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Il mito del “finanziamento monetario” della spesa pubblica

terzi_andreaNell’ambito del dibattito aperto con l’intervento di Emiliano Brancaccio e la risposta di Warren Mosler riguardo l’MMT, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Andrea Terzi (docente di economia monetaria all’Università Cattolica di Milano)

In diverse occasioni, economisti di orientamento “keynesiano” hanno invocato il finanziamento monetario della spesa pubblica come motore della domanda aggregata. E puntualmente economisti di orientamento “monetarista” ne hanno obiettato gli effetti inflazionistici. Mi pare siano utili tre precisazioni.
1. L’economia keynesiana pone la domanda aggregata al centro del processo di crescita: il PIL dell’economia si stabilizza a quel livello che le imprese giudicano più redditizio in relazione alla domanda complessiva. Più le imprese fanno fatturato, più cresce il Pil. A loro volta, le aziende vendono in risposta ai consumi e investimenti interni, alle esportazioni e alla domanda del settore pubblico.
Ma attenzione: siccome le imposte riducono reddito e ricchezza del settore privato, è la spesa pubblica al netto delle imposte che contribuisce alla domanda complessiva. In altre parole, ciò che conta è quel che comunemente si chiama disavanzo pubblico e che io preferisco chiamare spesa netta del settore pubblico.

2. Il contributo della spesa netta del settore pubblico alla domanda complessiva dipende da molti fattori. Ad esempio, il motivo più importante per il quale lo stimolo fiscale di Obama nel 2009 non ha avuto effetti più tempestivi sull’occupazione è che essendo le famiglie americane ultra-indebitate, la gran parte dell’aumento del reddito veniva risparmiato per pagare gli interessi sul debito. In casi come questo, è necessario un disavanzo maggiore per produrre i risultati desiderati in termini di maggiore occupazione. Ma l’amministrazione Obama appena insediata non si rese conto delle dimensioni della crisi e reagì troppo timidamente.

3. In ogni caso, l’effetto della spesa netta del settore pubblico sulla domanda complessiva non dipende affatto da chi è l’acquirente dei titoli pubblici (che siano le banche, le famiglie, le imprese, o la banca centrale). Questo punto era ben chiaro a Keynes. In seguito, però, riportando in auge la teoria quantitativa della moneta, Friedman teorizzò che il disavanzo pubblico crea domanda solo nel caso in cui i titoli siano acquistati dalla banca centrale. È questo il cosiddetto finanziamento monetario. Per Friedman, collocare i titoli presso il settore privato sottrae risorse finanziarie al credito: si dà con una mano per sottrarre con l’altra.

Ma non è affatto così. In realtà, quando le banche acquistano titoli con denaro contante (riserve) non accade nient’altro che una sostituzione di una passività pubblica (i titoli del Tesoro) con un’altra passività pubblica (le riserve della banca centrale). Ciò non ha alcun impatto sulla capacità delle banche a fare prestiti, né ha ripercussioni sui tassi d’interesse. Per una banca, avere tra le proprie attività dei titoli del tesoro oppure un credito con la banca centrale non fa alcuna differenza rispetto alla sua attività creditizia.

Si tratta di un aspetto tecnico che ha tuttavia conseguenze importanti per il dibattito sugli effetti della politica fiscale. Un riscontro inequivocabile dell’irrilevanza della creazione di moneta da parte delle banche centrali è quanto è accaduto con il “Quantitative Easing”: stimolo nullo o trascurabile, nessuna inflazione.

L’irrilevanza della creazione di riserve bancarie da parte della banca centrale è suffragato da alcuni lavori della Federal Reserve e della Banca dei Regolamenti Internazionali [Ad esempio: Claudio Borio and Piti Disyatat, Unconventional monetary policies: an appraisal, BIS Working Papers, No 292, 2009 e Antoine Martin, James McAndrews, David Skeie, A Note on Bank Lending in Times of Large Bank Reserves - Staff Report no. 497, Federal Reserve Bank of New York, 2011], ed è un aspetto centrale della teoria della moneta come monopolio pubblico sviluppata da Warren Mosler [Warren Mosler, Soft currency economics II, Kindle edition].

