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Uscire dall’euro o “uscire” da questa BCE?

di Pier Giorgio Gawronski

Economisti di scuole diverse convengono: “la BCE non può fare di più”. I liberisti, perché non capiscono le crisi di domanda, e in ogni caso vogliono deregolamentare la società: per loro l’unica soluzione – fallita l’austerità – sono le riforme strutturali. I keynesiani invece ricordano il classico risultato teorico: in una trappola della liquidità ‘la politica fiscale è efficace, la politica monetaria è impotente’! Trascurano però quattro fatti: (1) una banca centrale può sempre fare danni: come quando nel 2011 la BCE alzò i tassi; (2) in economia aperta si può sempre svalutare; (3) i modelli keynesiani moderni sono più sofisticati di una volta; (4) la politica monetaria non è del tutto separabile dalla politica di bilancio. Perciò anch’essi sottovalutano le responsabilità della Banca Centrale Europea.

Nel 2011 la BCE sostenne che la crisi finanziaria era causata dall’insufficienza di austerità in Italia e Spagna. Non dipendeva da lei; non poteva essere fermata da lei; e i Trattati Europei non le consentivano di intervenire. Ma il 26 Luglio 2012 a Mario Draghi fu sufficiente dichiarare il contrario: “The ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And, believe me, it will be enough” (la BCE è pronta a fare tutto ciò che è necessario per preservare l’euro. E, credetemi, sarà abbastanza). Tra questo “necessario” anche il controllo dei tassi di interesse dei debiti sovrani: “To the extent that the size of the sovereign premia hamper the functioning of the monetary policy transmission channels, they come within our mandate” (nella misura in cui la dimensione dei premi dei titoli sovrani ostacola il funzionamento dei canali di trasmissione della politica monetaria, essi entrano all’interno del nostro mandato).

La comparsa di un ‘lender of last resort’ si dimostrò condizione necessaria e sufficiente a por fine alla crisi finanziaria. (Corollario: le dichiarazioni del 2011 destabilizzarono i titoli pubblici).
La BCE previde allora che il calo degli spread avrebbe rilanciato la crescita già nel 2013, nonostante l’austerità: l’insufficienza della domanda, per la macroeconomia neoclassica, non è mai un problema. Di nuovo si sbagliava. Con la ‘svolta’ dello scorso 5 Giugno anche quest’errore è stato riconosciuto. È stata smentita, in particolare, la tesi secondo la quale ‘la depressione dipende dall’insufficienza di riforme strutturali, perciò la banca centrale non può fare di più’: tesi che confonde i problemi della produttività delle risorse produttive (vincolo alla crescita nel 2005-07) con quelli della disoccupazione delle risorse produttive (vincolo alla crescita dal 2009 in poi). La BCE ha ammesso implicitamente che la produttività non ha nulla a che vedere con i problemi attuali dell’Eurozona: questi hanno origine piuttosto in una prolungata depressione della domanda. La Bce riconosce, inoltre, che si tratta di una situazione meritevole di attenzione: il problema non è ‘di breve termine’, e non si risolve da sé, come era stato sostenuto. La retorica delle riforme strutturali c’è ancora, ma è ormai separata dall’analisi della crisi.

Le conclusioni keynesiane della BCE si basano su recenti stime di OCSE e FMI, che confermano che oggi l’offerta dipende dalla domanda, non viceversa. Fino al 2008, infatti, PIL e Pil Potenziale sono cresciuti assieme: dal 2009 il crollo della domanda ha fatto precipitare il PIL. Il Pil potenziale ha resistito a lungo ma poi, specie dal 2012, ha cominciato a cedere: la carenza di domanda distrugge la capacità produttiva. Nel caso dell’Italia le stime del danno al PIL Potenziale oscillano fra 7% e il 12%, e sono in crescita: i giovani lasciano il paese, l’Università, i disoccupati perdono competenze, le imprese non investono, ecc.

