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	<title>Keynes blog &#187; consigliati</title>
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	<description>Rassegna di idee per capire la crisi</description>
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		<title>Keynes blog &#187; consigliati</title>
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		<title>Luci e ombre del &#8220;modello Islanda&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:40:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alla fine del 2008 l’Islanda è stata travolta dalla crisi finanziaria internazionale e la sua economia ha perso più del 6,5 per cento del pil. Un paio di anni dopo però era già tornata a crescere e a creare posti di lavoro. In mezzo due decisioni che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo: la [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4174&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4176" alt="Iceland holds referendum on repayment" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/060310-icesave-referendum-ijsland-protest-anp-12152093_0-e1368693224649.jpg?w=560&#038;h=360" width="560" height="360" /></p>
<p><strong>Alla fine del 2008 l’Islanda è stata travolta dalla crisi finanziaria internazionale e la sua economia ha perso più del 6,5 per cento del pil. Un paio di anni dopo però era già tornata a crescere e a creare posti di lavoro. In mezzo due decisioni che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo: la scelta di non pagare (in parte) i debiti delle proprie banche verso l’estero e l’approvazione di una nuova Costituzione redatta in forma partecipativa. Un modello esportabile?</strong></p>
<p><em><strong>Daniela Palma e Guido Iodice da Micromega 4/2013</strong></em><br />
<span id="more-4174"></span></p>
<p><img class="size-full wp-image-4175 alignnone" alt="banner-sito-4-2013" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/banner-sito-4-2013.gif?w=560"   /></p>
<p><strong>Pubblichiamo un&#8217;ampia sintesi dell&#8217;articolo degli autori di Keynes Blog comparso sul <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-42013-%E2%80%9Cquestione-di-vita-e-di-morte%E2%80%9D-il-sommario-del-nuovo-numero-in-edicola-e-su-ipad-da-giovedi-16-maggio/" target="_blank">numero di MicroMega 4/2013</a>, in edicola e libreria da oggi 16 maggio. Segnaliamo inoltre, sullo stesso numero, un articolo di Stefano Lucarelli sull&#8217;eredità di Margaret Thatcher.</strong></p>
<p>La brutta storia dell’Islanda inizia quando nel settembre 2008 un altro paese, abbandonato al suo destino, fallisce improvvisamente. È un paese ancor più piccolo dell’Islanda che, con i suoi 300 mila abitanti, è oltre 10 volte più popolosa. Ma è un paese molto più ricco. Il suo pil è cinque volte maggiore. Ed è un paese molto più esposto con circa 613 miliardi di dollari di debito. Questo paese si chiamava Lehman Brothers e il suo fallimento è l’inizio di quello tsunami che ha travolto anche la piccola isola vichinga. Il confronto con Lehman non è casuale perché, come vedremo, le dimensioni contano.<br />
L’onda anomala della Lehman, che ha causato il panico sui mercati e il blocco del credito, ha investito pesantemente tutti i paesi che, come l’Islanda, l’Irlanda e la Spagna, erano cresciuti negli anni sulla finanza. L’ammontare del debito, interno ed esterno, delle tre più grandi banche era in quel momento pari a 11 volte l’intero pil della nazione «vichinga». Un intero paese, insomma, che aveva fondato la sua prosperità sul fatto di apparire un grande hedge fund. Ma come era potuto accadere?</p>
<h3><span style="color:#003366;">Un hedge fund grande come una nazione</span></h3>
<p>La storia comincia tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando il governo islandese privatizzò le grandi banche pubbliche tra cui la ex banca centrale Landsbanki e promosse la liberalizzazione finanziaria. Si avviò così una crescita basata sull’illusione del credito facile. Gli islandesi si indebitavano in euro e sterline per avere tassi di interesse più contenuti. Contemporaneamente i tassi di interesse relativamente più elevati attraevano capitali dall’estero, in particolare attraverso i conti online come «Icesave» della Landsbanki che assicurava il 6 per cento ai depositanti inglesi e olandesi. Il governo e le imprese rivendicavano con orgoglio l’aver reso l’Islanda il centro finanziario internazionale nel Nord Atlantico, a metà tra l’Europa e gli Usa. L’ittica e l’alluminio, tradizionali settori produttivi, cedevano il passo alla grande finanzia e al piccolo risparmio raccolto all’estero.<br />
La crescita alimentò alti dividendi e l’aumento degli stipendi. Tutto sembrava funzionare. Come altrove, sorgevano nuovi edifici e si moltiplicavano i servizi, non solo banche ma anche ospedali e teatri. Il boom del mercato immobiliare, come altrove, fu alimentato dalla facilità dell’afflusso dei capitali dall’estero.</p>
<p>Tutta questa eccitazione finanziaria aveva però, formalmente, un mastino. L’Fme, con i suoi 30 (solo 30) dipendenti, era la nuova agenzia istituita dal governo nel 1998 per tranquillizzare cittadini e investitori circa lo scrupoloso controllo «terzo» sulle banche. Nel frattempo le banche islandesi scalavano la classifica degli istituti di credito mondiali. E l’Fme continuava a lasciar fare. In fondo – spiegavano i regolatori e i regolati – grossi pericoli non ce ne sono. I mercati finanziari, lasciati a se stessi, sono efficienti. Si tratta semplicemente di attuare una supervisione poco invasiva al fine di evitare qualche truffa che distorcerebbe il mercato. Non era questa, in fondo, la lezione di Wall Street e della city di Londra? Là, senza «distorsioni», il mercato fa bene da solo. Chi sono gli islandesi per contestare qualche decennio di teoria economica e l’evidenza del grande successo della finanziarizzazione dell’economia? Qualche avvisaglia, in realtà, aveva fatto capolino nel 2006 quando l’agenzia Fitch abbassò il rating del paese, citando i problemi relativi al debito contratto con soggetti esteri.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Il crack del 2008</span></h3>
<p>Poi venne il grande crollo del 2008. Il congelamento del credito espone l’Islanda ai suoi debiti. Dall’inizio del 2008 all’ottobre dello stesso anno si susseguono i segnali negativi. La crescita si arresta, la moneta nazionale si svaluta, gli investitori fuggono. Ma il peggio deve ancora arrivare. E arriva subito dopo il crollo della Lehman negli Usa.<br />
Le tre grandi banche del paese (Landsbanki, Glitnir e Kaupthing) vengono poste sotto il controllo pubblico, l’Islanda si ritrova con un debito estero (secondo le stime più ottimistiche) di 50 miliardi di euro (l’80 per cento del quale in carico al settore finanziario) pari quasi a 6 volte il pil (8,5 miliardi di euro). Ma la gravità della situazione risulta accentuata anche dall’assetto proprietario delle obbligazioni islandesi, detenute in larga parte da risparmiatori dei paesi membri dell’Ue e in particolar modo dal Regno Unito. Il passaggio alla nazionalizzazione delle tre maggiori banche è obbligato, ma determina l’esplosione del debito pubblico che, dal 28 per cento del pil passa in un solo anno al 70 per cento per poi arrivare nel 2012 oltre il 100 per cento.</p>
