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La fantastica uscita dall’euro di Mediobanca

Dopo la fantastica uscita dall’euro dell’OFCE altri economisti dilettevoli si cimentano in previsioni fantasiose sugli effetti dell’Italexit. Viceversa gli economisti noiosi, come Salvatore Biasco, nutrono qualche dubbio in proposito.

di Salvatore Biasco, dall’Huffington Post, 9 marzo 2017

Il Rapporto Mediobanca(Mediobanca Securities, Re-denomination risk down as time goes by, 17-1-2017) sulla probabilità di ristrutturazione del debito italiano è sorprendente. . In primo luogo per l’istituzione che pubblica il Rapporto (diretto a investitori istituzionali) e, in secondo luogo, per una certa leggerezza con cui tratta il tema.

Al sodo, il Rapporto argomenta in questo modo: il debito pubblico italiano non è sostenibile, a meno di una (improbabile) accelerazione della crescita; l’Italia avrebbe potuto uscire dall’euro e guadagnare dal cambio della valuta prima del 2012, ma il debito ora non ne guadagnerebbe più (vedremo perché). Per uscire dalla morsa del debito diventa sempre più probabile (addirittura, forse, inevitabile) un default controllato, che implichi allungamento delle scadenze o abbattimento forzoso degli interessi (o entrambi).

Per il panico che può provocare, data l’autorevolezza della fonte, sarebbe stato opportuno che il tema fosse stato trattato in modo più sobrio. Che l’altezza del debito pubblico sia un problema è indubbio. Il Rapporto è scettico sulle previsioni del governo circa una sua riduzione in rapporto al pil, perché vede come probabile un innalzamento dei tassi di interesse e un’influenza negativa sulla crescita dovuta correzione di bilancio voluta dalla Ue.

Sono sorprendenti le modalità con cui è analizzata (e poi esclusa) la convenienza a un’uscita dall’euro. Il giudizio è demandato a un conteggio tra obbligazioni pubbliche esistenti non ridenominabili in lire e quelle che possono esserlo e a un conseguente conteggio di quanto l’Italia perderebbe sulle prime e quanto guadagnerebbe sulle seconde, di fronte a una svalutazione sull’euro supposta al 30% (il livello che recupererebbe il differenziale di produttività perso dal varo della valuta unica). Da questo conteggio, risulta che oggi siamo in parità tra perdite e guadagni; ieri ci avremmo guadagnato e progressivamente perderemmo, perché il debito rinnovato incorporerebbe man mano clausole di class action che non lo renderebbero ridenominabile.

Qui non importa tanto la conclusione, ma la possibilità che si possa ragionare, di fronte a un evento del genere, in questo modo strettamente contabile, “a bocce ferme” e con riguardo solo alla sfera pubblica. Cominciamo a dire che lo stesso Rapporto fa riferimento a 672 miliardi di euro di indebitamento all’estero dei privati che non è ridenominabile. Ma il punto non è nell’accantonamento di questo “piccolo” inconveniente, quanto nell’impianto di ragionamento, statico e fuorviante, come se in qualche punto del tempo avrebbe potuto essere un ragionamento valido. Di fronte a un’uscita dall’euro, ciò che vale sono le implicazioni dinamiche. Lo stesso Rapporto ci fa sapere che il debito pubblico è per il 50% circa in mano alle banche.

È possibile che non ci si chieda cosa comporterebbe la perdita su questi titoli da parte del settore finanziario? Forse qualche banca italiana con pesanti ricapitalizzazioni si salverebbe ma, il resto andrebbe nazionalizzato. Come si può pensare allora che il mercato del credito rimanga fluido? Alle perdite patrimoniali si aggiunge sia il deterioramento del portafoglio di prestiti (già in Italia a un livello pericoloso del 14% dei crediti) e sia la caduta del valore delle azioni (o anche qui dobbiamo assumere l'”a parità di altre condizioni”?).

L’intero attivo si deteriorerebbe drammaticamente (senza contare i debiti con controparti estere non ridenominabili in lire). Si ricordi, per avere un’idea, che gli attivi delle banche sono oggi in Italia circa quattro volte il pil. I saggi di interesse andrebbero a livelli proibitivi e alle perdite per la ridemnominazione si aggiungerebbero quelle per la caduta dei corsi. Come si può allora pensare che un mercato del credito bloccato non comporti fallimenti di imprese e ulteriori perdite di ricchezza privata e pubblica?

