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Draghi senza più armi

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Il presidente della Bce ha realizzato tutto ciò che la politica monetaria può contro la crisi. Che – ha avvertito – non basta: serve anche la politica fiscale (ma non ha spazi) e più ancora le “riforme strutturali”, soprattutto la deregolazione del lavoro. L’ennesima riaffermazione di una linea economica fallimentare ma che cerca di distruggere il modello sociale europeo

Antonio Lettieri da Eguaglianza e Libertà

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Siamo tutti Keynesiani?

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«We are all Keynesian now» (siamo tutti keynesiani adesso). La frase attribuita dal Time a Milton Friedman è tornata ricorrente a partire dalla crisi del 2008, quando, volenti o nolenti, economisti e politici liberisti hanno dovuto accettare l’idea che lo Stato tornasse a ficcare il naso nell’economia. Con la dottrina dell’austerità espansiva concepita da Alberto Alesina e adottata come politica economica ufficiale dall’Unione europea, le cose sembravano tornate al loro posto. Ma ora che il fallimento di quella teoria è troppo evidente per essere nascosto, nuove conversioni si sono affacciate nel dibattito economico e politico.

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L’insostenibile leggerezza del Jobs Act

di Andrea Fumagalli da Economiepolitica.it

La riforma del lavoro di Giuliano Poletti n. 78 (comunemente chiamato Jobs Act) potrebbe violare il diritto comunitario[1]. Lo hanno segnalato in molti a partire da Giugno: i parlamentari del M5S, l’Associazione giuristi democratici, il sindacato Usb. In agosto anche la CGIL ha deciso di farsi sentire presso la Commissione Ue. La Cgil, così come chi l’ha preceduta, insiste su un punto in particolare: la legge 78, eliminando l’obbligo di indicare una causale nei contratti a termine, “sposta la prevalenza della forma di lavoro dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo determinato, in netto contrasto con la disciplina europea che, al contrario, sottolinea l’importanza della … stabilità dell’occupazione come elemento portante della tutela dei lavoratori”[2].

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Il referendum contro l’austerità è un regalo alla Germania? Ma anche no

Angela Merkel al World Economic ForumOvvero: perché chi non guarda contemporaneamente anche al lato dell’offerta rischia di prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi e il keynesismo per la croce keynesiana; e ancora: perché la domanda è un vincolo esterno quanto il tasso di cambio fisso. 

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L’Argentina stretta tra fondi avvoltoio e svalutazione

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di Andrés Lazzarini* e Margarita Olivera** da Economiaepolitica.it

Mondo assurdo questo in cui abitiamo. Un Paese onora il suo debito estero, ma non gli è consentito di effettuare i relativi pagamenti. Questa è la situazione che affronta l’Argentina dal 1 agosto. Per decisione del giudice Thomas Griesa di New York, i 539 milioni di dollari che l’Argentina aveva depositato dal 30 giugno alla Bank of New York (BNY Mellon) per pagare alcune scadenze del debito ristrutturato nel 2005 e nel 2010 giacciono lì, bloccati. L’Argentina ha pagato, ma vi è comunque un rischio default.

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Uscire dall’euro o “uscire” da questa BCE?

di Pier Giorgio Gawronski

Economisti di scuole diverse convengono: “la BCE non può fare di più”. I liberisti, perché non capiscono le crisi di domanda, e in ogni caso vogliono deregolamentare la società: per loro l’unica soluzione – fallita l’austerità – sono le riforme strutturali. I keynesiani invece ricordano il classico risultato teorico: in una trappola della liquidità ‘la politica fiscale è efficace, la politica monetaria è impotente’! Trascurano però quattro fatti: (1) una banca centrale può sempre fare danni: come quando nel 2011 la BCE alzò i tassi; (2) in economia aperta si può sempre svalutare; (3) i modelli keynesiani moderni sono più sofisticati di una volta; (4) la politica monetaria non è del tutto separabile dalla politica di bilancio. Perciò anch’essi sottovalutano le responsabilità della Banca Centrale Europea.

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John Maynard Giavazzi (o quasi)

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La sfida principale che ha di fronte l’Eurozona è una mancanza di domanda aggregata. Questo è molto più importante di squilibri interni o della mancanza di competitività in periferia. Le politiche monetarie non bastano: occorre tagliare le tasse, far ripartire la domanda, aumentare i deficit e finanziarli in disavanzo stampando moneta, perché un po’ di inflazione non fa poi così male, soprattutto quando sei in pericolo di deflazione.

Krugman? Stiglitz? Qualche MMTer? No, è la sintesi di un articolo di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini, due prestigiosi economisti di scuola bocconiana, pubblicato dal sito VoxEU (il corrispettivo europeo de “Lavoce.info”).

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