<p>La Banca centrale islandese tenta, agli inizi di ottobre del 2008, di mantenere una relativa stabilità della moneta sui mercati valutari. L’impresa però appare immediatamente impossibile. Le contrattazioni di mercato vengono sospese e si passa a un sistema di «aste» controllate dalla Banca centrale, in cui la moneta islandese oscilla tra i 150 e i 180 contro l’euro. Ancora nel luglio 2008 un euro era quotato appena 120 corone. Intanto l’inflazione arriva al 18 per cento. Scenderà lentamente nei due anni successivi per arrivare intorno al 5 per cento nel 2010.<br />
A causa del collasso del sistema creditizio e del conseguente arresto improvviso (sudden stop) dell’afflusso di fondi esteri con violente ripercussioni sulla bilancia dei pagamenti, il paese deve inoltre ricorrere all’aiuto del Fondo monetario internazionale. Nell’ottobre del 2008 entra così in azione il programma «Stand-By-Arragement» (il medesimo fruito da Grecia e Ungheria nello stesso periodo), che durerà 33 mesi e comporterà un sostegno complessivo da parte del Fondo monetario pari a 5 miliardi di euro. Contestualmente l’Islanda accetta le condizioni imposte dal Fondo per la ristrutturazione dell’economia interna: la ricetta applicata è per buona parte simile a quella adottata nelle crisi asiatiche di fine anni Novanta, con tagli alla spesa pubblica e stabilizzazione della moneta, ma risulta ampliata dall’applicazione di più stringenti controlli ai movimenti dei capitali, al fine di evitare il completo collasso della moneta per la fuga dei capitali. L’Fmi non è stata l’unico possibile prestatore interrogato dal governo: nell’ottobre 2008 si aprì una trattativa con la Russia per un megaprestito di 4 miliardi di euro, poi ridotti a 500 milioni e alla fine non concessi. Nell’occasione il primo ministro Geir Haarde sostenne che il paese non aveva ricevuto molto aiuto dagli amici tradizionali e che quindi era necessario trovare nuovi amici.<br />
Peraltro le stesse politiche di austerità a base di riduzioni della spesa pubblica e aumenti di tasse (tra i quali debbono tuttavia essere rilevati i tagli alle deduzioni fiscali sui redditi dei più abbienti) vengono attuate solo a partire dall’anno successivo, al fine di evitare il crollo della domanda aggregata. Tra gli aspetti restrittivi della manovra, l’economista islandese Jon Danielsson critica tuttavia la stretta monetaria messa in atto nell’autunno del 2008 che porta i tassi al 18 per cento, in base all’accordo con l’Fmi per ottenere da questo 2 miliardi di euro, contenere l’inflazione e stabilizzare la moneta, e li mantiene successivamente su valori a due cifre fino alla primavera del 2010. [...]  Il favorevole clima di relazioni internazionali appare peraltro incentivato dalla formale richiesta espressa nel 2009 dall’Islanda di entrare nell’Unione europea, che – stando agli osservatori – ha conferito autorevolezza al paese, tanto da far sì che una quantità di bond dal valore di circa un miliardo di euro venisse collocata al tasso relativamente contenuto del 6 per cento.</p>
<p>Fin qui i fatti ci raccontano però solo la prima parte – ancorché fondamentale – del processo attraverso il quale l’Islanda ha potuto salvarsi dalla crisi riprendendo poi a crescere. La fase che vede in scena il Fondo monetario si configura infatti come «operazione di urgenza», che è stata in grado di incidere solo su una parte del sistema bancario, lasciando in sospeso le vicissitudini finanziarie di una filiale «online» di Landesbanki, denominata «Icesave» alla quale facevano capo i depositi di trecentoquarantamila risparmiatori britannici e olandesi, e che molto aveva proliferato dal 2006 grazie ai molto appetibili tassi di interesse praticati ai correntisti. Questi depositi sono stati inizialmente garantiti dai rispettivi governi di Regno Unito e Paesi Bassi, anche in considerazione della capacità di questi di far fronte a un onere debitorio (di circa 4 miliardi) ampiamente alla portata della dimensione finanziaria di quei paesi. Lo stesso non poteva dirsi della capacità della finanza pubblica islandese, assai più contenuta e oltretutto gravata dagli impegni legati al programma di stabilizzazione predisposto con il Fondo monetario. Ed è così che la richiesta di risarcimento di Regno Unito e Paesi Bassi all’Islanda (essendo la banca diventata di proprietà pubblica) segna il reale inizio del casus belli che ne ha caratterizzato maggiormente il percorso di uscita dalla crisi finanziaria. Mentre Regno Unito e Paesi Bassi propongono all’Islanda un programma per la restituzione in 15 anni di quasi 3,4 miliardi, all’inizio del 2009 il governo islandese tenta di girare la richiesta di rimborso ai cittadini chiedendo loro poco più di 100 euro al mese per quindici anni. La reazione degli islandesi apre però a un totale cambio di programma: la protesta monta diffusamente tra la popolazione con la richiesta che il debito sia pagato dai colpevoli del disastro e fino a ottenere le dimissioni del primo ministro Geir Hilmar Haarde, mentre con una raccolta di firme viene fatta richiesta al presidente della Repubblica Grímsson di bloccare il rimborso del debito con Regno Unito e Paesi Bassi. Sotto la forza di queste pressioni, Grímsson blocca il disegno di legge proponendo un referendum, che si tiene nel marzo 2010 e che sancisce pressoché all’unanimità (93 per cento) il rifiuto degli islandesi di accollarsi un debito contratto da privati verso privati.<br />
Il 26 gennaio 2009 il primo ministro Haarde rassegna le dimissioni del governo dopo quattro mesi di proteste popolari, particolarmente intense nel gennaio 2009. Grímsson impone quindi un governo formato dall’Alleanza socialdemocratica e dai Verdi. Jóhanna Sigurðardóttir diventa il nuovo primo ministro, sulla scorta della sua popolarità come ministro degli Affari sociali nel governo di unità nazionale. Il 25 aprile 2009, con le elezioni politiche, vinte dalla coalizione progressista, la Sigurðardóttir si conferma primo ministro, sull’onda della proposta di far entrare il paese nell’Unione europea e in prospettiva nell’euro, visto allora come un’ancora di salvezza rispetto alla debole e sfiduciata corona islandese.<br />
Successivamente, nel giugno 2010, considerato l’impatto della massiccia svalutazione della corona durante la crisi, una sentenza della Corte suprema islandese dichiara illegali i prestiti indicizzati su valute estere, sollevando ulteriormente l’onere debitorio degli islandesi e dando così impulso anche alla domanda interna, considerato che già quella estera – rappresentata principalmente dalle esportazioni ittiche e di alluminio – era stata trainata favorevolmente dal forte deprezzamento della corona.</p>