La BCE ha grandi responsabilità per la depressione della domanda. Dal 2012 definisce la politica monetaria ‘accomodante’. Ma nel frattempo l’attivo del suo bilancio è calato di mille miliardi di Euro (mentre l’attivo della Fed è cresciuto di un importo analogo). L’offerta di moneta nell’Eurozona è quasi ferma (M3: +0,7%, M2: +1,7%; USA: +6,5%). Le riserve bancarie depositate presso la Bce sono scese da 800 a 100 miliardi: perciò i tassi negativi introdotti il 5 Giugno per stimolare il credito incideranno su fondi assai limitati. La riduzione dei tassi d’interesse, inoltre, non frena l’aumento dei tassi ‘reali’, spinti verso l’alto dal calo dell’inflazione. In Spagna, ad esempio, i tassi pagati dalle imprese sono scesi in 2 anni dal 5,2% al 4,8% circa, e l’inflazione da 3,5% a 0,2%: perciò i tassi reali sono aumentati di circa il 3%. Andamenti simili, anche in Italia, scoraggiano gli investimenti.

Nel 2009-14 l’obiettivo d’inflazione (2%) è stato mancato: la media (core) è stata 1,3%; oggi è a 0,7%; la BCE prevede che resterà sotto l’1,5% fino a tutto il 2016. Già un anno fa la BCE si disse ‘preoccupata’, ma ha atteso 10 mesi per intervenire, pur avendo tassi più alti di quelli suggeriti dalla ‘Taylor rule’ (la regola d’oro dei banchieri centrali): la differenza era di +1% (Svizzera -1,2%, USA -1,5%, UK -3%, Giappone -4%, Guggenheim Inv.; Morgan Stanley stima divari persino maggiori). Draghi, basandosi su alcuni sondaggi, considera le aspettative d’inflazione “saldamente ancorate al 2%”: ma i mercati obbligazionari (TIPS) incorporano una previsione d’inflazione media nei prossimi dieci anni dell’1,35%.

I fallimenti della BCE hanno destabilizzato molti debitori. In Italia, un punto e mezzo di inflazione aumenta il debito pubblico italiano di due punti percentuali di PIL ogni anno, tre contando gli effetti indiretti. L’impatto su famiglie e imprese (i cui debiti Eurostat stima al 126% del Pil, l’Ocse al 188%) potrebbe essere ancora più forte. Avvantaggiando i creditori sui debitori, la BCE ha frenato sia il ‘deleveraging’ in atto – quindi la domanda interna pubblica e privata -, sia il riequilibrio della competitività con la Germania (domanda estera). Draghi ritiene ora di avere in mano “a significant package”. Per la prima volta la BCE utilizza tutto lo spazio delle politiche convenzionali; e sta varcando la soglia delle politiche non convenzionali. Basterà?

Le politiche monetarie non convenzionali sono essenzialmente di due tipi: la ‘Forward Guidance” e il “Quantitative Easing”. La prima mira ad alzare le aspettative di inflazione per abbassare i tassi reali ‘percepiti’, stimolare il credito, accrescere la propensione all’investimento. Si realizza alzando l’obiettivo d’inflazione per alcuni anni; i Trattati Europei non creano ostacoli giuridici. Ma Draghi si limita ad annunciare “tassi bassi” per un lungo periodo di tempo. A differenza delle altre banche centrali, la BCE continua inoltre a rimandare il Quantitative Easing (l’acquisto di titoli dai mercati finanziari a fronte dell’emissione di nuova moneta) perché non vuole comprare titoli pubblici. Attende perciò lo sviluppo del piccolo mercato Europeo degli Asset Backed Securities (meno rischiosi?): oggi vale 1300 miliardi, in gran parte mutui immobiliari, considerati inadatti. Potrebbe intanto acquistare titoli pubblici americani, inglesi, svizzeri, ecc., svalutando l’Euro en passant… eppur non si muove!

Escluse le grandi manovre macroeconomiche, alla BCE sono rimaste solo misure parziali e mirate. ma difficilmente i TLTRO – i fondi che da settembre saranno messi a disposizione delle banche per prestiti alle PMI – da soli saranno efficaci. Le banche Europee hanno nei bilanci sofferenze per 1020 Mld., a fronte dei quali riserve per soli 570 (Fitch); in Italia, Spagna e Portogallo le sofferenze superano il 10% degli impieghi; in Italia il 14,5% dei crediti alle imprese (Moody’s): perché dovrebbero offrire nuovo credito, oltre a quello già offerto ai clienti migliori, aumentando ancora i rischi in portafoglio? E le imprese perché dovrebbero fare nuovi investimenti se le vendite non ripartono? Tanto più che – ha ricordato Visco – quelle italiane hanno debiti ‘in eccesso’ per 400 Miliardi. Il basso livello dell’inflazione indica piuttosto che l’Eurozona ha bisogno di aumentare l’offerta di Moneta, alzare le aspettative sui prezzi, e più in generale di un nuovo paradigma economico che abbatta il rischio di disoccupazione percepito dalle famiglie.
Le responsabilità della BCE vanno anche oltre la politica monetaria. La BCE ha promosso l’austerity e la deregulation del mercato del lavoro, forte del suo status di prestatore di ultima istanza e dell’assenza di check and balance democratici europei. Non solo: influenza anche la composizione del bilancio pubblico (ad es. in Francia), sostenendo che l’austerità è growth friendly se taglia la spesa invece di alzare le tasse: il contrario di quanto insegna la teoria economica (Teorema di Haavelmo) quando è la domanda che vincola la crescita! Altrove, le banche centrali si coordinano con la politica di bilancio: dichiarandosi senza riserve lender of last resort consentono ai governi di indebitarsi a tassi bassissimi; o comprano titoli pubblici e girano loro gli interessi.

