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Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

400euro

Weimar, marzo 2012: “Cercasi commessa a 400 euro” – foto di V.Giacché

Il sistema di welfare non è nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, come molti fan del “modello tedesco” sembrerebbero suggerire. Ecco perché sarebbe suicida per i progressisti italiani riproporre fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90.

di Guido Iodice e Daniela Palma – Keynes Blog, da MicroMega on line



Un articolo di Giovanni Perazzoli su MicroMega online [1] indica Keynes blog tra quelle fonti che diffonderebbero false informazioni sulla situazione sociale in Germania. Addirittura, veniamo accusati di essere parte di una “controinformazione italiana” la quale mirerebbe a “smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia”.

In primo luogo è bene chiarire che l’articolo a cui si riferisce implicitamente il nostro critico [2] è stato tratto da Voci dalla Germania [3], che a sua volta riprendeva i contenuti da due siti tedeschi. La “controinformazione” di cui saremmo un pericoloso tentacolo avrebbe perciò radici nella stessa Germania. Ma questo è evidentemente un argomento minore.

Ciò di cui Perazzoli sembra proprio non rendersi conto è che la sua argomentazione integra e conferma la tesi che abbiamo esposto, ossia che il “reddito minimo di cittadinanza”, di cui egli è un sostenitore, è esattamente ciò che ha permesso alla Germania di rendere socialmente sopportabili i mini-jobs, cioè il lavoro sottopagato. Come lo stesso Perazzoli spiega, infatti:

i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco. Nella formula base del reddito minimo garantito questo significa aggiungere altri 360 euro al mese e in più c’è l’affitto pagato per l’alloggio (!), le cure mediche, i soldi per il riscaldamento (!) e una riduzione per i trasporti. Il netto percepito dalla somma arriva a 560 euro al mese. Ognuno comprende il significato del fatto che l’affitto dell’alloggio non pesi sul reddito. E parliamo comunque della base del sussidio: poi per ogni eventuale figlio debbono essere calcolati altri 250 euro circa.

L’entusiasmo che traspare da queste righe per il modello tedesco si riflette anche nel resto dell’articolo, quando, dopo aver rilevato che i “mini-jobs” sono criticati dai sindacati perché destrutturano il mercato del lavoro, si chiede “Ma è sempre un male? Bisognerebbe aprire un discorso (serio) sul lavoro che cambia, e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto.”

Questo “discorso sul lavoro che cambia e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto” è ciò che ha attraversato i progressisti europei (compresi quelli italiani) dalla metà degli anni ’90 in poi. La tesi è (era) che il lavoro stabile – quello a tempo indeterminato e ben retribuito – è ormai un miraggio per una serie di motivi (cambiamenti tecnologici, globalizzazione della produzione, ecc.) e che contro questi cambiamenti non è possibile – o sarebbe comunque inutile – porre argini. Si deve quindi abbandonare ogni velleità circa la difesa del “posto fisso” (che, come sostiene il premier italiano Mario Monti è “noioso”) e acconciarsi a “proteggere il lavoratore, non il posto di lavoro”, per usare un’espressione tornata in voga grazie al ministro Elsa Fornero. Via quindi alla flexsecurity: si cancellino pure le garanzie nel mercato del lavoro in cambio di maggiori emolumenti dal welfare state. Vale a dire quel che ha fatto la Germania con le riforme Hartz.

Recentemente questo leitmotiv ha preso una forma più cruda e diretta: secondo Luigi Zingales è inutile investire in tecnologie e quindi sollecitare la domanda di lavoro qualificato, ben pagato e magari anche stabile. Gli italiani dovrebbero accontentarsi di diventare un popolo di camerieri al servizio dei milioni di turisti cinesi che invaderanno presto il nostro paese. Mentre gli Stati Uniti si reindustrializzano, salvando il settore auto e reimportando persino le produzioni hi-tec, da noi imperversano ancora i luoghi comuni sull’ineluttabilità della fine dell’industria manifatturiera in Occidente.

Perazzoli ci ricorda giustamente che però in Italia il welfare europeo non esiste e che la maggiore flessibilità non è mai stata compensata da misure come il reddito minimo di cittadinanza. Ciò è vero, e diversamente non poteva essere, dato che l’Italia non può permettersi un welfare generoso a causa dell’elevato debito pubblico accumulato che, in assenza di strumenti di politica monetaria, oggi in mano alla BCE, deve essere inevitabilmente ripagato con le tasse o con altro debito, in una spirale debito-austerità-decrescita che attanaglia il nostro paese almeno dal 1992.