<p>Nel marzo 2011 una nuova proposta di rimborso viene bocciata con il 59 per cento dei voti, mentre il braccio di ferro con le autorità britanniche e olandesi decise a ottenere i rimborsi si conclude finalmente a favore dell’Islanda (marzo 2013) con la sentenza della corte dell’Efta (European Free Trade Agreement) che si trova nella condizione di emettere una valutazione discrezionale in assenza di riferimenti specifici nella legislazione europea su crisi sistemiche come quella islandese. Ma il valore sostanziale attribuito dalla popolazione islandese alla protesta si evince molto nettamente dal percorso (avviato nel novembre 2010) che alla fine del 2012 porta alla redazione in forma «partecipativa» – anche attraverso consultazioni online – di una nuova Costituzione nella quale vengono rafforzati lo strumento referendario e le leggi di iniziativa popolare. E la conclusione dell’intera vicenda assume toni del classico lieto fine delle favole: da un pil che nel 2009 perdeva più del 6,5 per cento e con una disoccupazione che superava l’8 per cento, si passa nel 2011 a una crescita che sfiora il 3 per cento e a un tasso di disoccupazione che nel 2013 è arrivato sotto il 5 per cento (comunque alto, considerando che prima della crisi era intorno all’1 per cento), mentre il debito pubblico ha iniziato a ridursi nell’anno in corso.<br />
È lo scatto indubbiamente sorprendente di un paese che, arrivato sull’orlo del baratro e a fronte di abnormi squilibri tra economia reale e dimensione del dissesto finanziario, aveva tutti i presupposti per collassare nella maniera più rovinosa. Non è un caso, quindi, che da allora l’Islanda abbia attirato su di sé l’attenzione di commentatori e studiosi, desiderosi di capire se davvero fosse possibile mettere a punto una ricetta «miracolosa» per tutte le economie in crisi. E sull’onda del pur giustificato entusiasmo si sono via via andati consolidando slogan semplificativi circa l’efficacia di questioni salienti che hanno caratterizzato la crisi islandese aprendo la via verso un suo superamento: la possibilità (sottointeso: sempre e comunque) di far fallire tout court le banche e la possibilità di far assolvere alla svalutazione della moneta un’importante funzione in termini di ristabilimento degli equilibri macroeconomici (in questo senso sottolineando il ruolo della sovranità monetaria, della quale l’Islanda è in possesso diversamente dai paesi appartenenti all’area euro).</p>
<p>Che quello islandese non sia precisamente un «miracolo» lo dicono anche i risultati delle elezioni per il parlamento del 27 aprile 2013. Il centro-sinistra, composto dall’Alleanza socialdemocratica della premier Jóhanna Sigurðardóttir e dal Movimento Verdi-sinistra, ha subito una pesante sconfitta fermandosi sotto il 25 per cento, mentre le forze di centro-destra (Partito dell’indipendenza e Partito del progresso), responsabili della crisi del 2008, hanno raccolto la maggioranza dell’elettorato. L’austerità, per quanto relativamente «dolce», è pur sempre austerità. E, secondo la stampa locale, l’ostentato europeismo del centro-sinistra ha fatto temere agli islandesi un futuro di tipo greco o cipriota. Gli euro-religiosi italiani prendano nota.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Reprimere i mercati finanziari</span></h3>
<p>Se paragoniamo quanto accaduto in Islanda e quanto invece sta accadendo a Cipro o in Grecia, è facile concludere che il modello nordico sia molto meno doloroso e preferibile a «spietate» politiche deflazionistiche volte al tentativo di ripagare debiti. Tali politiche, è davanti agli occhi di tutti, sono sempre destinate a fallire. Il motivo è semplice: come insegna la teoria keynesiana, ma possiamo dire anche il buon senso, non è possibile ripagare i debiti se diminuiscono i redditi. Quando l’Europa impone l’austerità ai debitori, in realtà danneggia anche i creditori. L’incipiente recessione in Germania, che sta vedendo calare la sua produzione industriale nonostante tassi di interesse molto vantaggiosi, dimostra come le politiche sinora seguire in Europa siano intrinsecamente contraddittorie e controproducenti.<br />
Tuttavia dalla lezione islandese non si devono trarre conclusioni semplicistiche. In primo luogo non è vero, come si legge spesso in rete, che l’Islanda abbia detto «no» al Fondo monetario internazionale, che al contrario è stato protagonista nel salvataggio del paese. In secondo luogo, l’Islanda non ha precisamente lasciato fallire le banche, ma le ha nazionalizzate, cosa che in Italia, ad esempio, sembra stranamente ancora tabù. Ma ciò che è davvero rilevante comprendere è altro.</p>
<p>Il problema islandese è stato un problema di debito estero, così come lo è quello dei paesi meridionali dell’Eurozona. Non è stato ovviamente l’euro la causa del suo disastro, ma essere fuori dall’euro ha sicuramente favorito la sua soluzione. Il che può apparire paradossale, se si pensa che la maggioranza degli islandesi ha dato il suo voto ai progressisti che volevano l’ingresso nella moneta unica europea. Se guardiamo i dati, vediamo che la svalutazione della corona ha aiutato la soluzione della crisi evitando un’austerità ancor più dura. Non bisogna tuttavia nutrire eccessiva fiducia in questa soluzione. La frase spesso abusata «o si svaluta la moneta o si svaluta il salario» non va intesa come un’alternativa secca. L’Islanda è un esempio, poiché i salari reali sono calati del 13 per cento dal gennaio 2008 al maggio 2010, secondo i dati della Banca centrale. Ancora oggi non hanno recuperato il potere d’acquisto di 5 anni fa. E l’Italia stessa, nel 1992, sperimentò entrambe le «soluzioni», contemporaneamente.<br />
È pur vero che l’Islanda si è rifiutata di pagare (in parte) i debiti delle banche verso l’estero. Lo ha fatto sull’onda di proteste popolari e non per una volontà politica chiara. Ma qui occorrono precisazioni di cruciale importanza. La prima è che, per quanto il debito del sistema creditizio fosse di dimensioni enormi rispetto al pil, esso era in cifra assoluta molto piccolo. L’intero debito estero netto islandese calcolato a fine 2012 è pari a 6,2 volte il pil, vale a dire più di 85 miliardi di dollari, circa 65 miliardi di euro al cambio attuale. Per fare un paragone, la Spagna ha un debito estero netto intorno al 90 per cento del pil ma in cifra assoluta risulta all’incirca di 1.340 miliardi di euro, cioè venti volte quello islandese. Anche se l’Islanda non ripagasse mai il suo debito, e in parte potrà farlo grazie alla sentenza su ricordata, difficilmente ciò avrebbe conseguenze sistemiche, tant’è che i paesi creditori hanno già salvaguardato i propri cittadini con risorse proprie. Inoltre la sentenza dell’Efta nel marzo 2013 ha stabilito la correttezza delle decisioni islandesi secondo le regole in vigore allora. Il limite di garanzia dei depositi è infatti oggi a 100 mila euro, mentre Icesave applicava la norma olandese che garantiva solo 40 mila euro.</p>
<p>Le dimensioni, quindi, contano. Va adeguatamente distinto il caso di un piccolo paese (Islanda, Cipro, Grecia) i cui problemi sono sempre facilmente risolvibili, se vi è volontà politica internazionale, da quelli di grandi e medi paesi fortemente indebitati con l’estero. Questo però rafforza la critica verso la strategia suicida sinora perseguita nell’Eurozona. I casi greco, cipriota e irlandese sarebbero stati facilmente gestibili e un’accurata manovra «federale» avrebbe evitato il panico sui mercati con i riflessi che conosciamo su Spagna e Italia.<br />
