spiegare perché la “grande crisi” di quegli anni dovesse essere considerata endemica al capitalismo e connaturata alla dimensione dell’incertezza che sta in capo alle decisioni di investimento degli imprenditori. E’ una critica radicale quella che Keynes muove alla teoria tradizionale neoclassica e alla credenza che il mercato sia dotato di capacità di autoregolazione, che relega la sottooccupazione del sistema economico a fenomeno accidentale e del tutto transitorio. E risulta tanto più radicale quanto più si riconosce che ciò che la anima non consiste nel “trovare crepe logiche nella sua analisi, quanto nell’indicare che i suoi presupposti non sono soddisfatti mai o quasi mai, e che di conseguenza non può risolvere i problemi economici del mondo reale”. La conoscenza del mondo dovrà – secondo Keynes – essere essenzialmente informata da un principio di vagueness, in base al quale le sole basi della logica si rivelano insufficienti, ed è la dimensione psicologica degli individui a caratterizzare la complessità delle vicende economiche. La rivincita dell’economia neoclassica, (ri)diventata negli ultimi decenni teoria mainstream, ha tuttavia invertito questo percorso, generando, in particolar modo nell’attuale periodo di crisi economica, modalità comunicative tese a rafforzarne il dominio.

E’ da questo punto di vista che prende le mosse il recente volume Economia e luoghi comuni. Convenzione, retorica e riti, curato da Amedeo Di Maio e Ugo Marani, per i tipi di Asino d’Oro edizioni, dichiaratamente mirato a creare un argine rispetto alla debolezza epistemologica della teoria neoclassica e – contestualmente – a “contrastare la valanga di libri, trasmissioni televisive, pagine web e così via che [ne] propagandano i luoghi comuni facendoli passare per saggezza di una scienza politicamente neutrale.” Si tratta dunque di un’importante operazione di demistificazione delle logiche dalle quali traggono impulso gli attuali indirizzi delle politiche di “messa in sicurezza dei conti pubblici”, che sempre più spingono la politica economica sul versante del rispetto di regole che garantiscano la tenuta del mercato, enfatizzando il ruolo dei “governi tecnici” ed indebolendo per questa via sempre più la funzione democratica dei parlamenti e delle sedi di elaborazione politica, a cominciare dai partiti. E lo scenario appare a ben vedere tanto più paradossale quanto più si riflette sul fatto che i presunti meccanismi di autoregolazione del mercato (governati da presunte leggi naturali) debbano essere regolati a loro volta dall’azione di un “controllore” pubblico.

L’operazione che in Economia e luoghi comuni si attua è in questo senso duplice: riportare l’uso dei termini economici in una dimensione storica – quale deve essere – consente non solo di mettere in discussione il rigido significato che la teoria neoclassica intende assegnare ai meccanismi di funzionamento del sistema economico in nome di una pretesa naturalità dei fatti dell’economia, ma anche di comprendere che il ruolo dell’azione pubblica non consiste nell’operare in subordine al mercato, quanto nel farsi parte attiva di politiche di sostegno al reddito e all’occupazione (come diffusamente argomentato nel saggio di Amedeo Di Maio sulla nascita e sullo sviluppo dell’ “ordoliberismo” in Europa).

