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La modifica dell’articolo 18 peggiora ulteriormente la competitività del nostro sistema produttivo

Considerare la riforma del mercato del lavoro e le proposte di modifica dell’articolo 18, significa anche dover considerare in che misura emergerebbe una maggiore efficienza del nostro sistema produttivo, date le caratteristiche che lo contraddistinguono. E’ questo che, senza mezzi termini, Roberto Tamborini intende spiegare nel suo intervento recentemente apparso su nelmerito.com.

Con grande rigore d’analisi, Tamborini sgombra innanzitutto il campo da “deviazioni” di stampo prettamente ideologico. Spiegando, innanzitutto, che il termine rigidità e la misura di rigidità che l’articolo 18 introdurrebbe, non sono un assoluto, bensì il prodotto di una visione ben precisa del funzionamento dell’economia, che si rifà al cosiddetto “modello liberista”. Ci ricorda infatti Tamborini, che “Per i liberisti il modello ideale è un mercato del lavoro il più vicino possibile al paradigma competitivo, ossia (i) libertà di entrata e uscita, (ii) assenza di posizioni dominanti, (ii) salari flessibili (cioè che rispondono prontamente, senza vincoli normativi o altre “frizioni”, ad eccessi di domanda o offerta di lavoro).  In generale, violazioni importanti di questi tre requisiti producono disoccupazione, e la lotta contro la disoccupazione si fa rimuovendole.”

Insomma, se vengono seguite queste indicazioni, il mercato possiede una sua sana capacità di autoregolazione e al massimo, così come precisa Milton Friedman, potrà aversi un po’ di “disoccupazione frizionale” espressione di una sorta di “tasso naturale di disoccupazione”. Se però ci sono “rigidità”, il tasso naturale inevitabilmente aumenterà. Attenzione però: quello che persino il modello liberista ci dice, non è che la rimozione di “rigidità” consente la creazione di posti di lavoro, ma che potrà evitarsi l’aumento del tasso naturale di disoccupazione. In altri termini: “ …il punto chiave del tasso naturale è che il sistema è di per sé in grado di creare tutti i posti di lavoro che servono, mentre il compito del governo è di rendere efficienti i flussi di entrata e uscita.  Detto più tecnicamente, la “flessibilità” in entrata e in uscita, in questa visione, non è di per sé  una cura per la disoccupazione “strutturale“, che si manifesta quando c’è una insufficienza permanente di posti lavoro rispetto ai flussi netti in entrata nel mercato del lavoro.”

E veniamo dunque al punto dell’Italia, rispetto alla quale vi sono pochi dubbi che quella presente sia una situazione di disoccupazione strutturale.

E dunque cosa c’entra l’articolo 18? “Per trovare una risposta “scientifica” “ prosegue Tamborini, “si può guardare ad un altro approccio, dove il problema è appunto la creazione di nuovi posti di lavoro. L’idea è che l’assunzione di un nuovo lavoratore, diciamo a tempo indeterminato, per l’impresa è in realtà come un investimento. Infatti, la prestazione e il suo rendimento si svolgono nel corso del tempo. Inoltre, come nel caso di un bene capitale, l’impresa sostiene dei costi di attivazione e, al termine della prestazione, dei costi di disattivazione. Queste due voci di costo sono importanti in quanto entrano nel calcolo del valore netto dell’investimento; se sono alte, a parità di rendimento annuale l’investimento ha un valore netto più basso. Se il costo di disattivazione è molto alto (per esempio il bene capitale usato non è rivendibile) si parla d’investimenti “irreversibili“. Secondo questa visione, le norme come l’articolo 18 aumentano i costi di disattivazione del rapporto di lavoro, quindi ne riducono il valore netto, quindi riducono l’incentivo a creare nuovi posti di lavoro. Credo che chi usa (consapevolmente?) slogan del tipo “la libertà di licenziare aiuta a creare lavoro” abbia in mente questo tipo di schema.”