La lezione islandese ci dice però anche altro. Le crisi finanziarie richiedono una gestione globale e regionale in cui i creditori si accollino parte dell’onere del risanamento. L’Islanda vi è riuscita per «via giudiziaria», ma questo deve diventare un punto fermo per le istituzioni internazionali e i singoli paesi. È una lezione tipicamente keynesiana: fu infatti proprio Keynes, a Bretton Woods, a proporre un sistema monetario internazionale basato su un’unità di conto, il bancor, in cui i paesi eccessivamente creditori venivano «puniti» al pari di quelli eccessivamente debitori. E questo vale soprattutto quando il debito accumulato è in parte rilevante denominato in una valuta estera. L’Islanda ci dice infatti che non è vero che un paese a moneta sovrana non può fallire. Può accadere se i suoi cittadini e le sue banche non hanno fiducia nella moneta dello Stato e preferiscono la stabilità di quelle di altri paesi. La ridenominazione del debito in valuta locale ha spostato l’onere sui creditori, ma qui valgono le considerazioni dimensionali fatte in precedenza.</p>
<p>Infine, il problema da affrontare con urgenza rimane la regolazione dei movimenti di capitale e delle merci a livello globale. Qui torna utile la proposta di Keynes a Bretton Woods testé citata. Anche se quell’idea non fu mai attuata, si stabilì la legittimità di dazi e controlli sui movimenti di capitale. Ciò, insieme alla cosiddetta «repressione» dei mercati finanziari attuata con le leggi bancarie nate dopo la crisi del 1929, assicurò al mondo trent’anni di stabilità e crescita. [...] Chi dice che le ricette keynesiane non sono più attuali a causa della «finanziarizzazione» dovrebbe ricordare che il capitalismo è sempre stato «finanziarizzato» sin dalle sue origini e che l’unico periodo nell’intera sua storia in cui ha mostrato una stabilità significativa è stato proprio il periodo «keynesiano» che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta.<br />
In conclusione, sebbene l’Islanda non costituisca un modello «generale» che possa essere applicato ovunque, alcune lezioni sono utili. Ma sarebbe ancor più utile una presa di coscienza che faccia tornare il mondo «indietro» alle regole abbandonate negli ultimi quattro decenni perché il capitalismo del laissez-faire nato dalla rivoluzione liberista non è solo ingiusto: è insostenibile.</p>
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		<title>La bassa crescita fa aumentare il debito pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:24:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Marino</dc:creator>
				<category><![CDATA[consigliati]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Teoria economica]]></category>
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		<description><![CDATA[Il cosiddetto excelgate, la scoperta di significativi errori nel famoso paper di Reinhart e Rogoff sulla correlazione tra debito pubblico e crescita continua ad alimentare il dibattito tra gli economisti. Gli autori si sono difesi sostenendo che, anche se non è facile individuare una &#8220;soglia&#8221; oltre la quale il debito pubblico porta ad una crescita negativa, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4061&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4109" alt="reinhart_rogoff_apologetic_comic_1990405" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/reinhart_rogoff_apologetic_comic_1990405.jpg?w=560"   /></p>
<p><strong>Il cosiddetto <em>excelgate</em>, la scoperta di significativi errori nel famoso paper di Reinhart e Rogoff sulla correlazione tra debito pubblico e crescita continua ad alimentare il dibattito tra gli economisti. Gli autori si sono difesi sostenendo che, anche se non è facile individuare una &#8220;soglia&#8221; oltre la quale il debito pubblico porta ad una crescita negativa, è pur sempre vero che ad alti debiti pubblici corrisponde una crescita più lenta. </strong></p>
<p><strong>Ma una correlazione non dice nulla circa la causalità. In questo articolo tratto dal blog <em>The Next New Deal</em> della Roosevelt Foundation si mette in evidenza come, dato un certo rapporto Debito/PIL, i dati mostrano che è molto più probabile che la bassa crescita sia precedente tale rapporto e non successiva, come ci si aspetterebbe se fosse il debito a causare il rallentamento della crescita. Ciò è un indizio consistente per affermare che è la bassa crescita a causare debiti pubblici elevati e non il contrario, come politici e istituzioni internazionali hanno sinora ritenuto. Coerentemente con ciò, l&#8217;aumento del debito pubblico porta, negli anni successivi al &#8220;picco&#8221;, tassi di crescita leggermente maggiori che nel periodo precedente. La fragilità delle ipotesi teoriche alla base delle politiche di austerità è sempre più evidente.</strong></p>
<p><span id="more-4061"></span></p>
<p>Un recente lavoro di <a title="Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff" href="http://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/" target="_blank">Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin (2013)</a> dell’Università del Massachusetts &#8211; d&#8217;ora in poi HAP &#8211; ha dimostrato che, in contrasto con i risultati apparenti in <a href="http://www.nber.org/papers/w15639.pdf" target="_blank">Reinhart e Rogoff (2010)</a>, non esiste una vera discontinuità o &#8220;punto di non ritorno&#8221; attorno al 90 % di rapporto debito pubblico/PIL oltre il quale la crescita del PIL si arresta.</p>
<p>Nella loro risposta, Reinhart e Rogoff – di seguito RR &#8211; ammettono gli errori aritmetici, ma sostengono che la correlazione negativa tra il rapporto <b>debito pubblico/PIL</b> e la <b>crescita del PIL</b> nei dati corretti supporta ancora la loro tesi originale. Prendendo il set di dati che HAP hanno generosamente reso <a href="http://www.peri.umass.edu/236/hash/31e2ff374b6377b2ddec04deaa6388b1/publication/566/" target="_blank">disponibile</a> come parte del loro esercizio di replica del lavoro di RR, ho riprodotto il grafico  in HAP (2013).</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_1.png"><img class=" wp-image-4063 aligncenter" alt="dube_rr_1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_1.png?w=400&#038;h=319" width="400" height="319" /></a></p>
<p>Il grafico mostra che esiste una visibile relazione negativa tra crescita e  rapporto debito pubblico/PIL, ma come hanno evidenziato HAP, la forza della relazione è in realtà molto più forte a <i>bassi </i>rapporti di debito pubblico/PIL (difatti la linea è molto più inclinata).</p>
<p>Nella loro <a href="http://blogs.wsj.com/economics/2013/04/16/reinhart-rogoff-response-to-critique/" target="_blank">risposta</a>, RR affermano che sono stati attenti a distinguere tra correlazione e causalità nella loro ricerca originale. Questo è ovvio, perché se la correlazione implicasse la causalità si potrebbe affermare che è un più alto debito che porta a una minore crescita, ossia proprio la lezione che molti deducono dal lavoro di RR!</p>
<p>Anche se è difficile accertare la causalità da grafici come questo, possiamo sfruttare un modello che tiene conto delle variazioni nel tempo per cercare di capire dove sta la causalità. Ecco una semplice domanda: <strong>un alto rapporto debito pubblico/PIL &#8220;prevede&#8221; meglio i tassi di crescita futuri, o quelli passati?</strong> Se vale la prima ipotesi, essa sarebbe coerente con l&#8217;argomento che i livelli di debito elevati causano tassi di crescita negativi. Viceversa, se il più alto debito &#8220;predice&#8221; i tassi di crescita passati, quella è un’indicazione di causalità inversa, ovvero <strong>sono i tassi di crescita bassi negli anni precedenti che &#8220;causano&#8221; l&#8217;alto debito</strong>.</p>