Anche i piccoli risparmiatori che detengono titoli di Stato, obbligazioni societarie, azioni, polizze vita, fondi comuni avrebbero perdite ingenti, per la caduta dei corsi e la ridenominazione. Oltre la ricchezza persa, per loro gioca l’incertezza su cosa avverrà in futuro dei loro redditi, specie quelli che derivano da erogazioni dello Stato. Non aspettiamoci certamente una espansione dei consumi. E nemmeno degli investimenti, frenati dal crollo degli attivi patrimoniali e di borsa delle imprese, da incertezze del futuro, nonché dall’inasprimento del servizio del debito, e dal sostanziale blocco del credito per il collasso del settore creditizio. Non è irrealistico aspettarsi un crollo verticale della produzione cui seguirebbe una disoccupazione di massa. La situazione sociale diventerebbe disperata.

Forse si crede che affidando alla Banca Centrale – tornata indipendente – il compito di sostenere i corsi delle obbligazioni e calmierare i tassi comprando titoli di Stato – come lascia adombrare il Rapporto – (e, aggiungo, chiudendo il mercato dei cambi e proibendo rigorosamente i movimenti di capitale), sia assicurata quella “a parità di condizioni” che consenta di fare conteggi in più e meno rispetto alla fotografia di partenza?

Chi comprerebbe dopo l’evento un titolo di Stato decennale (o societario) con un rendimento lordo implicito intorno al 2%, di fronte alla perdita dell’ombrello della Bce, alla fragilità del sistema bancario e alla grande incognita di un futuro default? Semmai chi lo avesse lo venderebbe prima che sia troppo tardi, e le vendite sarebbero una valanga.

Se la banca centrale nazionale provasse a sostenere i corsi sul mercato secondario, in una sorta di quantitative easing nostrano, si troverebbe invasa da titoli del debito pubblico, di cui rapidamente si sbarazzerebbero i privati. Si troverebbe costretta a tornare rapidamente indietro, a meno che non sia disposta ad assorbire un ammontare di titoli pari allo stock del terzo mercato obbligazionario del mondo.

Mercati dei cambi chiusi o no, si dovrà lasciare uscire i creditori esteri. Si potrà obbiettare, forse legittimamente, che il grosso dei debiti esteri dell’Italia all’epoca dell’uscita dall’euro probabilmente non apparterrà più ai privati, ma a istituzioni ufficiali europee. Questo vuol dire una cosa: che il sentore dell’uscita dall’euro ha pervaso il mercato prima dell’evento e chi ha potuto proteggersi lo ha fatto, ritirando ciò che aveva investito in Italia (ha pensato il Rapporto che l’uscita dall’euro non è un provvedimento varato il sabato sera che prende tutti di sorpresa, ma l’evento terminale di una situazione insostenibile di mercato, che a poco a poco diventa effetto valanga?).

Comunque sia, non tutti i detentori di titoli finanziari avranno potuto “salvarsi”. E, comunque, quelle obbligazioni poste dai privati per tempo in salvo pesano nel bilancio della Bce, che ne pretenderà la restituzione in euro o della BdI che dovrà essere ricapitalizzata con le finanze pubbliche dovendo contabilizzare in perdita ciò che ha acquistato. Vi è poi tutto il capitolo Target 2, che tralascio.

Più che riconquistare leve di azione, è molto probabile che lo Stato si ritroverebbe svuotato nelle sue capacità finanziarie (in condizioni di caduta verticale delle entrate e aumento di spese per interessi e per il debito rimasto in euro, oltre che per la contemporanea necessità di interventi per tamponare il crollo finanziario e assicurare i depositi).

Sarebbe ancora più condizionato nella gestione della politica economica di quanto lo era prima dell’uscita, oltre che circondato da un cordone sanitario della finanza che nel frattempo gli si stringerebbe attorno. Difficilmente potrebbe gestire politiche di alcun che (e, temo, sarebbe tanto se fosse in grado di pagare le pensioni, pur se svalutate dall’inflazione). Ma vi è di più; vale dire, il contagio internazionale verso altri paesi deboli e verso l’intero comparto finanziario mondiale. Il Rapporto lo cita, ma en passant.