Ma se così è e, soprattutto se in termini di costi è doveroso ragionare in relazione all’attività di investimento dell’impresa, sarà bene anche precisare che il costo è necessariamente “scontato” nell’aspettativa del rendimento atteso dell’investimento che conduce alla realizzazione dello stesso, alzando per così dire l’asticella del rendimento atteso dell’investimento.

“Stabilito questo punto, dovrebbe essere più semplice individuare il principale effetto di una riduzione del costo di licenziamento: si creano più posti di lavoro ex ante, ma sono quelli via via a più basso rendimento atteso (quelli che non verrebbero attivati se l’asticella fosse più alta). Quindi, come sempre in economia (ma quanti si scordano questo principio basilare), c’è il rovescio della medaglia. Se questo insieme di lavoratori assunti è a basso rendimento, quando l’impresa lo scopre potrà licenziarli. Bene, ma notate che se non ci fosse incertezza sul rendimento dei lavoratori, e l’impresa avesse saputo prima quali erano a basso rendimento, non li avrebbe assunti. Risultato: aumenta il turnover, cioè la creazione/distruzione di posti lavoro, ma non (necessariamente) la creazione netta di posti di lavoro, quelli che sopravvivono ex post. Chi sostiene che in questo modo si alimenta una prassi “usa e getta” del lavoro è forse un po’ enfatico, ma dice qualcosa che ha un grano di verità.”

Se non fosse che nel rapporto di lavoro esiste un’interazione tra lavoratore, con sue proprie capacità, e imprenditore che è portatore del suo contesto d’impresa, più o meno efficiente, e che può condizionare, modificandole in meglio o in peggio anche le attitudini iniziali del lavoratore. In particolare “La soprav­venienza di ragioni economiche accertabili per la disattivazione di posti di lavoro può essere causata da fattori di mercato esterni, ma anche da comportamenti inefficienti o dolosi dell’imprenditore. Questa eventualità riduce il valore atteso dell’investimento del lavoratore, e quindi il suo rendimento effettivo. Perciò costi molto bassi di licenziamento, o di dismissione dell’impresa tout court, creano i presupposti per un risultato socialmente negativo tipo “dilemma del prigioniero”, in cui i “comportamenti cattivi” si giustificano a vicenda: da un lato sono più probabili (in quanto poco costosi) comportamenti dell’imprenditore a danno del mantenimento dei posti di lavoro, dall’altro i lavoratori rispondono con minor investimento e bassi rendimenti.”

E approfondendo la “ragione economica” e ciò che il “motivo economico” del licenziamento implica, Tamborini conclude: “ In presenza di licenziamenti per ragioni economiche, sarebbe importante distinguere tra fattori economici esterni, che impongono una ristrutturazione produttiva,  e responsabilità imprenditoriali, che richiedono un takeover di proprietà e management. Idealmente, questo lavoro lo dovrebbe fare la borsa, ma naturalmente siamo molto lontani da questo ideale, soprattutto in Italia. Si può condividere lo scetticismo sulla capacità della giustizia del lavoro di svolgere questo compito con precisione, rapidità e competenza. Ma sull’altro piatto della bilancia va pesata la nozione, presente in tutti gli ordinamenti civili, che l’impresa non è nemmeno una specie di Lego che può essere smontato e rimontato a piacimento dal padrone. L’impresa, quanto meno, è una rete di contratti e di relazioni interpersonali che attribuisce all’imprenditore dei diritti preminenti di controllo e decisione, ma anche obblighi e vincoli verso gli altri soggetti cointeressati, senza i quali l’impresa non esisterebbe. Inoltre, non dimentichiamo che la società ha interesse a tutelare l’impresa in quanto organizzazione produttiva efficiente, non le sorti del singolo imprenditore. Se il giudice non è sempre il soggetto più idoneo a trovare il punto di equilibrio tra questi diritti, doveri e interessi, si abbia il coraggio, e l’onestà intellettuale, d’introdurre riforme del governo d’impresa che attribuiscano ad altri soggetti interni poteri di negoziazione e/o controllo sulle decisioni imprenditoriali. Sono innumerevoli, in tutto il mondo, i casi d’imprese destinate alla chiusura, per le quali sono state individuate soluzioni di rilancio attraverso procedure negoziali coi lavoratori ed altri soggetti cointeressati.”