E l’Europa?
Imporre agli stati membri il pareggio di bilancio deprime drammaticamente la domanda aggregata. Sottrarre alla BCE la possibilità di gestire il mercato secondario dei titoli pubblici (come invece può fare ogni altra banca centrale di uno stato sovrano) espone i titoli di stato al rischio di default. Draghi, a partire da settembre, ha annunciato che la BCE acquisterà i titoli dei paesi in difficoltà a certe condizioni. Pur non essendo in grado di garantire a tutti i paesi un rendimento allineato al tasso ufficiale (come accade invece anche in Giappone, ancorché il debito pubblico sia ben più alto di quello greco), la decisione ha di fatto introdotto la garanzia della BCE contro l’insolvenza. La questione dunque non è più, nemmeno per l’Europa, quella del finanziamento monetario del disavanzo, ma piuttosto quella di un allentamento della morsa fiscale.

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7 commenti su “Il mito del “finanziamento monetario” della spesa pubblica

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Ottimo. Articolo conciso, ma di pivotale importanza.

  3. Rispondo anche qui all’articolo in particolare, visto che Fr@ncesco ha linkato l’articolo su IHC.
    Prima di tutto.
    USA e Europa non sono così facilmente confrontabili: Negli USA la FED può stampare ed esportare inflazione, visto che il dollaro è ampiamente diffuso come moneta di riserva e la più importante materia prima del mondo , il petrolio, si commercia in dollari.

    Poi un grande equivoco che nessuno sottolinea, quando si parla di “effetti delle espansioni monetarie”.

    Riprendo il ragionamento di Schlichter.

    Il Quantitative Easing in USA non ha creato iperinflazione, è giustissimo. Ma accade questo perchè quei soldi sono stati parcheggiati nei conti di riserva, di certo non sono stati prestati al settore privato, sfiduciato e restio, in ogni caso, a investire in questo periodo. Appena ci sarà un pò di ripresa, e quei soldi arriveranno davvero nell’economia reale, l’inflazione ritornerà a correre, statene certi.

    Ma detto ciò, pensate davvero che in una situazione di recessione sia normale che i prezzi crescano, per quanto di poco ? Non sarebbe normale che invece scendessero – come in effetti in alcuni settori come le vendite al dettaglio nei settori “moda” stanno facendo ? E’ sbagliato guardare al valore assoluto dell’inflazione per derivarne che un “intervento monetario espansivo” non la infiamma: chi può dire quale sarebbe stato il livello dell’inflazione SENZA l’intervento monetario?

    Infatti, se dopo un intervento l’inflazione rimane zero, questo non vuol dire che l’intervento non ha creato effetti.inflazionistici, perchè magari l’inflazione genuina sarebbe stato di segno negativo. Giudicare le politiche monetarie dal livello assoluto di inflazione senza un minimo ragionamento teorico dietro è molto semplicistico.

    Riguardo il finanziamento diretto in generale, ne ho parlato qui

    http://ideashaveconsequences.org/il-fronte-keynesiano-del-no-euro-l%E2%80%99analisi-di-a-bagnai-e-la-%E2%80%9Ccontrointuitiva%E2%80%9D-difesa-austriaca-dei-cambi-fissi-parte-iii/leo