<p>Qui di seguito ho creato dei grafici stimando come varia il rapporto debito pubblico/PIL di ogni anno (grafico a sinistra) in base alla crescita media del PIL nei 3 anni successivi, e (grafico a destra) in base alla crescita media del PIL nei 3 anni precedenti.</p>
<p><strong>Figura 2: Tassi di Crescita Futuri e Passati e Attuale Rapporto Debito Pubblico/PIL</strong></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_2_v2.png"><img class=" wp-image-4064 aligncenter" alt="dube_rr_2_v2" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_2_v2.png?w=400&#038;h=317" width="400" height="317" /></a></p>
<p>Come è evidente nel grafico a sinistra,<strong> il valore del rapporto debito pubblico/PIL è uno scarso predittore della futura crescita del PIL</strong> a rapporti debito pubblico/PIL  del 30% o superiore (la linea oltre quella soglia è quasi orizzontale, la relazione è quasi nulla), l&#8217;intervallo in cui ci si potrebbe aspettare di trovare un punto di svolta dinamico. Ma, nel grafico a destra,<strong> fa un ottimo lavoro nel “predire” la crescita passata</strong> (la linea continua a essere inclinata negativamente, la relazione persiste).</p>
<p><strong>Questo modello è un’indicazione rivelatrice di causalità inversa, dalla crescita al rapporto debito pubblico/PIL.</strong><br />
Ma perché succederebbe questo? Perché un calo della crescita dovrebbe aumentare il rapporto debito pubblico/PIL?<br />
Uno dei motivi è proprio algebrico. Il rapporto ha un numeratore (il debito) e un denominatore (il PIL): un calo del PIL aumenterà meccanicamente il rapporto. Anche se la crescita del PIL non diventa negativa, una continua crescita del debito unita ad un rallentamento della crescita del PIL porterà allo stesso modo ad un aumento del rapporto debito pubblico/PIL.</p>
<p>Inoltre, vi è anche una storia meno meccanica. <strong>Una recessione porta ad un aumento della spesa attraverso gli stabilizzatori automatici</strong>, come ad esempio l&#8217;assicurazione contro la disoccupazione. E i governi di solito finanziano queste misure con maggiore indebitamento, come i testi universitari di macroeconomia ci dicono che i governi dovrebbero fare. Questo è ciò che è successo negli Stati Uniti durante la passata recessione. Questi grafici sono coerenti con una storia del genere.</p>
<p>Per fare un calcolo econometrico corretto, quando si guardano le correlazioni tra l’attuale rapporto debito pubblico/PIL e la crescita del PIL passato o futuro, si dovrebbe anche tenere conto del rapporto debito pubblico/PIL passato o futuro.</p>
<p>Un modo standard di fare questo è di utilizzare un modello &#8220;a ritardi distribuiti&#8221; &#8211; che significa semplicemente regredire la crescita del PIL  su una serie di termini in avanti e in ritardo nel debito in rapporto al PIL, e quindi formare una &#8220;risposta all&#8217;impulso&#8221; da, diciamo, un ipotetico aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL.</p>
<p>La figura 3 riporta queste risposte all&#8217;impulso. Quello che troviamo è esattamente il modello coerente con la causalità inversa.</p>
<p>Il modo di leggere questo grafico è quello di andare da sinistra a destra. Qui &#8220;-3&#8243; rappresenta 3 anni prima dell’aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL, &#8220;-2&#8243; rappresenta 2 anni prima dell&#8217;aumento, ecc. Il grafico mostra che i tassi di crescita del PIL erano insolitamente bassi e discendenti prima dell’aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL. Se si calcola la media dei differenziali di crescita dei 3 anni precedenti l&#8217;aumento del debito, (vale a dire, i valori associati a -3, -2, -1 sull&#8217;asse X), essa è del -0.6 % di crescita inferiore rispetto al solito. Al contrario, il tasso medio di crescita nei 3 anni successivi all&#8217;aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL è 0.2 % più alto del solito.</p>
<p><strong>Figura 3:  Risposta all&#8217;Impulso del Tasso di Crescita del PIL da un aumento di 10 punti nel rapporto Debito Pubblico/PIL</strong></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_3.png"><img class=" wp-image-4067 aligncenter" alt="dube_rr_3" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/dube_rr_3.png?w=400&#038;h=400" width="400" height="400" /></a></p>
<p>Che cosa significa tutto questo? Esso dimostra che semplicemente in termini di correlazioni, un aumento di 10 punti del rapporto debito pubblico/PIL nei dati RR è associata con un 0.6 % di crescita più bassa <strong>nei 3 anni precedenti l&#8217;aumento</strong>, mentre si verifica<strong> una crescita leggermente maggiore del solito negli anni successivi all&#8217;aumento del rapporto debito/PIL</strong>. Durante l&#8217;anno dell&#8217;aumento del rapporto debito pubblico/PIL, la crescita del PIL è veramente bassa, coerente con l&#8217;effetto algebrico di una più bassa crescita che porta a un rapporto tra debito pubblico e PIL superiore.</p>
<p>Dunque, questi semplici esercizi suggeriscono che la grezza correlazione tra il rapporto debito pubblico/PIL e la crescita del PIL riflette probabilmente una discreta causalità inversa. Utilizzare le correlazioni in modo semplicistico come fatto da RR non basta per identificare dei nessi di causalità.</p>
<p><em>Traduzione di Sebastiano Marino</em></p>
<p>Fonte originale (contiene un addendum qui non tradotto):<br />
<a href="http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/guest-post-reinhartrogoff-and-growth-time-debt">http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/guest-post-reinhartrogoff-and-growth-time-debt</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/austerita/'>austerità</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/carmen-reinhart/'>Carmen Reinhart</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/debito-pubblico/'>debito pubblico</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/excelgate/'>excelgate</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/kenneth-rogoff/'>Kenneth Rogoff</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4061/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4061/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4061&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Competitività, un&#8217;ossessione pericolosa</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 13:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Teoria economica]]></category>
		<category><![CDATA[competitività]]></category>
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		<description><![CDATA[Enrico Letta ha concluso il suo tour europeo senza ottenere grandi risultati. Angela Merkel ha anzi insistito sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici e attuare le &#8220;riforme strutturali&#8221; necessarie per aumentare la competitività dei paesi periferici. Ma cos&#8217;è la competitività? E perché dovrebbe essere un obiettivo di politica economica? Il futuro premio [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4085&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-4086" alt="paul-krugman1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/05/paul-krugman1.jpg?w=560&#038;h=373" width="560" height="373" /></p>