Tuttavia, anche in assenza di questo vincolo, sarebbe pernicioso aderire al “modello tedesco” di bassi redditi compensati da ampio welfare (ampio poi fino ad un certo punto, date le riduzioni delle prestazioni previdenziali). Per inciso, lo stato sociale (un’invenzione dei liberali inglesi attuata dalla sinistra socialdemocratica europea) non è affatto nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale. Al contrario, il welfare state ha convissuto con alti salari, mercato del lavoro tendenzialmente rigido, obiettivi di piena occupazione e proprio dagli alti salari e dalla piena occupazione traeva prioritariamente le proprie risorse.

Un welfare che invece vada a compensare i bassi salari e la precarietà è ciò che hanno sempre proposto i liberisti e, non a caso, il “reddito minimo garantito” si ritrova oggi nell’Agenda Monti. Tra i primi a proporlo vi fu Milton Friedman [4]. Secondo l’economista americano lo stato avrebbe dovuto stabilire un reddito minimo, ad esempio 1000 dollari al mese: chiunque percepisse un reddito da lavoro inferiore a tale cifra avrebbe ricevuto un’integrazione fino a quella soglia. L’espressione usata da Friedman era “tassa negativa sul reddito” (in inglese NIT: negative income tax): invece di pagare le tasse allo stato, è lo stato che paga il contribuente, al fine di mantenere in piedi il sistema basato sui consumi. Secondo Friedman la NIT, inserita all’interno di uno schema di tassazione non più progressivo – come nella tradizione sia americana che europea – ma “piatto”, cioè con un’unica aliquota uguale per tutti, avrebbe dovuto sostituire le previsioni del welfare state tradizionale ed essere accompagnata dall’eliminazione dei minimi salariali.

E questo il punto che abbiamo voluto mettere in evidenza con la pubblicazione dell’articolo che non è piaciuto a Perazzoli: in Germania, come in Italia del resto, e a differenza di molti paesi europei, i minimi salariali per legge non esistono e quindi non proteggono i lavoratori precari. Di più: con il nuovo patto sulla “produttività” firmato dalle parti sociali (Cgil esclusa) i minimi stabiliti nei contratti nazionali di lavoro vengono allentati, eliminando i residui meccanismi di adeguamento all’inflazione, sperando così di imitare la Germania nella sua corsa all’abbassamento del costo del lavoro. Il risultato è che il welfare state, slegato dalla piena e buona occupazione, diventa un surrogato per sostenere una massa crescente di “lavoratori poveri” [5]. E’ inutile quindi addebitare il tutto all’abuso degli strumenti di flessibilità. Si tratta di una strategia perseguita coscientemente al fine di ridurre il costo del lavoro per influenzare il tasso di cambio effettivo. Una strategia che ha funzionato per la Germania ed è all’origine degli squilibri della bilancia commerciale che, cumulatisi in questi 14 anni di cambi fissi, hanno dato vita ai grandi debiti esteri che minano la stabilità dell’eurozona. Ma una strategia irripetibile, perché faceva leva su comportamenti opposti nei paesi periferici, mercato delle eccedenze tedesche.

Sarebbe quindi suicida per i progressisti mutuare il modello tedesco, riproponendo fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90. Al contrario, essi dovrebbero respingere l’idea di uno stato sociale residuale al servizio di un mondo di bassi salari e riprendere in mano la bandiera della piena (e buona) occupazione e dei salari tendenzialmente crescenti.

NOTE

[1] http://temi.repubblica.it/micromega-online/mini-job-welfare-tedesco-e-disinformazione-italiana/
[2] http://keynesblog.com/2012/12/28/reddito-minimo-o-minimi-salariali-il-caso-tedesco/
[3] http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/12/e-davvero-un-jobwunder.html
[4] http://en.wikipedia.org/wiki/Negative_income_tax
[5] A proposito della crescente diseguaglianza in Germania può essere utile leggere i seguenti articoli:
http://www.businessinsider.com/censored-poverty-report-in-germany-2012-11
http://corriereberlinese.wordpress.com/2011/12/12/aumenta-anche-in-germania-il-divario-tra-ricchi-e-poveri/

