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	<title>Keynes blog</title>
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	<description>Rassegna di idee per capire la crisi</description>
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		<title>Tutte le contraddizioni di Bini Smaghi [2 video]</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 09:13:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Stefano Lucarelli per Keynes Blog Non è cosa di tutti i giorni vedere un ex membro del comitato esecutivo della BCE arrampicarsi sugli specchi dinanzi ad una serie di critiche puntuali. Mercoledì scorso ad Ancona, Lorenzo Bini Smaghi ha presentato e discusso con alcuni degli economisti italiani più capaci di criticare le ricette mainstream [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4180&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="alignleft size-full wp-image-4181" alt="morire-austerita-190x300" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/morire-austerita-190x300-e1368747445654.jpg?w=560"   />di Stefano Lucarelli per Keynes Blog</em></strong></p>
<p>Non è cosa di tutti i giorni vedere un ex membro del comitato esecutivo della BCE arrampicarsi sugli specchi dinanzi ad una serie di critiche puntuali. Mercoledì scorso ad Ancona, <strong>Lorenzo Bini Smaghi</strong> ha presentato e discusso con alcuni degli economisti italiani più capaci di criticare le ricette <em>mainstream </em>per uscire dalla crisi, il suo ultimo libro <em>Morire di austerità. </em>L’incontro era organizzato dal <strong><a href="https://sites.google.com/site/mofirunivpm/home" target="_blank">Mofir</a></strong>, un gruppo di ricerca estremamente vivace, attento all’analisi empirica delle principali variabili di politica monetaria e fiscale senza essere incline alla <em>baloccometria</em> (pericolo denunciato da de Finetti ben prima dello scandalo Reinahrt-Rogoff) e capace anche di aprirsi ad un pubblico di non specialisti.</p>
<p><span id="more-4180"></span></p>
<p>Bini Smaghi ha riportato un aneddoto significativo: qualche eminente economista statunitense gli ha chiesto: “Come mai è così complicato per voi in Europa risolvere questa crisi? Non potete fare come noi?” L’attuale presidente di Snam Rete Gas ha risposto segnalando che la tutela della democrazia in Europa, un insieme di grandi nazioni diverse, non consente di attuare le ricette messe in campo negli Stati Uniti. Ha poi continuato dando una chiave di lettura della crisi attuale che testimonia le difficoltà teoriche in cui si dibatte un economista con importanti compiti istituzionali, che <em>deve</em> – per dignità – riconoscere le nefandezze prodotte dalle politiche di <em>austerity</em> ma che non <em>vuole</em> mettere in dubbio né il principio secondo il quale la BCE <em>non</em> debba fungere da prestatore di ultima istanza sostenendo direttamente i governi in difficoltà, né la superiorità delle politiche strutturali messe in campo dai Paesi del Nord Europa. I PIIGS e i loro politici sarebbero allora colpevoli di ritardare le riforme strutturali. In tal modo, di fatto, Bini Smaghi legittima l’erronea convinzione che gli equilibri di finanza pubblica non dipendano per lo più dalle debolezze istituzionali dell’UME, dunque dal mancato controllo sui tassi di interesse, né denuncia le politiche mercantiliste tedesche, consolidando la sua fama di <em>falco della politica fiscale</em>.</p>
<p>Nella discussione <strong>Piero Alessandrini</strong> ha sottolineato che il libro parla di un delitto annunciato, ricordando tra l’altro che il primo Paese ad aver beneficiato delle deroghe rispetto ai parametri europei fu la stessa Germania, ha riportato al centro del discorso gli squilibri commerciali (punto che, nel libro, Bini Smaghi riconosce mostrando di cambiare idea rispetto a quanto in passato ha sostenuto nei suoi contributi scientifici), sottolineando come non è detto che questi squilibri debbano essere assorbiti necessariamente e criticando l’autore poiché trascura il tema della <em>golden rule </em>(cioè piani di investimento attraverso spesa pubblica in deficit). Il fantasma di Keynes ha iniziato ad aleggiare nell’aula ed è apparso in tutta la sua imponenza quando Alessandrini ha ricordato come il surplus tedesco non sia necessariamente un merito, ma il segnale di un’Europa che funziona male e che dovrebbe assumersi la responsabilità di politiche fiscali redistributive.</p>
<p><strong>Emiliano Brancaccio</strong> [<em>in fondo all'articolo  il video dell'intervento</em>] si è concentrato sulle rilevanti contraddizioni analitiche di Bini Smaghi e sui dubbi che emergono da un libro che non offre una chiara soluzione politica per la crisi europea: l’autore riconosce che gli effetti <em>dell’austerity</em> possono prolungarsi nel tempo, ma ciò lo dovrebbero condurre, come invece non fa, a riconoscere la rilevanza della carenza di domanda effettiva nel lungo periodo anche nell’analisi dei problemi di solvibilità che affliggono i sistemi creditizi in Europa. <em>L’austerity</em> produce insolvenza nei PIIGS, ma allora la BCE che ruolo dovrebbe assumere dinanzi a prevedibili dinamiche di acquisizioni delle banche dei Paesi europei in difficoltà da Parte delle banche di Paesi forti? Le politiche strutturali che Bini Smaghi consiglia si riducono sostanzialmente alla flessibilità dei salari, ma i dati del caso irlandese, che Brancaccio richiama, mostrano come queste politiche aggravino la crisi.</p>
<p>Contraddizioni istituzionali a livello UME che, secondo il buon senso dell’uomo degli affari, ha rilevato anche l’ingegner <strong>Pieralisi</strong>, ricordando come le nazioni europee sono innanzitutto sistemi in concorrenza, che le industrie italiane non sono in grado di ridurre ulteriormente i costi della produzione, che il sistema bancario italiano non sostiene le imprese italiane, e che le riforme strutturali necessarie non riguardano la flessibilità del mercato del lavoro.</p>
<p>Le ipotesi su cui sono costruite le politiche di <em>austerity</em>, ma anche lo statuto della BCE, sono sbagliate, come <strong>Andrea Presbitero</strong> [<em>in fondo all'articolo  il video dell'intervento</em>] ha mostrato numeri alla mano chiamando in causa anche la responsabilità degli organi di informazione che, banalizzando, continuano a legittimare l’idea sbagliata che il debito pubblico sia causa della bassa crescita. La buona ed onesta analisi empirica mostra che le politiche di austerità hanno effetti recessivi, che occorre coordinare politiche monetarie e fiscali per ridurre l’incertezza sistemica, che il <em>credit crunch </em>in Italia è un problema causato dal lato dell’offerta, cioè dalle banche. C’è anche chi fa notare che l’<em>austerity</em> è associata a un aumento dei suicidi.</p>
<p>Dinanzi a questa mole di critiche Bini Smaghi ha replicato svelando che dietro all’accattivante titolo del suo libro c’è solo l’idea che il problema non sta nell’erroneità delle politiche di austerità, ma nel fatto che in Italia queste stesse politiche sono state fatte in ritardo e male. Un punto di vista contro il quale dovremo continuare a lottare.</p>
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<p>(video a cura di <a href="http://economiapericittadini.it/" target="_blank">Epic &#8211; Economia per i cittadini</a>)</p>
<span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='560' height='345' src='http://www.youtube.com/embed/oRb7hgpqUU8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0'></iframe></span>
<p>video completo della presentazione: <a href="http://docs.dises.univpm.it/dnl/BiniSmaghi/" target="_blank">http://docs.dises.univpm.it/dnl/BiniSmaghi/</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/video/'>Video</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/andrea-presbitero/'>Andrea Presbitero</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/austerita/'>austerità</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/emiliano-brancaccio/'>emiliano brancaccio</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/lorenzo-bini-smaghi/'>Lorenzo Bini Smaghi</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/piero-alessandrini/'>Piero Alessandrini</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/piigs/'>PIIGS</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/stefano-lucarelli/'>stefano lucarelli</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4180/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4180/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4180&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Luci e ombre del &#8220;modello Islanda&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:40:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alla fine del 2008 l’Islanda è stata travolta dalla crisi finanziaria internazionale e la sua economia ha perso più del 6,5 per cento del pil. Un paio di anni dopo però era già tornata a crescere e a creare posti di lavoro. In mezzo due decisioni che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo: la [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4174&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4176" alt="Iceland holds referendum on repayment" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/060310-icesave-referendum-ijsland-protest-anp-12152093_0-e1368693224649.jpg?w=560&#038;h=360" width="560" height="360" /></p>
<p><strong>Alla fine del 2008 l’Islanda è stata travolta dalla crisi finanziaria internazionale e la sua economia ha perso più del 6,5 per cento del pil. Un paio di anni dopo però era già tornata a crescere e a creare posti di lavoro. In mezzo due decisioni che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo: la scelta di non pagare (in parte) i debiti delle proprie banche verso l’estero e l’approvazione di una nuova Costituzione redatta in forma partecipativa. Un modello esportabile?</strong></p>
<p><em><strong>Daniela Palma e Guido Iodice da Micromega 4/2013</strong></em><br />
<span id="more-4174"></span></p>
<p><img class="size-full wp-image-4175 alignnone" alt="banner-sito-4-2013" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/banner-sito-4-2013.gif?w=560"   /></p>
<p><strong>Pubblichiamo un&#8217;ampia sintesi dell&#8217;articolo degli autori di Keynes Blog comparso sul <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-42013-%E2%80%9Cquestione-di-vita-e-di-morte%E2%80%9D-il-sommario-del-nuovo-numero-in-edicola-e-su-ipad-da-giovedi-16-maggio/" target="_blank">numero di MicroMega 4/2013</a>, in edicola e libreria da oggi 16 maggio. Segnaliamo inoltre, sullo stesso numero, un articolo di Stefano Lucarelli sull&#8217;eredità di Margaret Thatcher.</strong></p>
<p>La brutta storia dell’Islanda inizia quando nel settembre 2008 un altro paese, abbandonato al suo destino, fallisce improvvisamente. È un paese ancor più piccolo dell’Islanda che, con i suoi 300 mila abitanti, è oltre 10 volte più popolosa. Ma è un paese molto più ricco. Il suo pil è cinque volte maggiore. Ed è un paese molto più esposto con circa 613 miliardi di dollari di debito. Questo paese si chiamava Lehman Brothers e il suo fallimento è l’inizio di quello tsunami che ha travolto anche la piccola isola vichinga. Il confronto con Lehman non è casuale perché, come vedremo, le dimensioni contano.<br />
L’onda anomala della Lehman, che ha causato il panico sui mercati e il blocco del credito, ha investito pesantemente tutti i paesi che, come l’Islanda, l’Irlanda e la Spagna, erano cresciuti negli anni sulla finanza. L’ammontare del debito, interno ed esterno, delle tre più grandi banche era in quel momento pari a 11 volte l’intero pil della nazione «vichinga». Un intero paese, insomma, che aveva fondato la sua prosperità sul fatto di apparire un grande hedge fund. Ma come era potuto accadere?</p>
<h3><span style="color:#003366;">Un hedge fund grande come una nazione</span></h3>
<p>La storia comincia tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando il governo islandese privatizzò le grandi banche pubbliche tra cui la ex banca centrale Landsbanki e promosse la liberalizzazione finanziaria. Si avviò così una crescita basata sull’illusione del credito facile. Gli islandesi si indebitavano in euro e sterline per avere tassi di interesse più contenuti. Contemporaneamente i tassi di interesse relativamente più elevati attraevano capitali dall’estero, in particolare attraverso i conti online come «Icesave» della Landsbanki che assicurava il 6 per cento ai depositanti inglesi e olandesi. Il governo e le imprese rivendicavano con orgoglio l’aver reso l’Islanda il centro finanziario internazionale nel Nord Atlantico, a metà tra l’Europa e gli Usa. L’ittica e l’alluminio, tradizionali settori produttivi, cedevano il passo alla grande finanzia e al piccolo risparmio raccolto all’estero.<br />
La crescita alimentò alti dividendi e l’aumento degli stipendi. Tutto sembrava funzionare. Come altrove, sorgevano nuovi edifici e si moltiplicavano i servizi, non solo banche ma anche ospedali e teatri. Il boom del mercato immobiliare, come altrove, fu alimentato dalla facilità dell’afflusso dei capitali dall’estero.</p>
<p>Tutta questa eccitazione finanziaria aveva però, formalmente, un mastino. L’Fme, con i suoi 30 (solo 30) dipendenti, era la nuova agenzia istituita dal governo nel 1998 per tranquillizzare cittadini e investitori circa lo scrupoloso controllo «terzo» sulle banche. Nel frattempo le banche islandesi scalavano la classifica degli istituti di credito mondiali. E l’Fme continuava a lasciar fare. In fondo – spiegavano i regolatori e i regolati – grossi pericoli non ce ne sono. I mercati finanziari, lasciati a se stessi, sono efficienti. Si tratta semplicemente di attuare una supervisione poco invasiva al fine di evitare qualche truffa che distorcerebbe il mercato. Non era questa, in fondo, la lezione di Wall Street e della city di Londra? Là, senza «distorsioni», il mercato fa bene da solo. Chi sono gli islandesi per contestare qualche decennio di teoria economica e l’evidenza del grande successo della finanziarizzazione dell’economia? Qualche avvisaglia, in realtà, aveva fatto capolino nel 2006 quando l’agenzia Fitch abbassò il rating del paese, citando i problemi relativi al debito contratto con soggetti esteri.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Il crack del 2008</span></h3>
<p>Poi venne il grande crollo del 2008. Il congelamento del credito espone l’Islanda ai suoi debiti. Dall’inizio del 2008 all’ottobre dello stesso anno si susseguono i segnali negativi. La crescita si arresta, la moneta nazionale si svaluta, gli investitori fuggono. Ma il peggio deve ancora arrivare. E arriva subito dopo il crollo della Lehman negli Usa.<br />
Le tre grandi banche del paese (Landsbanki, Glitnir e Kaupthing) vengono poste sotto il controllo pubblico, l’Islanda si ritrova con un debito estero (secondo le stime più ottimistiche) di 50 miliardi di euro (l’80 per cento del quale in carico al settore finanziario) pari quasi a 6 volte il pil (8,5 miliardi di euro). Ma la gravità della situazione risulta accentuata anche dall’assetto proprietario delle obbligazioni islandesi, detenute in larga parte da risparmiatori dei paesi membri dell’Ue e in particolar modo dal Regno Unito. Il passaggio alla nazionalizzazione delle tre maggiori banche è obbligato, ma determina l’esplosione del debito pubblico che, dal 28 per cento del pil passa in un solo anno al 70 per cento per poi arrivare nel 2012 oltre il 100 per cento.</p>
<p>La Banca centrale islandese tenta, agli inizi di ottobre del 2008, di mantenere una relativa stabilità della moneta sui mercati valutari. L’impresa però appare immediatamente impossibile. Le contrattazioni di mercato vengono sospese e si passa a un sistema di «aste» controllate dalla Banca centrale, in cui la moneta islandese oscilla tra i 150 e i 180 contro l’euro. Ancora nel luglio 2008 un euro era quotato appena 120 corone. Intanto l’inflazione arriva al 18 per cento. Scenderà lentamente nei due anni successivi per arrivare intorno al 5 per cento nel 2010.<br />
A causa del collasso del sistema creditizio e del conseguente arresto improvviso (sudden stop) dell’afflusso di fondi esteri con violente ripercussioni sulla bilancia dei pagamenti, il paese deve inoltre ricorrere all’aiuto del Fondo monetario internazionale. Nell’ottobre del 2008 entra così in azione il programma «Stand-By-Arragement» (il medesimo fruito da Grecia e Ungheria nello stesso periodo), che durerà 33 mesi e comporterà un sostegno complessivo da parte del Fondo monetario pari a 5 miliardi di euro. Contestualmente l’Islanda accetta le condizioni imposte dal Fondo per la ristrutturazione dell’economia interna: la ricetta applicata è per buona parte simile a quella adottata nelle crisi asiatiche di fine anni Novanta, con tagli alla spesa pubblica e stabilizzazione della moneta, ma risulta ampliata dall’applicazione di più stringenti controlli ai movimenti dei capitali, al fine di evitare il completo collasso della moneta per la fuga dei capitali. L’Fmi non è stata l’unico possibile prestatore interrogato dal governo: nell’ottobre 2008 si aprì una trattativa con la Russia per un megaprestito di 4 miliardi di euro, poi ridotti a 500 milioni e alla fine non concessi. Nell’occasione il primo ministro Geir Haarde sostenne che il paese non aveva ricevuto molto aiuto dagli amici tradizionali e che quindi era necessario trovare nuovi amici.<br />
Peraltro le stesse politiche di austerità a base di riduzioni della spesa pubblica e aumenti di tasse (tra i quali debbono tuttavia essere rilevati i tagli alle deduzioni fiscali sui redditi dei più abbienti) vengono attuate solo a partire dall’anno successivo, al fine di evitare il crollo della domanda aggregata. Tra gli aspetti restrittivi della manovra, l’economista islandese Jon Danielsson critica tuttavia la stretta monetaria messa in atto nell’autunno del 2008 che porta i tassi al 18 per cento, in base all’accordo con l’Fmi per ottenere da questo 2 miliardi di euro, contenere l’inflazione e stabilizzare la moneta, e li mantiene successivamente su valori a due cifre fino alla primavera del 2010. [...]  Il favorevole clima di relazioni internazionali appare peraltro incentivato dalla formale richiesta espressa nel 2009 dall’Islanda di entrare nell’Unione europea, che – stando agli osservatori – ha conferito autorevolezza al paese, tanto da far sì che una quantità di bond dal valore di circa un miliardo di euro venisse collocata al tasso relativamente contenuto del 6 per cento.</p>
<p>Fin qui i fatti ci raccontano però solo la prima parte – ancorché fondamentale – del processo attraverso il quale l’Islanda ha potuto salvarsi dalla crisi riprendendo poi a crescere. La fase che vede in scena il Fondo monetario si configura infatti come «operazione di urgenza», che è stata in grado di incidere solo su una parte del sistema bancario, lasciando in sospeso le vicissitudini finanziarie di una filiale «online» di Landesbanki, denominata «Icesave» alla quale facevano capo i depositi di trecentoquarantamila risparmiatori britannici e olandesi, e che molto aveva proliferato dal 2006 grazie ai molto appetibili tassi di interesse praticati ai correntisti. Questi depositi sono stati inizialmente garantiti dai rispettivi governi di Regno Unito e Paesi Bassi, anche in considerazione della capacità di questi di far fronte a un onere debitorio (di circa 4 miliardi) ampiamente alla portata della dimensione finanziaria di quei paesi. Lo stesso non poteva dirsi della capacità della finanza pubblica islandese, assai più contenuta e oltretutto gravata dagli impegni legati al programma di stabilizzazione predisposto con il Fondo monetario. Ed è così che la richiesta di risarcimento di Regno Unito e Paesi Bassi all’Islanda (essendo la banca diventata di proprietà pubblica) segna il reale inizio del casus belli che ne ha caratterizzato maggiormente il percorso di uscita dalla crisi finanziaria. Mentre Regno Unito e Paesi Bassi propongono all’Islanda un programma per la restituzione in 15 anni di quasi 3,4 miliardi, all’inizio del 2009 il governo islandese tenta di girare la richiesta di rimborso ai cittadini chiedendo loro poco più di 100 euro al mese per quindici anni. La reazione degli islandesi apre però a un totale cambio di programma: la protesta monta diffusamente tra la popolazione con la richiesta che il debito sia pagato dai colpevoli del disastro e fino a ottenere le dimissioni del primo ministro Geir Hilmar Haarde, mentre con una raccolta di firme viene fatta richiesta al presidente della Repubblica Grímsson di bloccare il rimborso del debito con Regno Unito e Paesi Bassi. Sotto la forza di queste pressioni, Grímsson blocca il disegno di legge proponendo un referendum, che si tiene nel marzo 2010 e che sancisce pressoché all’unanimità (93 per cento) il rifiuto degli islandesi di accollarsi un debito contratto da privati verso privati.<br />
Il 26 gennaio 2009 il primo ministro Haarde rassegna le dimissioni del governo dopo quattro mesi di proteste popolari, particolarmente intense nel gennaio 2009. Grímsson impone quindi un governo formato dall’Alleanza socialdemocratica e dai Verdi. Jóhanna Sigurðardóttir diventa il nuovo primo ministro, sulla scorta della sua popolarità come ministro degli Affari sociali nel governo di unità nazionale. Il 25 aprile 2009, con le elezioni politiche, vinte dalla coalizione progressista, la Sigurðardóttir si conferma primo ministro, sull’onda della proposta di far entrare il paese nell’Unione europea e in prospettiva nell’euro, visto allora come un’ancora di salvezza rispetto alla debole e sfiduciata corona islandese.<br />
Successivamente, nel giugno 2010, considerato l’impatto della massiccia svalutazione della corona durante la crisi, una sentenza della Corte suprema islandese dichiara illegali i prestiti indicizzati su valute estere, sollevando ulteriormente l’onere debitorio degli islandesi e dando così impulso anche alla domanda interna, considerato che già quella estera – rappresentata principalmente dalle esportazioni ittiche e di alluminio – era stata trainata favorevolmente dal forte deprezzamento della corona.</p>
<p>Nel marzo 2011 una nuova proposta di rimborso viene bocciata con il 59 per cento dei voti, mentre il braccio di ferro con le autorità britanniche e olandesi decise a ottenere i rimborsi si conclude finalmente a favore dell’Islanda (marzo 2013) con la sentenza della corte dell’Efta (European Free Trade Agreement) che si trova nella condizione di emettere una valutazione discrezionale in assenza di riferimenti specifici nella legislazione europea su crisi sistemiche come quella islandese. Ma il valore sostanziale attribuito dalla popolazione islandese alla protesta si evince molto nettamente dal percorso (avviato nel novembre 2010) che alla fine del 2012 porta alla redazione in forma «partecipativa» – anche attraverso consultazioni online – di una nuova Costituzione nella quale vengono rafforzati lo strumento referendario e le leggi di iniziativa popolare. E la conclusione dell’intera vicenda assume toni del classico lieto fine delle favole: da un pil che nel 2009 perdeva più del 6,5 per cento e con una disoccupazione che superava l’8 per cento, si passa nel 2011 a una crescita che sfiora il 3 per cento e a un tasso di disoccupazione che nel 2013 è arrivato sotto il 5 per cento (comunque alto, considerando che prima della crisi era intorno all’1 per cento), mentre il debito pubblico ha iniziato a ridursi nell’anno in corso.<br />
È lo scatto indubbiamente sorprendente di un paese che, arrivato sull’orlo del baratro e a fronte di abnormi squilibri tra economia reale e dimensione del dissesto finanziario, aveva tutti i presupposti per collassare nella maniera più rovinosa. Non è un caso, quindi, che da allora l’Islanda abbia attirato su di sé l’attenzione di commentatori e studiosi, desiderosi di capire se davvero fosse possibile mettere a punto una ricetta «miracolosa» per tutte le economie in crisi. E sull’onda del pur giustificato entusiasmo si sono via via andati consolidando slogan semplificativi circa l’efficacia di questioni salienti che hanno caratterizzato la crisi islandese aprendo la via verso un suo superamento: la possibilità (sottointeso: sempre e comunque) di far fallire tout court le banche e la possibilità di far assolvere alla svalutazione della moneta un’importante funzione in termini di ristabilimento degli equilibri macroeconomici (in questo senso sottolineando il ruolo della sovranità monetaria, della quale l’Islanda è in possesso diversamente dai paesi appartenenti all’area euro).</p>
<p>Che quello islandese non sia precisamente un «miracolo» lo dicono anche i risultati delle elezioni per il parlamento del 27 aprile 2013. Il centro-sinistra, composto dall’Alleanza socialdemocratica della premier Jóhanna Sigurðardóttir e dal Movimento Verdi-sinistra, ha subito una pesante sconfitta fermandosi sotto il 25 per cento, mentre le forze di centro-destra (Partito dell’indipendenza e Partito del progresso), responsabili della crisi del 2008, hanno raccolto la maggioranza dell’elettorato. L’austerità, per quanto relativamente «dolce», è pur sempre austerità. E, secondo la stampa locale, l’ostentato europeismo del centro-sinistra ha fatto temere agli islandesi un futuro di tipo greco o cipriota. Gli euro-religiosi italiani prendano nota.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Reprimere i mercati finanziari</span></h3>
<p>Se paragoniamo quanto accaduto in Islanda e quanto invece sta accadendo a Cipro o in Grecia, è facile concludere che il modello nordico sia molto meno doloroso e preferibile a «spietate» politiche deflazionistiche volte al tentativo di ripagare debiti. Tali politiche, è davanti agli occhi di tutti, sono sempre destinate a fallire. Il motivo è semplice: come insegna la teoria keynesiana, ma possiamo dire anche il buon senso, non è possibile ripagare i debiti se diminuiscono i redditi. Quando l’Europa impone l’austerità ai debitori, in realtà danneggia anche i creditori. L’incipiente recessione in Germania, che sta vedendo calare la sua produzione industriale nonostante tassi di interesse molto vantaggiosi, dimostra come le politiche sinora seguire in Europa siano intrinsecamente contraddittorie e controproducenti.<br />
Tuttavia dalla lezione islandese non si devono trarre conclusioni semplicistiche. In primo luogo non è vero, come si legge spesso in rete, che l’Islanda abbia detto «no» al Fondo monetario internazionale, che al contrario è stato protagonista nel salvataggio del paese. In secondo luogo, l’Islanda non ha precisamente lasciato fallire le banche, ma le ha nazionalizzate, cosa che in Italia, ad esempio, sembra stranamente ancora tabù. Ma ciò che è davvero rilevante comprendere è altro.</p>
<p>Il problema islandese è stato un problema di debito estero, così come lo è quello dei paesi meridionali dell’Eurozona. Non è stato ovviamente l’euro la causa del suo disastro, ma essere fuori dall’euro ha sicuramente favorito la sua soluzione. Il che può apparire paradossale, se si pensa che la maggioranza degli islandesi ha dato il suo voto ai progressisti che volevano l’ingresso nella moneta unica europea. Se guardiamo i dati, vediamo che la svalutazione della corona ha aiutato la soluzione della crisi evitando un’austerità ancor più dura. Non bisogna tuttavia nutrire eccessiva fiducia in questa soluzione. La frase spesso abusata «o si svaluta la moneta o si svaluta il salario» non va intesa come un’alternativa secca. L’Islanda è un esempio, poiché i salari reali sono calati del 13 per cento dal gennaio 2008 al maggio 2010, secondo i dati della Banca centrale. Ancora oggi non hanno recuperato il potere d’acquisto di 5 anni fa. E l’Italia stessa, nel 1992, sperimentò entrambe le «soluzioni», contemporaneamente.<br />
È pur vero che l’Islanda si è rifiutata di pagare (in parte) i debiti delle banche verso l’estero. Lo ha fatto sull’onda di proteste popolari e non per una volontà politica chiara. Ma qui occorrono precisazioni di cruciale importanza. La prima è che, per quanto il debito del sistema creditizio fosse di dimensioni enormi rispetto al pil, esso era in cifra assoluta molto piccolo. L’intero debito estero netto islandese calcolato a fine 2012 è pari a 6,2 volte il pil, vale a dire più di 85 miliardi di dollari, circa 65 miliardi di euro al cambio attuale. Per fare un paragone, la Spagna ha un debito estero netto intorno al 90 per cento del pil ma in cifra assoluta risulta all’incirca di 1.340 miliardi di euro, cioè venti volte quello islandese. Anche se l’Islanda non ripagasse mai il suo debito, e in parte potrà farlo grazie alla sentenza su ricordata, difficilmente ciò avrebbe conseguenze sistemiche, tant’è che i paesi creditori hanno già salvaguardato i propri cittadini con risorse proprie. Inoltre la sentenza dell’Efta nel marzo 2013 ha stabilito la correttezza delle decisioni islandesi secondo le regole in vigore allora. Il limite di garanzia dei depositi è infatti oggi a 100 mila euro, mentre Icesave applicava la norma olandese che garantiva solo 40 mila euro.</p>