<p><strong>Enrico Letta ha concluso il suo tour europeo senza ottenere grandi risultati. Angela Merkel ha anzi insistito sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici e attuare le &#8220;riforme strutturali&#8221; necessarie per aumentare la competitività dei paesi periferici. </strong></p>
<p><strong>Ma cos&#8217;è la competitività? E perché dovrebbe essere un obiettivo di politica economica? Il futuro premio Nobel Paul Krugman, in questo noto saggio di quasi 20 anni fa, proprio prendendo spunto dall&#8217;ossessione per la competitività diffusa in Europa, spiega che un paese non è assimilabile ad una singola azienda e che la crescita può basarsi sulla domanda interna, senza ossessioni mercantilistiche.</strong></p>
<p><span id="more-4085"></span></p>
<p>Titolo originale:<strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Competitiveness: A dangerous obsession</em></strong></p>
<p><strong>Paul Krugman, Foreign Affairs; Mar/Apr 1994; 73,2; Platinum Full Text Periodicals</strong></p>
<p><strong>L&#8217;IPOTESI È SBAGLIATA</strong></p>
<p>Nel giugno 1993 Jacques Delors fece una speciale presentazione ai leader delle nazioni della Comunità europea, che si incontravano a Copenaghen, sul problema della crescente disoccupazione europea. Gli economisti che studiavano la situazione europea erano curiosi di sapere quello che avrebbe detto Delors, presidente della Commissione Europea. La maggior parte di loro condividono più o meno la stessa diagnosi del problema europeo: le tasse e le regolamentazioni imposte dagli stati Europei dal complicato welfare hanno reso i datori di lavoro riluttanti nel creare nuovi posti di lavoro, mentre il relativamente generoso livello di sussidi di disoccupazione ha reso i lavoratori non disposti ad accettare quel tipo di impiego a basso salario che aiuta a tenere la disoccupazione comparativamente più bassa negli Stati Uniti. Le difficoltà valutarie associate alla salvaguardia del sistema valutario europeo di fronte ai costi della riunificazione tedesca hanno rafforzato questo problema strutturale.</p>
<p>È una diagnosi persuasiva, ma politicamente esplosiva, e tutti volevano vedere come Delors l&#8217;avrebbe affrontata. Avrebbe sfidato i leader europei dicendo che i loro sforzi di perseguire la giustizia economica hanno prodotto disoccupazione come sottoprodotto non intenzionale? Avrebbe ammesso che l&#8217;EMS <em>[European Monetary System, Sistema monetario europeo, NdT] </em>poteva essere sostenuto solamente al prezzo di una recessione e avrebbe affrontato le implicazioni di quell&#8217;ammissione per l&#8217;unione valutaria europea?</p>
<p>Indovinate un po&#8217;? Delors non affrontò i problemi dello stato del welfare o dell&#8217;EMS. Spiegò che la causa fondamentale della disoccupazione europea era la mancanza di competitività con gli Stati Uniti ed il Giappone e che la soluzione era un programma di investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.</p>
<p>Era un&#8217;evasione deludente, ma non sorprendente. Dopo tutto, la retorica della competitività &#8211; quel modo di vedere secondo il quale, nelle parole del Presidente Clinton, ogni nazione è &#8220;come una grande società per azioni che compete nel mercato globale&#8221; &#8211; si è sparso fra gli opinion leader di tutto il mondo. Persone che si credono sofisticati conoscitori del tema danno per certo che il problema economico che sta di fronte ad ogni nazione moderna è fondamentalmente quello di competere nel mercato mondiale &#8211; che gli Stati Uniti e Giappone siano concorrenti nello stesso senso nel quale la Coca-cola compete con la Pepsi &#8211; e non sono consapevoli che si potrebbe sensatamente mettere seriamente in dubbio questa affermazione. Ogni tanto un nuovo best seller avverte il pubblico americano delle conseguenze atroci del perdere la &#8220;corsa&#8221; per il 21° secolo; <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota1" name="1"><sup>(1)</sup></a> un&#8217;intera industria di consigli sulla competitività, &#8220;geo-economisti&#8221; e teorici della gestione del commercio è sbucata fuori a Washington. Molte di queste persone, avendo diagnosticato i problemi economici dell&#8217;America negli stessi termini di quanto Delors faceva con l&#8217;Europa, sono ora è nei cieli più alti dell&#8217;amministrazione Clinton e formulano la politica economica e commerciale per gli Stati Uniti. Quindi Delors stava usando un linguaggio non solo appropriato ma anche comodo per lui e per un vasto pubblico di tutte e due le sponde dell&#8217;Atlantico.</p>
<p>Sfortunatamente la sua diagnosi sui mali dell&#8217;Europa era profondamente fuorviante, e diagnosi simili negli Stati Uniti sono altrettanto fuorvianti. L&#8217;idea che le fortune economiche di un paese siano determinate principalmente dal suo successo nei mercati del mondo è un&#8217;ipotesi, non una verità necessaria; e come faccenda pratica, empirica, è un&#8217;ipotesi de plano sbagliata. Non è affatto vero, cioè, che le nazioni principali del mondo siano l&#8217;una con l&#8217;altra in un grado significativo di competizione economica, o che uno qualunque dei loro importanti problemi economici possa essere attribuito a fallimenti nel competere sul mercato mondiale. La crescente ossessione di una nazione avanzata a proposito della competitività internazionale dovrebbe essere vista non come una preoccupazione fondata, ma come una visuale che viene mantenuta nonostante la palese evidenza del contrario. E per di più è evidentemente una visione che viene difesa tenacemente, un desiderio di credere, che si riflette nella incredibile tendenza, di quelli che predicano la dottrina della competitività, a sostenere la loro tesi con un&#8217;aritmetica creativa e fallace.<br />
Questo articolo consiste in tre punti. Nel primo sostiene che le preoccupazioni sulla competitività sono, sul piano empirico, quasi completamente infondate. Nel secondo, tenta di spiegare perché definire il problema economico come quello della competizione internazionale è nondimeno così attraente per molte persone. Infine sostiene che l&#8217;ossessione della competitività non solo è sbagliata, ma è pericolosa, e che distorce le politiche nazionali e minaccia il sistema economico internazionale. Questo ultimo problema è evidentemente il più importante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Pensare in termini di competitività, direttamente o indirettamente, porta a politiche economiche sbagliate su una vasta serie di problemi, nazionali ed internazionali, dalla sanità al commercio.</p>
<p><strong><a name="competizione"></a>COMPETIZIONE SENZA SENSO</strong></p>
<p>La maggior parte di coloro che usa il termine &#8220;competitività&#8221; fa così senza un <em>arrière pensée</em>. Sembra loro ovvio che l&#8217;analogia tra un paese ed una società per azioni sia ragionevole, e che chiedersi se gli Stati Uniti siano competitivi nel mercato mondiale non sia diverso in linea di principio dal chiedersi se General Motors sia competitiva nel mercato nordamericano di minivan .</p>