E per chiarire ulteriormente la questione va detto che quello della procedura negoziale “è uno dei pilastri del cosiddetto modello tedesco di cui tanto si parla (con poca cognizione) in questi giorni. Il modello tedesco è imperniato su imprese tecnologicamente avanzate ed efficienti, che creano posti di lavoro ad alto rendimento con elevate tutele soprattutto interne. La riforma governativa dell’articolo 18 si configura come l’ennesimo aiutino al modello italiano, da un ventennio inesorabilmente declinante nella direzione opposta.” O se vogliamo essere più espliciti, inchioda ulteriormente il modello produttivo italiano alla sua scarsa specializzazione in settori avanzati ad alta crescita della domanda, l’unica vera generatrice di posti di lavoro.

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3 commenti su “La modifica dell’articolo 18 peggiora ulteriormente la competitività del nostro sistema produttivo

  1. Profondamente d’accordo sull’analisi del “sistema improduttivo” e fortemente sbilanciato .Ben lungi dal modello tedesco ,non solo in termini di disciplina giuridica delle controversie, ma anche e soprattutto per la partecipazione del maggior sindacato tedesco IG Metal nelle scelte strategico imprenditoriali attraverso la presenza nei C.d.A delle imprese.
    Se la scelta strategica e la politica industriale dell’Italia (inesistente) avessero dieci anni fà perseguito gli stessi obiettivi del modello tedesco ; investimenti, alto valore aggiunto, alta tecnologia, alti salari , non saremmo ridotti a discutere del sesso degli angeli.

    Come ho avuto modo di scrivere nel mio blog, la figura peregrina fatta da Marchionne in sede europea ,affermando sovracapacità e richiesta d’intervento UE , seguita dalla risposta “tranchant” in merito della Volkswagen!.”Noi non abbiamo delocalizzato, noi consideriamo la Germania un paese nel quale si può investire e produrre, noi crediamo nella capacità della nostra forza lavoro!

    No, non si tratta di sovracapacità, bensì di competitività!
    E questa signori miei é la verità.
    Senza investimenti adeguati ed in possesso di chiare strategie di brand e prodotto non si va lontano. In USA si é già compreso che delocalizzare storpia!
    Non é certo con la riduzione dei costi operativi, già bassi per unità di prodotto , che i costruttori di auto europei generalisti risolveranno i loro problemi strategici .
    Buona vita a tutti.

  2. ma li avete visti i dati prodotti dal governo monti tutti col seno meno a due cifre solo qualche segno piu per inflazione un vero disastro. e noi ancora a parlare di articolo 18 liberalizzazione e riforma del lavoro (art 18) che servono solo a spianare la strada alla piu bieca speculazione sia al capitale che al capitalismo speculativo che finanziario.inoltre c,è un aspetto che secondo me non e stato ancora capito bene che e l,effetto oscurantista e feudale che cerca di legare la sorta del lavoratore alla disponibilita di questo a servire gli interessi del propio non piu datore di lavoro ma al suo padrone….quindi finiamola di parlare di questi psicopatici come persone normali (freidman)non era quello che voleva applicare la teoria dello shok al capitalismo …se c,è una cosa veramente da fare e sbarazzarci di questa classe politica e gli va ancora bene perche dovrebbero rispondere davanti a giudici,ad iniziare dalle cariche piu alte…si c,è molto da riformare in italia ma a partire da chi vuole riformare la vita degli altri dall,alto della loro ricchezza e privilegi…ultimo dato 10 famiglie ricchezza di 3 miloni di persone e non accumulati attraverso economia reale ma attraverso distorsioni diciamo cosi liberiste

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