<p>Le dimensioni, quindi, contano. Va adeguatamente distinto il caso di un piccolo paese (Islanda, Cipro, Grecia) i cui problemi sono sempre facilmente risolvibili, se vi è volontà politica internazionale, da quelli di grandi e medi paesi fortemente indebitati con l’estero. Questo però rafforza la critica verso la strategia suicida sinora perseguita nell’Eurozona. I casi greco, cipriota e irlandese sarebbero stati facilmente gestibili e un’accurata manovra «federale» avrebbe evitato il panico sui mercati con i riflessi che conosciamo su Spagna e Italia.<br />
La lezione islandese ci dice però anche altro. Le crisi finanziarie richiedono una gestione globale e regionale in cui i creditori si accollino parte dell’onere del risanamento. L’Islanda vi è riuscita per «via giudiziaria», ma questo deve diventare un punto fermo per le istituzioni internazionali e i singoli paesi. È una lezione tipicamente keynesiana: fu infatti proprio Keynes, a Bretton Woods, a proporre un sistema monetario internazionale basato su un’unità di conto, il bancor, in cui i paesi eccessivamente creditori venivano «puniti» al pari di quelli eccessivamente debitori. E questo vale soprattutto quando il debito accumulato è in parte rilevante denominato in una valuta estera. L’Islanda ci dice infatti che non è vero che un paese a moneta sovrana non può fallire. Può accadere se i suoi cittadini e le sue banche non hanno fiducia nella moneta dello Stato e preferiscono la stabilità di quelle di altri paesi. La ridenominazione del debito in valuta locale ha spostato l’onere sui creditori, ma qui valgono le considerazioni dimensionali fatte in precedenza.</p>
<p>Infine, il problema da affrontare con urgenza rimane la regolazione dei movimenti di capitale e delle merci a livello globale. Qui torna utile la proposta di Keynes a Bretton Woods testé citata. Anche se quell’idea non fu mai attuata, si stabilì la legittimità di dazi e controlli sui movimenti di capitale. Ciò, insieme alla cosiddetta «repressione» dei mercati finanziari attuata con le leggi bancarie nate dopo la crisi del 1929, assicurò al mondo trent’anni di stabilità e crescita. [...] Chi dice che le ricette keynesiane non sono più attuali a causa della «finanziarizzazione» dovrebbe ricordare che il capitalismo è sempre stato «finanziarizzato» sin dalle sue origini e che l’unico periodo nell’intera sua storia in cui ha mostrato una stabilità significativa è stato proprio il periodo «keynesiano» che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta.<br />
In conclusione, sebbene l’Islanda non costituisca un modello «generale» che possa essere applicato ovunque, alcune lezioni sono utili. Ma sarebbe ancor più utile una presa di coscienza che faccia tornare il mondo «indietro» alle regole abbandonate negli ultimi quattro decenni perché il capitalismo del laissez-faire nato dalla rivoluzione liberista non è solo ingiusto: è insostenibile.</p>
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		<title>Mario Draghi e le contraddizioni dell’Unione Europea</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 10:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[È da tempo che la gran parte della stampa tedesca vede in Draghi un pericoloso inflazionista, oltre che un sistematico “sabotatore” della linea del rigore. Ma nelle condizioni date appare davvero arduo immaginare che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici. Dietro questo dibattito si scorgono in realtà i conflitti intercapitalistici alla base [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4172&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/12/draghi_2332701b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2756" alt="Draghi_2332701b" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/12/draghi_2332701b.jpg?w=300&#038;h=187" width="300" height="187" /></a></p>
<p><strong>È da tempo che la gran parte della stampa tedesca vede in Draghi un pericoloso inflazionista, oltre che un sistematico “sabotatore” della linea del rigore. Ma nelle condizioni date appare davvero arduo immaginare che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici. Dietro questo dibattito si scorgono in realtà i conflitti intercapitalistici alla base dell’architettura istituzionale europea.</strong></p>
<p><strong><em>di Guglielmo Forges Davanzati </em></strong><em><em>da <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/mario-draghi-e-le-contraddizioni-dell%e2%80%99unione-europea/" target="_blank">Micromegaonline</a></em></em></p>
<p><span id="more-4172"></span></p>
<p>Le reazioni tedesche alla decisione di Mario Draghi di ridurre il tasso di rifinanziamento (il tasso al quale le banche europee accedono al credito della BCE) dallo 0.75% allo 0.5% e, ancor più, di portare il c.d. tasso di deposito (il tasso sui depositi bancari custoditi dalla BCE) a valori negativi per stimolare l’erogazione di credito da parte delle banche commerciali hanno reso ancora più palesi i conflitti intercapitalistici che si celano al fondo dell’architettura istituzionale europea, per come essa è oggi strutturata. E’ da tempo che la gran parte della stampa tedesca vede in Draghi un pericoloso inflazionista, oltre che un sistematico “sabotatore” della linea del rigore.<br />
La linea Draghi viene interpretata come finalizzata a “salvare” Paesi dell’eurozona, il cui “salvataggio” dovrebbe, per contro, essere il risultato del far bene i loro “compiti a casa”. Ed è considerata una linea dannosa per la Germania, dal momento che i salvataggi comporterebbero aumenti della pressione fiscale. Qui occorre sgombrare il campo da un equivoco. Il salvataggio dei Paesi a rischio default è garantito dal “Fondo Europeo per la Stabilità Finaziaria” (il c.d. fondo salva Stati), al quale, in rapporto al PIL, è l’Italia a essere il primo finanziatore, seguita da Germania e Francia.<br />
La linea Draghi è anche interpretata come potenzialmente inflazionistica. Si ricorderà, su questo aspetto, l’intervista rilasciata dal prof. Manfred Neumann al quotidiano Süddeutsche Zeitung, nella quale Neumann, relatore al dottorato dell’attuale presidente della Bundesbank Weidmann, sostiene che la politica monetaria seguita dalla BCE rischia di portare il tasso di inflazione in Germania a livelli inaccettabili, paventando il rischio di iperinflazione e richiamando la tragica esperienza della Repubblica di Weimar. Si tratta di una tesi che, soprattutto nelle condizioni attuali, può essere accettata solo in quanto recepisce il senso comune. In una condizione di elevata (e crescente) disoccupazione e bassa (e decrescente) inflazione, appare davvero arduo immaginare che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici. Il tasso di inflazione nei Paesi dell’area dell’euro è attestato all’1,2%, in netto calo rispetto allo scorso anno e ai minimi da più di tre anni, a fronte delle politiche monetarie espansive adottate nel periodo considerato. Il tasso di disoccupazione supera il 12%.<br />
L’idea che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici può essere considerata valida, al più, soltanto in una condizione nella quale tutte le risorse sono impiegate e sono impiegate in modo efficiente. In più, la prescrizione di politica monetaria che ne deriva – ridurre l’offerta di moneta, aumentando i tassi di interesse per garantire la stabilità dei prezzi – regge solo se si considera data la velocità di circolazione della moneta (ovvero la frequenza media con la quale un’unità monetaria viene spesa in un dato intervallo di tempo). Tuttavia, in condizioni di crisi da caduta della domanda aggregata, la velocità di circolazione della moneta tende a ridursi, così che, sul piano analitico, non si può assumere che essa sia data. Ed è esattamente quanto sta accadendo: In più, è semmai un aumento del tasso di interesse – in quanto si traduce in un aumento delle passività finanziarie delle imprese – a poter produrre un aumento dei prezzi, così che, per contro, da una riduzione dei tassi di interesse vi è semmai da attendersi una riduzione (o un non aumento) del livello generale dei prezzi. In tal senso, l’inflazione ha natura conflittuale, ovvero dipende, in ultima analisi, da variazioni della distribuzione del reddito e, in particolare, del potere di mercato delle imprese.<br />
Va rilevato che, per come è oggi strutturata la politica monetaria, appare arduo ritenere che la riduzione del prime rate da parte della Banca Centrale automaticamente si traduca in un aumento dell’offerta di moneta e che a una riduzione dei tassi di interesse faccia seguito automaticamente un aumento degli investimenti. Ciò per due ragioni.<br />
In primo luogo, per quanto possa essere vera la convinzione di Keynes secondo la quale “si può portare un cavallo alla fonte, ma non si può obbligarlo a bere”, è certamente indiscutibile che una politica monetaria espansiva costituisce una condizione permissiva per l’aumento degli investimenti e dell’occupazione. E’ una condizione permissiva – ma non cogente – dal momento che la variabile che maggiormente influenza gli investimenti sono le aspettative, così che non vi è da attendersi che politiche di espansione monetaria si traducano automaticamente in aumenti degli investimenti.<br />
In secondo luogo, così come è impossibile obbligare un’impresa a investire, è impossibile – in un mercato del credito ampiamente deregolamentato – obbligare una banca a finanziare gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Di fatto, le banche europee restringono l’offerta di credito per ragioni precauzionali e per moventi speculativi. In altri termini, in una condizione di caduta della domanda aggregata, diventa conveniente finanziare le sole imprese i cui progetti di investimento garantiscono una ragionevole certezza di produrre profitti. Di norma, si tratta di imprese di grandi dimensioni, alle quali le banche presuntivamente attribuiscono una bassa (o nulla) probabilità di fallimento. Per contro, risulta conveniente non accordare finanziamenti a imprese di piccole dimensioni, che normalmente operano su mercati interni, dal momento che la compressione dei consumi rende per queste più difficile la realizzazione di profitti. Vi è di più. Le banche possono trovare conveniente allocare risorse nel mercato dei titoli, realizzando utili mediante una pura attività speculativa. Su fonte ABI, si rileva che le banche italiane sono impegnate in transazioni di titoli del nostro debito pubblico per un ammontare circa pari a 350 miliardi di euro, equivalente a oltre il 20% delle transazioni complessive.<br />
Questi rilievi meritano di essere considerati dal momento che costituiscono un rilevante vulnus analitico nella dottrina della Bundesbank. Una dottrina che appare a tal punto screditata sul piano dell’analisi economica da potere valere, al più, come tentativo di legittimazione “scientifica” delle politiche desiderate dal Governo Merkel. In tal senso, il punto in discussione assume valenza propriamente politica: la decisione di Mario Draghi va contro gli interessi dell’industria tedesca, per la seguente ragione. Nel caso in cui la riduzione del prime rate si traduca in un aumento dell’offerta di credito, ciò avvantaggerebbe essenzialmente le imprese collocate nei Paesi periferici dell’Unione Monetaria Europea, dal momento che la restrizione del credito è già più intensa in queste aree e che le dimensioni medie d’impresa sono notevolmente inferiori a quelle tedesche. Dovrebbe derivarne che le imprese collocate nelle aree periferiche diventerebbero meno vulnerabili, e, dunque, meno esposte a operazioni di acquisizione da parte dei capitali “forti”.<br />
E’ fisiologico che, in una fase di crisi, venga meno – per dirla con Marx – la “fratellanza” che di norma caratterizza i rapporti intercapitalistici. Nel caso specifico dell’Unione Monetaria Europea, sembra ormai di capire che l’accentuarsi dei conflitti sia di entità e durata tali da rendere sempre più lontano il processo di unificazione politica – da più parti invocato – e renda sempre più vicino il momento della deflagrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il tafazzismo bancario di Bini Smaghi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 08:36:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Lorenzo Bini Smaghi]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ex membro del board della BCE Lorenzo Bini Smaghi, attuale presidente di Snam, ha avanzato ieri una proposta shock. L&#8217;Italia &#8211; secondo Bini Smaghi &#8211; dovrebbe chiedere il sostegno del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) per ricapitalizzare le banche e quindi renderle capaci di concedere maggiori prestiti. Sempre secondo Bini Smaghi, infatti, l&#8217;abbassamento dei tassi [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4159&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-4164" alt="bankruptcy bancarotta sistema aereo flight companies" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/bankruptcy-bancarotta-sistema-aereo-flight-companies.jpg?w=240&#038;h=190" width="240" height="190" />L&#8217;ex membro del board della BCE <strong>Lorenzo Bini Smaghi</strong>, attuale presidente di Snam, ha avanzato ieri una proposta shock. L&#8217;Italia &#8211; secondo Bini Smaghi &#8211; dovrebbe <a href="http://www.repubblica.it/economia/2013/05/13/news/bini_smaghi_esm-58686109/" target="_blank">chiedere il sostegno del Meccanismo Europeo di Stabilità</a> (ESM) per ricapitalizzare le banche e quindi renderle capaci di concedere maggiori prestiti. Sempre secondo Bini Smaghi, infatti, l&#8217;abbassamento dei tassi da parte della BCE non si sta trasmettendo alle banche italiane a causa della sua cattiva salute: &#8220;tendiamo a dimenticare questo elemento: il finanziamento dell&#8217;economia dipende dalla salute del sistema bancario e, quindi, dobbiamo risolvere i problemi delle banche e ricapitalizzarle&#8221;. Ciò, bene inteso, al prezzo di mettersi sotto la &#8220;tutela&#8221; dell&#8217;ESM, firmando il famigerato &#8220;memorandum&#8221;. Il che, in sostanza, significa rinunciare a priori a quel poco di flessibilità sui criteri di rientro del deficit dei quali si parla nelle ultime settimane, non foss&#8217;altro per lo scorporo degli investimenti e degli interventi a favore dell&#8217;occupazione.</p>
<p><span id="more-4159"></span></p>
<p>Seguendo il ragionamento di Bini Smaghi si avrebbe, al netto, un effetto espansivo. Lo stato sarebbe costretto ad altra austerità ma almeno i privati potrebbero avere credito a basso costo e quindi l&#8217;attività economica sarebbe nelle condizioni di riprendersi. Ma le cose sono così semplici? Davvero le banche sarebbero più propense al rischio dopo la &#8220;cura&#8221; ESM?</p>
<p>I dati della Banca d&#8217;Italia ci permettono di avanzare qualche dubbio fondato. Quattro volte l&#8217;anno via Nazionale sonda le banche per sapere se hanno, nei tre mesi precedenti, stretto o allargato la borsa, cioè se i criteri di concessioni di prestiti e linee di credito si sono fatti più o meno stringenti. Ma non solo. Bankitalia chiede anche se la <em>domanda</em> di prestiti aumenta o cala. E qui le cose si fanno interessanti. Difatti, guardando i dati, si scopre che se da un lato è vero che le banche stringono i cordoni, dall&#8217;altra anche la domanda di prestiti cala, sia dalle famiglie che dalle imprese:</p>
<div id="attachment_4162" class="wp-caption aligncenter" style="width: 570px"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot5.png"><img class="size-large wp-image-4162" alt="Fonte: Bollettino BdI Aprile 2013" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot5.png?w=560&#038;h=386" width="560" height="386" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Bollettino BdI Aprile 2013</p></div>
<p>I problemi quindi non sembrano esistere solo sul lato dell&#8217;offerta creditizia, ma consistentemente anche su quello della domanda che, dalla seconda metà del 2012, ha nuovamente accentuato la sua tendenza alla contrazione, sebbene i tassi di interesse bancari stiano lentamente  scendendo da un anno a questa parte, anche se il differenziale con il resto dell&#8217;area euro resta ancora significativo (nel grafico sono rappresentati i tassi di interesse per le imprese, per i dati sugli interessi praticati alle famiglie, anch&#8217;essi in lieve discesa, si vedano i link in fondo all&#8217;articolo).</p>
<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot6.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4163" alt="screenshot6" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot6.png?w=560"   /></a></p>
<p>Imprese e famiglie quindi continuano a chiedere sempre meno prestiti, anche se i tassi di interesse  sono lievemente migliorati. Il tasso di interesse, infatti, non è il solo parametro che influenza la domanda di credito: molto più rilevanti sono le aspettative di reddittività degli investimenti per le aziende, oggi sempre più depresse per mancanza di domanda, e le aspettative riguardo i propri redditi da parte delle famiglie, anche esse influenzate negativamente dalla crisi.</p>
<p>Sarebbe opportuno inoltre interrogarsi sulle ragioni che portano le banche ad inasprire le condizioni di prestito. Il dato delle sofferenze ci può dare un&#8217;indicazione preziosa:</p>
<p style="padding-left:30px;"><em>Nel quarto trimestre del 2012 il flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti è aumentato di tre decimi di punto, al 2,5 per cento (al netto dei fattori stagionali e in ragione d’anno). Il tasso di ingresso in sofferenza dei finanziamenti alle imprese è salito al 4,0 per cento, avvicinandosi ai valori massimi registrati  durante la recessione del 1993; quello dei prestiti alle famiglie si è invece mantenuto su valori più moderati (1,4 per cento). Informazioni preliminari indicano che il deterioramento della qualità del credito alle imprese sarebbe rimasto elevato anche nel primo trimestre dell’anno in corso.</em></p>
<p>I dati del 2013 sembrano indicare ulteriori peggioramenti:</p>
<p style="padding-left:30px;"><em>Accelera, a marzo, il tasso di crescita sui 12 mesi delle sofferenze bancarie. Secondo quanto comunica la Banca d&#8217;Italia è aumentato al 21,7% rispetto al 18,6% del mese precedente.<br />
</em></p>
<p>E la salute delle banche su cui Bini Smaghi punta l&#8217;attenzione? Banca d&#8217;Italia, citando il FMI, getta molta (forse troppa) acqua sul fuoco:</p>
<p style="padding-left:30px;"><em>Il rafforzamento della posizione patrimoniale è proseguito nel quarto trimestre dello scorso anno. In marzo il Fondo monetario internazionale ha attestato la solidità patrimoniale delle banche italiane (2), che appaiono in grado di fronteggiare l’attuale fase congiunturale. A dicembre scorso il core tier 1 ratio dei gruppi bancari italiani aveva raggiunto il 10,2 per cento (8,8 a dicembre del 2011); il coefficiente risulta mediamente più elevato per i cinque maggiori gruppi (10,9 per cento, a fronte dell’8,9 a dicembre del 2011)</em></p>
<p>Sarebbe infatti eccessivamente ottimistico sostenere che le banche italiane siano al riparo da crisi, anzi. Proprio l&#8217;aumento delle sofferenze è uno degli elementi che deve far temere il peggio. A ciò si aggiunge la situazione di MPS, che potrebbe essere <a title="Monte dei Paschi è solo la punta di un iceberg" href="http://keynesblog.com/2013/01/24/monte-dei-paschi-e-solo-la-punta-di-un-iceberg/" target="_blank">la punta di un iceberg ben più consistente</a>.</p>
<p>Ma mettersi sotto il cappello dell&#8217;ESM, accettando ulteriori restrizioni alla politica fiscale e di spesa pubblica, non risolverebbe questi problemi, semmai rischierebbe seriamente di accentuarli: insistere sull&#8217;austerità non potrà che deprimere i redditi e quindi la capacità di ripagare i debiti. Una strategia del genere, lungi dal ripristinare il &#8220;meccanismo di trasmissione&#8221; inceppato, come afferma Bini Smaghi, significherebbe accelerare il già veloce declino dell&#8217;economia reale, a cui non potrebbero che rapidamente seguire nuove difficoltà nel settore bancario per l&#8217;accresciuta insolvenza dei debitori, già prepotentemente in atto.</p>
<p>Sullo stesso argomento richiamiamo un recente articolo di Guglielmo Forges Davanzati [<a href="http://keynesblog.com/2013/05/07/la-recessione-trainata-dal-credito/" target="_blank">link</a>].</p>
<p style="padding-left:30px;"><strong><em>P.S. Segnaliamo che domani, 15 maggio, presso la Facoltà di Economia di Ancona, Bini Smaghi presenterà il suo libro &#8220;Morire di austerità&#8221; con tra gli altri, Emiliano Brancaccio e  Andrea Presbitero. Il seminario sarà trasmesso mercoledì anche in <a href="https://sites.google.com/site/mofirunivpm/">diretta streaming</a>. Maggiori informazioni, <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2013/05/09/dibattito-con-lorenzo-bini-smaghi/" target="_blank">qui</a></em></strong></p>
<p>______________</p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/05/09/Bankitalia-stretta-prestiti-aggrava-_8676513.html" target="_blank">http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/05/09/Bankitalia-stretta-prestiti-aggrava-_8676513.html</a></li>
<li><a href="http://www.bancaditalia.it/media/comsta/2013/bilbancari_mar_2/bilban_9mag2013.pdf">http://www.bancaditalia.it/media/comsta/2013/bilbancari_mar_2/bilban_9mag2013.pdf</a></li>
<li><a href="https://www.bancaditalia.it/statistiche/indcamp/bls">https://www.bancaditalia.it/statistiche/indcamp/bls</a></li>
<li><a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2013/bolleco72/bollec72/boleco_72.pdf">http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2013/bolleco72/bollec72/boleco_72.pdf</a></li>
<li><a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/stabilita-finanziaria/rapporto-stabilita-finanziaria/2013/rsf_2013_5/stabfin_5_2013/rapporto_stabilita_finanziaria_5_2012.pdf">https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/stabilita-finanziaria/rapporto-stabilita-finanziaria/2013/rsf_2013_5/stabfin_5_2013/rapporto_stabilita_finanziaria_5_2012.pdf</a></li>
</ul>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/banche/'>banche</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/esm/'>esm</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/lorenzo-bini-smaghi/'>Lorenzo Bini Smaghi</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4159/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4159/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4159&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Fermare il declino dei fatti</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 11:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Welfare]]></category>
		<category><![CDATA[fermare il declino]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Boldrin]]></category>
		<category><![CDATA[ocse]]></category>
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		<description><![CDATA[Michele Boldrin è stato eletto nuovo presidente di &#8220;Fare per Fermare il declino&#8221;. Nonostante i suoi titoli di studio siano veri, i fatti che espone non sempre sono altrettanto certificati. E&#8217; il caso di quanto egli ha sostenuto giovedì scorso nella trasmissione di Michele Santoro, dedicata alla scuola pubblica e ai sussidi per quella privata, oggetto del [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4137&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-4151" alt="url" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/url.jpg?w=210&#038;h=204" width="210" height="204" /></p>
<p><strong>Michele Boldrin è stato eletto nuovo presidente di &#8220;Fare per Fermare il declino&#8221;. Nonostante i suoi titoli di studio siano veri, i fatti che espone non sempre sono altrettanto certificati. E&#8217; il caso di quanto egli ha sostenuto </strong><strong>giovedì scorso</strong><strong> nella trasmissione di Michele Santoro, dedicata alla scuola pubblica e ai sussidi per quella privata, oggetto del referendum che si terrà la prossima settimana a Bologna.</strong></p>
<p><span id="more-4137"></span></p>
<h3><span style="color:#003366;">1. Mamma li Turchi!</span></h3>
<p>In primo luogo, Boldrin ha affermato che, secondo i dati del test &#8220;PISA&#8221; (condotti dall&#8217;OCSE), che misura la preparazione degli studenti, l&#8217;Italia si collocherebbe addirittura dopo la Turchia. E&#8217; vero? <a href="http://www.roars.it/online/michele-boldrin-e-i-turchi-mutande-in-fiamme/" target="_blank">Come spiega il sito <strong>&#8220;Roars&#8221;</strong>, no</a>. Anzi, le capacità matematiche e scientifiche tra gli anni 2003-2009 (matematica) e 2006-2009 (scienze) sono notevolmente migliorate. Il confronto diretto con la Turchia, poi, ci vede (per fortuna) vincitori. E&#8217; pur vero che potremmo e dovremmo fare di più e meglio, ma in fondo in abilità di lettura e  scienze siamo appena sotto la Francia e a poca distanza dalla Germania. I nostri studenti fanno peggio in matematica, ma comunque meglio dei turchi.</p>

<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/pisascience2009-696x1024/' title='PISAScience2009-696x1024'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4138" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisascience2009-696x1024.png" data-orig-size="696,1024" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="PISAScience2009-696&#215;1024" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisascience2009-696x1024.png?w=203" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisascience2009-696x1024.png?w=560" width="101" height="150" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisascience2009-696x1024.png?w=101&#038;h=150" class="attachment-thumbnail" alt="PISAScience2009-696x1024" /></a>
<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/pisamath2009-707x1024/' title='PISAMath2009-707x1024'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4139" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisamath2009-707x1024.png" data-orig-size="707,1024" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="PISAMath2009-707&#215;1024" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisamath2009-707x1024.png?w=207" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisamath2009-707x1024.png?w=560" width="103" height="150" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisamath2009-707x1024.png?w=103&#038;h=150" class="attachment-thumbnail" alt="PISAMath2009-707x1024" /></a>
<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/pisareading2009-694x1024/' title='PISAReading2009-694x1024'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4140" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisareading2009-694x1024.png" data-orig-size="694,1024" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="PISAReading2009-694&#215;1024" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisareading2009-694x1024.png?w=203" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisareading2009-694x1024.png?w=560" width="101" height="150" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisareading2009-694x1024.png?w=101&#038;h=150" class="attachment-thumbnail" alt="PISAReading2009-694x1024" /></a>

<h3><span style="color:#003366;">2. I debiti degli studenti americani</span></h3>
<p>Rispondendo ad una sollecitazione di Serena Dandini, Michele Boldrin ha affermato che il fenomeno degli studenti americani indebitati è marginale e riguarda sostanzialmente quelli &#8220;meno bravi&#8221;, che non riescono a vincere le borse di studio ma insistono nel voler frequentare una università privata. Ma è davvero così marginale? I dati dicono di no. Il totale debito degli studenti USA e arrivato, secondo la Federal Reserve, a quasi 1000 miliardi di dollari nel quarto trimestre 2012 (superando addirittura le carte di credito), suddivisi in 37 milioni di prestiti. Circa l&#8217;86% di questa cifra è garantita da prestiti del governo federale. Circa il 60% degli studenti americani è indebitato e il 40% di quelli sotto il 25 anni. L&#8217;ammontare dei mutui è triplicato dal 2004 al 2012. E, cosa più grave, l&#8217;andamento dei redditi è cresciuto molto meno di quello dei debiti. Qualcuno ha in effetti paragonato il fenomeno ai mutui &#8220;sub prime&#8221;. Inoltre la percentuale di ritardi o mancati pagamenti è cresciuta durante la crisi e oggi, tra coloro che stanno effettivamente ripagando, è arrivata al 30%. Tali incrementi non devono sorprendere, data la crescita dei costi per gli studenti, molto maggiore dell&#8217;inflazione (dal 1990,  tre volte per l&#8217;educazione contro circa l&#8217;80% del livello generale dei prezzi).</p>

<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/02economist-clayton-revise-blog480-1/' title='02economist-clayton-revise-blog480 (1)'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4142" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/02economist-clayton-revise-blog480-1.jpg" data-orig-size="480,289" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="02economist-clayton-revise-blog480 (1)" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/02economist-clayton-revise-blog480-1.jpg?w=300" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/02economist-clayton-revise-blog480-1.jpg?w=480" width="150" height="90" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/02economist-clayton-revise-blog480-1.jpg?w=150&#038;h=90" class="attachment-thumbnail" alt="02economist-clayton-revise-blog480 (1)" /></a>