<p>Tentare tuttavia di definire la competitività di una nazione è nei fatti molto più problematico che definire quella di una società per azioni.</p>
<p>La linea rossa per una società per azioni consiste letteralmente nei suoi confini: se una società per azioni non può permettersi di pagare i suoi lavoratori, i fornitori, i possessori di obbligazioni, uscirà dal business. Quindi quando noi diciamo che una società per azioni non è competitiva, intendiamo dire che la sua posizione nel mercato è insostenibile, ovvero che, se non migliora le sue prestazioni, cesserà di esistere. I Paesi invece non escono dal business. Possono essere contenti o scontenti delle loro prestazioni economiche, ma non hanno una linea rossa ben definita. Di conseguenza, il concetto di competitività nazionale è vago.</p>
<p>Si potrebbe supporre, ingenuamente, che la linea rossa di un&#8217;economia nazionale consista semplicemente la sua bilancia commerciale, che la competitività possa essere misurata dall&#8217;abilità di un paese di vendere all&#8217;estero più di quanto comperi. In teoria come in pratica un&#8217;eccedenza commerciale può tuttavia essere un segno di debolezza nazionale, mentre un deficit può essere un segno di forza. Per esempio, il Messico fu costretto ad enormi eccedenze commerciali negli anni ottanta per pagare gli interessi sul suo debito estero, dato che gli investitori internazionali si rifiutavano di prestargli altri soldi; ebbe grandi deficit commerciali dopo il 1990 quando gli investitori stranieri recuperarono la fiducia e nuovi capitali cominciarono ad affluire. C&#8217;è forse qualcuno che voglia indicare il Messico come una nazione estremamente competitiva durante l&#8217;epoca della crisi del debito, o descrivere quello che accade dal 1990 in poi come una perdita in competitività?</p>
<p>La maggior parte degli autori che si occupano del problema hanno perciò tentato di definire la competitività come combinazione di favorevoli prestazioni commerciali e di qualcos&#8217;altro. In particolare, la definizione più popolare della competitività è oggi quella definita dalle linee stabilite dal libro &#8220;<em>Who&#8217;s Bashing Whom?</em>&#8221; [Chi sta assalendo chi?"] di Laura D&#8217;Andrea Tyson, Presidente del <em>Council of Economic Advisors</em>: la competitività è &#8220;la nostra abilità di produrre beni e servizi che passano il test della competizione internazionale mentre i nostri cittadini godono di uno standard di vita insieme crescente e sostenibile.&#8221; Sembra ragionevole. Se tuttavia ci si sofferma a pensarci sopra, e si mettono a confronto i pensieri con i fatti, si scopre che questa definizione soddisfa assai poco l&#8217;orecchio.</p>
<p>Consideriamo, per un momento, quello che la definizione vorrebbe dire per un&#8217;economia che fa poco commercio internazionale, come gli Stati Uniti negli anni cinquanta. Per una siffatta economia, la capacità di  bilanciare il suo commercio sta soprattutto nel trovare il giusto tasso di cambio. Ma siccome il commercio internazionale è un piccolo fattore nell&#8217;economia, il livello di cambio influisce poco sugli standard di vita. In un&#8217;economia con poco commercio internazionale, quindi, l&#8217;aumento degli standard di vita &#8211; e così la &#8220;competitività&#8221; secondo la definizione di Tyson &#8211; sarebbe determinata quasi completamente da fattori nazionali, in primo luogo dal tasso di crescita della produttività. La crescita di produttività nazionale, punto e a capo, e non la crescita di produttività relativamente agli altri paesi. In altre parole, per un&#8217;economia con poco commercio internazionale, &#8220;competitività&#8221; finisce per essere un modo curioso di dire &#8220;produttività&#8221;, senza avere niente a che fare con la competizione internazionale.</p>
<p>Ma vanno diversamente le cose quando il commercio internazionale diviene più importante, come accade per tutte le più importanti economie? Certamente le cose potrebbero cambiare. Supponiamo che un paese scopra che, anche se la sua produttività sta fortemente salendo, riesce ad esportare solo se svaluta ripetutamente la sua moneta, vendendo più a buon mercato le sue esportazioni nei mercati del mondo. Il suo standard di vita, che dipende sia dal suo potere d&#8217;acquisto nelle importazioni sia dai beni prodotti internamente, potrebbe effettivamente declinare. Nel gergo degli economisti, la crescita nazionale potrebbe essere recuperata a scapito del commercio internazionale.<sup> <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota2" name="2">(2)</a></sup> Così la &#8220;competitività&#8221; finirebbe per spuntarla alla fine sulla competizione internazionale.</p>
<p>Non c&#8217;è comunque nessuna ragione di lasciare tutto questo allo stato di pura speculazione: lo si può facilmente controllare confrontandolo coi dati. Il deterioramento degli scambi internazionali sono stati uno spauracchio importante per lo standard di vita americano? Oppure il tasso di crescita del reddito netto ["<em>Real income</em>"] americano ha essenzialmente continuato ad uguagliare il tasso di crescita della produttività nazionale, anche se gli scambi internazionale costituiscono una porzione di reddito maggiore che in passato?<br />
Per rispondere a questa domanda basta guardare ai dati della contabilità del reddito nazionale ["<em>national income</em>"] che il Dipartimento del Commercio pubblica regolarmente nella &#8220;Survey of Current Business&#8221;. La misura standard della crescita economica negli Stati Uniti è, ovviamente, il PIL reale  [<em>Real GNP</em>], una misura che divide il valore di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per gli appropriati indici di prezzo per giungere ad una stima della produzione nazionale netta [<em>real national output</em>]. Il Dipartimento del Commercio pubblica comunque anche una cosa chiamata &#8220;<em>command GNP</em>.&#8221; Questo è simile al <em>Real GNP</em>, salvo che divide le esportazioni USA non per l&#8217;indice di prezzo delle esportazioni, ma per l&#8217;indice di prezzo delle importazioni degli Stati Uniti. Ovvero, le esportazioni sono valutate in base a quello che gli americani possono comprare con i soldi ricavati dalle esportazioni. Il &#8220;command GNP&#8221; misura dunque il volume di beni e servizi che l&#8217;economia americana può &#8220;ordinare&#8221; &#8211; il potere d&#8217;acquisto della nazione &#8211; invece che il volume del prodotto. <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota3" name="3"><sup>(3)</sup></a> Come abbiamo appena visto, la &#8220;competitività&#8221; significa qualche cosa di diverso dalla &#8220;produttività&#8221; se e solamente se il potere d&#8217;acquisto cresce significativamente più lentamente del prodotto totale.<br />