Le perdite provocate altrove, la paralisi che sorge quando nessun operatore si fida più di nessun altro e avviene una fuga gigantesca di capitali mondiali in cerca di rifugi sicuri (che metterebbe in crisi i paesi emergenti e quelli più deboli) sono passibili di provocare qualcosa di più profondo del disastro della Lehman. La disponibilità del cambio (che il Rapporto considererebbe risolutivo, bontà sua, se la svalutazione recuperasse il differenziale accumulato di produttività) servirebbe a ben poco in una profonda depressione mondiale per la quale gli strumenti di intervento di paesi più solidi sono molto più ridotti di quelli esistenti nel 2008.

Beninteso, il Rapporto esclude che si possa andare nella direzione di un’uscita dall’euro, ma sulla base di un calcolo di convenienza relativo ai “più” e ai “meno” di un conteggio statico o (ma si può ragionare così?). È implicito nel Rapporto che se l’uscita fosse stata attuata nel 2012 o prima sarebbe stata, sì, conveniente come se la sequenza adombrata prima potesse essere esorcizzata.

In questo modo asettico di ragionare, Mediobanca – ripeto, Mediobanca non io, l’ingenuo tifoso anti euro – non lascia capire che l’evento della rottura è dolorosissimo. E questo è molto grave in sé, data l’ingenuità presente in vasti settori della sfera politica in materia. Se dovesse verificarsi (anche per eventi spontanei e non per scelta) costerebbe enormemente sul piano produttivo, sociale e occupazionale. Da esso, forse, può riprendersi una generazione successiva a quella che lo attua (o lo subisce).

Per Mediobanca, non essendo “conveniente” oramai l’uscita dall’euro (perché si è perso il momento di “convenienza”!) rimane il riscadenzamento del debito. È un default a tutti gli effetti, sebbene il termine non sia mai usato. Su questa eventualità, che emerge come la soluzione e che appare inevitabile nel Rapporto, esso è parco di parole. Sembrerebbe una soluzione alla greca, dentro l’euro. Sembrerebbe anche un evento che, di nuovo, avviene tra sabato e domenica e prende di sorpresa tutti. Il debito si porta su livelli sostenibili e tutti sarebbero tranquillizzati. Evviva.

Poniamo che l’Italia decurti il suo debito del 25% portando il Rapporto debito/pil al 100%. Nessuna ripercussione sui creditori? Il settore finanziario si ritroverebbe, come nell’altra ipotesi, a dover scrivere perdite consistenti. Il Rapporto si accorge che hanno quote di possesso di debito pubblico italiano superiore al 25% dell’attivo patrimoniale solo in relazione all’alleggerimento del loro carico imposto da un’ipotetica regolazione).

E per il resto? Le loro perdite? La banche andrebbero ricapitalizzate. Ma molte fallirebbero con effetto contagio, perché le perdite si mangerebbero le riserve. Nell’ipotesi del Rapporto il mercato si acquieta perché il debito è tornato solvibile. Ma basta una minima parte delle sequenze già adombrate in caso di uscita dall’euro (e non si vede perché siano scongiurate né perché siano parziali) perché non si acquieti affatto.

Può non credere che con questa ristrutturazione l’Italia possa farcela e ritenere, invece, che questa non sia affatto garanzia di nuove decurtazioni in futuro e lo sconti ulteriormente sui saggi di interesse e sul prezzo dei titoli. In ogni caso, la fama di buon debitore dell’Italia svanirebbe per sempre e l’era dei bassi tassi di interesse anche.

La Banca Centrale Europea (ammesso che siamo ancora nell’euro) dovrebbe accollarsi gran parte del nostro debito pubblico, dovendosi già accollare le perdite sul debito posseduto pre-swap. Ma sulla sua condotta e sui tassi di interesse agirebbe anche il fatto che Il mercato sconterebbe un contagio esterno, perché l’Italia non ha le dimensioni della Grecia e altri possono imitarla. Nelle nuove condizioni, l’Italia dovrebbe dimostrare di poter crescere almeno il 2%-3% l’anno per diradare la tempesta. A parte che questo si decide ex post, e non ex ante, mi chiedo se basti un risparmio di interessi di 16-17 miliardi di euro l’anno (passando da 132% o al 100% del rapporto debito/pil) ad alzare la crescita.