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<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/screenshot2-10/' title='screenshot2'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4147" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot2.png" data-orig-size="936,581" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="screenshot2" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot2.png?w=300" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot2.png?w=560" width="150" height="93" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/screenshot2.png?w=150&#038;h=93" class="attachment-thumbnail" alt="screenshot2" /></a>
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<a href='http://keynesblog.com/2013/05/13/fermare-il-declino-dei-fatti/sudent-loan/' title='sudent loan'><img data-liked='0' data-reblogged='0' data-attachment-id="4144" data-orig-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/sudent-loan.jpg" data-orig-size="500,300" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="sudent loan" data-image-description="" data-medium-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/sudent-loan.jpg?w=300" data-large-file="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/sudent-loan.jpg?w=500" width="150" height="90" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/sudent-loan.jpg?w=150&#038;h=90" class="attachment-thumbnail" alt="sudent loan" /></a>

<p>Alcuni numeri aggiuntivi sono reperibili in questo recente articolo del Guardian: <a href="http://www.guardian.co.uk/money/2013/apr/03/student-loan-debt-america-by-the-numbers">http://www.guardian.co.uk/money/2013/apr/03/student-loan-debt-america-by-the-numbers</a> e in questo report della Federal Reserve di NY: <a href="http://www.newyorkfed.org/newsevents/mediaadvisory/2013/Lee022813.pdf">http://www.newyorkfed.org/newsevents/mediaadvisory/2013/Lee022813.pdf</a></p>
<h3><span style="color:#003366;">3. Il  privato è peggio del pubblico</span></h3>
<p>Altra affermazione sorprendente di Boldrin riguarda la presunta equivalenza tra qualità della scuola pubblica e della scuola privata. Secondo l&#8217;economista &#8220;amerikano&#8221;, infatti, non conta se l&#8217;insegnante è un &#8220;funzionario dello stato&#8221; o un dipendente privato. Quindi lo stato deve sovvenzionare le scuole private poiché i due servizi sarebbero equivalenti e perché, sempre secondo Boldrin, ciò che importa è che il finanziamento sia pubblico, non l&#8217;ente che fornisce il servizio. Ma è davvero così? Non per l&#8217;Italia. Questi sono i dati del Test PISA.</p>
<div id="attachment_4150" class="wp-caption aligncenter" style="width: 570px"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisa-1298992692.jpg"><img class="size-large wp-image-4150 " alt="Valore mediano misurato sugli studenti quindicenni italiani che frequentano il secondo anno degli istituti classificati sulla base dell’assetto istituzionale." src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/pisa-1298992692.jpg?w=560&#038;h=305" width="560" height="305" /></a><p class="wp-caption-text">Test PISA: Valore mediano misurato sugli studenti quindicenni italiani che frequentano il secondo anno degli istituti classificati sulla base dell’assetto istituzionale /2006)</p></div>
<p>Come si nota, gli studenti della scuola pubblica sono più bravi. Non solo: gli studenti peggiori (e in misura non certo trascurabile) sono proprio quelli delle scuole private &#8220;assistite&#8221; dallo stato (le cosiddette paritarie).  Ad ogni modo, gli studenti delle scuole pubbliche risultano più bravi anche di quelli delle private non assistite. (cfr. articolo su <a href="http://archivio.lavoce.info/articoli/-questiontime/pagina1002184.html" target="_blank">Lavoce.info</a>)</p>
<p>E&#8217; singolare che Boldrin, il quale sostiene che gli incentivi alle aziende distorcono il mercato favorendo imprese inefficienti, non consideri la possibilità che lo stesso fenomeno possa colpire proprio le scuole. In alternativa, si può ipotizzare un meccanismo di autoselezione: gli studenti meno preparati scelgono le private/paritarie perché più facili. Ma allora perché lo stato dovrebbe incentivare scuole di minore qualità?</p>
<p>EDIT: segnaliamo un interessante articolo di Joseph Stiglitz sui debiti studenteschi in America: <a href="http://opinionator.blogs.nytimes.com/2013/05/12/student-debt-and-the-crushing-of-the-american-dream/" target="_blank">Student Debt and the Crushing of the American Dream</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/welfare/'>Welfare</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/fermare-il-declino/'>fermare il declino</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/michele-boldrin/'>Michele Boldrin</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/ocse/'>ocse</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/scuola/'>scuola</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4137/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4137/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4137&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Italia dovrebbe promuovere un&#8217;alleanza dei paesi &#8220;poveri&#8221; contro quelli &#8220;ricchi&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 09:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista all&#8217;economista Paolo Leon: la crescita si può avere solo rilanciando la domanda, non tagliando il costo del lavoro. «La Bce compri il debito, finanzi gli investimenti». Letta dovrebbe riunire i paesi «Piigs» per contrastare lo strapotere tedesco «Il governo Letta ha avuto una apertura di credito dalla Ue, ma pur sempre molto limitata. I [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4134&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignright  wp-image-4135" alt="paolo-leon-01" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/paolo-leon-01.jpeg?w=270&#038;h=198" width="270" height="198" />Intervista all&#8217;economista Paolo Leon: la crescita si può avere solo rilanciando la domanda, non tagliando il costo del lavoro. «La Bce compri il debito, finanzi gli investimenti». Letta dovrebbe riunire i paesi «Piigs» per contrastare lo strapotere tedesco</strong><br />
<strong>«Il governo Letta ha avuto una apertura di credito dalla Ue, ma pur sempre molto limitata. I margini sono stretti: non si può escludere che il Pil non peggiori, e con esso il deficit, richiedendo nei prossimi mesi nuove misure». L&#8217;economista Paolo Leon non è fiducioso rispetto alla capacità di contenimento del bilancio, a differenza della Commissione Ue e del neo ministro Fabrizio Saccomanni. Inoltre, suggerisce che l&#8217;Italia cambi il suo modo di rapportarsi all&#8217;Europa: «Dobbiamo capire che in questo momento andare in Germania è come andare negli Usa: di fatto la Ue non esiste, siamo di fronte a interessi nazionali contrapposti. Io fossi stato in Letta avrei incontrato i grandi affiancato dal ministro degli Esteri. E mi farei sentire di più ai tavoli europei: siamo la terza economia dell&#8217;euro, e se andiamo male noi crolla tutto; possiamo dire qualche no. E aggiungo un&#8217;idea: coalizziamo i paesi in difficoltà, Cipro, Portogallo, Spagna e Grecia. Avremmo molto più potere negoziale, perché i paesi ricchi sono interessati a che noi non ci sottraiamo al pagamento dei debiti»</strong>.</p>
<p><em><strong>Intervista a Paolo Leon di Antonio Sciotto da &#8220;il manifesto&#8221;, 06.05.2013</strong></em></p>
<p><span id="more-4134"></span></p>
<p><strong>Quindi nonostante si vada verso la fine della procedura di infrazione Ue, la situazione resta grave.<br />
</strong>La situazione rimane gravissima. Perché non ci sono segnali di aumento della domanda, nè dai consumi nè dagli investimenti. Un po&#8217; forse si potrebbe muovere l&#8217;export, grazie al taglio dei tassi della Bce. Ma questo forse contribuirà più a favorire i tedeschi rispetto agli italiani.</p>
<p><strong>La Ue però, seppure rinvii la ripresa all&#8217;anno prossimo, sembra dare fiducia al governo Letta.</strong><br />
Sì, c&#8217;è indubbiamente un&#8217;apertura di credito, per quanto molto limitata. Diciamoci anche che le valutazioni sul deficit, con uno 0,2% in più o in meno, sono anche molto tarate sul fatto che un governo sia gradito alla Ue e in particolare alla Germania. Ci vedo in quelle valutazioni poca scientificità e molta politica.</p>
<p><strong>È gradito, cioè, come lo era quello di Monti. Ma possiamo parlare di un bis di Monti senza Monti?</strong><br />
È un misto, un cocktail. Non è certo Monti, che aveva una sola direzione, quella del rigore. Questo governo ha bisogno di consenso popolare, perché è molto difficile da tenere insieme. Berlusconi fin dall&#8217;origine era per sfondare i tetti Ue, per avere crescita sufficiente. Il Pd &#8211; visto come il «partito delle tasse» &#8211; si rende conto che se si conferma l&#8217;attuale tasso di disoccupazione non si può reggere. C&#8217;è dunque una convergenza dei due partiti per far passare misure che creino un qualche consenso, ma non hanno la cultura sufficiente per agire con efficacia.</p>
<p><strong>E inoltre al momento sono divisi tra l&#8217;Imu e le tasse sul lavoro.</strong><br />
Sono due prospettive diverse. L&#8217;Imu vorrebbe aiutare la domanda, ma le cifre che si lascerebbero in tasca alle famiglie sono talmente esigue che si avrebbero ben pochi effetti. Io piuttosto credo che il Pdl insista per far cadere il governo prima o poi, o per farsi ripagare in termini politici, ad esempio con la presidenza della Convezione a Berlusconi. Dal lato del Pd c&#8217;è la solita ottusità di chi continua a vedere il problema nell&#8217;offerta, e non nella domanda. Pensano che abbassando il costo del lavoro si passi a produrre di più: ma per vendere cosa a chi, se la domanda è ferma? Senza contare che per avere riduzioni notevoli, ci vorrebbe il triplo delle risorse di cui si parla. Il vero cambiamento sarebbe invece quello di trasformare alcune spese da improduttive a produttive.</p>
<p><strong>Può farci qualche esempio?</strong><br />
Le grandi opere, come la Tav o il Ponte, sono stupidaggini che non danno lavoro a breve. Con quei soldi finanziamo piccole opere locali.</p>
<p><strong>Aiuterebbe rimodulare le aliquote fiscali? O una patrimoniale?</strong><br />
Se riuscissimo a evitare la fuga dei capitali sì, ma è difficile che con nuove tasse non si freni la domanda. Bisogna ridurle, le imposte, perché determinino domanda.</p>
<p><strong>Luciano Gallino, ieri sul nostro giornale, proponeva che i paesi europei chiedessero un prestito di 100-200 miliardi alla Bce per un grande piano del lavoro e delle infrastrutture. Dall&#8217;altro lato Mario Draghi taglia i tassi. Sono ricette efficaci per rilanciare lo sviluppo?</strong><br />
Sono due ipotesi diverse, e mi trovo d&#8217;accordo con quella di Gallino. Prendiamo gli Usa: è vero che tengono i tassi bassi, ma la crescita l&#8217;hanno riacchiappata grazie al primo mandato di Obama, che ha iniettato molti miliardi nell&#8217;economia. Il taglio del costo del denaro, da solo, non basta: è anzi, direi, del tutto inutile, e dannoso per la Bce, che stampa nuova moneta, subito sterilizzata per l&#8217;assenza di domanda. Le banche non prestano perché le regole di Basilea vietano di dare finanziamenti se non hai capitali adeguati; ma il capitale delle banche è costituito dagli stessi prestiti: quindi è un cane che si morde la coda. La Bce deve finanziare i disavanzi o gli investimenti pubblici: comprare il debito corrispondente agli investimenti, come si è sempre fatto nei momenti di crisi, come faceva Delors. Manca il coraggio e la cultura per farlo: era un&#8217;idea comunissima fino al 1985, ma si è perduta perché paesi come Germania e Olanda, mercantilisti e protezionisti un po&#8217; come lo erano nel Medioevo, non ci credono. I paesi ricchi, in surplus, sono forse più responsabili della crisi che non quelli indebitati: l&#8217;austerità nasce dal fatto che chi è in surplus non ha aumentato la propria domanda quanto necessario per mettere gli altri paesi nelle condizioni di vendere loro le merci.</p>
<p><strong>Un Paese indebitato come l&#8217;Italia, dunque, come dovrebbe agire?</strong><br />
Io credo che Letta debba pazientare almeno fino alle elezioni tedesche. La Germania e l&#8217;Olanda giocano il loro consenso interno alimentando l&#8217;egoismo verso i paesi indebitati, nascondendo che lo sviluppo verrebbe, al contrario, proprio facendo ripartire la domanda da parte loro, e l&#8217;export di chi è indietro. Noi però sbagliamo a considerare i rapporti con questi paesi come se la Ue contasse qualcosa: quando Letta incontra Merkel, siamo al contrasto puro tra due interessi nazionali, come poteva essere negli anni Trenta. Perciò io, fossi stato in lui, sarei andato con il ministro degli Esteri. E ai consigli d&#8217;Europa puoi dire qualche no, visto che se l&#8217;Italia o la Spagna non pagano i debiti, per gli altri è un disastro. Io lancerei una «alleanza dei poveracci», guidata dall&#8217;Italia, che contrasti e faccia da contrappeso alla cattiveria dei paesi ricchi.</p>
<p><strong>Una «Lega dei Piigs», potremmo dire. Come vede la nuova squadra di governo? Potrà essere efficace?</strong><br />
Sono ottimista di natura. Certo, una volta distrutto il Pd e la rappresentanza a sinistra, è dura che si possa fare qualcosa di ragionato. Ma persone come Saccomanni o Giovannini, in posti nuovi, potrebbero caratterizzarsi proprio per voler fare qualcosa di inedito. Sulla riforma Fornero, ad esempio, io non andrei a liberalizzare ancora: questo non aumenta i salari nè i posti. Piuttosto, cerchiamo di rilanciare l&#8217;economia, e puntiamo sulla produttività, ma nei contratti nazionali. Positivo mi sembra anche il nuovo ministero Kienge, contro le discriminazioni.</p>
<p><strong>Che ne pensa del reddito minimo garantito? Lo si deve introdurre?</strong><br />
Penso che sia necessario, soprattutto in fase di alta disoccupazione e inoccupazione. Difficile però che ricchi e medio-ricchi la accettino, perché di fatto aumenta la progressività delle imposte. Inventeranno un nuovo sussidio o metteranno insieme quelli già esistenti? Vedrei favorevolmente questa ultima ipotesi, anche per razionalizzare il welfare. Ma è una misura che ha senso solo se si autoesautora nel tempo, se il governo lavora per superare la crisi e realizzare la piena occupazione. Idealmente preferirei che una persona lavorasse, e che non avesse bisogno di aiuti: a questo dovremmo tendere.</p>
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		<title>Un welfare solo per donne e bambini?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 07:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Welfare]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Granaglia]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[Interventi selettivi contro la povertà possono portare buoni frutti, ma anche molti rischi. Il primo: rimuovere dalla sfera politica il contrasto alle condizioni che creano la diseguaglianza. Il ri-orientamento del welfare va fatto, ma nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4124&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4125" alt="apr27-1-img" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/apr27-1-img.jpg?w=207&#038;h=300" width="207" height="300" /><strong>Interventi selettivi contro la povertà possono portare buoni frutti, ma anche molti rischi. Il primo: rimuovere dalla sfera politica il contrasto alle condizioni che creano la diseguaglianza. Il ri-orientamento del welfare va fatto, ma nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze</strong></p>
<p><strong><em>di Elena Granaglia<span id="more-4124"></span></em></strong></p>
<p>Donne e bambini (poveri) sono sempre più invocati come i soggetti principali del nuovo <em>welfare</em>. Basti pensare al recente discorso del presidente Letta alle Camere oppure alla prospettiva cosiddetta del <em>social investment state</em>[1]. Il nuovo <em>welfare</em> dovrebbe caratterizzarsi come <em>welfare </em>delle opportunità e donne e bambini sarebbero esattamente i grandi dimenticati dalle politiche sociali tradizionali centrate sul maschio adulto lavoratore. Le opportunità da realizzare, più precisamente, concernerebbero il diritto al lavoro per donne, oggi oberate dalle responsabilità di cura, e il diritto per minori di formarsi e perseguire il proprio piano di vita a prescindere dai condizionamenti della lotteria sociale.</p>
<p>Il richiamo a un <em>welfare </em>per donne e bambini ha certamente molto di condivisibile. Nel 2011, il tasso di occupazione delle donne italiane era pari al 46,5% contro una media Eu-27 del 58,5% (in Danimarca, Francia, Germania, Svezia e Gran Bretagna, i valori erano rispettivamente 70%, 59,7%, 67,7%, 71,8% e 64, 5%). Il differenziale di occupazione a danno degli uomini italiani era, invece, solo 2,5 punti. Il dato è ben lungi dal riflettere una preferenza delle donne: la stragrande maggioranza dei non occupati disponibili a lavorare è, infatti, costituita da donne (anche 2/3 dei sotto-occupati part time è formata da donne)[2].</p>
<p>Al contempo, sempre nel 2011, il tasso di povertà o esclusione sociale dei minori era pari a 32% (5 punti superiore alla media europea, circa 13 punti superiore al dato di Germania e Francia e ben 16 punti superiore al dato danese). Non si tratta di condizioni transitorie: l’elasticità intergenerazionale dei redditi supera, in Italia, il 50%: ossia, un figlio su due si colloca nella medesima classe di reddito del padre. Seppure ad essere maggiormente penalizzati dalla povertà siano i minori con almeno due fratelli e i figli di genitori single (i rischi di povertà/esclusione sociale per le coppie con tre o più figli minori e per le famiglie monoparentali si aggirano attorno rispettivamente al 46% e al 50%), neppure i minori figli unici di famiglie che vivono in coppia sono immuni dalle difficoltà. Al contrario, esattamente in questo gruppo, è più aumentato il rischio il rischio di povertà nel 2011 (salito al 29%).</p>
<p>Ben venga, dunque, la richiesta di un ri-orientamento del <em>welfare</em>. Peraltro, contro la logica dei<em>trade off</em>, l’uguaglianza di opportunità per donne e bambini avrebbe vantaggi anche economici, migliorando l’occupazione e il capitale umano. L’occupazione delle donne potrebbe poi limitare la povertà dei figli, sia che le donne vivano in coppia sia che vivano da sole, attivando, al tempo stesso, un’ulteriore domanda di lavoro.</p>
<p>Le modalità attraverso cui realizzare il ri-orientamento sono, tuttavia, dirimenti. Si considerino gli antidoti tipicamente proposti dai sostenitori di un <em>welfare </em>per donne e bambini: sostegno alle responsabilità di cura, un reddito minimo di inserimento per le famiglie con minori (<em>in primis</em>, per le famiglie numerose) e istruzione. Ebbene, in assenza di qualificazioni opportune, tali misure potrebbero implicare cambiamenti ulteriori che appaiono ben più problematici.</p>
<p>Un primo rischio investe la rimozione, dall’agenda politica, del tema della disuguaglianza di condizioni nonostante quest’ultima sia una delle cause principali della disuguaglianza stessa di opportunità. Basti pensare ai divari territoriali esistenti nel nostro paese. A fronte di un tasso di occupazione femminile del 60% al Nord, al Sud il valore si arresta attorno al 33%: il divario è di 27 punti. Similmente, Il rischio di povertà per coppie con almeno tre figli minori al Nord è 12,4%, mentre al Sud è 50,6%: il divario supera i 37 punti. In presenza di tali divari, appare difficile garantire uguaglianza di opportunità a donne e bambini senza investire nella creazione di una maggiore uguaglianza nelle condizioni economiche. Il che richiede, oltre a sostegno alla cura, reddito minimo e istruzione, una seria politica di sviluppo del Mezzogiorno. Sempre con riferimento ai divari, più della metà dei figli di migranti è povero: il che richiede anche esigenti politiche di integrazione.</p>
<p>Inoltre, a prescindere dai divari territoriali, le evidenze disponibili sono concordi nel rimarcare una forte correlazione fra uguaglianza statica (nel ciclo di vita) e uguaglianza intergenerazionale. Detto in altre parole, contro sterili opposizioni fra uguaglianza di opportunità e uguaglianza di condizioni, la stessa uguaglianza di opportunità non può fiorire a meno di una qualche uguaglianza di condizioni. Da un lato, più aumentano le disuguaglianze economiche più aumentano anche le distanze da colmare. Dall’altro lato, istruzione e reddito minimo sono solo uno dei fattori che influenzano le opportunità dei minori: contano, ad esempio, quartieri decenti, connessioni sociali adeguate, bassa volatilità dei redditi familiari…</p>
<p>Un secondo rischio, sebbene forse meno pressante, concerne l’allontanamento dall’universalismo. Un <em>welfare</em> per le donne potrebbe, ad esempio, rafforzare una concezione della cura come attività specificamente femminile. Certamente, i benefici del sostegno alla cura per le donne sono evidenti e le donne sanno molto di cura. Ma, al pari del lavoro, la cura è pure un’attività umana fondamentale, come tale da garantire a tutti. In ogni caso, non concepire la cura come “funzionamento” fondamentale rischia di favorire il permanere di disuguaglianze nei profili di carriera a seconda degli obblighi familiari. Un <em>welfare</em> indirizzato a gruppi particolari si espone, altresì, al problema degli esclusi: gli svantaggiati che non appartengono ai gruppi considerati. Un esempio potrebbe essere quello di un reddito minimo a favore solo di un sotto-insieme di famiglie di poveri, quelle con minori, e non dei poveri nel complesso.</p>
<p>In sintesi, un conto è un ri-orientamento del <em>welfare </em>a favore di donne e bambini nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle più complessive disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze. Un altro è un ri-orientamento nella prospettiva di una sostanziale fuoriuscita della questione dell’uguaglianza socio-economica dal discorso del <em>welfare </em>e di un potenziamento di politiche per categorie di cittadini. Sebbene il punto appaia sottovalutato nel dibattito pubblico, le qualificazioni contano.</p>
<p>[1] Cfr. anche <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2013/aprile/30/perche_Donne_Bambini_Vengono_sempre_co_0_20130430_2e9d6034-b155-11e2-8ee2-5be9de513930.shtml" target="_blank">Maurizio Ferrera</a>, <em>Il Corriere della Sera</em>, 30 aprile 2012.</p>
<p>[2] Cfr. Villa, <a href="http://www.ingenere.it/" target="_self">www.ingenere.it</a> n.83.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ingenere.it/articoli/un-welfare-donne-e-bambini" target="_blank">www.ingenere.it</a> e <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Un-welfare-per-donne-e-bambini-18237" target="_blank">sbilanciamoci.info</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/welfare/'>Welfare</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/elena-granaglia/'>Elena Granaglia</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/poverta/'>povertà</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/stato-sociale/'>Stato Sociale</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/welfare-2/'>welfare</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4124/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4124&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Munchau: &#8220;Fine dell&#8217;austerità con Letta? Sono solo chiacchiere&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 10:09:16 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Letta]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
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		<description><![CDATA[La nuova strategia europea di austerità morbida, di cui Enrico Letta appare oggi l&#8217;alfiere, è più che altro un&#8217;operazione cosmetica. La Germania non accetterà di attuare stimoli fiscali per il bene dell&#8217;Europa meridionale. E grazie al fiscal compact l&#8217;austerità durerà per quasi un&#8217;intera generazione.  di Wolfgang Munchau dal Financial Times del 5 maggio 2013 Vi [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4120&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4121" alt="letta-3" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/letta-3.jpg?w=560&#038;h=233" width="560" height="233" /></p>
<p><strong>La nuova strategia europea di austerità morbida, di cui Enrico Letta appare oggi l&#8217;alfiere, è più che altro un&#8217;operazione cosmetica. La Germania non accetterà di attuare stimoli fiscali per il bene dell&#8217;Europa meridionale. E grazie al fiscal compact l&#8217;austerità durerà per quasi un&#8217;intera generazione. </strong></p>
<p><em><strong>di Wolfgang Munchau dal Financial Times </strong>del 5 maggio 2013</em></p>
<p><span id="more-4120"></span></p>
<p>Vi è un grande brusio in Europa circa il fatto che l&#8217;austerità potrebbe finire presto. Le elezioni italiane hanno impaurito i politici in altre parti del Sud Europa. Anche la Commissione europea sembra amichevole. Di conseguenza, mi aspetto di vedere cambiamenti di portata minore sulle politiche economiche. Tuttavia, il principale cambiamento non sarà la politica in sé, ma il modo in cui viene venduta.<br />
Un buon esempio della nuova strategia anti-austerità basata sulle pubbliche relazioni è venuto dal discorso della scorsa settimana di Enrico Letta, il nuovo primo ministro italiano. Ha inveito contro l&#8217;austerità, ma allo stesso tempo ha sottolineato il suo impegno per rispettare gli obiettivi di bilancio dell&#8217;Italia, come se le due cose fossero in qualche modo non correlate.<br />
Egli ha in programma di sospendere l&#8217;impopolare tassa di proprietà [l'IMU, ndt], la cui abolizione provocherebbe un buco di 8 miliardi di euro nel bilancio. Si dice che il suo governo stia lavorando ad una imposta sostitutiva per colmare questa lacuna.<br />
La mia ipotesi è che l&#8217;Italia probabilmente si attenerrà al piano di riduzione del deficit strutturale. Tuttavia, poiché la crescita economica sarà inferiore a quella prevista in precedenza, c&#8217;è una buona probabilità che i disavanzi nominali supereranno gli obiettivi. Il cambiamento più probabile di politica sarà quello di permettere che avvenga il superamento, almeno in parte.<br />
Per vedere più in dettaglio perché il cambiamento sarà tanto limitato, si deve comprendere la scala dell&#8217;austerità nei bilanci 2012 e 2013.<br />
Il saldo strutturale per l&#8217;Italia era -3,6% del prodotto interno lordo nel 2010 e -3,5% nel 2011. Tuttavia, nel 2012 è balzato al -1,3%, secondo i dati di aprile del World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale. La previsione per il 2013 è di un altro salto a -0,2% del PIL. Quindi l&#8217;aggiustamento cumulato nel 2012 e nel 2013 dovrebbe attestarsi intorno al 3,4% del PIL.<br />
Questa correzione fiscale estrema ha causato la recessione in atto, la cui entità è stata sottovalutata dalla Commissione europea e dal precedente governo italiano.</p>
<p>Cosa succederà adesso? I responsabili politici europei hanno una certa flessibilità nella loro capacità di attivare una clausola nel quadro della governance economica della zona euro e ciò consente loro di adeguare gli obiettivi durante le recessioni.<br />
La zona euro ha percorso una lunga strada da quando la regola consisteva in un obiettivo nominale inflessibile del 3%. La regola del 3% è ancora lì, ma l&#8217;attenzione è ora principalmente sui deficit strutturali. Questo è un miglioramento, ma il quadro applicato rimane pro-ciclico, anche se forse non proprio la stessa misura di prima.</p>
<p>Inoltre l&#8217;Italia potrebbe uscire dalla procedura di deficit eccessivo, che fornirebbe una maggiore flessibilità con lo sblocco di fondi per gli investimenti che sono attualmente bloccati.</p>
<p>La lieve moderazione del ritmo di austerità offre un ulteriore vantaggio. Ci saranno meno danni collaterali da tagli alla spesa frettolosamente decisi dall&#8217;Italia. Il governo italiano ha applicato l&#8217;austerità non tanto consumando meno, ma semplicemente non pagando per i servizi. Italia ora ha bisogno di introdurre una nuova legge per consentire la ripresa di tali pagamenti. Direi che questo comportamento è un default.<br />
L&#8217;effetto del cambiamento di strategia è quindi maggiore di zero, ma non è abbastanza. La zona euro continua a muoversi verso l&#8217;equilibrio strutturale, a differenza degli Stati Uniti, il Regno Unito e Giappone. La politica fiscale continuerà ad avere un effetto negativo sulla crescita.<br />
Se la zona euro fosse sul serio in una inversione a U sulla austerità, l&#8217;unico modo efficace per raggiungere questo sarebbe per i paesi creditori l&#8217;espansione dei loro bilanci durante la recessione. Ma accade l&#8217;opposto.<br />
La Germania, un paese con molto più spazio di manovra fiscale che l&#8217;Italia, ha intrapreso un aggiustamento fiscale di dimensioni quasi simili. Tra il 2010 e il 2012 il miglioramento netto cumulato del saldo strutturale è pari al 2,5% del PIL. Italia e Germania sono entrambi proiettate verso l&#8217;equilibrio strutturale, più o meno, questo anno e nel 2014.<br />