La BCE – pur essendo ‘behind the curve’ – sta evolvendo. Ma la ‘svolta’ del 5 Giugno non deve trarre in inganno: senza una discontinuità politica, non potrà mai diventare una banca centrale normale. La BCE è diventata il centro ideologico dell’Eurozona: essendo stata monopolizzata dalla scuola neoclassica, ha grandi difficoltà a capire e applicare le politiche keynesiane. Grazie all’immagine di organo ‘tecnico’ e super partes, fornisce copertura ideologica alla Commissione Europea, alla Germania, e agli interessi dei rentiers (che beneficiano degli alti tassi reali). Tollerare alti tassi di disoccupazione è una scelta, non un accidente, che implica la riduzione dei salari reali rispetto ai profitti in tutta l’Eurozona. L’assetto istituzionale è strutturalmente carente: l’interpretazione dei Trattati non è affidata ad un organo terzo (Parlamento Europeo); né vi è controllo sulla performance dei banchieri centrali. Poiché questi sono istintivamente avversi all’inflazione più che alla disoccupazione, l’interpretazione delle norme ne viene sistematicamente distorta. Ma è possibile sottoporre la BCE al controllo democratico senza che vi sia dietro uno Stato Europeo? E in uno stato europeo, un paradigma diverso dall’attuale sarebbe possibile?

Molti chiedono l’abbandono dell’Euro. Ma forse basterebbe uscire da questa BCE. Perché con un’inflazione europea al 3% anche la periferia potrebbe recuperare 3-4% di competitività all’anno, rendendo la svalutazione meno urgente. Il vero problema è l’assenza di politiche espansive. Purtroppo, i nostri commentatori continuano – quasi all’unanimità – ad incensare la BCE in modo superficiale ed acritico: così diventa politicamente impossibile uscire dal paradigma vigente. Alla BCE è stato attribuito informalmente un ruolo politico improprio di ‘arbitro’ dei conflitti monetari fra i paesi membri: perciò un eventuale tentativo di cambiarne gli assetti sarebbe di una delicatezza estrema. Ma se è vero, come sostiene Zingales (Sole24ore del 27/7) che la BCE è preda degl’interessi politici tedeschi, a maggior ragione un vero negoziato (discreto ma di alto livello) sull’Euro non può che mettere al centro la BCE.

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19 commenti su “Uscire dall’euro o “uscire” da questa BCE?

  1. Citazione “i Trattati Europei non creano ostacoli giuridici”.

    Meglio: impongono di intervenire.

    Citazione: “Ma è possibile sottoporre la BCE al controllo democratico senza che vi sia dietro uno Stato Europeo?”.

    Il Parlamento Europeo può fare poco. L’unica Autorità sovraordinata alla BCE (e alla Germania) è la Corte di Giustizia Europea. Ripropongo il mio quesito (v. “:John Maynard Giavazzi (o quasi)”):