Non sono pochi, ma valgono “a parità di altre condizioni”: cioè, che non succeda niente di collaterale, che non siano rimangiati da un incremento del costo del debito man mano che viene rinnovato, che ci sia un’agibilità di politica economica, che non debbano essere impiegati in spesa per tamponare una situazione difficile. Ricordiamoci che nelle finanziarie per il 2015, 2016 e 2017 l’Italia ha usufruito di disponibilità extra equivalenti e (anche per come sono state impiegate) non è riuscita a sostenere una crescita significativa.

Ovviamente, la prospettiva dell’haircut, nell’ottica del Rapporto, richiede l’assenso e la regia dell’Unione, che sia accompagnata da credito illimitato. Se la cooperazione è di questa natura, perché allora non indirizzarla a sviluppi meno traumatici e meno suscettibili di contagio quali quelli relativi alla mutualizzazione dei debiti (in qualsiasi forma avvenga) o alla trasformazione dei possessi della Bce in rendite perpetue o a prospettive simili che depotenziano gli sviluppi traumatici?

Da ultimo, veniamo all’assunto base del Rapporto: che il debito non sia sostenibile e che l’Italia andrà incontro a serie difficoltà di finanziamento. Qui è giusto nutrire preoccupazioni, ma gli atteggiamenti di “Annibale alle porte” non sono congrui. Il Rapporto ribatterebbe che non Mediobanca ma il mercato è a segnalare Annibale, citando – addirittura in apertura – l’indice Sentix.

Questo è un indice di sentimenti del mercato relativi alla rottura dell’euro entro 12 mesi (passato da 6% al 19%). Qui penso sia dia troppa importanza a un indice con risposte volontarie (quindi autoselezionate) di circa 1000 persone in tutta Europa, in prevalenza tedesche. In realtà, gli indici effettivi del mercato, relativi allo spread sul decennale (che è ora circa 2,0%) hanno equivalenza implicita a una probabilità di poco superiore al 7% di perdita del 25% del capitale nell’arco di 10 anni (o una probabilità inferiore se riferita a una perdita più alta).

Che le preoccupazioni siano crescenti è indubbio e, che per la maggior parte siano conseguenti ai rischi elettorali, anche. Non c’è dubbio che per ridurre il rapporto debito/pil non ci sia alternativa a crescere di più e che la responsabilità stia essenzialmente a noi (con politiche sensate di stampo produttivistico, e con governance nel merito dei processi, non con i bonus e i proclami).

Facciamoci un’idea semplificata: se volessimo stabilizzare il debito in relazione al pil la spesa per interessi dovrebbe essere pari al surplus primario (deficit pubblico =0). Questo vuol dire (è semplice algebra a dircelo) che la differenza tra la crescita nominate del pil e i tassi nominali debba essere tra 1,5 e 2. Oggi il tasso di interesse medio sul debito è presumibilmente 3,2% ma è in decrescita per via della sostituzione progressiva di debito in scadenza con debito nuovo (che continuerà anche se i tassi avranno un’inversione).

La nostra crescita nominale del reddito tende a essere 1,5 (o più se cresce l’inflazione). Il traguardo non è irraggiungibile. Certo non è una prospettiva esaltante che il Rapporto debito/pil rimanga inalterato (o che decresca molto lentamente) ma non è tale da far risultare ineluttabile un evento così drammatico come la ristrutturazione o la ridenominazione del debito, addirittura con orizzonte temporale così ravvicinato.

In conclusione, non era insensato attendersi da Mediobanca più sobrietà, più circospezione, più realismo, più completezza di analisi, più attenzione agli elementi dinamici che a quelli ragionieristici.

Biasco è professore ordinario di Economia Internazionale presso l’Università la Sapienza di Roma. Ha recentemente pubblicato il volume “Regole, Stato, Uguaglianza” per la Luiss University Press.