Non c&#8217;è possibilità che la Germania, in particolare, accetti uno stimolo fiscale per il bene dei paesi dell&#8217;Europa meridionale. Questo perché la stessa Germania ha bloccato se stessa facendo passare una legge di bilancio in pareggio che impone al governo di perseguire deficit strutturali quasi nulli a tempo indeterminato.<br />
Il patto di bilancio europeo [fiscal compact, ndt], il trattato intergovernativo che è entrato in vigore a gennaio, lascia molta meno flessibilità ai paesi che cercano di raggiungere i loro obiettivi di riduzione del disavanzo rispetto agli accordi precedenti. Sotto il fiscal compact, l&#8217;Italia sarà tenuta a ridurre il debito di oltre il 2% del PIL ogni anno. Per raggiungere tale obiettivo, l&#8217;Italia avrà bisogno di enormi avanzi strutturali per quasi una generazione.<br />
Quindi, se si vuole far cessare l&#8217;austerità, è necessario iniziare abrogando il fiscal compact e modificando alcuni atti di diritto derivato in materia di politica fiscale di coordinamento. Non credo che questo accadrà. La mia conclusione è che l&#8217;austerità è qui per restare, ma verrà semplicemente presentata con parole più dolci.<br />
E durerà per tutto il tempo in cui esisterà l&#8217;euro.</p>
<p><em>Fonte: <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/7688de46-b317-11e2-b5a5-00144feabdc0.html" target="_blank">Financial Times</a> </em></p>
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		<title>La recessione trainata dal credito</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 09:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[banche]]></category>
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		<description><![CDATA[A partire dallo scoppio della crisi è in atto una consistente riduzione dell’offerta di credito su scala globale. Tuttavia il comportamento delle banche risponde a criteri pienamente razionali in una logica di massimizzazione dei profitti. Ecco perché, se davvero si vuole uscire dalla spirale perversa che sta strangolando la nostra economia, deve intervenire l’operatore pubblico. [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4116&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><strong>A partire dallo scoppio della crisi è in atto una consistente riduzione dell’offerta di credito su scala globale. Tuttavia il comportamento delle banche risponde a criteri pienamente razionali in una logica di massimizzazione dei profitti. Ecco perché, se davvero si vuole uscire dalla spirale perversa che sta strangolando la nostra economia, deve intervenire l’operatore pubblico.</strong></p>
<p><em>di <strong>Guglielmo Forges Davanzati </strong>da Micromega online</em><strong></strong></p>
<p><span id="more-4116"></span></p>
<p><strong></strong><strong></strong>L’allarme lanciato da Confindustria – e dal Governatore Draghi – sui rischi che l’economia italiana corre a seguito dell’intensificarsi della restrizione del credito bancario non può essere lasciato cadere nel vuoto. Nelle condizioni date, infatti, dalle strategie perseguite dalle nostre banche non ci si può che aspettare un ulteriore aumento del numero di fallimenti di imprese e ulteriori significative riduzioni degli investimenti, con effetti negativi su occupazione, salari e tasso di crescita. Non vi è dubbio che, a partire dallo scoppio della crisi, sia in atto una consistente riduzione dell’offerta di credito su scala globale, con effetti di compressione degli investimenti e dell’occupazione, così come non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni hanno amplificato il problema, in particolare in Italia. La condizione nella quale oggi ci troviamo richiama, mutatis mutandis, il keynesiano paradosso della “scarsità nell’abbondanza”: a fronte di rilevanti iniezioni di liquidità nel sistema, con un tasso di interesse BCE collocato al minimo storico dello 0.75%,, la liquidità potenzialmente disponibile per le imprese è di entità estremamente modesta ed è in costante riduzione.</p>
<p>Va rilevato, tuttavia, che il comportamento delle banche risponde a criteri pienamente razionali in una logica di massimizzazione dei profitti, e che esso è reso possibile e conveniente dal combinato delle politiche di austerità e della deregolamentazione dei mercati finanziari.</p>
<p>Il fondamento di razionalità che è alla base della riduzione dell’offerta di credito risiede in questo meccanismo. La caduta della domanda aggregata – derivante dalla riduzione della spesa pubblica e soprattutto dall’aumento della pressione fiscale – rende più rischiosi i finanziamenti, dal momento che riducendo i profitti, riduce conseguentemente il valore delle garanzie che le imprese possono offrire. A seguire, le banche concedono meno prestiti e tendono a concederli prevalentemente, se non esclusivamente, a imprese di grandi dimensioni, la cui probabilità di fallimento viene stimata, di norma, inferiore a quella delle piccole e medie imprese (che, incidentalmente, costituiscono la grande maggioranza delle imprese italiane). In più, potendo le banche ottenere profitti mediante attività speculative, diventa per loro poco conveniente assumere il rischio del finanziamento di progetti di investimento. Si consideri, a riguardo, che – su fonte Banca d’Italia – la gran parte delle risorse ricevute dalle banche commerciali attraverso la raccolta di depositi e soprattutto dalla BCE è destinata, ad oggi, prevalentemente all’acquisto di titoli di stato UE.</p>
<p>A questo si aggiunge un problema ulteriore. Come <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_63/QEF_63.pdf">documentato</a>, fin dal 2010, dalla Banca d’Italia, la riduzione del credito attiene anche al lato della domanda, ovvero dipende anche dalla riduzione della domanda di finanziamenti espressa dalle imprese. Il fenomeno può essere spiegato alla luce delle seguenti ragioni:</p>
<p>1) La riduzione della domanda di finanziamenti bancari dipende certamente dal peggioramento delle aspettative imprenditoriali, e, dunque, dalla volontà da parte delle imprese di non accrescere i loro investimenti, o di posticiparli.</p>
<p>2) Vi sono poi fattori che incidono sulla necessità di indebitarsi. In particolare, la decisione di domandare credito da parte delle imprese può essere messa in relazione all’andamento dei salari e dell’occupazione. Si consideri innanzitutto che l’indebitamento delle imprese nei confronti del sistema bancario serve, alle imprese stesse, principalmente per la retribuzione dei fattori produttivi (e, dunque, anche dei salari). In una condizione, come quella attuale, nella quale i salari (monetari e reali) sono in costante riduzione, ed è in costante riduzione il tasso di occupazione, non c’è da stupirsi se le imprese ricorrano sempre meno al credito bancario e sempre più all’autofinanziamento. Su queste dinamiche, l’evidenza empirica è inoppugnabile. Come <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2012/analisi_m/domanda_e_offerta_di_credito_2012.pdf">documentato</a> dalla Banca d’Italia, a partire dal 2009 si è assistito a una continua e significativa riduzione della domanda di finanziamenti per capitale circolante, oltre a un declino, ancora più marcato, della domanda di finanziamenti per investimenti. Al tempo stesso, come evidenziato, fra gli altri, dall’IRES, i salari monetari e reali hanno subìto una<a href="http://www.cgil.it/Archivio/Ricerche%20IRES/CER-IRES_Presentazione_slide.pdf">massiccia contrazione</a> nel corso degli ultimi anni, con particolare riferimento al triennio 2009-2012.</p>
<p>Il circolo vizioso che ne deriva è così schematizzabile. A fronte della riduzione dei salari, si riduce la necessità per le imprese di accrescere la loro domanda di credito, a condizione che esse abbiano fondi interni di entità tale da poter consentire loro di pagare i propri dipendenti al salario corrente. In una prospettiva di medio-lungo termine, questo implica una continua erosione dei profitti, con conseguente caduta degli investimenti, dell’occupazione e dei salari. Il meccanismo si autoalimenta da momento che la compressione dei salari, riducendo i consumi, ha un effetto negativo sui profitti, sul piano macroeconomico, spingendo le imprese a praticare ulteriori politiche di compressione dei salari e/o a ridurre l’occupazione. In tal senso, vi sono effetti di retroazione fra dinamiche del mercato del lavoro e dinamiche del mercato del credito, nel senso che variazioni di occupazione e salari agiscono sulla domanda e l’offerta di credito, così come variazioni della domanda e dell’offerta di credito hanno effetti su salari e occupazione. In più, al ridursi dell’offerta di credito tende a ridursi anche la domanda di credito: con elevata probabilità di non ricevere quanto richiesto, può diventare razionale, per le imprese, smettere di cercare finanziatori . In più, in condizioni di forte restrizione del credito, l’aumento della numerosità di fallimenti di impresa comporta una contrazione della domanda complessiva di finanziamenti.</p>
<p>3) E’ anche da considerare il fatto che la riduzione dell’indebitamento può essere conveniente per le imprese, dal momento che ne riduce le passività finanziarie, consentendo loro di ridurre i costi di produzione e di recuperare, per questa via, margini di competitività. E’ evidente che la singola impresa può trovare conveniente ridurre la sua esposizione debitoria, se è in condizione di pagare meno i propri dipendenti (e/o licenziare o non assumere) e investire meno. Ma l’effetto macroeconomico di una riduzione generalizzata della domanda di credito non può che manifestarsi sotto forma di minori consumi e minori investimenti, generando, di conseguenza, incrementi di disoccupazione e riduzione dei salari.</p>
<p>In un’economia di mercato, è impossibile obbligare le banche a finanziare le imprese e a non utilizzare le risorse a loro destinate dalla Banca Centrale per fare denaro a mezzo di denaro. In un’economia di mercato, per l’esperienza fatta in questi ultimi anni, sono anche inefficaci interventi di regolamentazione del settore. Ed è, del resto, opinabile la tesi, sostenuta in ambito confindustriale, secondo la quale il problema potrebbe essere in parte risolto bloccando la delocalizzazione delle attività finanziarie. E’ vero che (su fonte ANIA) solo il 2.5% del patrimonio delle assicurazioni italiane è investito in obbligazioni di imprese italiane, a fronte del 14.5% impegnato all’estero su titoli analoghi. Ma non si capisce per quale ragione, dal punto di vista confindustriale, occorrerebbe interferire nelle libere scelte degli operatori finanziari, preludendo la possibilità di agire sulle analoghe scelte di delocalizzazione delle imprese private.</p>
<p>Sembra, dunque, ragionevole che sia solo l’operatore pubblico a potersi far carico del problema, inibendo la spirale perversa degli effetti recessivi prodotti dall’operare del sistema bancario. Lo può fare in due modi: nazionalizzando gli istituti di credito e accrescendo i mercati di sbocco attraverso politiche fiscali espansive. Lo può fare, a meno di non incorrere in veti di natura puramente ideologica: dopo tutto, in questo gioco a perderci è soprattutto il capitale (e ovviamente il lavoro), a guadagnarci è essenzialmente la rendita finanziaria.</p>
<p>Fonte: <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-recessione-trainata-dal-credito/">http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-recessione-trainata-dal-credito/</a></p>
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		<title>L&#8217;austerità è l&#8217;ideologia dei super-ricchi</title>
		<link>http://keynesblog.com/2013/05/06/lausterita-e-lideologia-dei-super-ricchi/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 14:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Krugman]]></category>

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		<description><![CDATA[L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza. Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare. di [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4113&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4114" alt="402" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/402.jpg?w=560&#038;h=306" width="560" height="306" /></p>
<p><strong>L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza. Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.</strong></p>
<p><em><strong>di Paul Krugman</strong></em></p>
<p><span id="more-4113"></span></p>
<p>È raro che i dibattiti economici si concludano con un <em>ko</em> tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.<br />
Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, <a title="Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff" href="http://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/" target="_blank">ma gli studi accademici</a> invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.</p>
<p>Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?</p>
<p>Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.<br />
Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.</p>
<p>Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.</p>
<p>E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.</p>
<p>Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.<br />
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.</p>
<p>Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.</p>
<p>Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.<br />
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.</p>
<p>Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.<br />
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.</p>
<p><em>da Repubblica, 27 aprile 2013</em></p>
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		<title>La bassa crescita fa aumentare il debito pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:24:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Marino</dc:creator>
				<category><![CDATA[consigliati]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ibt]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria economica]]></category>
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		<category><![CDATA[Carmen Reinhart]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Kenneth Rogoff]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cosiddetto excelgate, la scoperta di significativi errori nel famoso paper di Reinhart e Rogoff sulla correlazione tra debito pubblico e crescita continua ad alimentare il dibattito tra gli economisti. Gli autori si sono difesi sostenendo che, anche se non è facile individuare una &#8220;soglia&#8221; oltre la quale il debito pubblico porta ad una crescita negativa, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4061&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4109" alt="reinhart_rogoff_apologetic_comic_1990405" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/reinhart_rogoff_apologetic_comic_1990405.jpg?w=560"   /></p>
<p><strong>Il cosiddetto <em>excelgate</em>, la scoperta di significativi errori nel famoso paper di Reinhart e Rogoff sulla correlazione tra debito pubblico e crescita continua ad alimentare il dibattito tra gli economisti. Gli autori si sono difesi sostenendo che, anche se non è facile individuare una &#8220;soglia&#8221; oltre la quale il debito pubblico porta ad una crescita negativa, è pur sempre vero che ad alti debiti pubblici corrisponde una crescita più lenta. </strong></p>
<p><strong>Ma una correlazione non dice nulla circa la causalità. In questo articolo tratto dal blog <em>The Next New Deal</em> della Roosevelt Foundation si mette in evidenza come, dato un certo rapporto Debito/PIL, i dati mostrano che è molto più probabile che la bassa crescita sia precedente tale rapporto e non successiva, come ci si aspetterebbe se fosse il debito a causare il rallentamento della crescita. Ciò è un indizio consistente per affermare che è la bassa crescita a causare debiti pubblici elevati e non il contrario, come politici e istituzioni internazionali hanno sinora ritenuto. Coerentemente con ciò, l&#8217;aumento del debito pubblico porta, negli anni successivi al &#8220;picco&#8221;, tassi di crescita leggermente maggiori che nel periodo precedente. La fragilità delle ipotesi teoriche alla base delle politiche di austerità è sempre più evidente.</strong></p>
<p><span id="more-4061"></span></p>
<p>Un recente lavoro di <a title="Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff" href="http://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/" target="_blank">Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin (2013)</a> dell’Università del Massachusetts &#8211; d&#8217;ora in poi HAP &#8211; ha dimostrato che, in contrasto con i risultati apparenti in <a href="http://www.nber.org/papers/w15639.pdf" target="_blank">Reinhart e Rogoff (2010)</a>, non esiste una vera discontinuità o &#8220;punto di non ritorno&#8221; attorno al 90 % di rapporto debito pubblico/PIL oltre il quale la crescita del PIL si arresta.</p>
<p>Nella loro risposta, Reinhart e Rogoff – di seguito RR &#8211; ammettono gli errori aritmetici, ma sostengono che la correlazione negativa tra il rapporto <b>debito pubblico/PIL</b> e la <b>crescita del PIL</b> nei dati corretti supporta ancora la loro tesi originale. Prendendo il set di dati che HAP hanno generosamente reso <a href="http://www.peri.umass.edu/236/hash/31e2ff374b6377b2ddec04deaa6388b1/publication/566/" target="_blank">disponibile</a> come parte del loro esercizio di replica del lavoro di RR, ho riprodotto il grafico  in HAP (2013).</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_1.png"><img class=" wp-image-4063 aligncenter" alt="dube_rr_1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_1.png?w=400&#038;h=319" width="400" height="319" /></a></p>
<p>Il grafico mostra che esiste una visibile relazione negativa tra crescita e  rapporto debito pubblico/PIL, ma come hanno evidenziato HAP, la forza della relazione è in realtà molto più forte a <i>bassi </i>rapporti di debito pubblico/PIL (difatti la linea è molto più inclinata).</p>
<p>Nella loro <a href="http://blogs.wsj.com/economics/2013/04/16/reinhart-rogoff-response-to-critique/" target="_blank">risposta</a>, RR affermano che sono stati attenti a distinguere tra correlazione e causalità nella loro ricerca originale. Questo è ovvio, perché se la correlazione implicasse la causalità si potrebbe affermare che è un più alto debito che porta a una minore crescita, ossia proprio la lezione che molti deducono dal lavoro di RR!</p>
<p>Anche se è difficile accertare la causalità da grafici come questo, possiamo sfruttare un modello che tiene conto delle variazioni nel tempo per cercare di capire dove sta la causalità. Ecco una semplice domanda: <strong>un alto rapporto debito pubblico/PIL &#8220;prevede&#8221; meglio i tassi di crescita futuri, o quelli passati?</strong> Se vale la prima ipotesi, essa sarebbe coerente con l&#8217;argomento che i livelli di debito elevati causano tassi di crescita negativi. Viceversa, se il più alto debito &#8220;predice&#8221; i tassi di crescita passati, quella è un’indicazione di causalità inversa, ovvero <strong>sono i tassi di crescita bassi negli anni precedenti che &#8220;causano&#8221; l&#8217;alto debito</strong>.</p>
<p>Qui di seguito ho creato dei grafici stimando come varia il rapporto debito pubblico/PIL di ogni anno (grafico a sinistra) in base alla crescita media del PIL nei 3 anni successivi, e (grafico a destra) in base alla crescita media del PIL nei 3 anni precedenti.</p>
<p><strong>Figura 2: Tassi di Crescita Futuri e Passati e Attuale Rapporto Debito Pubblico/PIL</strong></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_2_v2.png"><img class=" wp-image-4064 aligncenter" alt="dube_rr_2_v2" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_2_v2.png?w=400&#038;h=317" width="400" height="317" /></a></p>
<p>Come è evidente nel grafico a sinistra,<strong> il valore del rapporto debito pubblico/PIL è uno scarso predittore della futura crescita del PIL</strong> a rapporti debito pubblico/PIL  del 30% o superiore (la linea oltre quella soglia è quasi orizzontale, la relazione è quasi nulla), l&#8217;intervallo in cui ci si potrebbe aspettare di trovare un punto di svolta dinamico. Ma, nel grafico a destra,<strong> fa un ottimo lavoro nel “predire” la crescita passata</strong> (la linea continua a essere inclinata negativamente, la relazione persiste).</p>
<p><strong>Questo modello è un’indicazione rivelatrice di causalità inversa, dalla crescita al rapporto debito pubblico/PIL.</strong><br />
Ma perché succederebbe questo? Perché un calo della crescita dovrebbe aumentare il rapporto debito pubblico/PIL?<br />
Uno dei motivi è proprio algebrico. Il rapporto ha un numeratore (il debito) e un denominatore (il PIL): un calo del PIL aumenterà meccanicamente il rapporto. Anche se la crescita del PIL non diventa negativa, una continua crescita del debito unita ad un rallentamento della crescita del PIL porterà allo stesso modo ad un aumento del rapporto debito pubblico/PIL.</p>
<p>Inoltre, vi è anche una storia meno meccanica. <strong>Una recessione porta ad un aumento della spesa attraverso gli stabilizzatori automatici</strong>, come ad esempio l&#8217;assicurazione contro la disoccupazione. E i governi di solito finanziano queste misure con maggiore indebitamento, come i testi universitari di macroeconomia ci dicono che i governi dovrebbero fare. Questo è ciò che è successo negli Stati Uniti durante la passata recessione. Questi grafici sono coerenti con una storia del genere.</p>
<p>Per fare un calcolo econometrico corretto, quando si guardano le correlazioni tra l’attuale rapporto debito pubblico/PIL e la crescita del PIL passato o futuro, si dovrebbe anche tenere conto del rapporto debito pubblico/PIL passato o futuro.</p>
<p>Un modo standard di fare questo è di utilizzare un modello &#8220;a ritardi distribuiti&#8221; &#8211; che significa semplicemente regredire la crescita del PIL  su una serie di termini in avanti e in ritardo nel debito in rapporto al PIL, e quindi formare una &#8220;risposta all&#8217;impulso&#8221; da, diciamo, un ipotetico aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL.</p>
<p>La figura 3 riporta queste risposte all&#8217;impulso. Quello che troviamo è esattamente il modello coerente con la causalità inversa.</p>
<p>Il modo di leggere questo grafico è quello di andare da sinistra a destra. Qui &#8220;-3&#8243; rappresenta 3 anni prima dell’aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL, &#8220;-2&#8243; rappresenta 2 anni prima dell&#8217;aumento, ecc. Il grafico mostra che i tassi di crescita del PIL erano insolitamente bassi e discendenti prima dell’aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL. Se si calcola la media dei differenziali di crescita dei 3 anni precedenti l&#8217;aumento del debito, (vale a dire, i valori associati a -3, -2, -1 sull&#8217;asse X), essa è del -0.6 % di crescita inferiore rispetto al solito. Al contrario, il tasso medio di crescita nei 3 anni successivi all&#8217;aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL è 0.2 % più alto del solito.</p>
<p><strong>Figura 3:  Risposta all&#8217;Impulso del Tasso di Crescita del PIL da un aumento di 10 punti nel rapporto Debito Pubblico/PIL</strong></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_3.png"><img class=" wp-image-4067 aligncenter" alt="dube_rr_3" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_3.png?w=400&#038;h=400" width="400" height="400" /></a></p>
<p>Che cosa significa tutto questo? Esso dimostra che semplicemente in termini di correlazioni, un aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL nei dati RR è associata con un 0.6 % di crescita più bassa <strong>nei 3 anni precedenti l&#8217;aumento</strong>, mentre si verifica<strong> una crescita leggermente maggiore del solito negli anni successivi all&#8217;aumento del rapporto debito/PIL</strong>. Durante l&#8217;anno dell&#8217;aumento del rapporto debito pubblico/PIL, la crescita del PIL è veramente bassa, coerente con l&#8217;effetto algebrico di una più bassa crescita che porta a un rapporto tra debito pubblico e PIL superiore.</p>
<p>Dunque, questi semplici esercizi suggeriscono che la grezza correlazione tra il rapporto debito pubblico/PIL e la crescita del PIL riflette probabilmente una discreta causalità inversa. Utilizzare le correlazioni in modo semplicistico come fatto da RR non basta per identificare dei nessi di causalità.</p>
<p><em>Traduzione di Sebastiano Marino</em></p>
<p>Fonte originale (contiene un addendum qui non tradotto):<br />
<a href="http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/guest-post-reinhartrogoff-and-growth-time-debt">http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/guest-post-reinhartrogoff-and-growth-time-debt</a></p>
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		<title>Di cosa parliamo quando parliamo di IMU</title>
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		<comments>http://keynesblog.com/2013/05/03/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-imu/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 May 2013 08:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[ibt]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Letta]]></category>
		<category><![CDATA[IMU]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Quattro miliardi. Il 2 per mille del debito pubblico. Il 2,5 per mille del PIL. Il 5 per mille della spesa pubblica. Poco più dell&#8217;8 per mille (oh&#8230; vi ricorda qualcosa?) delle entrate fiscali. Il 4,6% della spesa per interessi. Poco più di un sesto dell&#8217;intero gettito dell&#8217;IMU. E&#8217; questo ciò di cui parliamo quando [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4094&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/imu.png"><img class="alignnone size-large wp-image-4095" alt="imu" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/imu.png?w=560&#038;h=281" width="560" height="281" /></a></p>
<p>Quattro miliardi. Il 2 per mille del debito pubblico. Il 2,5 per mille del PIL. Il 5 per mille della spesa pubblica. Poco più dell&#8217;8 per mille (oh&#8230; vi ricorda qualcosa?) delle entrate fiscali. Il 4,6% della spesa per interessi. Poco più di un sesto dell&#8217;intero gettito dell&#8217;IMU. E&#8217; questo ciò di cui parliamo quando parliamo di IMU sulla prima casa.<br />
<span id="more-4094"></span></p>
<p>Se i vincoli europei non esistessero, o anche se fossero solo minimamente razionali, considereremmo questi 4 miliardi per quel che sono davvero: spiccioli. L&#8217;abolizione dell&#8217;IMU sulla prima casa non  sarebbe la questione capitale su cui tutti sentono di dover dire qualcosa. Probabilmente non esisterebbe affatto.</p>
<p>L&#8217;irrisorietà della cifra rispetto al bilancio pubblico dovrebbe far riflettere quanti continuano a difendere questa imposta, sia pure in buona fede, per non dover tagliare spese sociali o aumentare la pressione fiscale sul lavoro e le imprese. Perché invece non cogliere l&#8217;occasione per aprire una seria riflessione sul fatto che la terza economia dell&#8217;eurozona non può decidere di rinunciare a meno dell&#8217;1% delle tasse e non può, in definitiva, attuare alcuna politica macroeconomica che non sia l&#8217;austerità?</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/enrico-letta/'>Enrico Letta</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/imu/'>IMU</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/tasse/'>tasse</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4094/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4094/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4094&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Mario Draghi abbassa il tasso di interesse a 0,50%. Basterà? La parola a Lord Keynes</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 15:42:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;&#8230; sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci all’occupazione piena; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4092&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<h3>&#8211; J.M.Keynes, <em>Teoria Generale dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta</em>, cap.24</h3>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/bce/'>bce</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/john-maynard-keynes/'>John Maynard Keynes</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mario-draghi/'>Mario Draghi</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4092/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4092/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4092&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Competitività, un&#8217;ossessione pericolosa</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 13:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Letta ha concluso il suo tour europeo senza ottenere grandi risultati. Angela Merkel ha anzi insistito sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici e attuare le &#8220;riforme strutturali&#8221; necessarie per aumentare la competitività dei paesi periferici. Ma cos&#8217;è la competitività? E perché dovrebbe essere un obiettivo di politica economica? Il futuro premio [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4085&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4086" alt="paul-krugman1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/paul-krugman1.jpg?w=560&#038;h=373" width="560" height="373" /></p>
