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Il FMI: gli investimenti pubblici si ripagano da soli

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Prosegue il ritorno al buon senso economico del Fondo Monetario Internazionale sotto la guida di Olivier Blanchard. Che ora scopre, dati alla mano, che un dollaro speso in infrastrutture ne genera quasi tre

di Larry Summers, dal Financial Times

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Altro che superprotetti. Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia

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L’Italia non è un paese di lavoratori ipergarantiti. Al contrario, è quello che ha maggiormente liberalizzato il mercato del lavoro. Ma l’analisi dei dati OCSE chiarisce inequivocabilmente che le politiche di flessibilità non hanno avuto alcun successo negli ultimi 25 anni nel ridurre la disoccupazione in Italia e nell’Eurozona. 

di Riccardo Realfonzo  Continua a leggere »

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Se la Francia fa come la Germania

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di Bruno Amable, professore di Scienze economiche, Università la Sorbona

François Hollande non perde occasione per ricordare che, in fatto di politica economica, è a Gerard Schröder che vuole ispirarsi. Esprime a ogni pie’ sospinto la sua ammirazione per le cosiddette “scelte coraggiose” e le “importanti riforme” fatte dal cancelliere compagno dei padroni. Lo dice in Germania, ogni volta che l’SPD lo invita ai suoi congressi (ed è un po’ come se parlasse di corde in casa dell’impiccato, tanto i socialdemocratici le hanno mal digerite, quelle riforme); lo dice in Francia, come nella sua ultima conferenza stampa.

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Lezioni per l’Europa da 15 anni di deflazione giapponese

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La deflazione giapponese e la lunga stagnazione di questi ultimi due decenni sono un avvertimento per l’Europa. Ma mentre nel Sol Levante la Banca centrale si rende conto che la deflazione è legata alla stagnazione salariale, in Europa la BCE chiede riforme del mercato del lavoro che rischiano di innescare una spirale di recessione e deflazione. 

 

di Ronald Janssen – Social-Europe.eu

Mentre Mario Draghi ha preso tutta l’attenzione con il suo discorso a Jackson Hole, un altro discorso, quello di Haruhiko Kuroda, governatore della Banca del Giappone, è in realtà ancora più interessante. Le osservazioni introduttive di Kuroda sono brevi e semplici e riguardano i 15 anni di deflazione che il Giappone ha registrato a partire dalla metà degli anni novanta.
La lezione chiave è che uno shock negativo sulla domanda, se non gestito bene, innescherà meccanismi che mantengono a lungo l’economia in uno stato di depressione dopo che lo shock iniziale è terminato.

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Draghi senza più armi

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Il presidente della Bce ha realizzato tutto ciò che la politica monetaria può contro la crisi. Che – ha avvertito – non basta: serve anche la politica fiscale (ma non ha spazi) e più ancora le “riforme strutturali”, soprattutto la deregolazione del lavoro. L’ennesima riaffermazione di una linea economica fallimentare ma che cerca di distruggere il modello sociale europeo

Antonio Lettieri da Eguaglianza e Libertà

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Siamo tutti Keynesiani?

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«We are all Keynesian now» (siamo tutti keynesiani adesso). La frase attribuita dal Time a Milton Friedman è tornata ricorrente a partire dalla crisi del 2008, quando, volenti o nolenti, economisti e politici liberisti hanno dovuto accettare l’idea che lo Stato tornasse a ficcare il naso nell’economia. Con la dottrina dell’austerità espansiva concepita da Alberto Alesina e adottata come politica economica ufficiale dall’Unione europea, le cose sembravano tornate al loro posto. Ma ora che il fallimento di quella teoria è troppo evidente per essere nascosto, nuove conversioni si sono affacciate nel dibattito economico e politico.

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L’insostenibile leggerezza del Jobs Act

di Andrea Fumagalli da Economiepolitica.it

La riforma del lavoro di Giuliano Poletti n. 78 (comunemente chiamato Jobs Act) potrebbe violare il diritto comunitario[1]. Lo hanno segnalato in molti a partire da Giugno: i parlamentari del M5S, l’Associazione giuristi democratici, il sindacato Usb. In agosto anche la CGIL ha deciso di farsi sentire presso la Commissione Ue. La Cgil, così come chi l’ha preceduta, insiste su un punto in particolare: la legge 78, eliminando l’obbligo di indicare una causale nei contratti a termine, “sposta la prevalenza della forma di lavoro dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo determinato, in netto contrasto con la disciplina europea che, al contrario, sottolinea l’importanza della … stabilità dell’occupazione come elemento portante della tutela dei lavoratori”[2].

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