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13 commenti su “Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Il modello tedesco mi sembra una forma di CONCORRENZA SLEALE. Magari per il lavoratore cambia poco (lo stipendio è misero, ma lo Stato lo integra e gli garantisce affitto, riscaldamento, bonus ecc.), ma l’azienda è enormemente avvantaggiata (ha un costo del lavoro minimo e quindi può vendere a prezzi concorrenziali).
    Mi chiedo addirittura se ciò non costituisca una forma indiretta di AIUTO DI STATO alle imprese tedesche, come tale vietato dai trattati dell’Unione europea. Lo spiego con un esempio paradossale. L’Italia non può sovvenzionare direttamente la Fiat, come faceva in passato, perché distorsivo della concorrenza. Però potrebbe concordare, con l’impresa e i sindacati, di dimezzare il salario di tutti i lavoratori Fiat; l’altra metà del salario verrebbe integrato sotto forma di welfare con contributi pubblici. Il risultato finale sarebbe identico ad un aiuto di Stato.

  3. Le osservazioni sono interessanti, ma ne voglio fare una anche io: si parla di “salari crescenti” come obiettivo da perseguire. Vorrei che fosse ben chiaro che questa cosa può funzionare se ci sono risorse materiali abbondanti; se ad un certo punto queste risorse scemano, di crescite non si può più parlare. Né per i ricchi compensi dei manager, né per i miseri stipendi degli operai stradali.

    Più che perseguire improbabili incrementi di salario, preferirei che ci decidessimo a far pagare qualche tassa (non tante: qualcuna) anche a chi i soldi li ha davvero; e smetterla di insultare chi lavora per 850 euro al mese con una tassa, l’irpef, che oltre che demenziale è anche la più lampante e grottesca offesa che possiamo arrecare al primo articolo della nostra Costituzione.

  4. Perazzoli ha descritto minuziosamente il sistema tedesco. E corrisponde a verità.
    Qui invece si limita a contestare l’articolo di Perazzoli opponendo opinioni non dati di fatto come fa l’ottimo Perazzoli.
    Sembra più una posizione ideologica di chi odia le masse. Mi chiedo allora la MMT chi inonderebbe di soldi. Facile rispondere ovviamente dato che vuole la BCE come la Fed reserve, come se quest’ultima avesse inondato i senza tetto americani di quattrini e non le banche.

  5. Le teorie economiche mi hanno sempre affascinato. Poi però bisogna calarsi nella realtà economica ed allora vorrei porre alcune domande agli autori dell’articolo. Vorrei sapere come può competere sui mercati un imprenditore italiano che, ad esempio, intende costruite e commercializzare una linea di lavastoviglie. Questo ipotetico imprenditore si trova ad avere un costo del lavoro cinque volte più elevato del concorrente rumeno, costi di difficile valutazione quantitativa, ma sicuramente non trascurabili, relativi alla prevenzione (adempimenti sanitari, 626 etc.) ed alla burocrazia infernale del nostro Paese. Ipotizziamo che il nostro imprenditore è molto geniale e brevetta un sistema di lavaggio che, nonostante il gap competitivo, gli permetta di vendere i suoi prodotti ottenendo cospicui utili. Gli utili saranno soggetti all’imposizione fiscale che nel nostro Paese è 5/6 volte superiore a quella di molti paesi vicini a noi. Se il nostro imprenditore non è fortemente “attaccato” all’Italia, cercherà di delocalizzare. Mi chiedo e vi chiedo se la prospettiva del Sig. Zingales sia così campata in aria.

    • Intanto vorrei vedere chi acquisterà una lavatrice rumena.
      La compentizione è più probabile che sia con i gruppi tedeschi e svedesi.
      Parallelamente è una balla che i profitti delle imprese in Italia siano tassati al 68%, dato che chi ha stilato qeusto dato (la Banca Mondiale) include nel computo anche gli oneri sociali.
      Tolti i quali, la pressione fiscale sulle imprese scende secondo Eurostat al 31,4%. In Germania è quasi al 30% e poco sopra il 26% in Svezia e nella media della Zona Euro..

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  7. […] Due articoli sulla flexicurity, uno dedicato al modello danese, preso come riferimento da Pietro Ichino; l’altro a quello tedesco. […]

  8. […] elevata di quella tedesca. Eppure dal 2004 (cioè proprio in corrispondenza delle riforme “Hartz“) presenta un passivo commerciale […]

  9. […] chiave di volta del successo dell’export tedesco: politiche di moderazione salariale come le riforme Hartz, con le quali si è ottenuta una forma estrema di concertazione sindacale e si sono introdotte […]

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