Fonte: Huffington Post

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20 commenti su “La fantastica uscita dall’euro di Mediobanca

  1. Citazione: “Lo stesso Rapporto ci fa sapere che il debito pubblico è per il 50% circa in mano alle banche”.
    Per l’esattezza (come peraltro è scritto nello stesso articolo linkato!), il debito pubblico italiano è detenuto per il 10% circa da famiglie, per 1/3 all’estero = subtotale 44%; il residuo 56% da banche (circa 20%), assicurazioni (circa 20%), fondi comuni (circa 5%) e Banca d’Italia (circa 10%).[1]
    [1] https://thewalkingdebt.org/relazione-bankitalia-2015-creditori-dello-stato-italiano/

    • A prescindere dai numeri che meglio descrivono la ripartizione tra i vari soggetti del debito pubblico, penso che l’uscita dall’Italia dall’Euro in questo momento è impensabile per due semplici ragioni:
      1 il debito continua a crescere
      2 l’economia è in una situazione di stallo, il Pil non è sicuramente incoraggiante.
      Si sta diffondendo un sentimento anti euro, questa moneta infatti ha distrutto la nostra ma non per il suo nome o qualsiasi attributo tecnico, ma ha causa dell’uso improprio di cui la politica italiana ne ha a proprio tornaconto fatto.
      Prima di pensare all’uscita dall’Euro, occorre ridefinire gli assetti politici del nostro paese, ridurre seriamente i costi della politica (Keynes parla della redistribuzione dei redditi ed io confermo pienamente in tale senso, dai politici alla collettività). Solo in un secondo momento vista la piena risposta dei mercati, si potrebbe valutare il pro e i contro legati all’abbandono di questa moneta, è come pensare di risolvere il problema di un’auto che consuma troppo, col l’acquisto di una nuova, abbiamo bisogno di tanti soldi.

  2. Per i rischi legati alla sostenibilità del debito pubblico italiano (che è giudicato dalla Commissione europea e da centri studi tedeschi il più sostenibile nel lungo periodo[2]) stiamo diventando tutti paranoicamente e speciosamente fubiniani (da Fubini, del Corriere della Sera).[3]
    [2] Carlo Clericetti – 28 FEB 2016
    Debito italiano a rischio, anzi il più sostenibile
    http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/02/28/debito-italiano-a-rischio-anzi-il-piu-sostenibile/

    • Tutti i debiti pubblici in valuta fiat autoctona sono sostenibili per definizione, basta guardare il Giappone…ora l’euro e’ di sicuro una valuta fiat, ma e’ anche autoctona? Cioe’ stampabile dai paesi membri? Si e no…sicuramente no se un paese decide di uscire dall’area euro. Ecco perche’ la vera soluzione e’ dire alla bce di comprare debito pubblico degli stati membri ogni volta che serve…in maniera asimmetrica x ridurre gli spread…uscire dall’euro serve solo a trasformare debito pubblico che e’ in valuta seminazionale, in debito pubblico in valuta del tutto estera. Tutti cio’ se riesci a sopravvivere al transitorio Che, come detto piu’ volte su questi pixel, e’ il veto problema da risolvere…

      • @ihavenodream
        Citazione: “Ecco perche’ la vera soluzione e’ dire alla bce di comprare debito pubblico degli stati membri ogni volta che serve…in maniera asimmetrica x ridurre gli spread…”.