<p><strong>Enrico Letta ha concluso il suo tour europeo senza ottenere grandi risultati. Angela Merkel ha anzi insistito sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici e attuare le &#8220;riforme strutturali&#8221; necessarie per aumentare la competitività dei paesi periferici. </strong></p>
<p><strong>Ma cos&#8217;è la competitività? E perché dovrebbe essere un obiettivo di politica economica? Il futuro premio Nobel Paul Krugman, in questo noto saggio di quasi 20 anni fa, proprio prendendo spunto dall&#8217;ossessione per la competitività diffusa in Europa, spiega che un paese non è assimilabile ad una singola azienda e che la crescita può basarsi sulla domanda interna, senza ossessioni mercantilistiche.</strong></p>
<p><span id="more-4085"></span></p>
<p>Titolo originale:<strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Competitiveness: A dangerous obsession</em></strong></p>
<p><strong>Paul Krugman, Foreign Affairs; Mar/Apr 1994; 73,2; Platinum Full Text Periodicals</strong></p>
<p><strong>L&#8217;IPOTESI È SBAGLIATA</strong></p>
<p>Nel giugno 1993 Jacques Delors fece una speciale presentazione ai leader delle nazioni della Comunità europea, che si incontravano a Copenaghen, sul problema della crescente disoccupazione europea. Gli economisti che studiavano la situazione europea erano curiosi di sapere quello che avrebbe detto Delors, presidente della Commissione Europea. La maggior parte di loro condividono più o meno la stessa diagnosi del problema europeo: le tasse e le regolamentazioni imposte dagli stati Europei dal complicato welfare hanno reso i datori di lavoro riluttanti nel creare nuovi posti di lavoro, mentre il relativamente generoso livello di sussidi di disoccupazione ha reso i lavoratori non disposti ad accettare quel tipo di impiego a basso salario che aiuta a tenere la disoccupazione comparativamente più bassa negli Stati Uniti. Le difficoltà valutarie associate alla salvaguardia del sistema valutario europeo di fronte ai costi della riunificazione tedesca hanno rafforzato questo problema strutturale.</p>
<p>È una diagnosi persuasiva, ma politicamente esplosiva, e tutti volevano vedere come Delors l&#8217;avrebbe affrontata. Avrebbe sfidato i leader europei dicendo che i loro sforzi di perseguire la giustizia economica hanno prodotto disoccupazione come sottoprodotto non intenzionale? Avrebbe ammesso che l&#8217;EMS <em>[European Monetary System, Sistema monetario europeo, NdT] </em>poteva essere sostenuto solamente al prezzo di una recessione e avrebbe affrontato le implicazioni di quell&#8217;ammissione per l&#8217;unione valutaria europea?</p>
<p>Indovinate un po&#8217;? Delors non affrontò i problemi dello stato del welfare o dell&#8217;EMS. Spiegò che la causa fondamentale della disoccupazione europea era la mancanza di competitività con gli Stati Uniti ed il Giappone e che la soluzione era un programma di investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.</p>
<p>Era un&#8217;evasione deludente, ma non sorprendente. Dopo tutto, la retorica della competitività &#8211; quel modo di vedere secondo il quale, nelle parole del Presidente Clinton, ogni nazione è &#8220;come una grande società per azioni che compete nel mercato globale&#8221; &#8211; si è sparso fra gli opinion leader di tutto il mondo. Persone che si credono sofisticati conoscitori del tema danno per certo che il problema economico che sta di fronte ad ogni nazione moderna è fondamentalmente quello di competere nel mercato mondiale &#8211; che gli Stati Uniti e Giappone siano concorrenti nello stesso senso nel quale la Coca-cola compete con la Pepsi &#8211; e non sono consapevoli che si potrebbe sensatamente mettere seriamente in dubbio questa affermazione. Ogni tanto un nuovo best seller avverte il pubblico americano delle conseguenze atroci del perdere la &#8220;corsa&#8221; per il 21° secolo; <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota1" name="1"><sup>(1)</sup></a> un&#8217;intera industria di consigli sulla competitività, &#8220;geo-economisti&#8221; e teorici della gestione del commercio è sbucata fuori a Washington. Molte di queste persone, avendo diagnosticato i problemi economici dell&#8217;America negli stessi termini di quanto Delors faceva con l&#8217;Europa, sono ora è nei cieli più alti dell&#8217;amministrazione Clinton e formulano la politica economica e commerciale per gli Stati Uniti. Quindi Delors stava usando un linguaggio non solo appropriato ma anche comodo per lui e per un vasto pubblico di tutte e due le sponde dell&#8217;Atlantico.</p>
<p>Sfortunatamente la sua diagnosi sui mali dell&#8217;Europa era profondamente fuorviante, e diagnosi simili negli Stati Uniti sono altrettanto fuorvianti. L&#8217;idea che le fortune economiche di un paese siano determinate principalmente dal suo successo nei mercati del mondo è un&#8217;ipotesi, non una verità necessaria; e come faccenda pratica, empirica, è un&#8217;ipotesi de plano sbagliata. Non è affatto vero, cioè, che le nazioni principali del mondo siano l&#8217;una con l&#8217;altra in un grado significativo di competizione economica, o che uno qualunque dei loro importanti problemi economici possa essere attribuito a fallimenti nel competere sul mercato mondiale. La crescente ossessione di una nazione avanzata a proposito della competitività internazionale dovrebbe essere vista non come una preoccupazione fondata, ma come una visuale che viene mantenuta nonostante la palese evidenza del contrario. E per di più è evidentemente una visione che viene difesa tenacemente, un desiderio di credere, che si riflette nella incredibile tendenza, di quelli che predicano la dottrina della competitività, a sostenere la loro tesi con un&#8217;aritmetica creativa e fallace.<br />
Questo articolo consiste in tre punti. Nel primo sostiene che le preoccupazioni sulla competitività sono, sul piano empirico, quasi completamente infondate. Nel secondo, tenta di spiegare perché definire il problema economico come quello della competizione internazionale è nondimeno così attraente per molte persone. Infine sostiene che l&#8217;ossessione della competitività non solo è sbagliata, ma è pericolosa, e che distorce le politiche nazionali e minaccia il sistema economico internazionale. Questo ultimo problema è evidentemente il più importante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Pensare in termini di competitività, direttamente o indirettamente, porta a politiche economiche sbagliate su una vasta serie di problemi, nazionali ed internazionali, dalla sanità al commercio.</p>
<p><strong><a name="competizione"></a>COMPETIZIONE SENZA SENSO</strong></p>
<p>La maggior parte di coloro che usa il termine &#8220;competitività&#8221; fa così senza un <em>arrière pensée</em>. Sembra loro ovvio che l&#8217;analogia tra un paese ed una società per azioni sia ragionevole, e che chiedersi se gli Stati Uniti siano competitivi nel mercato mondiale non sia diverso in linea di principio dal chiedersi se General Motors sia competitiva nel mercato nordamericano di minivan .</p>
<p>Tentare tuttavia di definire la competitività di una nazione è nei fatti molto più problematico che definire quella di una società per azioni.</p>
<p>La linea rossa per una società per azioni consiste letteralmente nei suoi confini: se una società per azioni non può permettersi di pagare i suoi lavoratori, i fornitori, i possessori di obbligazioni, uscirà dal business. Quindi quando noi diciamo che una società per azioni non è competitiva, intendiamo dire che la sua posizione nel mercato è insostenibile, ovvero che, se non migliora le sue prestazioni, cesserà di esistere. I Paesi invece non escono dal business. Possono essere contenti o scontenti delle loro prestazioni economiche, ma non hanno una linea rossa ben definita. Di conseguenza, il concetto di competitività nazionale è vago.</p>
<p>Si potrebbe supporre, ingenuamente, che la linea rossa di un&#8217;economia nazionale consista semplicemente la sua bilancia commerciale, che la competitività possa essere misurata dall&#8217;abilità di un paese di vendere all&#8217;estero più di quanto comperi. In teoria come in pratica un&#8217;eccedenza commerciale può tuttavia essere un segno di debolezza nazionale, mentre un deficit può essere un segno di forza. Per esempio, il Messico fu costretto ad enormi eccedenze commerciali negli anni ottanta per pagare gli interessi sul suo debito estero, dato che gli investitori internazionali si rifiutavano di prestargli altri soldi; ebbe grandi deficit commerciali dopo il 1990 quando gli investitori stranieri recuperarono la fiducia e nuovi capitali cominciarono ad affluire. C&#8217;è forse qualcuno che voglia indicare il Messico come una nazione estremamente competitiva durante l&#8217;epoca della crisi del debito, o descrivere quello che accade dal 1990 in poi come una perdita in competitività?</p>
<p>La maggior parte degli autori che si occupano del problema hanno perciò tentato di definire la competitività come combinazione di favorevoli prestazioni commerciali e di qualcos&#8217;altro. In particolare, la definizione più popolare della competitività è oggi quella definita dalle linee stabilite dal libro &#8220;<em>Who&#8217;s Bashing Whom?</em>&#8221; [Chi sta assalendo chi?"] di Laura D&#8217;Andrea Tyson, Presidente del <em>Council of Economic Advisors</em>: la competitività è &#8220;la nostra abilità di produrre beni e servizi che passano il test della competizione internazionale mentre i nostri cittadini godono di uno standard di vita insieme crescente e sostenibile.&#8221; Sembra ragionevole. Se tuttavia ci si sofferma a pensarci sopra, e si mettono a confronto i pensieri con i fatti, si scopre che questa definizione soddisfa assai poco l&#8217;orecchio.</p>
<p>Consideriamo, per un momento, quello che la definizione vorrebbe dire per un&#8217;economia che fa poco commercio internazionale, come gli Stati Uniti negli anni cinquanta. Per una siffatta economia, la capacità di  bilanciare il suo commercio sta soprattutto nel trovare il giusto tasso di cambio. Ma siccome il commercio internazionale è un piccolo fattore nell&#8217;economia, il livello di cambio influisce poco sugli standard di vita. In un&#8217;economia con poco commercio internazionale, quindi, l&#8217;aumento degli standard di vita &#8211; e così la &#8220;competitività&#8221; secondo la definizione di Tyson &#8211; sarebbe determinata quasi completamente da fattori nazionali, in primo luogo dal tasso di crescita della produttività. La crescita di produttività nazionale, punto e a capo, e non la crescita di produttività relativamente agli altri paesi. In altre parole, per un&#8217;economia con poco commercio internazionale, &#8220;competitività&#8221; finisce per essere un modo curioso di dire &#8220;produttività&#8221;, senza avere niente a che fare con la competizione internazionale.</p>
<p>Ma vanno diversamente le cose quando il commercio internazionale diviene più importante, come accade per tutte le più importanti economie? Certamente le cose potrebbero cambiare. Supponiamo che un paese scopra che, anche se la sua produttività sta fortemente salendo, riesce ad esportare solo se svaluta ripetutamente la sua moneta, vendendo più a buon mercato le sue esportazioni nei mercati del mondo. Il suo standard di vita, che dipende sia dal suo potere d&#8217;acquisto nelle importazioni sia dai beni prodotti internamente, potrebbe effettivamente declinare. Nel gergo degli economisti, la crescita nazionale potrebbe essere recuperata a scapito del commercio internazionale.<sup> <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota2" name="2">(2)</a></sup> Così la &#8220;competitività&#8221; finirebbe per spuntarla alla fine sulla competizione internazionale.</p>
<p>Non c&#8217;è comunque nessuna ragione di lasciare tutto questo allo stato di pura speculazione: lo si può facilmente controllare confrontandolo coi dati. Il deterioramento degli scambi internazionali sono stati uno spauracchio importante per lo standard di vita americano? Oppure il tasso di crescita del reddito netto ["<em>Real income</em>"] americano ha essenzialmente continuato ad uguagliare il tasso di crescita della produttività nazionale, anche se gli scambi internazionale costituiscono una porzione di reddito maggiore che in passato?<br />
Per rispondere a questa domanda basta guardare ai dati della contabilità del reddito nazionale ["<em>national income</em>"] che il Dipartimento del Commercio pubblica regolarmente nella &#8220;Survey of Current Business&#8221;. La misura standard della crescita economica negli Stati Uniti è, ovviamente, il PIL reale  [<em>Real GNP</em>], una misura che divide il valore di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per gli appropriati indici di prezzo per giungere ad una stima della produzione nazionale netta [<em>real national output</em>]. Il Dipartimento del Commercio pubblica comunque anche una cosa chiamata &#8220;<em>command GNP</em>.&#8221; Questo è simile al <em>Real GNP</em>, salvo che divide le esportazioni USA non per l&#8217;indice di prezzo delle esportazioni, ma per l&#8217;indice di prezzo delle importazioni degli Stati Uniti. Ovvero, le esportazioni sono valutate in base a quello che gli americani possono comprare con i soldi ricavati dalle esportazioni. Il &#8220;command GNP&#8221; misura dunque il volume di beni e servizi che l&#8217;economia americana può &#8220;ordinare&#8221; &#8211; il potere d&#8217;acquisto della nazione &#8211; invece che il volume del prodotto. <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota3" name="3"><sup>(3)</sup></a> Come abbiamo appena visto, la &#8220;competitività&#8221; significa qualche cosa di diverso dalla &#8220;produttività&#8221; se e solamente se il potere d&#8217;acquisto cresce significativamente più lentamente del prodotto totale.<br />
Bene, ecco i numeri. Nel periodo 1959-73, un periodo dalla crescita vigorosa degli standard di vita USA e dalle poche preoccupazioni sulla competizione internazionale, il &#8220;<em>Real GNP</em>&#8221; per ora-uomo crebbe annualmente dell&#8217; 1,85 percento, mentre il &#8220;<em>command GNP</em>&#8221; orario crebbe un po&#8217; più velocemente, dell&#8217;1,87 percento. Dal 1973 al 1990, un periodo di stagnazione degli standard di vita, la crescita del &#8220;<em>command GNP</em>&#8221; orario scese allo 0,65 percento. La quasi totalità (il 91 percento) di questo rallentamento fu spiegato con un ribasso nella crescita della produttività nazionale: il &#8220;<em>Real GNP</em>&#8221; orario crebbe solamente dello 0,73 percento.<br />
Calcoli simili per la Comunità europea e il Giappone producono risultati simili. In ogni caso, la percentuale di crescita degli standard di vita essenzialmente uguaglia la percentuale di crescita della produttività nazionale, non la produttività relativamente ai concorrenti, ma semplicemente la produttività nazionale. Anche se il commercio mondiale è oggi più sviluppato di quanto non sia mai stato, gli standard di vita nazionali sono grandemente determinati da fattori nazionali piuttosto che dalla competizione nei mercati mondiali.</p>
<p>Come può succedere una cosa del genere nel nostro mondo interdipendente? Parte della risposta è che il mondo non è così interdipendente quanto probabilmente si pensi: i paesi non sono come le società per azioni. Anche oggi, le esportazioni americane sono solamente il 10 percento del valore aggiunto nell&#8217;economia (che è uguale al GNP [PIL, NdT]). Gli Stati Uniti sono cioè circa al 90 percento un&#8217;economia che produce beni e servizi per sé stessa. Per contrasto, anche la più grande società per azioni vende ben poco della sua produzione ai propri lavoratori; lo &#8220;export&#8221; della General Motors &#8211; le sue vendite a persone che non ci lavorano &#8211; è di fatto la totalità delle sue vendite, che sono più di 2,5 volte il valore aggiunto della società.</p>
<p>I paesi inoltre non competono l&#8217;uno con l&#8217;altro nello stesso modo delle società per azioni. Coca cola e Pepsi sono concorrenti quasi pure: solamente una frazione trascurabile delle vendite di Coca-Cola va ai lavoratori di Pepsi, solamente una frazione trascurabile dei lavoratori di Coca-cola compra prodotti della Pepsi. Quindi se Pepsi ha successo, lo fa tendenzialmente a spese della Coca-cola. Ma i maggiori paesi industriali, mentre vendono prodotti che competono l&#8217;un con l&#8217;altro, sono anche l&#8217;uno dell&#8217;altro i maggiori fornitori di importazioni utili. Se l&#8217;economia europea va bene, non ha bisogno di esserlo a spese di quella USA; effettivamente, se c&#8217;è una cosa probabile è proprio che un&#8217;economia europea che abbia successo aiuterebbe l&#8217;economia Americana fornendo un mercato più ampio e vendendogli beni di qualità superiore a prezzi più bassi.</p>
<p>Il commercio internazionale, inoltre, non è un gioco a somma zero. Quando sale la produttività in Giappone, il risultato principale è un aumento reale dei salari giapponesi; I salari americani o europei hanno in linea di principio la stessa probabilità di salire o di scendere, ed in pratica sembrano essere di fatto non influenzati.</p>
<p>Sarebbe possibile approfondire questo punto, ma la conclusione è chiara: mentre in linea di principio potrebbero esistere problemi di competizione, in pratica, sul piano empirico, le nazioni importanti del mondo non sono l&#8217;una con l&#8217;altro ad un livello significativo di competizione economica. C&#8217;è sempre, chiaramente, una rivalità di status e di potere: i paesi che crescono più velocemente vedranno crescere il loro ruolo politico. E&#8217; quindi sempre interessante comparare i paesi. Asserire che la crescita giapponese diminuisce lo status USA è molto diverso dal dire che riduce lo standard di vita USA, come la retorica della competitività invece asserisce.</p>
<p>Si può chiaramente assumere la posizione che le parole dicono quello che noi vogliamo dicano, che c&#8217;è la libertà, se uno vuole, di usare il termine &#8220;competitività&#8221; come un modo poetico di dire produttività, senza davvero intendere che la competizione internazionale c&#8217;entri qualcosa. Ben pochi autori sulla competitività accetterebbero però questo modo di vedere. Questi credono che i fatti raccontino una storia molto diversa da quella che stiamo vivendo, come Lester Thurow ha scritto nel suo libro di successo, &#8220;<em>Head to Head</em>&#8221; [Testa a testa], in un mondo di competizione fatta di &#8220;vittorie e sconfitte&#8221; tra le economie principali. Come è possibile questa credenza?</p>
<p><strong><a name="aritmetica"></a>ARITMETICA SPENSIERATA</strong></p>
<p>Una delle straordinarie, sorprendenti caratteristiche della enorme letteratura sulla competitività è la tendenza ripetuta di autori estremamente intelligenti ad impegnarsi in quella che può essere forse descritta con esattezza come &#8220;aritmetica spensierata.&#8221; Si fanno affermazioni che suonano come asserzioni quantitative su grandezze misurabili, ma gli autori non presentano in realtà dati su queste grandezze, e così non ci si accorge che i numeri veri contraddicono le loro affermazioni. Oppure si presentano dati che si suppone sostengano un&#8217;asserzione, ma l&#8217;autore non si accorge che i suoi stessi numeri implicano che quello che sta affermando non può essere vero. Si trovano continuamente libri ed articoli sulla competitività che sembrano al lettore non accorto pieni di convincenti evidenze, ma che appaiono a chiunque abbia dimestichezza coi dati come stranamente, quasi misteriosamente, incapaci di maneggiare i numeri. Alcuni esempi illustrano meglio questo punto. Ecco tre casi di aritmetica spensierata, ognuno a suo modo interessante.</p>
<p><strong><em>Deficit commerciale e perdita di posti di lavoro qualificati</em></strong>. In un recente articolo pubblicato in Giappone, Lester Thurow ha spiegato al suo pubblico l&#8217;importanza di ridurre l&#8217;eccedenza commerciale giapponese verso gli Stati Uniti. I salari reali USA, ha affermato, sono precipitati del sei percento durante gli anni di Reagan e Bush, e la ragione era che il deficit commerciale nei beni  manifatturieri aveva costretto i lavoratori a fuoriuscire dai ben pagati lavori nelle manifatture per spostarsi negli assai meno pagati posti di lavoro nei servizi.</p>
<p>Non è un punto di vista originale, ed è ampiamente condiviso. Ma Thurow è stato più concreto degli altri, dando numeri reali sulla perdita di posti di lavoro e di salario. Si sono persi un milione di posti di lavoro nelle manifatture, ha sostenuto, e il lavoro nelle manifatture è pagato il 30 percento in più del lavoro nei servizi.</p>
<p>Entrambi i numeri meritano qualche dubbio. Il milione di posti di lavoro è troppo alto, ed il 30 percento di differenziale di salario tra manifattura e servizi è soprattutto dovuto alla differente lunghezza della settimana lavorativa, non a una differenza nel livello salariale orario. Acconsentiamo però ai numeri di Thurow. Raccontano questi la storia che ci suggerisce?</p>
<p>Il punto chiave è che i posti di lavoro totali USA sono più di 100 milioni. Supponiamo che un milione di lavoratori sia costretto a spostarsi dalla manifattura ai servizi perdendo di conseguenza il 30 percento del salario manifatturiero. Dato che questi lavoratori sono meno dell&#8217;1 percento della forza di lavoro USA, questo ridurrebbe il livello salariale medio USA di meno di 1/100 del 30 percento &#8211; ovvero, meno dello 0.3 percento.<br />
Questo è un numero troppo piccolo per spiegare il 6 percento di diminuzione del salario reale, <em>troppo piccolo di un fattore 20</em>. Per guardare le cose in un altro modo, la perdita di salario annuale da deficit indotto da deindustrializzazione, che evidentemente Thurow ritiene essere la radice delle difficoltà economiche degli USA, sulla base dei suoi stessi numeri sarebbe all&#8217;incirca uguale a quello che gli Stati Uniti spendono in spese sanitarie in una settimana.</p>
<p>C&#8217;è qui un vero rompicapo. Come può succedere che una persona intelligente come Thurow, scrivendo un articolo che pretenderebbe di fornire una chiara evidenza quantitativa dell&#8217;importanza della competizione internazionale nell&#8217;economia USA, non riesca a comprendere che l&#8217;evidenza che lui propone mostra con chiarezza che non sono i problemi da lui identificati ad essere i colpevoli?</p>
<p><strong><em>Settori ad alto valore aggiunto</em></strong>. Ira Magaziner e Robert Reich, due figure oggi influenti nell&#8217;Amministrazione Clinton, raggiunsero per la prima volta un largo pubblico col loro libro del 1982, &#8220;<em>Minding America&#8217;s Business</em>&#8221; [<em>Gli affari in America, NdT</em>]. Il libro proponeva una politica industriale USA, e nell&#8217;introduzione gli autori fornivano apparentemente una base quantitativa e concreta per una tale politica: Il &#8220;nostro standard di vita può crescere solamente se (i) capitale e lavoro fluiscono in modo crescente verso industrie ad alto valore aggiunto per lavoratore e (ii) manteniamo una posizione in quelle industrie che sia superiore a quella dei nostri concorrenti.&#8221;<br />
Gli economisti erano scettici su questa idea in linea di principio. Se l&#8217;obbiettivo di avere le industrie giuste consistesse semplicemente nel passare a settori con alto valore aggiunto, perché i mercati privati non lo stavano già facendo? <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota4" name="4"><sup>(4)</sup></a> Ci si potrebbe però liberare della domanda attribuendola semplicemente alla solita fede illimitata degli economisti nel mercato; non sostenevano forse Magaziner e Reich la loro tesi con molte evidenze tratte dal mondo reale?</p>
<p>Bene, &#8220;<em>Minding America&#8217;s Business</em>&#8221; contiene molti fatti. Una cosa che non fa mai è però quella di giustificare i criteri esposti nell&#8217;introduzione. La scelta delle industrie ad alto valore aggiunto dipende evidentemente dalla credenza degli autori che questo sia sinonimo di alta tecnologia, ma in nessun luogo nel libro si forniscono numeri che comparino i reali valori aggiunti per lavoratore nelle diverse industrie.</p>
<div align="center">
<table width="40%" border="1" cellspacing="0" cellpadding="2">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2" width="100%">
<p align="center"><span style="font-size:small;"><strong>Valore aggiunto per lavoratore (USA 1988)<br />
in migliaia di dollari</strong></span></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Sigarette</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>488</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Raffinazione petrolio</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>283</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Automobili</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>99</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Acciaio</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>97</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Aeronautica</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>68</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Elettronica</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>64</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Tutte le manifatture</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>66</strong></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>Non è difficile trovare numeri del genere. Ogni biblioteca pubblica negli USA ha una copia dello <em>Statistical Abstract</em> degli Stati Uniti che ogni anno contiene un tabella che presenta il valore aggiunto e l&#8217;occupazione per le industrie manifatturiere degli Stati Uniti.</p>
<p>Tutto quel che serve è passare qualche minuto nella biblioteca con una calcolatrice per ricavare una tabella che classifichi le industrie USA in base al valore aggiunto per lavoratore. La tabella qui sopra mostra alcune voci selezionate dalle pagine 740-744 dello <em>Statistical Abstract </em>del 1991. Se ne ricava che le industrie americane con valore aggiunto per lavoratore veramente alto sono in settori con rapporti molto alti di capitale per lavorare, come le sigarette e la raffinazione del petrolio. (Il risultato era prevedibile: dato che le industrie capital-intensive devono ottenere un ritorno standard su grandi investimenti, devono caricare i prezzi con un maggiore margine sul costo del lavoro di quanto non facciano le industrie ad alto impiego di manodopera, cosa che implica un alto valore aggiunto per lavoratore). Fra le grandi industrie, il valore aggiunto per lavoratore tende ad essere alto nei tradizionali settori manifatturieri pesanti come l&#8217;acciaio e le auto. Settori ad alta tecnologia come l&#8217;aerospazio e l&#8217;elettronica risultano essere grosso modo in posizione intermedia.</p>
<p>Questo risultato non sorprende gli economisti convenzionali. Alto valore aggiunto per lavoratore si ha nei settori che sono estremamente capital-intensive, ovvero nei settori nei quali un dollaro addizionale di capitale fa aumentare di poco il valore aggiunto. In altre parole, non c&#8217;è nessun &#8220;buono premio&#8221;<em> [free lunch, pranzo gratis, NdT]</em>. Ma sorvoliamo su quel che si dice a proposito di come funzioni l&#8217;economia, e notiamo invece la stranezza dell&#8217;errore di Magaziner e Reich. Certamente loro non volevano promuovere una politica industriale che versasse con l&#8217;imbuto capitali e posti di lavoro nell&#8217;acciaio e nelle industrie automobilistiche, invece che in quelle ad alta tecnologia. Come possono però scrivere un intero libro dedicato alla proposta di designare come obiettivo le industrie ad alto valore aggiunto senza mai controllare quali siano queste industrie?</p>
<p><strong><em>Costo del lavoro</em></strong>. Nella sua presentazione al vertice di Copenaghen, Il Primo ministro inglese John Major ha mostrato una tabella che indicava che i costi unitari del lavoro europei erano cresciuti più rapidamente di quelli negli Stati Uniti e nel Giappone. Ne deduceva che i lavoratori europei stavano autoattribuendosi un reddito al di fuori del mercato mondiale. Ma alcune settimane più tardi Sam Brittan del Financial Times ha scoperto una cosa strana nei calcoli di Major: i costi del lavoro non erano normalizzati con i tassi di cambio. Nella competizione internazionale, chiaramente, quel che conta per una ditta USA sono i costi dei suoi concorrenti esteri misurati in dollari, non in marchi o yen. I confronti internazionali dei costi del lavoro, come le tabelle che la Banca dell&#8217;Inghilterra pubblica normalmente, sono dunque sempre convertiti in una valuta comune. I numeri presentati da Major non contenevano però questa normalizzazione standard. E fu una buona cosa, per la sua presentazione, che non l&#8217;abbia fatto. Come Brittan sottolineò, i costi del lavoro europei non risultavano più alti, in termini relativi, una volta normalizzati al cambio. Questo errore è ancora più banale di quelli di Thurow o Magaziner e Reich. Come poteva John Major, con alle spalle le sofisticate risorse statistiche della Tesoreria del Regno Unito, presentare un&#8217;analisi che è precipitata nel nulla dopo aver fatto la più standard delle correzioni?</p>