    QUESITO-PROPOSTA

    Nell’articolo allegato, Giavazzi e Tabellini chiedono un intervento forte alla BCE, ritenendolo indispensabile.
    La BCE, finora, ha trasformato un suo obbligo statutario in una concessione condizionata e costosa, è possibile denunciarla alla Corte di Giustizia Europea?
    Draghi: “E’ ora di cedere sovranità sulla riforme. L’Italia allontana gli investimenti”.
    La frase-invito-monito di Draghi è di facile interpretazione, se si mettono insieme pochi elementi:
    a) l’editoriale di Scalfari di 2 domeniche fa in cui egli ha rivelato che Renzi è simpatico a Draghi (mentre sappiamo che è antipatico allo stesso Scalfari); ed ha anticipato l’invito di Draghi, auspicando che l’Italia si sottoponga al controllo della troika, per avere aiuti finanziari, poiché secondo lui la filosofia della troika è cambiata radicalmente.
    b) Draghi è il co-firmatario (con Trichet) della famosa lettera della BCE del 5 agosto 2011 al governo Berlusconi, recante vere e proprie imposizioni all’Italia (non ad altri Paesi) circa il contenuto e la tempistica delle misure severe da adottare; ora, si limita ad un invito verbale, che forse ha anche la funzione di dare un aiuto a Renzi, ma che, per come appare nella sua ruvidezza e quasi perentorietà, e visto il soggetto da cui promana, ha quasi la stessa cogenza (infatti, come acutamente rileva Carlo Clericetti, nessuno dei governanti fiata).
    c) Draghi ha la mentalità del Capo di Stato Maggiore, e gli Stati Maggiori sono notoriamente potenti e spietati e bravissimi a fare piani sulla pelle della truppa (sono pagati per questo), ma solitamente restano al sicuro, lontani dalla trincea (e, francamente, non è un bell’esempio). Infine,
    d) la sua frase esagerata è un segno evidente di coda di paglia per senso di colpa e di implicita ammissione di impotenza, poiché egli è costretto dalla Germania a disapplicare lo statuto della BCE che presiede, il quale, all’art. 2, impone al SEBC, raggiunto l’obiettivo del controllo dell’inflazione (che non deve superare il 2%), di finanziare la crescita economica e dell’occupazione. Ed ora l’inflazione è prossima allo zero e c’è un rischio reale di deflazione. La cosa bizzarra ed inaccettabile, che andrebbe denunziata formalmente (alla Corte di Giustizia Europea?), è che la Germania e la Commissione UE (con Barroso e Rehn, prona alla Germania per 10 anni), con la complicità della BCE, hanno trasformato quest’obbligo in una gentile concessione condizionata, a caro prezzo, non per i ricchi, beninteso, ma per i povericristi.

    PS:
    Faccio rilevare che, nel sito della BCE, c’è stata una modifica recente e del link e del testo relativo alle funzioni.
    Riporto il passo della vecchia versione (ormai introvabile): “L’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali […] è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Inoltre, “fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nella Comunità al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti nell’articolo 2 (articolo 105, paragrafo 1, del Trattato che istituisce la Comunità europea). Gli obiettivi dell’UE (articolo 2 del Trattato sull’Unione europea) sono un elevato livello di occupazione e una crescita sostenibile e non inflazionistica”.
    Nella nuova versione modificata, viene enfatizzata anche per l’UE l’esigenza della stabilità dei prezzi. [*]
    [*] Link (e testo) sostituito da quest’altro:
    http://www.ecb.europa.eu/ecb/tasks/html/index.it.html

  2. PPS:

    Riporto per esteso la vecchia versione delle Funzioni della BCE (ormai introvabile):

    “Funzioni della BCE
    Le funzioni del SEBC e dell’Eurosistema sono definite dal Trattato che istituisce la Comunità europea e specificate dallo Statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE). Lo Statuto figura come protocollo allegato al Trattato.
    Il Trattato fa riferimento al “SEBC” e non all’“Eurosistema”, essendo stato redatto in base all’assunto che tutti gli Stati membri dell’UE adotteranno l’euro. Fino a tale momento sarà l’Eurosistema a svolgere le funzioni stabilite dal Trattato.
    Obiettivi
    L’obiettivo principale del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi.
    Inoltre, “fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nella Comunità al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti nell’articolo 2” (articolo 105, paragrafo 1, del Trattato che istituisce la Comunità europea).
    Gli obiettivi dell’UE (articolo 2 del Trattato sull’Unione europea) sono un elevato livello di occupazione e una crescita sostenibile e non inflazionistica”.

    Rifaccio rilevare che recentemente il sito della BCE, non credo per caso, ha modificato sia il link sia in parte il contenuto delle funzioni, cancellando il riferimento esteso all’obiettivo della crescita economica e dell’occupazione e introducendo un periodo che enfatizza anche per l’UE il controllo dei prezzi.