  4. Estratti da IPGC

    lo Stato, in cambio della sua moneta, ci deve il nostro diritto di saldare tutto ciò che gli dobbiamo usando quella stessa moneta.Solo questo.Si potrebbe obiettare che in ciò lo Stato è tiranno, perché in effetti si inventa una sua moneta, obbliga i cittadini a lavorare per ottenerla col solo scopo di potersi poi liberare delle imposte che lo stesso Stato gli impone. Cioè lo Stato appioppa a ogni singolo cittadino un ‘peccato originale’ (le tasse da pagare) e lo costringe a usare la sua moneta per liberarsi da quel ‘peccato’. Ma non è solo arbitrarietà. Pensateci bene: se non ci fosse questo sistema, chi mai lavorerebbe per il settore pubblico, cioè statale? Pochissimi. Perché i privati potrebbero inventarsi altre monete in concorrenza con quelle dello Stato, e in virtù dei maggiori profitti promettere poi maggiori vantaggi ai cittadini, per cui quasi nessuno finirebbe a lavorare per il settore pubblico e lo Stato
    medesimo cesserebbe di esistere. Sarebbe il trionfo dei signorotti locali in stile feudale, cioè nascerebbero veri e propri Stati privati con monete private entro lo Stato. Un caos. Ma si badi bene che in virtù degli stessi principi enunciati, anche le eventuali monete private perderebbero ogni valore se non fossero riconosciute come valide per pagare le inevitabili tasse all’interno di quei mini Stati privati.

    IL MERCATO GENERA PERFETTO EQUILIBRIO DEI PREZZI e’’idea secondo cui lo Stato deve starsene da parte e non interferire nel Mercato. Essa ha ispirato tutta la scuola Neoliberista dagli anni ’70 in poi, quella che ha colonizzato i governi, le università, le amministrazioni pubbliche e private, e i ministeri con i loro uomini formati a queste idee. Di fatto sono i padroni dell’economia oggi, quelli contrari a qualsiasi regolamentazione pubblica del lavoro, della previdenza, delle banche, del commercio. E se lo Stato deve starsene da parte, di nuovo esso NON DEVE SPENDERE a deficit per i cittadini. Gli ideologi odierni principali sono stati gli economisti Gerard Debreu, Kenneth Arrow, Frank Hahn (i Neoclassici), ma anche Milton Friedman, Carl Brunner, Alan Greenspan (i Monetaristi) e gli esponenti della scuola austriaca come Friedrich Hayek e Ludwig von Mises.

    PER OTTENERE LA PIENA OCCUPAZIONE SI DEVONO ABBASSARE GLI STIPENDI. Pur essendo nato da convinzioni a volte genuine, questo mantra è oggi
    sfruttato per ben altri fini da Confindustria e da tutta la destra economica mondiale.Esso fu riconosciuto come fasullo persino da Henry Ford già negli USA degli anni
    ’30-‘40. Si tratta del concetto chiave in malafede del Neomercantilismo delle grandi industrie dell’export (in particolare quelle franco-tedesche), cioè: deprimere i salari –
    illudendo i lavoratori che così si creerà occupazione, per esportare a prezzi concorrenziali pur creando povertà domestica. La maggior povertà deriva dal fatto che abbassare i redditi significa anche tagliare il potere di spesa dei cittadini, che ovviamente acquisteranno meno beni e servizi, e questo a sua volta taglia i profitti delle piccole medie aziende che li offrono. Le p/m aziende sanno di non vedere e ovviamente non assumeranno in quelle condizioni, e non solo, neppure investiranno, e anche questo limita l’offerta di posti di lavoro. Infine esse licenzieranno e precarizzeranno, il che completa il girone infernale di una crescente disoccupazione. Ma è proprio la massa disoccupata che fa il gioco dei Neomercantili, che così possono ricattare i lavoratori in competizione fra loro assumendoli per paghe da fame. Si tratta del ‘vangelo’ di tutti gli economisti Neoclassici, come Gerard Debreu, Kenneth Arrow, Frank Hahn, ma anche della scuola austriaca di Von Mises e Hayek, dei New Keynesians conservatori come Greg Mankiw e dei Neoliberisti in generale.

  5. Davvero interessante, ottimo articolo!

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