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Le ragioni del referendum contro il Fiscal Compact

di Riccardo Realfonzo da Economiaepolitica.it

Il rispetto del Fiscal Compact – il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’unione economica e monetaria, sottoscritto nel 2012 – costringerebbe il governo italiano a praticare ulteriori drastiche politiche di austerità, per i prossimi due decenni. Si tratta di impegni che tecnicamente non possono essere rispettati, a meno di volere trascinare il Paese in una prolungata recessione dagli effetti sociali devastanti. Per questa ragione, è bene che gli italiani si esprimano sul referendum che abbiamo proposto, respingendo un approccio di finanza pubblica pesantemente restrittivo che non ha alcuna giustificazione tecnico-scientifica. Il referendum ha per oggetto aspetti specifici della legge 243 del 2013, la quale dà attuazione al principio del pareggio di bilancio recentemente introdotto nella Costituzione (con la legge costituzionale n. 1 del 2012). Tuttavia, il significato politico del referendum è molto chiaro: si tratta di chiedere ai cittadini di esprimersi finalmente sull’intero sentiero di austerità previsto dal Fiscal Compact.

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La chimera della crescita e l’Europa della svalutazione salariale

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Negli ultimi anni la politica di svalutazione caricata sul lavoro non ha fatto altro che aggravare gli effetti negativi dell’austerità sulla domanda interna. Eppure l’Ue, anche nelle ultime Raccomandazioni, continua a prescrivere continuità nelle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive

di Paolo Pini, Università di Ferrara

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Piccole imprese: una scomoda verità

E’ noto che il nostro paese si caratterizza, al confronto dei nostri principali competitor, per una composizione del tessuto produttivo largamente spostata sulle piccole imprese:

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Fonte: Istat/Eurostat

Si tratta, come si evince dal grafico su riportato, di una caratteristica comune ai paesi meridionali europei come Grecia, Cipro, Spagna e Portogallo.

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Matteo Renzi e la “riforma keynesiana”

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Non può che far piacere ascoltare dal capo del governo un aggettivo – keynesiano – che tra i suoi amici liberisti suscita l’orticaria. Il vantaggio (potenziale) della democrazia rispetto alla tecnocrazia è che la prima elegge dei politici, i quali devono tener conto dei desideri e delle aspettative degli elettori se desiderano essere rieletti, mentre la seconda è sempre preda della “moda” teorica del momento o, peggio, degli interessi del mondo da cui i tecnocrati stessi provengono: raramente coincidenti con il benessere dei lavoratori e della classe media, molto più spesso esattamente opposti, come abbiamo visto proprio nel caso dell’Unione Europea.

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Non è un paese per #noeuro

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Le elezioni europee di domenica hanno disegnato un quadro politico molto differente rispetto alle previsioni della vigilia. Negli ultimi giorni prima del voto, infatti, molti – compreso Matteo Renzi – pensavano che il Movimento Cinque Stelle avrebbe conseguito, se non il sorpasso, un sostanziale pareggio con il PD. Il voto ha invece segnato un distacco nettissimo, circa 20 punti, tra il partito di Renzi e quello della coppia Grillo-Casaleggio, che in campagna elettorale aveva ipotizzato l’uscita dalla moneta unica attraverso un referendum.

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Perché la flessibilità non riduce la disoccupazione

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Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito da Economiaepolitica.it

L’effetto sociale più grave della crisi economica scoppiata alla fine del 2007 è l’impennata della disoccupazione. In Italia i senza lavoro sono più che raddoppiati rispetto al 2007 e oggi superano i 3,2 milioni. Anche nel 2014 la disoccupazione continuerà ad aumentare: secondo le previsioni del governo il tasso di disoccupazione a fine anno giungerà al 12,8%, contro il 6,1% del 2007. Non si tratta di uno scenario solo italiano, dal momento che nell’Eurozona si muovono oggi 19 milioni di disoccupati, ben 7 milioni in più rispetto al 2007, e alcuni paesi – come la Grecia e la Spagna – hanno visto addirittura triplicare la disoccupazione.

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Le riforme strutturali e il riformismo liberista

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Sergio Cesaratto, da il manifesto (1/5/2014)

Un mantra con cui politici ed economisti si sciacquano continuamente la bocca è quello delle riforme, quelle che “famiglie e imprese ci chiedono” e che “ci faranno crescere”, come veniamo ammoniti ogni sera da esponenti di destra come di sinistra, ora capeggiati da Renzi. A tal proposito Maurizio Zenezini dell’Università di Trieste – un valoroso economista vicino alla tradizione della gloriosa Facoltà di Economia di Modena nata sull’intreccio di Sraffa-Keynes e lotte operaie – ha curato un prezioso numero di Economia e società regionale (13/2 2013), una rivista legata all’IRES-CGIL veneta, dedicato a “Le riforme e l’illusione della crescita” (una versione più ampia e aggiornata del saggio di Zenezini è disponibile qui.)

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