  3. eh sì con l’inflazione al 3% ci risolviamo tutto.

    fatto salvo che in deflazione da debiti la BCE può fare qualunque cosa che l’inflazione non riparte.

    ci vuole politica fiscale. non solo monetaria.

    • “ci vuole politica fiscale. non solo monetaria”

      E chi lo nega? Ma senza una BCE disposta a monettizzare (anche solo indirettamente) i deficit, la politica fiscale diventa complicata…

  4. USCIRE DALL’ EURO.

    Tutto il resto è noia.
    Tutto il resto E’ PRENDER TEMPO anziché intraprendere l’ unica via percorribile: NECESSARIA ma non sufficiente, certo, da sola.

  5. Non sono d’accordo sul considerare la BCE una causa dei problemi, anche se di birbonate ne ha fatte tante (l’aumento della massa monetaria del 12,5% per sostenere il dollaro quando i presidenti americani stampavano moneta su tre turni giornalieri, il sistema di remunerare l’overnight a livelli sufficienti per non far fare altri impieghi alle banche e remunerare i depositanti, ecc.), ma sono peccati veniali rispetto ai provvedimenti dei politici in tutta Europa. Infatti anche se il credito disponibile aumentasse non vi sarebbe utilizzo perché non serve il credito quando si sono create dai politici aspettative di peggioramento della situazione. Si continuano a fare annunci (e presto anche queste operazioni) di riduzioni delle pensioni, di precarizzazione del pubblico e del privato, di contenimento della spesa pubblica con conseguente contrazione delle disponibilità economiche sia per spesa corrente sia per investimenti. In queste condizioni pochi spendono e la domanda resta al palo. Ora vogliono usare la riduzione delle pensioni e dei salari pubblici come risorsa per fare investimenti. Ma a chi servono investimenti in infrastrutture se l’economia, a causa di questi interventi, subirà un’ulteriore contrazione?

    • 1. La BCE, nell’attuale struttura monca dell’assetto UE, è il vero ganglio del sistema, dire che non è ‘la’ causa dei problemi è vero, ma sicuramente è una delle concause, attualmente la principale, sia per quello che fa (continuare a suggerire l’austerità), sia per quello che non fa, violando il suo stesso statuto (art. 2).

      2. La proposta di aumentare il credito è uno dei provvedimenti necessari, ma non sufficienti; occorre integrarlo con una politica fiscale, ma per attuarla è indispensabile, visti i vincoli UE, che la BCE dia i soldi –molti soldi – agli Stati, poiché solo lei ha i soldi, ad esempio per comprare il loro debito e alleviare la spesa per interessi, destinandone il risparmio alla crescita economica e dell’occupazione. In alternativa, in Italia, c’è il varo di una corposa imposta patrimoniale sui ricchi (5% delle famiglie), a bassa propensione al consumo; ovvero, in UE, il varo degli EuroUnionBond (proposta Prodi-Quadrio Curzio): fondo di 1,000 mld garantito dall’oro e da asset pubblici, per mobilitare (moltiplicatore 3) un ammontare complessivo di 3.000 mld, da destinare parte alla riduzione del debito pubblico e parte alla crescita economica e dell’occupazione.

      3. I politici hanno le loro colpe, ma a me non risulta che vogliano finanziare gli investimenti riducendo le pensioni. In ogni caso, si tratta soltanto delle pensioni d’oro e forse d’argento (maggiori di 3.500 € netti mensili), per redistribuire i tagli alle pensioni basse o per finanziare la Cig, cioè di una misura redistributiva dai ricchi e dagli abbienti ai ceti bassi, ad alta propensione al consumo.

  6. Gli investimenti in infrastrutture possono essere fatti solo dagli stati e dalle imprese, dunque l’idea liberista che perora questa causa immagina che le imprese possano surrogare il mercato. Certo così le imprese da se se la sonano e da se se la cantano, ma ovviamente si può fare un altro giro di birra della durata di un altro anno. E va bene, ma poi? Con una capacità produttiva migliorata e aumentata si potrebbero licenziare altri milioni di lavoratori, anzi si dovrebbero licenziare altri milioni di lavoratori, e così la deflazione arriva a due cifre e fiori dalle imprese si torna al baratto.
    L’unico modo per spiegare questo delirio è prendere in considerazione la possibilità che per la più recente teoria liberista il mercato non esista o possa non esistere, e che l’impresa non debba fare più produzione di beni per una cosa che non esiste, ma solo utili per i soci, in qualsiasi altro modo; finché dura. Al vecchio slogan: meno stato più mercato, si può allora sostituire il più incisivo: meno mercato più impresa.
    Una specie di mondo senza mare ma pieno di barche.

