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Lo sviluppo passa per il manifatturiero e per le politiche industriali

Deindustralizzazione o terziarizzazione? Crisi del manifatturiero o trionfo dell’economia dei servizi?

Il dibattito non è nuovo, ed è dagli anni ’80 che occupa uno spazio sempre più significativo sulla scena della riflessione economica.
Di certo sappiamo che non è irrilevante: da esso infatti traggono origine importanti implicazioni per ciò che riguarda la presunta fine dell’età dell’industria e della cosiddetta “produzione materiale”, con pesanti ripercussioni sulle decisioni che i governi debbono assumere ai fini dello sviluppo dell’economia.

No, l’industria non è passata di moda ed è su di essa che bisogna continuare ad investire, sapendo, però, che è stata attraversata da importanti cambiamenti. Oggi ne sono ormai consapevoli tutte le maggiori economie avanzate, non ultimi gli Stati Uniti che proprio sotto l’attuale Presidenza Obama si son posti (assai seriamente) un problema di rilancio del manifatturiero e della sempre più serrata concorrenza proveniente dalle economie di nuova industrializzazione, Cina in testa.

E la questione è sempre più pressante: ce lo fa presente un prezioso approfondimento dell’Economist del 21 aprile scorso, parlandoci delle nuove “catene del valore”, dei legami sempre più articolati (ma anche forti) tra industria e servizi, nel segno di una continua evoluzione segnata dai processi dell’innovazione tecnologica. Non è una novità, questa, e la storia dovrebbe già di per sé aver insegnato qualcosa: dall’inizio della prima rivoluzione industriale nel Regno Unito, nel diciottesimo secolo, siamo passati a quella fordista che con la catena di montaggio ha segnato il decollo della produzione di massa, per finire all’era dell’economia digitale che ha governato il cosiddetto post-fordismo e la conseguente produzione-flessibile. Il futuro, oggi, è sempre più denso di conoscenza e per questo si alimenta di attività apparentemente immateriali, ma che aggiungono valore a ciò che di materiale si produce. Ragionare di questo è fondamentale: lo sottolineano spesso anche noti studiosi, sia nel campo dell’economia che della sociologia, sostenendo che è di qui che debbono partire le riflessioni su ciò che si intende come produttività e sulla capacità di sviluppo di ciascun paese.

Progettazione, design, e in ultimo produzione di beni sempre più coerenti con lo sviluppo di una domanda sempre più sofisticata e di qualità, sono gli ingredienti di un manifatturiero avanzato centrato sullo sviluppo di servizi ad alto contenuto di conoscenza.
E’ vero: il manifatturiero in senso stretto conta sempre meno pro-quota, ma è al tempo stesso imprescindibile dalla nuova catena del valore senza la quale non avrebbe neppure senso. Lo si capisce dal ruolo crescente che i servizi innovativi stanno assumendo e, soprattutto, dal fatto che i fattori tempo e costo, intorno ai quali, in Italia, non fanno che consumarsi accesi dibattiti su improbabili revisioni al rialzo di una produttività che vien fatta dipendere da presunte inefficienze delle prestazioni lavorative e/o dalla quantità di lavoro prestata.

Nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti del 1928, Keynes scriveva già che, in prospettiva, l’umanità, nonostante la fase di transitoria disoccupazione indotta dagli avanzamenti della tecnologia, sarebbe riuscita a risolvere il suo problema economico, a garantire la piena occupazione concludendo che “tre ore di lavoro al giorno” sarebbero state “più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Il suo assillo sarebbe, invece, sempre rimasto quello dell’insufficienza della domanda, e dell’incertezza gravante sulle decisioni di investimento. Un’incertezza che sappiamo essere certamente assai elevata quando si deve ragionare di “scommesse” sul progresso tecnologico.

Fa bene perciò l’Economist a richiamare la nostra attenzione su questa nuova rivoluzione industriale in atto e sul fatto che essa segnerà una nuova fase dello sviluppo economico. Ma ci occorre ancora Keynes, per capire fino in fondo che nessuna “mano invisibile” è in grado di guidare il cambiamento. Su questo le conclusioni dell’Economist sono piuttosto deboli, tralasciando il ruolo portante che, specialmente in questa fase di svolta, debbono giocare le politiche industriali.

Ce lo ricorda per fortuna Dani Rodrik, che ormai giunge a declinare la politica industriale come dimensione essenziale dell’azione di politica economica: “La politica industriale è tornata in auge.”, afferma Rodrick, anzi: “In realtà non è mai andata fuori moda. Sebbene gli economisti affascinati dal consenso neoliberale di Washington l’abbiano declassata, le economie di successo si sono sempre affidate a politiche di governo che promuovessero la crescita attraverso l’accelerazione del processo di trasformazione strutturale. La Cina lo dimostra. La sua fenomenale capacità manifatturiera si deve, per la maggior parte, al sostegno del governo alle nuove industrie. Le imprese statali hanno fatto da incubatrici per lo sviluppo delle competenze tecniche e del talento manageriale. I requisiti locali hanno portato allo sviluppo di industrie di prodotti automobilitstici ed elettronici. Ingenti incentivi per l’esportazione hanno aiutato le aziende ad entrare nei mercati globali competitivi.”
Articolo sull’Economist: “La terza rivoluzione industriale”
Dani Rodrik: Il ritorno della politica industriale

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2 commenti su “Lo sviluppo passa per il manifatturiero e per le politiche industriali

  1. [...] Lo sviluppo passa per il manifatturiero e per le politiche industriali [...]

  2. [...] rinnovata attenzione per il ruolo propulsivo rivestito dallo sviluppo di un settore manifatturiero innovativo induce a guardare con grande attenzione a questo “debito estero” di lungo periodo, che fa da [...]

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