<p>Questi esempi di aritmetica bizzarramente spensierata, scelti fra dozzine di casi simili, da parte di persone che certamente avevano le capacità e le risorse per farvi fronte, esige una spiegazione. La migliore ipotesi di lavoro è che in ogni caso l&#8217;autore o l&#8217;oratore voleva credere nell&#8217;ipotesi competitiva a tal punto da non avvertire nessuno stimolo a metterla in discussione; se si sono usati dei dati, è stato solamente per sostenere una credenza predeterminata, non per esaminarla. Ma perché molte persone sono evidentemente così ansiose di definire i problemi economici come problemi di competizione internazionale?</p>
<p><strong><a name="brivido"></a>IL BRIVIDO DELLA COMPETIZIONE</strong></p>
<p>La metafora competitiva &#8211; l&#8217;immagine di paesi che competono l&#8217;un con l&#8217;altro nei mercati del mondo nello stesso modo in cui lo fanno le società per azioni &#8211; deve molto del suo fascino alla sua apparente comprensibilità. Dire a un gruppo di uomini d&#8217;affari che un paese è come una società per azioni più in grande, significa dare loro il conforto di pensare che siano già in grado di capire le cose fondamentali. Parlare loro di concetti economici come il vantaggio comparato, significa chiedergli di imparare qualche cosa nuovo. Non è sorprendente che molti preferiscano una dottrina che offre il vantaggio di una apparente sofisticazione senza la fatica di dover pensare intensamente. La retorica della competitività è divenuta così tanto diffusa, tuttavia, per tre ragioni più profonde.</p>
<p>La prima è che le immagini competitive sono eccitanti, ed il brivido vende biglietti. Il sottotitolo del più importante best-seller di Lester Thurow, &#8220;<em>Head to head</em>&#8220;, è &#8220;La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e USA&#8221;; la copertina proclama che &#8220;la guerra decisiva del secolo è iniziata &#8230; e gli USA potrebbero avere già deciso di perderla.&#8221; Supponiamo che il sottotitolo avesse descritto la vera situazione: &#8220;La prossima lotta nella quale ogni grande economia riuscirà o fallirà si basa sui suoi propri sforzi, piuttosto indipendentemente da quel che faranno gli altri.&#8221; Thurow non avrebbe forse venduto un decimo delle copie?</p>
<p>Secondo, l&#8217;idea che le difficoltà economiche degli USA si incardinano in modo cruciale sui nostri fallimenti nella competizione internazionale fa paradossalmente apparire quelle difficoltà come più facili da risolvere. La produttività del lavoratore americano medio è determinata da un ordine complesso di fattori, la maggior parte dei quali irraggiungibile da politiche praticabili pubbliche. Se si accetta quindi la realtà che il nostro problema &#8220;competitivo&#8221; è realmente un problema di produttività nazionale puro e semplice, è improbabile riuscire ad essere ottimisti sulla possibilità di cambiamenti drammatici. Ma se ci si convince che il problema sta realmente dei fallimenti nella competizione internazionale &#8211; quelle importazioni stanno spingendo i lavoratori fuori dei posti di lavori ad alto salario, o la competizione straniera sovvenzionata dagli stati sta portando gli Stati Uniti fuori dai settori ad alto valore aggiunto &#8211; allora le risposte al malessere economico possono consistere in cose semplici come il sostegno dell&#8217;alta tecnologia e il fare i duri col Giappone.</p>
<p>Infine molti dei leader del mondo hanno trovato la metafora competitiva estremamente utile come strumento politico. La retorica della competitività offre giustificazioni per scelte dure o per evitarle. L&#8217;esempio di Delors a Copenaghen mostra l&#8217;utilità di metafore competitive come evasione. Delors doveva dire qualche cosa al vertice Europeo; dire qualsiasi cosa che riguardasse le vere radici della disoccupazione europea avrebbe comportato rischi politici enormi. Spostando la discussione su questioni essenzialmente irrilevanti ma apparentemente plausibili come la competitività, ha fatto guadagnare il tempo per fornire una migliore risposta (che fornì in una certa misura in Dicembre, con il libro bianco sull&#8217;economia europea, un lavoro che manteneva comunque la &#8220;competitività&#8221; nel titolo).</p>
<p>Per contrasto, la bene accolta presentazione del programma economico iniziale di Bill Clinton a febbraio 1993 mostrò l&#8217;utilità della retorica competitiva come motivazione per politiche difficili. Clinton propose un insieme di dolorosi tagli al deficit Federale ed aumenti delle tasse. Perché? Le ragioni per tagliare il deficit sono deludentemente poco drammatiche: il deficit sottrae fondi che potrebbero altrimenti essere investiti produttivamente, e questo provoca una costante anche se piccola deriva della crescita economica USA. Ma Clinton ha potuto invece fare un eccitante appello patriottico, chiamando la nazione ad agire subito per rendere l&#8217;economia competitiva nel mercato globale &#8211; con l&#8217;argomento che ne seguirebbero conseguenze economiche atroci se gli Stati Uniti non lo facessero.</p>
<p>Molte persone che sanno che la &#8220;competitività&#8221; è un concetto ampiamente privo di significato indulgono nel soddisfare la retorica competitiva perché credono che sia loro possibile imbrigliarla al servizio di buone politiche. Un&#8217;eccessiva paura dell&#8217;Unione sovietica fu usata negli anni cinquanta per giustificare la costruzione del sistema di viabilità pubblica interstatale e l&#8217;espansione dellaìistruzione in matematica e nelle scienze. Le paure ingiustificate della competizione internazionale non possono essere usate in modo simile per giustificare sforzi seri per ridurre il deficit di bilancio, ricostruire le infrastrutture, e così via?</p>
<p>Alcuni anni fa questa era una speranza ragionevole. Oggi l&#8217;ossessione della competitività è tuttavia giunta ad un punto tale che ha già cominciato a distorcere pericolosamente le politiche economiche.</p>
<p><strong><a name="pericoli"></a>I PERICOLI DI UN&#8217;OSSESSIONE</strong></p>
<p>Pensare e parlare in termini di competitività porta a tre pericoli reali. Primo, potrebbe dare luogo ad una spesa rovinosa di danaro pubblico per migliorare la competitività USA.. Secondo, potrebbe condurre al protezionismo e a guerre commerciali. Finalmente, e più importante, potrebbe dare luogo a cattive politiche pubbliche su di uno vasto spettro di importanti problemi.</p>
<p>Durante gli anni cinquanta, la paura dell&#8217;Unione sovietica spinse il governo americano a spendere soldi su cose utili come le strade pubbliche e l&#8217;istruzione scientifica.</p>
<p>Condusse tuttavia anche a spese considerevoli su cose più dubbie come i rifugi antiatomici. Il più ovvio, anche se non il meno preoccupante, pericolo dell&#8217;ossessione crescente della competitività è che condurrà probabilmente ad una simile cattiva allocazione di risorse. Per fare un esempio, le recenti linee guida del governo per il finanziamento della ricerca hanno accentuato l&#8217;importanza di sostenere la ricerca che può migliorare la competitività internazionale degli USA. Questo esercita quanto meno una certa polarizzazione verso invenzioni che possono aiutare ditte manifatturiere che generalmente competono nei mercati internazionali, invece dei produttori di servizi che generalmente non lo fanno. Ancora: la maggior parte dei nostri posti di lavoro e del valore aggiunto ora è nei servizi, ed è stata la mancanza di produttività nei servizi, piuttosto che nei prodotti, ad essere il singolo fattore più importante nella stagnazione degli standard di vita USA.</p>
<p>Un rischio molto più serio è che l&#8217;ossessione della competitività porti a guerre commerciali, forse anche ad una guerra commerciale mondiale.</p>
<p>La maggior parte di quelli che hanno predicato la dottrina della competitività non sono stati dei protezionisti vecchio stile. Vogliono che i loro paesi vincano il gioco commerciale globale, non che se ne sottraggano. Ma cosa succede se, nonostante i suoi migliori sforzi, un paese non appaia vincente, o venga a mancargli la fiducia di poterlo fare? La diagnosi competitiva suggerisce inevitabilmente che chiudere i confini è meglio che rischiare che degli stranieri portino via posti di lavoro a salario alto in settori ad alto valore aggiunto. Come estrema conclusione, la supposta relazione sulla natura competitiva delle relazioni economiche internazionali unge le ruote di quelli che vogliono politiche &#8220;confrontative&#8221; se non apertamente protezionistiche.</p>
<p>Possiamo già vedere questo processo in cammino, negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti è degno di nota quanto rapidamente i sofisticati argomenti interventisti avanzati da Laura Tyson nei suoi lavori pubblicati abbiano dato un viatico alla ingenua affermazione del Rappresentante della U.S Trade Michael Kantor che l&#8217;eccedenza commerciale bilaterale del Giappone stava costando milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. E la retorica commerciale del Presidente Clinton che mette l&#8217;accento sulla creazione supposta di posti di lavoro ad alto salario invece che sui vantaggi da specializzazione, ha lasciato la sua amministrazione in una posizione debole quando tentò di ribattere ai nemici del NAFTA che sostenevano che la concorrenza del lavoro messicano più conveniente avrebbe distrutto la base manifatturiera USA.</p>
<p>Ma il rischio forse più serio dell&#8217;ossessione della competitività è comunque il suo effetto indiretto e sottile sulla qualità del dibattito economico e sulle relative politiche. Se alti rappresentanti statali sono fortemente orientati verso una particolare dottrina economica, il loro impegno finisce per colorare inevitabilmente le politiche su tutti i temi, anche quelli che non abbiano niente a che fare con quella dottrina. E se una dottrina economica è completamente e dimostrabilmente sbagliata, l&#8217;insistenza che le discussioni facciano propria  quella dottrina inevitabilmente annebbia la vista e diminuisce la qualità del dibattito sulle politiche su di una vasta serie di problemi, inclusi alcuni che sono molto lontani dalle politiche commerciali di per sé.</p>
<p>Consideriamo, per esempio, il problema della riforma della sanità, indubbiamente la più importante iniziativa economica dell&#8217;amministrazione Clinton, quasi certamente un ordine di grandezza più importante per gli standard di vita USA di qualsiasi altra cosa si sarebbe potuta fare sulle politiche commerciali (salvo se gli Stati Uniti provocassero una guerra mondiale commerciale). Dato che la sanità è un problema con pochi collegamenti internazionali diretti, ci si sarebbe aspettati che la si tenesse fuori da alcune distorsioni politiche dovute alla fuorviate preoccupazione sulla competitività.</p>
<p>Ma l&#8217;amministrazione ha messo lo sviluppo del piano sanitario nelle mani di Ira Magaziner, lo stesso Magaziner che ha sbagliato così clamorosamente il suo compito a casa nel sostenere l&#8217;intervento pubblico nelle industrie ad alto valore aggiunto. Gli scritti precedenti e le consulenze di Magaziner sulle politiche economiche si concentravano quasi completamente sul problema della competizione internazionale, sulle sue vedute su quanto riassunto nel titolo del suo libro del 1990, &#8220;<em>The Silent War</em>&#8221; [<em>La Guerra Silenziosa, NdT</em>]. La sua nomina era conseguenza di molti fattori, evidentemente non ultima la sua lunga amicizia personale con la più importante coppia [<em>d'America, NdT</em>]. Ancora, non è stato irrilevante che in un&#8217;amministrazione impegnata nell&#8217;ideologia della competitività, Magaziner, che ha raccomandato costantemente che le politiche industriali nazionali fossero basate sui concetti di strategia imprenditoriale da lui appresi durante i suoi anni come consulente del Boston Consulting Group, fosse considerato un esperto di politica economica.</p>
<p>Si può anche notare l&#8217;insolito processo con il quale è stata sviluppata la riforma della sanità. Nonostante le enormi dimensioni della <em>task force</em>, esperti riconosciuti nella sanità erano quasi completamente assenti, in particolare sebbene non esclusivamente economisti specializzati nella sanità, inclusi economisti con impeccabili credenziali liberal come Henry Aaronn della Brookings Institution. Di nuovo, questo è stato probabilmente il riflesso di una serie di fattori, tra i quali non è però probabilmente irrilevante la circostanza che Magaziner, fortemente impegnato nell&#8217;ideologia della competitività, non abbia in passato trovato gli economisti di professione molto comprensivi, e non fosse disposto ad avere a che fare con loro su nessun problema.</p>
<p>Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all&#8217;ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell&#8217;evoluzione.</p>
<p><strong><a name="consulente"></a>IL CONSULENTE E&#8217; NUDO</strong></p>
<p>Se l&#8217;ossessione della competitività è fuorviante e dannosa come questo articolo sostiene, perché non ci sono più voci a dirlo? La risposta è: per una mistura di speranza e di paura.</p>
<p>Dal lato della speranza, molte persone assennate hanno immaginato di potersi appropriare della retorica della competitività in favore di politiche economiche desiderabili. Supponiamo di credere che gli Stati Uniti abbiano bisogno di innalzare il tasso di risparmio e di migliorare il sistema educativo per innalzare la produttività. Anche sapendo che i benefici di una maggiore produttività non hanno niente a che vedere con la competizione internazionale, perché non descrivere questo come una politica per migliorare la competitività se si pensa di potere così allargare il pubblico dei suoi sostenitori? Quella di accarezzare i pregiudizi popolari in favore di una buona causa, è una tentazione alla quale ho ceduto io stesso.</p>
<p>Riguardo alla paura, ci vuole o un economista molto coraggioso o molto imprudente per dire pubblicamente che una dottrina che molti, forse i più, degli opinion leader del mondo ha abbracciato, è de plano sbagliata. L&#8217;insulto maggiore sta nel fatto che molti di quegli uomini e donne pensano, usando la retorica della competitività, di dimostrare la loro sofisticazione in economia. Questo articolo può influenzare delle persone, ma non si farà molti amici.</p>
<p>Sfortunatamente quegli economisti che hanno sperato di appropriarsi della retorica della competitività per buone politiche economiche hanno avuto invece la loro credibilità aumentata in favore di cattive idee. E qualcuno deve mettere in evidenza quando il guardaroba intellettuale dell&#8217;imperatore non sia esattamente quel che lui pensa.</p>
<p>Quindi cominciamo a dire la verità: la competitività è una parola senza significato quando si applica alle economie nazionali. E l&#8217;ossessione della competitività è sbagliata e pericolosa.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;:</p>
<blockquote><p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#1" name="nota1">1) </a>Si veda, per solo alcuni esempi, Laura D&#8217;Andrea Tyson &#8221; Who&#8217;s Bashing Whom&#8221;: Conflitto commerciale in Industrie ad Alta tecnologia, Washington, Institute for International Economics, 1992; Lester C. Thurow &#8220;Head to Head&#8221;: La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e l&#8217;America; New York: Morrow; 1992; Ira C. Magaziner e Robert B. Reich, &#8220;Minding America&#8217;s Business&#8221;: declinio e crescita dell&#8217;Economia americana, New York: Vintage Books, 1983; Ira C. Magaziner e Mark Patinkin, &#8220;The Silent War&#8221;: dentro le battaglie del business globale che plasmano il futuro dell&#8217;America. New York: Vintage Books,, 1990; Edward N. Luttwak, &#8220;The Endangered American Dream&#8221;: Come impedire che gli Stati Uniti diventino un paese del terzo mondo e come vincere la lotta geo-economica per la supremazia industriale, New York: Simon e Schuster, 1993; Kevin P.Phillips, &#8220;Staying on Top&#8221;: Il <em>business case</em> per una strategia industriale nazionale, New York: Random House, 1984; Clyde  V. Prestowitz, Jr., &#8220;Trading Places:&#8221; Come abbiamo permesso al Giappone di andare in testa, New York: Basic Books, 1988; William S. Dietrich, !In the Shadow of the Rising Sun&#8221;: Le radici politiche del declino economico americano, University Park: Pennsylvania State University, 1991; Jeffrey E. Garten, &#8220;A Cold Peace&#8221;: America, Giappone, Germania, e la lotta per la supremazia, New York: Times Books, 1992; e Wayne Sandholtz. et al., &#8220;The Highest Stakes&#8221;: i fondamenti economici del prossimo sistema di sicurezza, Berkeley Roundtable sull&#8217;Economia Internazionale (BRIE), Oxford University Press, 1992.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#2">2)</a>Un esempio può qui essere utile. Supponiamo che un paese spenda il 20 percento del suo reddito in importazioni, e che i prezzi delle sue importazioni non siano stabiliti in valuta nazionale ma estera. Allora se il paese è costretto a svalutare la sua moneta &#8211; riduce il suo valore in valuta straniera &#8211; entro il 10 percento, questo innalzerà il prezzo del paniere che il paese sta spendendo del 20 percento, elevando così l&#8217;indice dei prezzi complessivo del 2 percento. Anche se la produzione nazionale non è cambiata, il vero reddito del paese sarà precipitato perciò del 2 percento. Se il paese deve svalutare ripetutamente di fronte ad una pressione competitiva, la crescita del reddito reale rimarrà costantemente in ritardo rispetto alla crescita reale della produzione.</p>
<p>E&#8217; comunque importante notare che la dimensione di questo ritardo non dipende solo dall&#8217;ammontare della svalutazione ma dalla quota di importazione nelle spese. Una svalutazione del 10 percento del dollaro rispetto allo yen non riduce il reddito reale degli Stati Uniti del 10 percento &#8211; infatti, riduce solamente approssimativamente il reddito reale degli Stati Uniti solo dello 0.2 percento perché solo circa il 2 percento del reddito Americano è speso in beni prodotti in Giappone.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#3">3)</a>Nell&#8217;esempio nella nota precedente, la svalutazione non avrebbe effetto sul GNP reale, ma il &#8220;command GNP&#8221; sarebbe precipitato del due percento. La scoperta che in pratica il &#8220;command GNP&#8221; è cresciuto all&#8217;incirca velocemente come il GNP reale spinge a dire che eventi come il caso ipotetico della nota sono senza pratica importanza.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#4">4)</a>&#8220;valore aggiunto&#8221; ha un significato preciso, standard, nella contabilità del reddito nazionale: il valore aggiunto di una ditta è il valore in dollari delle sue vendite, meno il valore in dollari dei contributi che acquista dalle altre ditte, e come tale è misurato facilmente. Alcune persone che usano il termine, probabilmente ignorano questa definizione e semplicemente usano &#8220;alto valore aggiunto&#8221; come sinonimo di &#8220;desiderabile.&#8221;</p></blockquote>
<p>Fonte: <a href="http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm">http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm</a></p>
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		<title>Sul mercato del lavoro Letta dichiara &#8211; tecnicamente &#8211; il falso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 08:00:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliano Brancaccio Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4076&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4077" alt="Enrico-Letta1-625x350" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/enrico-letta1-625x350.jpg?w=560&#038;h=313" width="560" height="313" /></p>
<p><strong><em>di Emiliano Brancaccio</em></strong></p>
<p>Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità. Ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi come ad esempio le limitazioni sui contratti a termine, che sono necessarie in una fase economica normale, ma che in una fase di straordinaria recessione come quella l’attuale non sono utili, e per questo è necessaria una minore rigidità» (fonte:<em> Il Sole 24 Ore</em>). Un’argomentazione simile era stata sostenuta poco prima dal ministro del Welfare Enrico Giovannini.</p>
<p><span id="more-4076"></span></p>
<p>Nel giorno della festa dei lavoratori Letta dunque si accoda agli ultimi pasdaran del liberismo, che ripetono da anni la tesi secondo cui una maggiore precarietà dei contratti di lavoro favorirebbe l’efficienza economica e il riassorbimento della disoccupazione. Questa tesi tuttavia è falsa. I test contenuti negli Emplyoment Outlooks 1999 e 2004 dell’OCSE smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione. Inoltre, una rassegna di Tito Boeri e Jan van Ours di tredici ricerche empiriche sul nesso tra tutele del lavoro, occupazione e disoccupazione realizzate tra il 1988 e il 2005 da vari studiosi, rivela che solo una di esse stabilisce che una maggiore flessibilità è correlata a una minore disoccupazione, nove danno risultati indeterminati e tre addirittura indicano che minori tutele del lavoro sono associate a minore occupazione e maggiore disoccupazione (Boeri e van Jours, <em>Economia dei mercati del lavoro imperfetti</em>, Egea 2009).</p>
<p>Ma non è finita qui. <a title="Aumentare la precarietà del lavoro non produce occupazione" href="http://keynesblog.com/2012/02/10/aumentare-la-precarieta-del-lavoro-non-produce-occupazione/" target="_blank">Nel 2006 Olivier Blanchard</a>, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo una disamina dei lavori empirici disponibili mette una pietra tombale sulla questione: “Le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” (<em>Economic policy</em> 2006; per approfondimenti e ulteriori  riferimenti bibliografici rinvio al volume <a title="Mainstream e teorie economiche critiche. Intervista ad Emiliano Brancaccio sul suo nuovo libro “Anti-Blanchard”" href="http://keynesblog.com/2012/07/09/mainstream-e-teorie-economiche-critiche-intervista-ad-emiliano-brancaccio-sul-suo-nuovo-libro-anti-blanchard/" target="_blank">Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia</a>, nella cui appendice statistica è anche riprodotto, con dati aggiornati, il test OCSE sull’incorrelazione tra tutele del lavoro e tassi di disoccupazione).</p>
<p>In definitiva, sugli effetti occupazionali delle tutele del lavoro Letta dichiara tecnicamente il falso, nel senso che tenta di promuovere una modifica della disciplina dei contratti sulla base di relazioni di causa ed effetto che non hanno trovato adeguati riscontri nella letteratura scientifica di questi anni. Per non parlare dell’idea bizzarra, da lui evocata, secondo cui la normativa sul lavoro dovrebbe variare in funzione delle fasi di espansione o recessione della produzione: una sorta di legislazione <em>à la carte</em>, da modificare ogni volta in funzione della congiuntura. Se così fosse, ci troveremmo al cospetto dell’ennesimo colpo sparato su una disciplina dei contratti di lavoro ormai ridotta a colabrodo, che da un punto di vista economico finirebbe al limite per accrescere l’instabilità dell’occupazione e del monte salari, e potrebbe persino arrivare a deprimere i loro già disastrosi andamenti medi.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2013/05/01/sul-mercato-del-lavoro-letta-dichiara-il-falso">http://www.emilianobrancaccio.it/2013/05/01/sul-mercato-del-lavoro-letta-dichiara-il-falso</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/lavoro/'>Lavoro</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/emiliano-brancaccio/'>emiliano brancaccio</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/enrico-letta/'>Enrico Letta</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/flessibilita/'>flessibilità</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mercato-del-lavoro/'>mercato del lavoro</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4076/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4076/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4076&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il programma di Letta: di tutto, di meno</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 08:11:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se ieri sullo scranno del Presidente del Consiglio ci fosse stato Angelino Alfano o Silvio Berlusconi, forse qualche voce in più si sarebbe alzata per dichiarare che il discorso tenuto dal premier alle Camere sembra più un libro dei sogni che un programma di governo. Invece su quella poltrona c&#8217;era Enrico Letta, sicché anche il [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4047&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4048" alt="letta-" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/letta.jpg?w=560"   /></p>
<p>Se ieri sullo scranno del Presidente del Consiglio ci fosse stato Angelino Alfano o Silvio Berlusconi, forse qualche voce in più si sarebbe alzata per dichiarare che il discorso tenuto dal premier alle Camere sembra più un libro dei sogni che un programma di governo. Invece su quella poltrona c&#8217;era Enrico Letta, sicché anche il Partito Democratico ha applaudito e ringraziato.<span id="more-4047"></span></p>
<p>Eppure ciò non toglie che buona parte delle linee programmatiche esposte dal capo del governo appaiono, nella migliore delle ipotesi, irrealizzabili, e ove non lo siano annunciano peggioramenti di non poco rilievo. Il discorso di Letta si muove tutto all&#8217;interno della compatibilità del quadro europeo dato. Un quadro certo in mutazione nelle ultime settimane, con alcuni colpi inferti agli eccessi di austerità da parte dell&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-10/junker-cita-marx-parlamento-154119.shtml?uuid=Abm2NvIH" target="_blank">ex capo dell&#8217;eurogruppo Junker</a>, del <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-23/barroso-europa-chiude-lera-084823.shtml?uuid=AbDLKjpH" target="_blank">presidente della Commissione Barroso</a>, del <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/27/french-minister-attacks-merkel-austerity" target="_blank">governo socialista francese</a>, del commissario agli affari sociali <a href="http://www.sueddeutsche.de/wirtschaft/eu-sozialkommissar-sparen-allein-schafft-kein-wachstum-1.1660992" target="_blank">László Andor</a> e del presidente del parlamento europeo <a href="http://www.dazebaonews.it/primo-piano/item/18104-martin-schulz-siamo-andati-troppo-in-l%C3%A0-con-lausterity" target="_blank">Martin Schulz</a>. Da qui gli accenni del capo dell&#8217;esecutivo italiano alla necessità di puntare sulla crescita e di allentare il rigore. L&#8217;Italia però arriva buon ultima mentre l&#8217;Europa già pensa ad un&#8217;austerità più morbida, che si risolverà in un ritocco cosmetico dell&#8217;ormai insostenibile rigore merkeliano.</p>
<p>Dopo un retorico richiamo all&#8217;orizzonte degli “Stati Uniti d&#8217;Europa”, Letta, lungi dal proporsi come punta di diamante di una svolta nell&#8217;Unione, non rinuncia a ribadire i capisaldi dell&#8217;ideologia che ha guidato l&#8217;azione del governo Monti e in generale quella dei governi dell&#8217;eurozona. In primo luogo, per il premier, qualsiasi azione di stimolo all&#8217;economia non deve creare maggiore debito pubblico perché esso “grava come una macina sulle generazioni presenti e future”. Ma sulle generazioni presenti e future grava molto di più l&#8217;azione messa in campo dal suo predecessore, che pure loda: “il grande sforzo di Monti è stata la premessa della crescita”. Né si capisce come sia possibile stimolare l&#8217;economia riducendo la spesa pubblica, <a title="L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni" href="http://keynesblog.com/2013/04/29/leconomia-pre-keynesiana-del-ministro-saccomanni/" target="_blank">come annunciato dal Ministro Saccomanni</a>, visto che <a title="Toh, chi si rivede! Il moltiplicatore keynesiano" href="http://keynesblog.com/2012/10/17/moltiplicatore-piga/" target="_blank">le più recenti ricerche</a> confermano il risultato keynesiano secondo il quale il moltiplicatore della spesa pubblica è decisamente maggiore di quello della riduzione delle imposte. Per di più, Letta ha sostenuto che il deficit di bilancio spaventerebbe i mercati, facendo aumentare i tassi di interesse, quando ormai è del tutto evidente che lo <em>spread</em> segue <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2013/04/29/il-primo-errore-logico-di-letta/" target="_blank">logiche ben differenti</a> e i mercati guardano <a title="Sale lo spread, ma non solo per l’Italia. I mercati “guardano le carte” di Mario Draghi" href="http://keynesblog.com/2013/02/05/sale-lo-spread-ma-non-solo-in-italia-i-mercati-guardano-le-carte-di-mario-draghi/" target="_blank">molto più alla BCE</a> che a Palazzo Chigi.</p>