  7. Analisi del tutto corretta. L’ho anche riprodotta sul mio sito. Solo… non si potrebbe anche venire fuori con una proposta pratica, qualcosa di chiaro che bisogna fare….

    E cosa bisogna fare ? Semplice, se riprendi controllo della Banca Centrale le fai comprare piano piano tutto il debito pubblico fino a quando non sparisce.

    Perchè ad es. da quando il trattato di Maastricht è stato firmato nel 1992 lo stato italiano ha pagato 1,600 miliardi in euro di oggi DI INTERESSI. E le tasse addizionali dal 1992 sono state…. circa 1,500 miliardi…cioè tutti gli aumenti di IVA, Irpef, accise, Irap, IMU, tasse locali, multe, da allora, dal 1992, sono andati solo a pagare gli interessi sul debito pubblico. Ma non esiste ragione perchè lo stato si finanzi con debito, quando può invece creare moneta. Finanziarsi vendendo BTP è un optional, in certi casi può essere utile per controllare i tassi, ma non è necessaria contrariamente a quello che il 90% degli esperti fa credere.

    Gli economisti devono anche riassumere tutto alla fine in modo chiaro e arrivare al cosa fare. Alla fine puoi arrivare ad uno slogan se vuoi: “non esiste ragione perchè lo stato si finanzi con debito quando può invece creare moneta”. Oppure: “lo stato deve creare moneta, altrimenti l’unica moneta la creano le banche, come debito”
    E’ semplice.

    • Non è affatto senplice per almeno 2 buoni motivi, il primo è che l’opzione di finanziarsi stampando non e’ un’assioma vero sempre e comunque, è vero solo fino a quando la moneta che stampi non diventa carta straccia, cosa ad esempio che basta e avanza per stoppare le velleita’ di coloro i quali si illudono che uscire dall’euro per l’Italia sia una soluzione, senza euro l’Italia non avrebbe neanche il 3% di deficit come spazio di manovra, sarebbe costretta a sostenere il cambio quindi a fare zero deficit e ad alzare i tassi al 10% altro che stampa…ma cmq sia l’eurozona certo non avrebbe questo problema, ma ne ha un altro gigantesco, anzi temo insuperabile al momento, vale a dire il piccolo dettaglio che non siamo una nazione e che se svaluti, svaluti per tutti, anche per chi non ne ha bisogno, se fai un regalo a qualcuno devi farlo anche agli altri, hai presente quando hai bimbi piccoli in casa? Ecco: questa è l’UE uguale e precisa…

  8. Semplice, caro Giovanni?
    Se fosse così semplice (come in effetti è), lo avrebbero già fatto da anni. Se non lo fanno, è evidentemente perché il loro scopo non è quello di far cessare la crisi.
    Del resto, la BCE è nata con una finalità ben precisa che esclude per statuto l’intervento a favore degli Stati: più chiaro di così…

  9. […] target del 2% – statuto pensato per contrastare l’inflazione – e, in tal senso, non è tecnicamente attrezzata (se non attraverso misure definite non convenzionali) a far fronte a rischi deflazionistici. La […]

  10. […] prezzi a un target del 2% – statuto pensato per contrastare l’inflazione – e, in tal senso, non è tecnicamente attrezzata (se non attraverso misure definite non convenzionali) a far fronte a rischi […]

  11. […] mobili. Ma noi, Cassandre, abbiamo sempre smontato i leader di turno e le loro presunte soluzioni. Oggetto dei nostri strali sono stati, nell’ordine, la Bce, la Commissione Europea, la Germania; la politica italiana, incapace – per mancanza di idee […]

  12. […] mobili. Ma noi, Cassandre, abbiamo sempre smontato i leader di turno e le loro presunte soluzioni. Oggetto dei nostri strali sono stati, nell’ordine, la Bce, la Commissione Europea, la Germania; la politica italiana, incapace […]

  13. leggete questo articolo si tefania bigliardi…lei si che dice le cose come stanno sulla bce
    http://www.4minuti.it/news/stefania-bigliardi-prestiti-bce-produrrebbero-effetti-molto-0077985.html

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