        In breve. Premesso che lo statuto della BCE è mutuato dai trattati UE, “dire alla BCE” non è consentito dall’art. 7-Indipendenza del suo statuto.
        La questione BCE è complicata: da una parte, dall’impostazione originaria adottata – su suggerimento del Comitato dei governatori creato da Delors – di farla assomigliare il più possibile alla Bundesbank;[1] dall’altra, dall’insussistenza di un’interpretazione univoca e consolidata dei trattati sui poteri-doveri della BCE, il che lascia troppo spazio alle prepotenze interpretative del Paese egemone: la Germania.
        I dubbi interpretativi riguardano in particolare i limiti statutari della BCE, che deve limitarsi alla politica monetaria, senza sconfinamenti in quella economica. Vedi ad esempio il divieto di finanziamento diretto degli Stati (art. 21 Statuto). Il che produce decisioni contrastanti: gli SMP (acquisto nel 2010-2012 da parte della BCE di titoli di Stato di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia) e le OMT (acquisto illimitato di titoli pubblici), mai implementate ma dichiarate compatibili con i trattati dalla Corte di Giustizia Europea rigettando il ricorso della Corte Cost. tedesca, con la motivazione che la divergenza dei tassi decisa dalla speculazione finanziaria sui mercati impediva la corretta trasmissione degli impulsi di politica monetaria da parte della BCE (la riprova che esisteva un “bad equilibrium” determinato dai mercati fu data dall’effetto risolutivo della semplice, famosa frase di Draghi “whatever it takes”, senza dover spendere un solo Euro). Invece, l’interpretazione restrittiva imposta dalla Germania ha impedito per 5 anni il varo del QE (che, leggendo semplicemente lo statuto, io ritenevo possibile, ma quasi tutti, inclusi docenti di Economia, ritenevano non potesse essere varato dalla BCE); e, una volta varato (adottando il criterio di riparto del “capital key”, cioè in base alle rispettive quote nel capitale della BCE, per cui la Germania che non ne ha bisogno prende il 25%, la Grecia che ne avrebbe molto bisogno, niente, a causa del rating troppo basso), di modulare gli acquisti in maniera differenziata per ridurre gli spread (convergenza dei tassi).

        [1] Ho approfondito da profano la questione. Riporto una piccola parte di uno dei miei commenti della discussione tra domenicobasile e me (che ti invito a leggere attentamente), in calce a un articolo del blog di Carlo Clericetti: “Ma è difficilissimo cambiarle, poiché le regole statutarie della BCE sono, storicamente, il frutto di un compromesso sull’adozione della moneta unica, prima politico tra la Francia e la Germania, e poi tecnico, impostato abilmente dalla Commissione europea Delors, gestito dal comitato dei governatori delle banche centrali, che suggerirono di adottare le regole più severe, quelle della Bundesbank”.
        http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2017/01/20/gli-stregoni-dei-numeri-di-bruxelles/
        Leggi anche, sulle inadempienze statutarie della BCE (art. 2 Statuto), la mia “Replica alla risposta della BCE alla petizione sulla BCE”, riportata nella nota 5 del mio articolo allegato sopra “Fubini del Corriere della Sera disinforma sul debito pubblico per parare il culo ai ricchi”.

    • Di sicuro non è semplice cambiare i regolamenti, i trattati e gli accordi…tuttavia rimango sempre convinto che sia svariati ordini di grandezza più semplice di cambiare la REALTÀ, che è ciò che i no-euro, a mio modo di vedere, implicano di fare…

  3. Prima osservazione
    se tutti gli stati aderenti all’euro decidessero dicomune accordo di uscire tutti dall’euro,
    riadottando le valute originarie, l’euro non esisterebbe piu’, non avendo alle proprie spalle una nazione (vedi dollaro, yen,sterlina, francosvizzrro)
    Seconda osservazione
    probabilmente ci sarebbe una corsa verso il marco tedesco il quale probabilmente si rivaluterebbe con ovvi benefici per le valute sudeuropee
    Terza osservazione
    tutti i debiti e crediti tornerrbbrro ad essere denominati imn lire franchi pesetas fiorini
    Quarta osservazione
    se ci fosse una corsa alla vendita dei Btp in lire, con uncrollo delle quotazioni sui mercati, per lItalia potrebbe essere unapanacea e mispiego:
    attualmente abbiamo un debito pubblico di un valore nominale di oltre 2mila miliardi,
    se i corsi di borsa scendessero al valore di 50, il debito diverrebbe di soli Millemilisrdi
    allora, lo stato Italiano se lo potrebbe ricomprare ed annullarlo, in quanto debito verso se stesso.
    Dato che i mercati non sonostupidi, i corsi non crolleranno.
    Ad ulteriore conferma, faccio notare che l’Italia paga ogni anno circa 80 miliardi di euro di interessi, Chi altri sarebbe in grado di garantire ai mercsti un tale reddito?!?!
    A mio avviso non ci sara’ il crollo dell’Italia perche’ non interessa a nessuno ed i mercarti sono razionali quando vogliono.
    Si prenderanno gli interessiin lire che noi potremo stampare alla bisognaai tassi che decidera’ Bankitalia.
    Il solo problema sara’ per la Germania e paesi concorrenti nelle esportazioni.
    Dobbiamo uscire dall’euro fintantoche abbiamo un sistems produttivo efficiente.
    Inoltre se lo Stato Italiano stampera’ moneta, potra’ ridurre le tasse sulle imprese anche del 100%.
    allora diverremo si estremamente competitivi.
    Sara’ compito dri tecnici della Banca d’Italia di accompagnare tutto il processo con le dovute precauzioni.
    Nota dolente:
    ci mancano i Coglioni per riprendrrci la nostra autodeterminazione.