L’intero svolgimento del volume ci consente di recuperare il senso ultimo che Keynes assegna alla necessità di intervento pubblico in un’economia monetaria di produzione, quale è quella capitalistica, centrata sulla realizzazione di un profitto monetario (2) e per questo strutturalmente predisposta a generare crisi da sottoccupazione delle risorse. E’ questa la consapevolezza che bisogna ricostruire. Cominciando con il mettere da subito in discussione uno dei bachi più decisivi di una visione tutta tecnica e ragionieristica del bilancio pubblico affidata a un culto della parsimonia (come emerge dal primo saggio di Aldo Barba e Giancarlo De Vivo) che per giunta di pubblico non ha nulla, essendo fondata sulla dimensione dell’agire economico degli individui intesi come singoli. La parsimonia correttamente intesa come sottrazione di risorse dal circuito del reddito è invece la madre del vero spreco, quello che Keynes vede nelle risorse inoccupate e in ultima analisi nell’ “atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni”(3) che il capitalismo costantemente genera. Lo “spreco della parsimonia”, come giustamente sottolineato da Barba e De Vivo. Una aberrazione che, al fine di sostenersi, ne genera un’altra ancora più grande, l’idea cioè che possa esservi un’ “austerità espansiva”, come lungamente argomentato nel saggio di Vittorio Daniele. E che porta ad enfatizzare il ruolo della “regolarità” dei conti pubblici sotto il profilo della trasparenza e della sostenibilità (come ampiamente discusso, rispettivamente, nei saggi di Elina De Simone e di Mariangela Bonasia e Rosaria Rita Canale). Non si discute, intendiamoci, il fatto che vi debba essere una amministrazione non corrotta, ma che tale base sia sufficiente di per se’ a dare impulso a una crescita significativa e duratura del reddito. C’è anzi ormai una robusta evidenza di come la linea del “rigore fiscale” abbia accentuato le dinamiche recessive europee, facendo persino aumentare il peso dei “debiti sovrani” sul PIL. E generando ulteriori paradossi, che sono ormai lo specchio di un meccanismo sempre più contraddittorio poiché incapace (così come costruito e alimentato) di far fronte ai propri errori. Lo testimonia in maniera clamorosa l’evoluzione del ruolo della BCE (tracciato nel saggio di Ugo Marani), che da semplice guardiano dell’inflazione europea, si è trasformata nel corso della crisi a “tutore” del sistema bancario, perdendo quell’aura di neutralità che ne caratterizzava l’istituzione . Tutto ciò a fronte di un sistema bancario che, come discusso del saggio di Antonio Lopes, ha dovuto fare i conti con le falle che si sono aperte dopo il processo di liberalizzazione.

Il quadro delle politiche di austerità può assumere naturalmente diverse accentuazioni se valutato in contesti nazionali diversi, soprattutto in relazione alle posizioni di svantaggio che si prefiguravano già prima della costituenda UME. Il caso dell’Italia è, a questo proposito, del tutto emblematico, come mostra il saggio di Guglielmo Forges Davanzati e di Gabriella Paulì che offre una articolata disamina su come la retorica dello spreco si è estrinsecata nel nostro Paese contribuendo ad un drammatico arretramento economico anche rispetto ai maggiori partner europei. Decisivo è stato in particolare l’accanimento con cui sono state intraprese politiche di tagli alla spesa in ricerca depotenziando la capacità di crescita di settori (quelli ad alta intensità di conoscenza) fondamentali per lo sviluppo di una economia ad elevata industrializzazione. Politiche intraprese sotto l’egida di criteri di valutazione della produzione scientifica che tendono ad affossare le strutture esistenti anche a prescindere dal potenziale scientifico espresso, e con maggiore drammaticità nei territori a basso reddito. Politiche che purtroppo trovano una loro (negativa) coerenza con la presenza di una tessuto produttivo concentrato in settori tradizionali che esprimono una bassa domanda di lavoratori qualificati. Politiche che, come argomenta l’ultimo saggio di Adriano Giannola e Carmelo Petraglia, si esprimono al loro massimo quando si parla di Mezzogiorno, in Italia considerato all’origine di tutti gli sprechi, mentre si continuano a non affrontare i suddetti nodi dello sviluppo industriale, affidando a irrealistiche politiche di incentivo alla ricerca del sistema produttivo il compito di “programmazione strategica dell’investimento” di cui dovrebbe farsi carico un attore pubblico come in realtà accaduto in numerosi paesi europei (prima e dopo la crisi).

“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori” (4). Lo scriveva Keynes nel 1925 e siamo convinti che da qui debba ripartire una profonda revisione della cultura e della comunicazione nella scienza economica. Economia e luoghi comuni va indiscutibilmente in questa direzione.

Daniela Palma

 

Note
(1) Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, traduzione di Mario Trinchero, Einaudi, 1967.
(2) “…La natura della produzione nel mondo reale non è, come spesso sembra che gli economisti suppongano, un caso del tipo Merce – Denaro – Merce, e cioè di uno scambio di merce (o lavoro) con moneta allo scopo di ottenere un’altra merce (o altro lavoro). Questa può infatti essere la prospettiva del singolo consumatore, ma certamente non è quella del mondo degli affari, che rientra invece nel caso Denaro – Merce –Denaro, e cioè di cedere moneta in cambio di merci (o di lavoro) allo scopo di ottenere una maggiore quantità di moneta …Un imprenditore non ha interesse alla quantità di merce di cui entrerò in possesso. Egli aumenterà la produzione soltanto, se, facendo così, egli si attende di accrescere il profitto monetario, anche se questo profitto è rappresentato da una quantità di prodotto minore di prima” (John Maynard Keynes, Collected Writings, vol. XXIX, Londra, 1973, pp.81-82.)
(3) J.M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, 1930

(4) J.M. Keynes, Sono un liberale?, 1925

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