<p>L&#8217;Italia, peraltro, non ha mai avuto un problema immediato di solvibilità, <a title="Il debito italiano è sostenibile. Mai rischiato il fallimento" href="http://keynesblog.com/2012/12/20/il-debito-italiano-e-sostenibile-mai-rischiato-il-fallimento/" target="_blank">come la stessa Commissione europea ha certificato</a>. Ma con lo spauracchio del default imminente e della crescita dell&#8217;ormai famigerato <em>spread</em>, <a title="Come lo spread è stato usato per imporre l’austerità" href="http://keynesblog.com/2013/02/14/come-lo-spread-e-stato-usato-per-imporre-lausterita/" target="_blank">sono state imposte al paese</a> politiche che non favoriscono la crescita né per l&#8217;oggi né per il domani, essendo una versione drastica di quelle che il paese ha subito dal 1992 e in particolare nell&#8217;ultimo decennio. E nel solco di queste politiche Letta sembra muoversi, quando ad esempio parla di “ridurre le restrizioni ai contratti a termine”, come chiede a gran voce Confindustria. Obiettivo, questo, in palese contraddizione con quello, pure enunciato, di puntare sui contratti a tempo indeterminato.</p>
<p>Il premier assume come priorità la cancellazione dell&#8217;IMU sulla prima casa, un caposaldo della propaganda berlusconiana, la cancellazione dell&#8217;aumento dell&#8217;IVA, ma anche la soluzione del problema esodati. Non è tuttavia dato di sapere dove le risorse verranno reperite, visto l&#8217;obbligo di non accumulare ulteriore debito. Il rischio, secondo molti, è che alla fine la soluzione sarà un ulteriore aggravio dell&#8217;imposizione fiscale sui redditi.</p>
<p>Infine, nel libro dei sogni governativo, trova anche spazio un&#8217;altra misura estremamente costosa: il reddito minimo. Ma nella versione lettiana esso sarebbe limitato alle “famiglie bisognose con figli piccoli”, perdendo qualsiasi carica innovativa di strumento corrisposto su base individuale per favorire l&#8217;autodeterminazione dei giovani ed in generale di chi è in cerca di lavoro. Sul reddito minimo <a title="Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco" href="http://keynesblog.com/2012/12/28/reddito-minimo-o-minimi-salariali-il-caso-tedesco/" target="_blank">si possono nutrire molti dubbi</a>, ma la formula di Letta sembra più l&#8217;ennesimo strumento di welfare residuale, piuttosto che una misura universalistica. Nel novero delle proposte c&#8217;è anche un&#8217;ulteriore estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori precari.</p>
<p>Che quelli di Letta siano poco più che auspici lo dice del resto la matematica. Se il governo dovesse davvero attuare quanto promesso, sommando le varie voci di spesa e i mancati introiti si arriverebbe alla cifra di circa 20-25 miliardi di euro all&#8217;anno. Difficili da reperire in pareggio di bilancio senza nuove imposte o tagli ad altre spese.</p>
<p>Insomma, il programma del nuovo governo (“musica per le nostre orecchie”, l&#8217;ha definito Alfano), si caratterizza per scarsa ambizione, numerose contraddizioni, nessun numero o copertura, e persino qualche passo indietro, in tema di lavoro, rispetto a quanto realizzato dal governo Monti.</p>
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		<title>L&#8217;economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni</title>
		<link>http://keynesblog.com/2013/04/29/leconomia-pre-keynesiana-del-ministro-saccomanni/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 08:40:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d&#8217;Italia, è il nuovo ministro dell&#8217;Economia del governo presieduto da Enrico Letta.  Ancora nel novembre 2011, quando il governo Monti si insediava e il mondo accademico già si interrogava sull&#8217;inefficacia della cosiddetta &#8220;austerità espansiva&#8221;, Saccomanni sosteneva in una conferenza stampa a Parigi che &#8220;le misure di austerity più che [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4031&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4039" alt="saccomanni" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/chi-e-fabrizio-saccomanni-ministro-dell-economia_h_partb.jpg?w=560&#038;h=335" width="560" height="335" /></p>
<p><strong>Fabrizio Saccomanni</strong>, direttore generale della Banca d&#8217;Italia, è il nuovo ministro dell&#8217;Economia del governo presieduto da Enrico Letta. <br />
<span id="more-4031"></span></p>
<p>Ancora nel novembre 2011, quando il governo Monti si insediava e il mondo accademico già si interrogava sull&#8217;inefficacia della cosiddetta &#8220;austerità espansiva&#8221;, Saccomanni sosteneva <a href="http://it.reuters.com/article/idITL5E7MM10220111122" target="_blank">in una conferenza stampa a Parigi </a>che &#8220;le misure di austerity più che causare una recessione, spingerebbero la crescita attraverso una riduzione dei tassi di interesse in tutti i settori dell&#8217;economia.&#8221;</p>
<p>Non si tratta di un&#8217;affermazione nuova. E&#8217;, in effetti, la conseguenza di un ben preciso modello,  <em>in auge</em> prima di Keynes: la cosiddetta &#8220;<a title="La spending review e il “punto di vista del Tesoro”" href="http://keynesblog.com/2012/08/08/la-spending-review-e-il-punto-di-vista-del-tesoro/" target="_blank"><strong>Treasury view</strong></a>&#8220;, il punto di vista del Tesoro.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/08/screenshot2.png"><img class="aligncenter  wp-image-2021" alt="screenshot2" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/08/screenshot2.png?w=336&#038;h=228" width="336" height="228" /></a></p>
<p>Secondo questo modello, un aumento della spesa pubblica provocherebbe un conseguente incremento dei tassi di interesse. Le imprese avrebbero quindi maggiore difficoltà a finanziarsi e ciò provocherebbe una maggiore recessione. Al contrario, la riduzione della spesa pubblica &#8211; sostenevano i pre-keynesiani e sostiene Saccomanni &#8211; farebbe calare il tasso d&#8217;interesse e questo riporterebbe l&#8217;economia in equilibrio, favorendo la crescita del settore privato.</p>
<p>Queste conclusioni sono però errate perché errate sono le premesse. Non è vero cioè che il tasso d&#8217;interesse equilibra domanda e offerta di capitali,  investimento e risparmio. Questo sarebbe ammissibile se il denaro fosse una merce, se cioè la moneta fosse &#8220;neutra&#8221;, ma in una economia monetaria il tasso d&#8217;interesse (bancario) è invece determinato da altri fattori, in particolare la politica monetaria della banca centrale (il tasso di sconto al quale essa rifinanzia le banche commerciali) e la propensione al rischio delle banche stesse, che a sua volta è influenzata dalle aspettative generali sull&#8217;economia, le quali certo non migliorano, come abbiamo visto, con l&#8217;austerità, poiché essa, riducendo i redditi, rende più difficile il rimborso dei prestiti.</p>
<p>Non c&#8217;è neppure bisogno di uscire dal <em>mainstream</em> per criticare le conclusioni di Saccomanni. Il modello <a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/10/09/is-lmentary/" target="_blank">IS-LM</a> che ogni studente di economia affronta al primo anno è sufficiente per dire che, durante una crisi, non solo il tasso d&#8217;interesse non è influenzato dalla spesa pubblica ma che quest&#8217;ultima è l&#8217;unico strumento che rimane data l&#8217;inefficacia della politica monetaria.</p>
<p>Saccomanni, in definitiva, appare ancorato ad assunzioni e modelli ortodossi superati già 80 anni fa ma, purtroppo, mai abbandonati definitivamente.</p>
<p>Il neoministro sembra non aver rivisto la fallace impostazione del 2011. In un <a href="http://www.repubblica.it/politica/2013/04/28/news/saccomanni_un_grande_patto_per_l_italia_meno_tasse_e_pi_crescita_tagli_alla_spesa-57598712/" target="_blank">colloquio con Repubblica</a> il giorno della sua nomina è tornato a ribadire che, attraverso i tagli alla spesa pubblica, i tassi scenderanno, addirittura prevedendo uno spread a soli 100 punti. E a invocare quella che ironicamente Krugman chiama &#8220;la fatina della fiducia&#8221;.</p>
<p>Alle dichiarazioni programmatiche di Saccomanni fa da contraltare <strong>Giuliano Amato</strong>, al quale non è sfuggito il fragore del <a title="Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff" href="http://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/" target="_blank">crollo dei fondamenti teorici dell&#8217;austerità</a>. In un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-28/circolo-vizioso-rigore-081026.shtml?uuid=AbE9JBrH" target="_blank">articolo sul Sole 24 Ore</a>,  l&#8217;ex premier nota che la strategia del rigore ha fallito anche in Italia e che una significativa riduzione della spesa, auspicata da Saccomanni, è già avvenuta:</p>
<p style="padding-left:30px;"><em>Nel testo che ha depositato alla Camera sul DEF 2013, la Corte dei Conti nota che <strong>la spesa pubblica al netto degli interessi si è ridotta nell&#8217;ultimo triennio di quasi il 2 per cento</strong>, contro un aumento di circa il 10 nel triennio 2007-2009. Un risultato in sé straordinario, che tuttavia &#8211; aggiunge la Corte &#8211; «non si è tradotto in alcuna riduzione della spesa totale sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». Mentre le entrate, nonostante l&#8217;abnorme pressione esercitata sui contribuenti, «sono risultate inferiori per poco meno di 30 miliardi alla stima avanzata nel Def della primavera 2012». Che cosa è successo? <strong>Ha ceduto il Pil e lo sforzo di ridurre il debito rispetto a esso comprimendo spese e aumentando entrate è sempre meno efficace</strong>. </em></p>
<p>Dalle prime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Letta circa la necessità di allentare l&#8217;austerità, si poteva sperare in qualche cambiamento di rotta rispetto all&#8217;esecutivo precedente. Ma la scelta del titolare del dicastero dell&#8217;Economia sembra al momento denotare un avvitamento della politica italiana in un paradigma obsoleto e incapace di dare risposte nella crisi attuale, come già accadde nella Grande Depressione degli anni &#8217;30 del Novecento.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Stati disuniti d&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 09:26:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Gustav Horn]]></category>
		<category><![CDATA[PIIGS]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Gustav Horn, presidente dell&#8217;Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung della  Hans-Böckler-Stiftung (vicino ai sindacati), sulla progressista Die Zeit propone una riflessione sul meccanismo profondamente sbagliato alla base della moneta unica: la concorrenza fra stati [da Voci dalla Germania]. di Gustav Horn Gli stati in Europa dovranno essere come le imprese: più economici, in continuo miglioramento e sempre più competitivi. [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4023&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b><img class="alignleft size-full wp-image-4024" alt="Horn" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/horn.jpg?w=560"   /></b><strong>Gustav Horn, presidente dell&#8217;Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung della  <a href="http://www.boeckler.de/index.htm" target="_blank">Hans-Böckler-Stiftung</a> (vicino ai sindacati), sulla progressista <a href="http://www.zeit.de/wirtschaft/2013-04/europa-waehrungsunion-wettbewerb" target="_blank">Die Zeit </a>propone una riflessione sul meccanismo profondamente sbagliato alla base della moneta unica: la concorrenza fra stati </strong>[da Voci dalla Germania]<strong>.</strong></p>
<p><span id="more-4023"></span></p>
<p><em><strong>di Gustav Horn</strong></em></p>
<p>Gli stati in Europa dovranno essere come le imprese: più economici, in continuo miglioramento e sempre più competitivi. Questo pensiero economico sta distruggendo l&#8217;Europa.</p>
<p>La crisi della zona Euro sembra non avere fine. Perché la zona Euro nonostante gli enormi sforzi di tutti i paesi membri non si è ancora stabilizzata?</p>
<p>La risposta è semplice. Perché le soluzioni proposte sono ampiamente inefficaci. Solo l&#8217;annuncio di un acquisto illimitato di titoli di stato da parte della BCE è riuscito a calmare un po&#8217; la situazione. Tutto il resto, almeno nel breve periodo, non ci aiuta molto, o addirittura può risultare dannoso. E nel frattempo il consenso politico per l&#8217;Euro viene meno. Questo processo affonderà la moneta unica &#8211; se tali sviluppi non saranno fermati.</p>
<p>L&#8217;errore di fondo, commesso in particolar modo dalla Germania, è stato una concezione dell&#8217;unione monetaria completamente sbagliata. Il governo federale ha interpretato l&#8217;unione monetaria &#8211; lo stesso hanno fatto i governi che l&#8217;hanno preceduto &#8211; come una comunità di stati fondata sulla concorrenza. In questa competizione i singoli paesi devono mostrarsi capaci di sopravvivere per poter restare legittimi membri dell&#8217;unione monetaria. Secondo tale prospettiva ogni paese dovrà adottare un proprio modello di business. Per alcuni &#8211; come a Cipro &#8211; il modello sarà basato su di una bassa tassazione ed una regolamentazione meno severa &#8211; a spese di altri paesi nell&#8217;unione monetaria. Un altro modello di business potrebbe essere fondato sulla moderazione salariale e lo smantellamento dei sistemi di sicurezza sociale al fine di raggiungere una maggiore competitività. Ma ciò sta portando ad una forte avversione dei cittadini verso l&#8217;Euro. E ciò non aiuta. Al contrario: le misure adottate hanno spinto la zona Euro in una dura recessione in cui né la disoccupazione né i debiti pubblici potranno essere ridotti in tempi prevedibili.</p>
<p>Cosa possiamo imparare da tutto questo? Primo: una politica economica fondata esclusivamente su di un miglioramento delle condizioni sul lato dell&#8217;offerta, in una situazione economica con bassa domanda, è destinata a fallire. Senza una domanda sufficiente nessuna impresa potrà imporsi, indipendentemente da quanto economiche saranno le sue produzioni. Questo punto di vista si diffonde gradualmente anche fra i governi della zona Euro. Anche per questo &#8211; in maniera più o meno timida &#8211; sono stati messi in campo dei programmi per aumentare la domanda.</p>
<p>Il secondo insegnamento è tuttavia ancora più fondamentale. È stato un errore trasferire all&#8217;interno di una unione monetaria composta da stati sovrani il modello privato fondato sulla concorrenza. Mentre la concorrenza fra imprese porta a risultati macroeconomici desiderabili, quella fra stati è improduttiva o addirittura dannosa. Il motivo è semplice: quando le aziende si fanno concorrenza, nascono nuovi prodotti e modi di produrre più efficienti &#8211; quindi nuove fonti di ricchezza. Se invece gli stati entrano in concorrenza fra di loro, la ricchezza viene distrutta.</p>
<p>Questo è nella natura della concorrenza. Dove questa esiste, deve essere possibile il fallimento. Le imprese fallite scompaiono dal mercato. La concorrenza può acquisirne i clienti e creare nuovi posti di lavoro. Gli stati falliti restano, e soprattutto gli uomini che li abitano. Vivranno con un benessere sensibilmente inferiore. Inoltre, per evitare una destabilizzazione politica avranno bisogno di essere alimentati finanziariamente dagli altri stati.</p>
<p>è chiaro che nella competizione fra paesi non potrà esserci nessun vincitore netto. perché i vincitori molto probabilmente dovranno sostenere finanziariamente i perdenti, fatto che non potrebbe mai accadere nel caso della concorrenza nel settore privato.</p>
<p>Ai sostenitori della concorrenza fra paesi resta un solo argomento. E concerne uno sviluppo economico relativamente dinamico realizzato grazie agli investimenti e all&#8217;export di imprese altamente redditizie, attratte grazie ad un basso costo della manodopera, ad una limitata regolamentazione e ad una bassa pressione fiscale. Suona bene all&#8217;inizio, ma potrebbe rivelarsi illusorio.</p>
<p>Alla fine ci perdono tutti.</p>
<p>Perché questa concorrenza è caratterizzata da un&#8217;elevata pressione: per mantenere un vantaggio competitivo e trattenere le imprese, le aliquote fiscali devono restare necessariamente basse. In questo modo anche la base imponibile degli stati vincitori si erode costantemente. Ciò diventa evidente ad esempio con il degrado delle infrastrutture, per le quali a causa del calo delle entrate non ci sarà più denaro. Le opportunità di impiego e di crescita scompaiono. Anche il presunto vincitore finisce per perdere.</p>
<p>Tutto questo avviene sotto i nostri occhi. Gli stati perdenti come Cipro, la Grecia, il Portogallo, l&#8217;Irlanda e gli altri barcollano insieme ai loro fallimentari modelli di business. Sono finiti in un abisso economico e dovranno essere supportati dagli altri stati membri. I vincitori, si crogiolano ancora nel presunto successo. Le loro infrastrutture pubbliche stanno però soffrendo, le casse pubbliche sono vuote. Ogni cliente delle ferrovie pubbliche sa di cosa sto parlando. Così il futuro economico è sprecato sull&#8217;altare di un&#8217;ideologia che ha elevato la concorrenza fra paesi a leit motiv della politica economica.</p>
<p>La procedura corretta sarebbe stata al contrario una maggiore coordinazione della politica economica europea. È necessario un quadro di politica fiscale comune per tutti gli stati membri ed una minore concorrenza fiscale. La concorrenza dovrebbe essere lasciata alle imprese, altrimenti alla fine avremo solo dei perdenti.</p>
<p><em>da <a href="http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/04/kein-wettbewerb-bitte.html" target="_blank">Voci dalla Germania</a></em></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/euro/'>euro</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/germania/'>Germania</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/gustav-horn/'>Gustav Horn</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/piigs/'>PIIGS</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/unione-europea/'>Unione europea</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4023/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4023/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4023&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Inflazione e moneta (6). Bibliografia</title>
		<link>http://keynesblog.com/2013/04/23/inflazione-e-moneta-6-bibliografia/</link>
		<comments>http://keynesblog.com/2013/04/23/inflazione-e-moneta-6-bibliografia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 15:33:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[moneta endogena]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria economica]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei prossimi giorni raccoglieremo la serie di articoli sulla Teoria della Moneta Endogena in un unico PDF da scaricare. Nel frattempo pubblichiamo una web/bibliografia. Le precedenti puntate sono qui di seguito linkate: La Teoria Quantitativa della Moneta A cosa è dovuta l’inflazione? Domanda e offerta di moneta La Teoria della Moneta Endogena Le Banche Centrali e la Teoria della [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4019&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nei prossimi giorni raccoglieremo la serie di articoli sulla Teoria della Moneta Endogena in un unico PDF da scaricare. Nel frattempo pubblichiamo una web/bibliografia.</strong></p>
<p>Le precedenti puntate sono qui di seguito linkate:</p>
<ol>
<li><strong><a title="Permalink a Inflazione e moneta. (1) La Teoria Quantitativa della Moneta" href="http://keynesblog.com/2013/03/18/inflazione-e-moneta-endogena-1-la-teoria-quantitativa-della-moneta/" target="_blank" rel="bookmark">La Teoria Quantitativa della Moneta</a></strong></li>
<li><strong><a title="Permalink a Inflazione e moneta. (2) A cosa è dovuta l’inflazione?" href="http://keynesblog.com/2013/03/19/inflazione-e-moneta-endogena-2-a-cosa-e-dovuta-linflazione/" target="_blank" rel="bookmark">A cosa è dovuta l’inflazione?</a></strong></li>
<li><strong><a title="Permalink a Inflazione e moneta. (3) Domanda e offerta di moneta" href="http://keynesblog.com/2013/03/21/inflazione-e-moneta-endogena-3-domanda-e-offerta-di-moneta/" target="_blank" rel="bookmark">Domanda e offerta di moneta</a></strong></li>
<li><strong><a title="Permalink a Inflazione e moneta. (4) La Teoria della Moneta Endogena" href="http://keynesblog.com/2013/03/25/inflazione-e-moneta-4-la-teoria-della-moneta-endogena/" target="_blank" rel="bookmark">La Teoria della Moneta Endogena</a></strong></li>
<li><strong><a title="Permalink a Inflazione e moneta. (5) Le Banche Centrali e la Teoria della Moneta Endogena" href="http://keynesblog.com/2013/03/26/inflazione-e-moneta-5-le-banche-centrali-e-la-teoria-della-moneta-endogena/" target="_blank" rel="bookmark">Le Banche Centrali e la Teoria della Moneta Endogena</a></strong></li>
</ol>
<p>Ringraziamo per i consigli e suggerimenti sul tema <strong>Marco Passarella</strong>, <strong>Hervé Baron</strong> e <strong>Andrea Terzi</strong></p>
<p>Per una esposizione didattica dell&#8217;approccio della moneta endogena abbiamo in particolar modo attinto a:</p>
<ul>
<li>Lavoie M., <em>A primer on endogenous credit-money</em> [<a href="http://aix1.uottawa.ca/~robinson/Lavoie/Courses/2007_ECO6183/childguide4.pdf" target="_blank">link</a>]</li>
<li>Passarella M., <em>Dispense sul circuito monetario </em>[<a href="http://www.unibg.it/dati/corsi/6481/44990-Circuito%20(3).pdf" target="_blank">link</a>]</li>
<li>Terzi A., <em>Appunti di Economia Monetaria</em>, EDUCatt, 2012 [<a href="http://www.cattolicanews.it/libri-appunti-di-economia-monetaria-stock-di-moneta-flussi-monetari-tassi-d-interesse-e-saldi-finanziari" target="_blank">link</a>]</li>
</ul>
<p><span id="more-4019"></span></p>
<p>Consigliamo inoltre:</p>
<p><strong>Risorse in rete</strong></p>
<ul>
<li>Cavalieri, Duccio, <em>Il circuito della moneta e il finanziamento dell&#8217;economia. Un&#8217;analisi teorica</em> [<a href="http://www.dse.unifi.it/cavalieri/Articles/CIRCUITO.pdf" target="_blank">link</a>]</li>
<li>Brancaccio Emiliano, Fontana Giuseppe, <a href="http://cje.oxfordjournals.org/content/early/2012/08/02/cje.bes028.abstract?keytype=ref%2520%3Chttp%3A%2F%2Fcje.oxfordjournals.org%2Fcgi%2Fcontent%2Fabstract%2Fbes028%3Fijkey%3Dlt1f76zisiuFazb&amp;keytype=ref%3E&amp;ijkey=lt1f76zisiuFazb">“Solvency rule” versus “Taylor rule”</a><a href="http://cje.oxfordjournals.org/content/early/2012/08/02/cje.bes028.abstract?keytype=ref%2520%3Chttp%3A%2F%2Fcje.oxfordjournals.org%2Fcgi%2Fcontent%2Fabstract%2Fbes028%3Fijkey%3Dlt1f76zisiuFazb&amp;keytype=ref%3E&amp;ijkey=lt1f76zisiuFazb">. An alternative interpretation of the relation between monetary policy and the economic crisis</a>, 2012, Cambridge Journal of Economics. doi: 10.1093/cje/bes028.</li>
<li>Brancaccio E., <em>Un modello di teoria monetaria di produzione capitalistica, </em>Il pensiero economico italiano XIII/2005 [<a href="http://sinistrainrete.info/pdf/Brancaccio:%20Un_modello_di_teoria%20monetaria.pdf" target="_blank">link</a>]</li>
<li>Ferrara Ferdinando , <em>Moneta endogena, disponibilità di credito e preferenza per la liquidità</em>, in Studi e note di economia MPS, 1/98 [<a href="http://www.mps.it/NR/rdonlyres/B7F8B85E-B84F-4D67-B22E-AF8E1E9E1523/34396/g6_ferrara.pdf" target="_blank">link</a>]</li>
<li>Leijonhufvud, Axel <em>The Wicksell Connection: Variation on a Theme</em>. UCLA, 1979. [<a href="http://www.econ.ucla.edu/workingpapers/wp165.pdf" target="_blank">link</a>]</li>
</ul>
<p>Riportiamo infine una bibliografia estesa tratta dal blog Social Democracy for 21st Centory [<a href="http://socialdemocracy21stcentury.blogspot.it/2012/04/endogenous-money-bibliography.html" target="_blank">link</a>]</p>
<p><strong>Libri</strong></p>
<p>Arestis, P. and Sawyer M. (eds). 2006. <i>A Handbook of Alternative Monetary Economics</i>, Edward Elgar, Cheltenham, UK and Northampton, Mass.</p>
<p>Fontana, G. 2009. <i>Money, Uncertainty and Time</i>, Routledge, London and New York.</p>
<p>Graziani, Augusto. 2003. <i>The Monetary Theory of Production</i>, Cambridge University Press, Cambridge.  [Anteprima su <a href="http://books.google.com.br/books?id=3oMD5qGtgAkC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=pt-BR&amp;source=gbs_ge_summary_r&amp;cad=0#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">Google books</a>]</p>
<p>Kaldor, N. 1982. <i>The Scourge of Monetarism</i>, Oxford University Press, Oxford and New York.</p>
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		<title>Quando Napolitano era contro l&#8217;euro</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 09:29:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; già circolato in rete, ma ci pare di attualità proporre ai nostri lettori l&#8217;intervento dell&#8217;allora deputato del PCI Giorgio Napolitano in occasione dell&#8217;ingresso dell&#8217;Italia nel Sistema Monetario Europeo. Era il 13 dicembre 1978 e Napolitano, intervenendo a nome del gruppo comunista, illustrava la contrarietà del PCI al sistema dal quale sarebbe poi nata la [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4008&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><strong>E&#8217; già circolato in rete, ma ci pare di attualità proporre ai nostri lettori l&#8217;intervento dell&#8217;allora deputato del PCI Giorgio Napolitano in occasione dell&#8217;ingresso dell&#8217;Italia nel Sistema Monetario Europeo. Era il 13 dicembre 1978 e Napolitano, intervenendo a nome del gruppo comunista, illustrava la contrarietà del PCI al sistema dal quale sarebbe poi nata la moneta unica con argomentazioni largamente coincidenti con quelle di quanti, oggi come allora, ritengono l&#8217;Euro una costruzione intrinsecamente insostenibile.</strong><br />
<span id="more-4008"></span></p>
<p><strong><em>di Giorgio Napolitano</em></strong></p>
<p>Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo tutti consapevoli, credo, del significato e della difficoltà di questo dibattito. E&#8217; in gioco una decisione  importante, rispetto alla quale i pareri sono discordi, mentre vengono alla luce modi diversi di concepire lo sviluppo della Comunità europea e di intendere la presenza e il ruolo dell’Italia in seno alla Comunità.</p>
<p>Ma, se c’è un paese in cui la discussione attorno a questi problemi, attorno ai problemi suscitati dalla proposta di accordo monetario europeo, avrebbe potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi, senza essere alterata e deviata da contrapposizioni ideologiche e da manovre politiche, questo paese, onorevoli colleghi, è il nostro.</p>
<p>In Italia, infatti, tra i partiti democratici, tra le forze fondamentali della nostra società e nello spirito pubblico non circolano pregiudizi antieuropeistici; non operano né tradizioni di isolamento, più o meno splendido, dal resto dell’Europa, né presunzioni di grandezza nazionale. Le tendenze nazionalistiche, sfruttate ed esasperate dal fascismo, e quindi travolte nel suo disastro, non sono risorte, neppure come vaghe correnti di opinione, anche grazie alla linea cui si sono ispirate tutte le forze democratiche italiane.</p>
<p>Non è meno importante il fatto che, pur muovendo da posizioni diverse, tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della Costituzione, si siano via via riconosciute anche nei valori dell’europeismo democratico, liberati dalle distorsioni e dagli strumentalismi del periodo della guerra fredda; si siano riconosciute nel difficile sforzo di costruzione di un’Europa comunitaria realmente ancorata a principi di solidarietà, di progresso sociale, di cooperazione internazionale e di pace.</p>
<p>Che in questo sforzo si considerino pienamente impegnati tutta la sinistra e il movimento operaio &#8211; come dimostra la loro adesione senza riserve alla scelta dell’elezione diretta del Parlamento europeo &#8211; è un fatto che differenzia in non lieve misura la situazione italiana da quella inglese o francese. E&#8217; un punto di forza per il nostro paese sul piano internazionale, un punto di forza che solo polemiche pretestuose ,ed irresponsabili possono oggi tendere ad oscurare.</p>
<p>Nello stesso tempo, non può non considerarsi una naturale manifestazione di vitalità democratica e di ricchezza politica e culturale la dialettica di posizioni che si esprime &#8211; nell’ambito di una comune scelta europeistica &#8211; tra diverse valutazioni dell’esperienza comunitaria e diverse concezioni dell’azione &#8211; da condurre in seno alla Comunità. La discussione attorno al progetto di sistema monetario europeo avrebbe dunque, onorevoli colleghi, potuto svolgersi in Italia in termini del tutto obiettivi. E così è stato, nel complesso, sino ad alcune settimane fa: nonostante le disparità di opinioni, si è discusso a lungo, e a più riprese, nel Parlamento e sulla stampa, tra i rappresentanti dei partiti di maggioranza ed il Governo, tra gli specialisti di ogni tendenza, all’interno del mondo economico e sindacale, entrando nel merito dei problemi, nel concreto delle proposte avanzate e delle loro implicazioni, della trattativa in corso e della linea da seguire in tale trattativa e dei risultati che via via si ottenevano.</p>