    • Quando dici: ci mancano i coglioni ecc, contraddici tutto il tuo ragionamento precedente (che sostanzialmente condivido).
      Infatti la premessa a quel ragionamento è: SE
      Tutti ritornassero alle loro monete l’euro cesserebbe di esistere…OK, quindi ci vuole un accordo di tutti, che c’ entra poco con la ritrovata sovranità e altre idiozie, questi qui quando si incontrano a Versailles parlano di cazzate, ma vi rendete conto? Non sono in grado di cambiar nulla, se non in peggio, l’unica salvezza sono i famigerati tecnici che però voi odiate tanto…infatti non sono affatto d’accordo con te: di coglioni ce ne abbiamo tanti, soprattutto in politica!

      • Il doppiosenso sui coglioni e’ semplicemente perfeetto, purtroppo non sono solo coglioni, sono anche comprati e ricattati ed a noi non sono lasciate molte armi..Personalmente, data l’eta’,mi siedo sulla riva del fiume e dopo aver pregato per i miei cari e tutte le persone di buona volonta’, aspetto di veder passare i cadaveri di chi ci ha portato allo sfasciio ( sia chiaro cadaveri in senso metaforico)
        Vedremo tanta gente rimangiarsi e ritrattare le proprie convinzioni, tuttavia i veri colpevoli tenteranno di farla franca saltando sul carro dei nuovi vincitori.
        Nei “tecnici” non ho fiducia, in quanto nominati sempre dalla medesima Cricca, al solo fine di farci ingoiare i loro rospi, al motto del “ce lo chiede l’Europa.
        casualmente abbiamo avuto i binomi molto tecnici Ciampi Amato….Monti Passera
        Letta Saccomanni piu’ il tecnico rottamatore Renzi Padoan
        …..Cosa ci facciano tutti sti banchieri al governo (anche Dini ed altri), forse tutelano la povera gente…. con eccellenti risultati
        Inconsciamente stiamo tutti cercando l’uomo forte che completera’ l’opera.
        Mi sento di affermare che il Sistema e’ Irriformabile,, potra’ solo Implodere.

    • L’Argentina dopo innumerevoli default e svalutazioni è competitiva?

    • Gentile Bertoldo,
      mentre contempli la natura in riva al fiume puoi anche riflettere su come la tua generazione ha portato questo paese allo sfascio. Certo, colpa di politici e tecnici e banchieri, ma soprattutto a mio parere dell’italiano medio: i tanti evasori, i corrotti, i raccomandati, i fannulloni, i sindacati, i tanti italiani che per una vita intera, e con metodo, non hanno seguito le regole, i baby pensionati, i pensionati con il retributivo ecc.

      Non serve cercare dei fantomatici nemici: la Germania, la BCE, i tecnici. Con quanto sopra abbiamo gia’ coperto l’italiano medio, un’ 80-90% del nostro Bel Paese.
      E mentre il Debito/PIL negli anni 80-90 radoppiava fino a raggiungere il 130%, adesso il conto lo paga la mia generazione.

      Quindi invece di suggerire incredibili scenari ed ipotesi ridicole (“se i corsi di borsa scendessero al valore di 50, il debito diverrebbe di soli Millemilisrdi
      allora, lo stato Italiano se lo potrebbe ricomprare ed annullarlo, in quanto debito verso se stesso”), cortesemente rimani tranquillo a pescare che di danni tu e i tuoi cotenaei ne avete fatti gia’ abbastanza. Goditi la meritata pensione (che noi mai vedremo…perche’ indaffarati a pagare i vostri debiti).

      I tedeschi della vostra generazione non hanno fatto debiti, hanno lavorato seguendo (grosso modo) le regole; ed i tedeschi della mia eta’ oggi hanno un lavoro, ed un futuro a cui guardare. L’italiano si crede furbo perche’ trova la scorciatoia (e’ ingegnoso, creativo), non si rende conto che alla fine il conto si paga.

      La cosa fantastica e’ che non serve alcun tecnicismo per spiegare come siamo arrivati a questo punto. E non serve alcun tecnicismo per spiegare come uscirne: lavoro, meritocrazia, onesta’, scuola e ricerca/innovazione. Tutto il resto sono dettagli.

      Cordialita’.

      • @GR:
        Concordo in pieno!

        Osserverei anche che Roosevelt ha aumentato il debito della nazione per applicare politiche keynesiane che hanno costruito ponti e dighe; da noi dinastie di politici incapaci hanno aumentato il debito della nazione per assumere raccomandati, per pagare premi ad assenteisti, costruire ponti che cadono.
        Però è troppo comodo scaricare le colpe sugli altri e chiudersi nel proprio vittimismo.

      • Solo che seguire le regole non è corretto a prescindere da chi scrive le regole e da cosa le regole dicono. Tanto è vero che i baby pensionati che tu citi giustamente in realtà anche loro seguivano le regole, anche i kapo’ nei campi di concentramento seguivano le regole, il punto è che erano regole sbagliate. Bisogna sempre conservare senso critico nella vita, è questo che gli amici tedeschi non riescono ancora a capire, dopo tanto tempo e tanti errori commessi, e ne stanno commettendo un altro grossolano adesso, per impiccarsi a delle regole che qualche “padre della patria” ha scritto in un momento di scarsa utilità… Diciamo che invece noialtri abbiamo fin troppo senso critico…ecco dovremmo imparare gli uni dagli altri, in fondo è x quello che si sta insieme…

      • @ ihavenodream

        Mi riferivo a delle semplici regole morali ed etiche. Ed una legge non necessariamente risponde a questo principio (come tu osservi giustamente).

        Piu’ in generale trovo stucchevole quanto siamo ingegnosi nel crearci un alibi per NON seguire delle semplici regole di buon costume. Direi che gli italiani di regole non ne hanno seguite molte negli ultimi 30 anni, ma non certo per senso autocritico, di coscienza o per amore della Patria (o dei propri figli). Lo hanno fatto per un mediocre guadagno personale (monetario o psicologico), che per quanto piccolo, se ripetuto continuamente da una larga fetta della societa’, crea danni irreparabili (etici prima che economici). I valori si abbassano, e gli standard intellettuali, morali e di conseguenza, quelli economici e sociali, seguono la stessa rotta. Quale e’ l’alternativa a delle regole: lo stato di natura alla Hume? L’anarchia? Seguire regole non significa essere mediocri necessariamente, e romperle non significa essere astuti (e’ una astuzia illusoria: il conto se non lo paghi tu, lo pagheranno i tuoi figli).

        I tedeschi hanno i loro difetti, e personalmente credo che la politica di austerita’ che hanno imposto al resto dell’Europa sia stata sbagliata, forse persino criminale (e tecnicamente fallacea, come ci insegna Keynes). Esiste un bellissimo video di Franco Modigliani di 20-25 anni fa’, una vera profezia di quanto e’ realmente successo di recente. Ma di nuovo: questo e’ un altro alibi. Se l’Italia avesse fatto le cose giuste da fare, non saremmo vulnerabili alle decisioni lunatiche di altri paesi, o dei mercati o delle banche (altri alibi).

        Tutto questo si spiega con semplici comportamenti umani. Non serve ragionare di valuta, moneta, svalutazioni competitive, deficit o altro (se non per puro interesse intellettuale). Il problema dell’Italia e’ un problema di natura piu’ fondamentale: culturale, comportamentale (Montanelli ci aveva capiti benissimo). Il mio parere e’ che, in definitiva, il problema dell’Italia siamo noi italiani. Ed un problema di questa natura puo’ essere risolto soltanto cambiando i comportamenti. L’ingegneria valutaria, monetaria o di bilancio puo’ fare molto poco, e solo per poco tempo.

  4. Quella più spassosa in assoluto rimane quella della OFCE!

  5. massì più colonia per tutti.

  6. […] via La fantastica uscita dall’euro di Mediobanca — Keynes blog […]

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