<p>Oggi, nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura. Su di esse tornerò più avanti. Mi limito ora a rillevare che queste forzature sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario.</p>
<p>Il Presidente del Consiglio ha dato atto, nel suo discorso di ieri mattina che né prima né dopo il vertitce di Bruxelles sono state fatte verso il sistema monetario di cui stiamo discutendo eccezioni mosse da riserve europeiste o da contrarietà alla creazione di un sistema monetario come tale. Non si può, invece, negare ,che le pessioni in senso opposto le la scelta conclusiva siano state viziate da schemi e da calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.</p>
<p>Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, signor Presidente, di ripartire dalla posizione assunta da noi comunisti di fronte al vertice di Brema, di fronte alle indicazioni scaturite nel luglio scorso da quella riunione dei capi di Governo della CEE. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio del processo di integrazione e di maggiore solidarietà, per far fronte ad una crisi di portata mondiale, per accelerare lo sviluppo delle economie europe e combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione. Non negamno l’esigenza di realizzare, a questo fine, anche una maggiore stabilità nei cambi, non esprimemmo alcuna pregiudiziale negativa nei confronti dell’idea di un nuovo sistema monetario europeo.</p>
<p>Ponemmo invece il problema della relazione tra uno sforzo inteso a conseguire una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e lo sforzo inteso ad avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei paesi della Comunità in funzione di obiettivi chiari di crescita, di riequilibrio, di progresso sociale. Ponemmo in questo senso il problema delle condizioni in cui il nuovo sistema monetario europeo avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale l’Italia avrebbe potuto aderire fiin dall’iniizio.</p>
<p>E&#8217; un fatto, signor Presidente del Consiglio, che quindi ci riconoscemmo nelle condizioni formulate dal Governo italiano e illustrate alla Camera dal ministro del tesoro nella seduta del 10 ottobre, e valutammo via via l’andamento del negoziato in rapporto a quelle condizioni. Su di esse sembrarono concordare tutti i partiti della maggioranza; ma mentre alcuni hanno poi finito per discostarsene nei loro giudizi, è ancora ad esse che noi ciriferiamo nel valutare le conclusioni raggiunte a Bruxelles e la decisione a cui ieri è pervenuto il Presidente del Consiglio.</p>
<p>Consideriamo non seria &#8211; mi si consenta di dirlo &#8211; la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di una attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea (e non sortire un effetto contrario), contribuire a una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico.</p>
<p>Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto &#8211; cito parole e concetti del ministro del tesoro e del governatore della Banca d’Italia &#8211; &#8220;Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale, sull’avvenire e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea e sulle condizioni dei singoli paesi&#8221;.</p>
<p>E come condizione perché il nuovo sistema risultasse realistico e duraturo si indicò uno sforzo volto a contemperare le esigenze di rigore che un sistema di cambi deve necessariamente avere con la realtà della Comunità, che presenta situazioni fortemente differenziate; e in modo particolare si sollecitò una flessibilità del sistema tale da accompagnare senza sussulti il cammino del rientro dell’Italia verso condizioni economiche generali e, più in particolare, verso condizioni di inflazione prossime a quelle dei paesi più forti.</p>
<p>Gli interessi della costruzione comunitaria e gli interessi dell’Italia si sono cioè presentati come strettamente intrecciati tra loro.</p>
<p>Ma, ciononostante, le condizioni poste da parte itaiiana sono state in notevole misura disattese, e i rischi paventati e indicati dai nostri negoziatori e da tanti osservatori obiettivi, da tanti studiosi ed esperti, rimangono sostanzialmente in piedi.</p>
<p>Ella, onorevole Andreotti, ha dato invece nel suo discorso di ieri un apprezzamento largamente positivo dei risultati ottenuti, e non ha parlato più dei rischi. Ma l’apprezzamento positivo, punto per punto, strideva, me lo consenta, con il suo stesso giudizio complessivo, secondo cui la riunione di Bruxelles ha solo in parte soddisfatto le aspettative, dando l’impressione che si dimensionassero sia la suggestiva cornice di Brema, sia taluni propositi di concreta solidarietà che erano apparsi realistici nella fase preparatoria.</p>
<p>Inoltre, mentre su alcuni punti è apparsa corretta la valorizzazione, che noi non contestiamo, dei risultati conseguiti (la possibilità per la lira di oscillare nella misura del 6 per cento anziché del 2,25 per cento; le disponibilità di quello che poi diventerà il Fondo monetario europeo; alcuni aspetti del funzionamento dei meccanismi di credito), nella sua esposizione, onorevole Andreotti, non sono stati però presentati nella loro effettiva e cruda realtà i punti più negativi delle conclusioni di Bruxelles.</p>
<p>Così, per quel che riguarda gli accordi di cambio in senso stretto, si è teso quasi a far credere che si sia ottenuta una equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento o, come si dice, una simmetria degli obblighi di intervento, tra paesi a moneta forte e paesi a moneta debole, in caso di allontanamento dai tassi di cambio iniziali e di avvicinamento al margine estremo di oscillazione consentito.</p>
<p>Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, quella sostituzione &#8211; che può apparire innocuamente bizantina dell’avverbio &#8220;eccezionalmente&#8221; con l’espressione &#8220;in presenza di circostanze speciali&#8221;, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità.</p>
<p>E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.</p>
<p>E ben strano, mi si consenta, che di questo rischio, così presente nelle dichiarazioni del rappresentante del Governo il 10 ottobre alla Camera e il 26 ottobre al Senato, non si parli più nel momento in cui si propone l’adesione immediata, alle attuali condizioni, dell’Italia al sistema monetario europeo.</p>
<p>Non voglio ripetere le considerazioni già svolte puntualmente dal collega Spaventa sui motivi che giustificano e impongono un particolare sforzo del nostro paese per conseguire un più alto tasso di crescita, e sul rischio che invece i vincoli del sistema monetario, quale è stato congegnato, producano effetti opposti.</p>
<p>Ma desidero sottolineare che nulla ci è stato detto per confutare analisi come quella citata dal collega Spaventa secondo cui, di fronte ad una tendenza alla rapida svalutazione della lira rispetto al marco, che discende dallo scarto attualmente così forte tra tasso di inflazione italiano e tedesco, le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive. Il rischio è comunque quello di dissipare i risultati conseguiti negli ultimi due anni in materia di attivo della bilancia dei pagamenti e delle riserve, quei risultati di cui anche il cancelliere Schmidt, con un giudizio politicamente significativo, ha nei giorni scorsi messo in luce il valore. I1 rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.</p>
<p>Questi rischi erano tanto presenti al Governo e ai suoi rappresentanti nel negoziato per il sistema monetario che essi non solo avevano richiesto garanzie &#8211; in materia di accordi di cambio &#8211; ben più consistenti di quelle che si sono ottenute, ma avevano posto, come una delle condizioni non scambiabili con altre, quella del trasferimento di risorse e dalla revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle, economie meno prospere.</p>
<p>Si disse che andava così compensata la più rigida disciplina economica, comunque implicita nel sistema monetario, e che occorreva procedere simultaneamente nelle diverse direzioni.</p>
<p>Mi pare che si tentasse di evitare che quella che il Presidente dal Consiglio ha ieri definito &lt;la suggestiva cornice di Brema&gt;, restasse solo una cornice e per di più ridimensionata. Da questo punto di vista, le cose sono andate purtroppo nel modo più deludente &#8211; non è giusto nascondercelo &#8211; per i limiti posti sia all’ammontare dei nuovi prestiti disponibili per l’Italia e l’Irlanda, sia alla misura (non più dd 3 per cento) degli abbuoni di interesse, sia all’utilizzazione dei prestiti stessi, con l’esclusione di qualsiasi progetto per lo sviluppo industriale (per quel ci riguarda nel Mezzogiorno) e addirittura di qualsiasi progetto che alteri i termini della &lt;&lt;competitività di particolari industrie all’interno degli Stati membri &gt;&gt;.</p>
<p>Il problema non era per altro solo questo, ma quello del concreto avvio alla revisione e allo sviluppo di determinate politiche comunitarie; anche se ovviamente nessuno si illudeva che tale revisione potesse essere conclusa entro il 4 o il 5 dicembre. Ma contano, a questo proposito, i segni negativi che si sono avuti.</p>
<p>Il primo vi è stato con il rifiuto francese di aumento del fondo regionale; rifiuto che significa molte cose: negazione dell’autorità del Parlamento europeo; negazione, al limite, della necessità di una politica di riequilibrio nell’ambito della comunità, di cui il mezzogiorno d’Italia sia tra i principali beneficiari; tendenza, comunque, della Francia a sottrarsi ad un maggior impegno in questo senso.</p>
<p>L’altro segno negativo è costituito dal fatto che a Brema non si sia niusciti ad avviare seriamente alcun processo di revisione della politica agricola comunitaria; che non si sia preso in esame neppure il memorandum a questo scopo predisposto e preannunoiato dal presidente della Commissione Jenkins. Non si sono nemmeno avuti chiarimenti esaurienti rispetto alle preoccupazioni esposte di recente nella Commissione agricoltura del Senato da esponenti di diversi gruppi, del partito repubblicano, della democrazia cristiana, e dallo stesso ministro dell’agricoltura, per quel che riguarda le ripercussioni di un’entrata immediata dell’Italia nello SME sul sistema dei prezzi agricoli, mentre non si sono definiti finora i correttivi di cui a questo proposito si è parlato, e le ipotesi pure ventilate di svalutazione della &lt;lira verde&gt; sollevano intanto seri interrogativi sugli effetti inflazionistici che ne potrebbero derivare.</p>
<p>Il tema della politica agricola comunitaria, onorevoli colleghi, è un tema centrale; e quando si compie il bilancio di questa politica, come di tutta l’esperienzacomunitaria, non si deve indulgere a semplificazioni retoriche di stampo idilliaco.</p>
<p>Non si può parlare di politica agricola comunitaria solo per ricordarne il fine dichiarato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, e tacere sulle grandissime distorsioni che essa ha prodotto a beneficio dei paesi più ricchi a svantaggio di paesi come l’Italia, alla quale &#8211; se si calcola la differenza tra i prezzi dei prodotti CEE importati dall’Italia e quelli vigenti sul mercato internazionale &#8211; è stata addossata una tassa che da qualcuno viene calcolata (si tratta di calcoli probabilmente discutibili, ma non possediamo stime ufficiali) in 2 mila miliardi di lire.</p>
<p>Tornando, Signor Presidente, alle conclusioni raggiunte a Bruxelles, non c‘è dubbio che esse autorizzassero largamente la decisione, presa il 5 dicembre dal Presidente del Consiglio, non di aderire entro otto giorni, ma di riservarsi ancora sostanzialm,ente la scelta dell’adesione immediata e a tutti gli effetti oppure no.</p>
<p>E le valutazioni espresse nel merito dei risultati ottenuti dal ministro degli esteri e dal ministro del commercio con l’estero pubblicamente, dal ministro del tesoro in Parlamento, ed in sede tecnica dalla autorità monetaria (senza che questa per altro travalicasse i limiti della propria competenza ed invadesse il campo della autorità politica, senza che si prestasse a strumentalizzazioni né in un senso né nell’altro), queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse ad una dichiarazione di principio favorevole e alla partecipazione a talune dellle operazioni previste dalla risoluzione di Bruxelles, e che escludesse l’accettazione dal 1° gennaio dei vincoli di cambio, del meccanismo del tasso di cambio, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna, con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.</p>
<p>Una scelta che infine esprimesse un impegno positivo e incisivo- dell’Italia per l’ulteriore confronto su tutti gli aspetti del nuovo sistema monetario e della politica complessiva di sviluppo della Comunità.</p>
<p>Perché non si è seguita questa strada ?</p>
<p>Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi di prudenza che venivano da diversi settori della maggioranza e dall’interno dello stesso Governo ?</p>
<p>Queste preoccupazioni nascevano anche dall’esigenza finora non sodisfatta di collocare la creazione di un’area di stabilità monetaria in Europa nel più vasto quadro &#8211; ne ha parlato il collega Spaventa &#8211; di una ridefinizione dei rapporti con l’area del dollaro e di uno sforzo per giungere ad un nuovo ordine monetario internazionale e per contribuire ad una accelerazione, non ad un rallentamento, dello sviluppo economico mondiale.</p>
<p>Perché non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si è giunti ad una decisione precipitata ed arrischiata ? Onorevoli collleghi, su questo punto noi non possiamo ritenere che si sia fatta sufficiente chiarezza finora e ci si permetterà di contribuire alla ricerca di risposte sodisfacenti.</p>
<p>Parto dalle sollecitazioni e motivazioni davvero più nobili, quelle dei più ardenti fautori dell’unità europea, tra i quali il collega ed amico Altiero Spinelli. Questi amici si sono preoccupati di non contribuire, con una decisione di non ingresso immediato dell’Italia nello SME, a un parziale insuccesso di quello che appare il primo rilevante tentativo di rilancio del processo di integrazione europea dopo anni ed anni di involuzione e di crisi. Ma quello che non ci ha persuaso in tale motivazione è la tendenza ad attribuire ad un tentativo del genere, così come è concepito e congegnato, la virtù di mettere in moto una reale ripresa su basi nuove e solide dell’integrazione europea.</p>
<p>No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi ad una risoluzione, quella di Bruxelles, che assume i limiti ristretti della creazione di un meccanismo del tasso di cambio le cui caratteristiche rischiano per di più di creare gravi problemi ai partecipanti.</p>
<p>Naturalmente non sottovalutiamo la importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità e un fattore negativo per lo sviluppo del commercio intracomunitario (la crisi di questo commercio non può per altro essere ricondotta soltanto alle fluttuazioni nei cambi) è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali.</p>
<p>La verità è che forse &#8211; come si è scritto fuori d’Italia &#8211; si è finito per mettere il &lt;&lt; carro &gt;&gt; di un accordo monetario davanti ai &lt;&lt;buoi&gt;&gt; di un accordo per le economie. Ed è invece proprio su questo terreno, oltre che su quello della revisione del meccanismo dei cambi in quanto tale, che occorreva continuare a premere, a discutere, a negoziare.</p>
<p>Ma &#8211; ci si chiede &#8211; come: stando dentro o stando fuori?</p>
<p>Francamente di fronte ad una domanda di questo genere noi sentiamo il bisogno di osservare &#8211; e mi scuso per l’ovvietà &#8211; che il 5 dicembre non si è creata a Bruxelles una nuova Comunità europea al posto della vecchia.</p>
<p>Noi continuiamo, evidentemente, qualunque sia la decisione relativa allo SME, a stare dentro tutte le istituzioni e le sedi di confronto comunitarie; possiamo anche partecipare, pur non aderendo nell’immediato al sistema monetario, a consultazioni specificamente previste dalla risoluzione di Bruxelles in materia di politiche monetarie.</p>
<p>Il documento approvato il 5 dicembre &#8211; e questo è un suo aspetto indubbiamente positivo &#8211; non scava alcun solco fra chi aderisce subito e chi si riserva di aderire successivamente; né credo che il nostro  ingresso immediato avrebbe avuto un effetto traumatico, quasi che dipendesse da ciB che lo SME nascesse, come ha detto ieri l’onorevole Andreotti, a sei invece che ad otto e mezzo (tanto per restare nel gergo monetario, non riesco a capire quale unità di conto abbia adoperato l’onorevole Andreotti per attribuire un peso del due e mezzo all’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario).</p>
<p>E nostra convinzione che avremmo potuto esercitare una maggiore forza contrattuale mantenendo la nostra riserva, la nostra posizione di non ingresso immediato.</p>
<p>Onorevoli colleghi, in quest’aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto)delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci negli ultimi giorni da governi amici; sembra anche che esse abbiano avuto un notevole peso nella scelta finale del Governo.</p>
<p>Per la verità voglio ricordare che anche qualche altra volta abbiamo ricevuto telegrammi. Ricevemmo &#8211; non è vero, ministro Marcora? &#8211; un telegramma pieno di assicurazioni dal cancelliere Schmidt anche nel maggio scorso, per invitarci a sciogliere la riserva sul negoziato per i prezzi agricoli e sul &lt;&lt; pacchetto &gt;&gt; mediterraneo.</p>
<p>Quale seguito han. no avuto quelle assicurazioni telegrafiche ?</p>
<p>Anche in questa occasione più dei messaggi a fuochi spenti sarebbe valso l’accoglimento concreto di determinate istanze e proposte.</p>
<p>Queste sollecitazioni, comunque, confermano l’esistenza di un reale e forte interesse degli altri paesi membri della Comunità ad avere l’Italia al più presto presente nel sistema monetario. Si sarebbe, dunque, potuto far leva su questo interesse, non dando la adesione immediata allo SME, per portare avanti un serio negoziato, utilizzando le stesse scadenze previste dalla risoluzione di Bruxelles, in particolare la scadenza della revisione di determinate misure dopo sei mesi, nonché altre occasioni e scadenze, soprattutto quella della annuale trattativa di marzo sui prezzi agricoli, che va trasformata in un ben più ampio ed impegnativo negoziato sulla politica agricola nel suo complesso, partendo da proposte già elaborate in Italia dai partiti, dal Parlamento e dal Governo, per le modifiche da realizzare sia nell’immediato, sia nel medio periodo.</p>
<p>Si tratta, in definitiva, di muoversi in modo conseguente per una trasformazione della Comunità &#8211; a cui ci auguriamo possa contribuire anche quell’importante, primo elemento di democratizzazione che è costituito dall’elezione diretta del Parlamento europeo &#8211; che punti all’affermarsi di un nuovo modo di guardare allo sviluppo dell’economia europea, non concependo più &#8211; siamo d’accordo su questo punto fondamentale con il collega Spinelli &#8211; questo sviluppo come consolidamento delle economie più forti e come ulteriore elevamento del livello di benessere nei paesi più ricchi, ma come impegno di espansione verso le regioni più arretrate della stessa Comunità e verso i paesi di quello che veniva definito terzo mondo.</p>
<p>Ma se ci si vuole, onorevoli calleghi, confrontare con questi che sono i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, del ritmo e della qualità dello sviluppo, bisogna sbasrazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera dando ben altra organicità, forza e coerenza alla presenza dell’Italia nella Comunità.</p>
<p>Sappiamo che passa qui una linea discriminante fra diversi modi di concepire e di praticare l&#8217;impegno europeista, ma sappiamo anche che su questo punto esistono posizioni convergenti fra diversi partiti; in primo luogo, come hanno dimostrato le vicende di queste settimime e questo dibattito, tra il partito comunista ed il partito socialista, ma non salo tra essi.</p>
<p>Nella nostra visione &#8211; desidero ribadirlo &#8211; tutela degli interessi nazionali e impegno per il rilancio dell’integrazione europea fanno tutt’uno.</p>
<p>Nessuno di noi ha commentato il vertice di Bruxelles ponendo i problemi come li ha posti il primo ministro Callaghan ai Comuni, senza essere per questo accusato di golpismo.</p>
<p>&#8220;La semplice verità&#8221; &#8211; ha dichiarato Callaghan &#8211; &#8220;è che noi a Bruxelles abbiamo valutato i nostri interessi nazionali esattamente come altri paesi hanno valutato i loro&#8221;.</p>
<p>Noi non poniamo i problemi in questi termini, proprio perché siamo convinti che l’interesse ,del nostro paese, e specificamente l’interesse del nostro Mezzogiorno, coincida con la causa di uno sviluppo della Comunità su base di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche e in direzione delle regioni più arretrate. Ma quella che non possiamo accettare è una posizione di rinunci a battersi per la trasformazione della Comunità e ‘dei suoi indirizzi, di sfiducia radicale nel ruolo ,del nostro paese e di utilizzazione strumentale dei nostri impegni comunitari a fini interni, quali che siano.</p>
<p>Da parte di alcuni esponenti del partito repubblicano si è giunti a sostenere che &lt;&lt; l’Italia non dovesse scegliere in questi giorni se appartenere o meno ad un meccanismo valutario o ad un’area di stabilità dei cambi, ma se recidere &gt;&gt; &#8211; dico recidere &#8211; &lt;&lt; o meno i suoi legami con i paesi dell’Europa occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico.</p>
<p>Ma questa è una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo, che non poggia su atcun argomemto razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed esasperata della scelta che era davanti al nostro paese.</p>
<p>Si è giunti anche a dire che, d’altra parte, noi saremmo nell’imbarazzo, perché l’europeismo dei comunisti deve ancora tradursi in atti pratici.</p>
<p>Ma atti pratici, coatributi pratici sul terreno europeistico ne abbiamo dati assai più di altri, in dieci anni di lavoro altamente qualificato nel Parlamento europeo, che qualunque osservatore obiettivo ha riconosciuto ed apprezzato.</p>
<p>Al di là di ciò già un mese fa non è mancata in qualche discorso da me personalmente ascoltato l’affermazione che il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici della crisi attuale fosse il vincolo esterno di un rigoroso meccanlsmo di cambio.</p>
<p>Chi sostiente questo fa un grave torto a tutte le forze democratiche italiane dimenticando prove come quella dell&#8217;autunno 1976, quando, di fronte ad una drammatica caduta della lira i partiti dell’attuale maggioranza, i partiti democratici, con la collaborazione delle forze sociali, con la collaborazione del movimento sindacale, seppero assumere impegni severi, che valsero ad evitare il peggio e permisero di conseguire quei risultati, per quanto parziali, su cui oggi possiamo fare affidamento per fronteggiare le difficoltà che ci stanno davanti.</p>
<p>Noi non attenuiamo minimamente &#8211; ella lo sa, onorevole Ugo La Malfa, ma io tengo a ribadirlo &#8211; il nostro giudizio sulla persistente e per certi aspetti crescente gravità degli squilibri di fondo che minano lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. Noi non ci nascondiamo l’acutezza di problemi come quelli della produttività, del costo del lavoro, della competitività.</p>
<p>Concordo con le considerazioni che sono state svolte a questo proposito da altri colleghi. Non può reggere a lungo &#8211; è questa la nostra persuasione &#8211; una &lt;&lt; via italiana &gt;&gt; alla competitività, basata su una svalutazione strisciante, su un alto tasso di inflazione, sull’economia sommersa e sul lavoro nero.</p>
<p>E &#8211; voglio aggiungere &#8211; non ci nascondiamo le difficoltà che incontra lo sforzo per trovare consensi nelle parti sociali attorno a comportamenti coerenti con le esigenze del rilancio degli investimenti, di sviluppo del Mezzogiorno e dell’occupazione e, insieme, di lotta all’inflazione.</p>
<p>Ma queste difficoltà non vengono solo dall’interno del movimento sindacale e lì, comunque, siamo noi che con più chiarezza e coraggio reagiamo a posizioni che consideriamo sbagliate. La si smetta, però, onorevoli colleghi, di guardare da una parte sola, senza vedere le responsabilità che altre forze si stanno assumendo (parlo di forze imprenditoriali) con i loro atteggiamenti negativi nei confronti di ogni prospettiva di programmazione e nei confronti proprio delle più qualificate proposte del movimento sindacale.</p>
<p>Comunque, proprio per rispondere a queste  difficoltà fu concepito il &lt;&lt; docunento Pandolfi&gt;&gt;  e si assunse l’impegno del piano triennale il cui obbiettivo &#8211; non si dimentichi &#8211; deve essere la riduzione graduale del tasso di inflazione ma, insieme, il rilancio degli investimenti e della occupazione, in un contesto di rinnovata solidarietà europea.</p>
<p>E&#8217; sul piano triennale che si deve realizzare il necessario severo confronto fra tutte le parti investite di responsabilità nella vita politica, economica e sociale.</p>
<p>Ma in quale rapporto con questo impegno così importante andava posta la questione dell’ingresso immediato o meno dell’Italia nel sistema monetario europeo ?</p>
<p>Condividiamo l’opinione che è stata espressa, secondo cui il confronto sul piano triennale previsto per le prossime settimane andava assunto come la necessaria preparazione ad una entrata credibile dell’Italia nel nuovo sistema, piuttosto che come insostenibile conseguenza di una entrata prematura.</p>
<p>Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio &#8211; eludendo la difficile strada della ricerca del consenso &#8211; dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze dell’attuale maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario, non meno di quelli che hanno spinto determinate componenti della democrazia cristiana a premere per l’ingresso immediato dell’Italia nello SME in funzione di meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente ma non senza aver prodotto il danno di una irresponsabile mescolanza tra fatti di corrente e di partito e scelte altamente impegnative, sul piano internazionale e sul piano interno, per il nostro paese.</p>
<p>Noi attendiamo, onorevoli colleghi, le risposte del Governo &#8211; dando già ora ed essendo pronti a dare il nostro contributo costruttivo &#8211; sui problemi aperti acutamente e posti con forza dal movimento sindacale per Napoli, la Calabria ed il Mezzogiorno, problemi ormai non più prorogabili, sui temi di una politica di seria lotta all’inflazione ed alla disoccupazione sui contenuti e gli strumenti del piano triennale per la finanza pubblica e per la economia che dovrà essere presentato entro il 31 dicembre.</p>
<p>Anche in questo momento difficile, che vede una divisione non certo irrilevante in seno alla maggioranza, il nostro obbiettivo, la nostra scelta non è una crisi di Governo, ma il superamento delle debolezze e delle ambiguità che hanno finora caratterizzato l’azione di Governo, il rilancio della solidarietà tra i partiti della maggioranza per superare l’emergenza, per risanare l’economia italiana rinnovandola nelle sue strutture, per risanare la finanza pubblica attraverso una pratica di effettivo rigore in tutte le direzioni e garantendo una effettiva giustizia &#8211; dalla quale si continua a restare molto lontani &#8211; nella ripartizione dei sacrifici.</p>
<p>Dicevo all’inizio, onorevole Andreotti, che condividiamo oggi un dibattito difficile; ma nella vita di un’ampia maggioranza come quella che oggi sorregge il Governo vi sono momenti in cui si impongono la chiarezza delle rispettive posizioni e la distinzione delle responsabilità.</p>
<p>Questa distinzione, onorevole Presidente del Consiglio, noi non l’abbiamo ricercata. Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere.</p>
<p>Ci auguriamo che le prossime scadenze vedano una seria ripresa dell’impegno comune dei partiti dell’attuale maggioranza a fare uscire il paese dalla crisi.</p>
<p>Ci guida comunque la serena coscienza di aver operato lealmente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa</p>
<p><i>(Vivi applausi dell’estrema sinistra - congratulazioni).</i></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0058/sed0058.pdf" target="_blank">http://www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0058/sed0058.pdf</a><a href="http://www.rivieraoggi.it/wp-content/uploads/2013/01/napolitano.pdf"><br />
</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/euro/'>euro</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/giorgio-napolitano/'>Giorgio Napolitano</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/sme/'>Sme</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4008/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4008/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4008&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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