Bene, ecco i numeri. Nel periodo 1959-73, un periodo dalla crescita vigorosa degli standard di vita USA e dalle poche preoccupazioni sulla competizione internazionale, il &#8220;<em>Real GNP</em>&#8221; per ora-uomo crebbe annualmente dell&#8217; 1,85 percento, mentre il &#8220;<em>command GNP</em>&#8221; orario crebbe un po&#8217; più velocemente, dell&#8217;1,87 percento. Dal 1973 al 1990, un periodo di stagnazione degli standard di vita, la crescita del &#8220;<em>command GNP</em>&#8221; orario scese allo 0,65 percento. La quasi totalità (il 91 percento) di questo rallentamento fu spiegato con un ribasso nella crescita della produttività nazionale: il &#8220;<em>Real GNP</em>&#8221; orario crebbe solamente dello 0,73 percento.<br />
Calcoli simili per la Comunità europea e il Giappone producono risultati simili. In ogni caso, la percentuale di crescita degli standard di vita essenzialmente uguaglia la percentuale di crescita della produttività nazionale, non la produttività relativamente ai concorrenti, ma semplicemente la produttività nazionale. Anche se il commercio mondiale è oggi più sviluppato di quanto non sia mai stato, gli standard di vita nazionali sono grandemente determinati da fattori nazionali piuttosto che dalla competizione nei mercati mondiali.</p>
<p>Come può succedere una cosa del genere nel nostro mondo interdipendente? Parte della risposta è che il mondo non è così interdipendente quanto probabilmente si pensi: i paesi non sono come le società per azioni. Anche oggi, le esportazioni americane sono solamente il 10 percento del valore aggiunto nell&#8217;economia (che è uguale al GNP [PIL, NdT]). Gli Stati Uniti sono cioè circa al 90 percento un&#8217;economia che produce beni e servizi per sé stessa. Per contrasto, anche la più grande società per azioni vende ben poco della sua produzione ai propri lavoratori; lo &#8220;export&#8221; della General Motors &#8211; le sue vendite a persone che non ci lavorano &#8211; è di fatto la totalità delle sue vendite, che sono più di 2,5 volte il valore aggiunto della società.</p>
<p>I paesi inoltre non competono l&#8217;uno con l&#8217;altro nello stesso modo delle società per azioni. Coca cola e Pepsi sono concorrenti quasi pure: solamente una frazione trascurabile delle vendite di Coca-Cola va ai lavoratori di Pepsi, solamente una frazione trascurabile dei lavoratori di Coca-cola compra prodotti della Pepsi. Quindi se Pepsi ha successo, lo fa tendenzialmente a spese della Coca-cola. Ma i maggiori paesi industriali, mentre vendono prodotti che competono l&#8217;un con l&#8217;altro, sono anche l&#8217;uno dell&#8217;altro i maggiori fornitori di importazioni utili. Se l&#8217;economia europea va bene, non ha bisogno di esserlo a spese di quella USA; effettivamente, se c&#8217;è una cosa probabile è proprio che un&#8217;economia europea che abbia successo aiuterebbe l&#8217;economia Americana fornendo un mercato più ampio e vendendogli beni di qualità superiore a prezzi più bassi.</p>
<p>Il commercio internazionale, inoltre, non è un gioco a somma zero. Quando sale la produttività in Giappone, il risultato principale è un aumento reale dei salari giapponesi; I salari americani o europei hanno in linea di principio la stessa probabilità di salire o di scendere, ed in pratica sembrano essere di fatto non influenzati.</p>
<p>Sarebbe possibile approfondire questo punto, ma la conclusione è chiara: mentre in linea di principio potrebbero esistere problemi di competizione, in pratica, sul piano empirico, le nazioni importanti del mondo non sono l&#8217;una con l&#8217;altro ad un livello significativo di competizione economica. C&#8217;è sempre, chiaramente, una rivalità di status e di potere: i paesi che crescono più velocemente vedranno crescere il loro ruolo politico. E&#8217; quindi sempre interessante comparare i paesi. Asserire che la crescita giapponese diminuisce lo status USA è molto diverso dal dire che riduce lo standard di vita USA, come la retorica della competitività invece asserisce.</p>
<p>Si può chiaramente assumere la posizione che le parole dicono quello che noi vogliamo dicano, che c&#8217;è la libertà, se uno vuole, di usare il termine &#8220;competitività&#8221; come un modo poetico di dire produttività, senza davvero intendere che la competizione internazionale c&#8217;entri qualcosa. Ben pochi autori sulla competitività accetterebbero però questo modo di vedere. Questi credono che i fatti raccontino una storia molto diversa da quella che stiamo vivendo, come Lester Thurow ha scritto nel suo libro di successo, &#8220;<em>Head to Head</em>&#8221; [Testa a testa], in un mondo di competizione fatta di &#8220;vittorie e sconfitte&#8221; tra le economie principali. Come è possibile questa credenza?</p>
<p><strong><a name="aritmetica"></a>ARITMETICA SPENSIERATA</strong></p>
<p>Una delle straordinarie, sorprendenti caratteristiche della enorme letteratura sulla competitività è la tendenza ripetuta di autori estremamente intelligenti ad impegnarsi in quella che può essere forse descritta con esattezza come &#8220;aritmetica spensierata.&#8221; Si fanno affermazioni che suonano come asserzioni quantitative su grandezze misurabili, ma gli autori non presentano in realtà dati su queste grandezze, e così non ci si accorge che i numeri veri contraddicono le loro affermazioni. Oppure si presentano dati che si suppone sostengano un&#8217;asserzione, ma l&#8217;autore non si accorge che i suoi stessi numeri implicano che quello che sta affermando non può essere vero. Si trovano continuamente libri ed articoli sulla competitività che sembrano al lettore non accorto pieni di convincenti evidenze, ma che appaiono a chiunque abbia dimestichezza coi dati come stranamente, quasi misteriosamente, incapaci di maneggiare i numeri. Alcuni esempi illustrano meglio questo punto. Ecco tre casi di aritmetica spensierata, ognuno a suo modo interessante.</p>
<p><strong><em>Deficit commerciale e perdita di posti di lavoro qualificati</em></strong>. In un recente articolo pubblicato in Giappone, Lester Thurow ha spiegato al suo pubblico l&#8217;importanza di ridurre l&#8217;eccedenza commerciale giapponese verso gli Stati Uniti. I salari reali USA, ha affermato, sono precipitati del sei percento durante gli anni di Reagan e Bush, e la ragione era che il deficit commerciale nei beni  manifatturieri aveva costretto i lavoratori a fuoriuscire dai ben pagati lavori nelle manifatture per spostarsi negli assai meno pagati posti di lavoro nei servizi.</p>
<p>Non è un punto di vista originale, ed è ampiamente condiviso. Ma Thurow è stato più concreto degli altri, dando numeri reali sulla perdita di posti di lavoro e di salario. Si sono persi un milione di posti di lavoro nelle manifatture, ha sostenuto, e il lavoro nelle manifatture è pagato il 30 percento in più del lavoro nei servizi.</p>
<p>Entrambi i numeri meritano qualche dubbio. Il milione di posti di lavoro è troppo alto, ed il 30 percento di differenziale di salario tra manifattura e servizi è soprattutto dovuto alla differente lunghezza della settimana lavorativa, non a una differenza nel livello salariale orario. Acconsentiamo però ai numeri di Thurow. Raccontano questi la storia che ci suggerisce?</p>
<p>Il punto chiave è che i posti di lavoro totali USA sono più di 100 milioni. Supponiamo che un milione di lavoratori sia costretto a spostarsi dalla manifattura ai servizi perdendo di conseguenza il 30 percento del salario manifatturiero. Dato che questi lavoratori sono meno dell&#8217;1 percento della forza di lavoro USA, questo ridurrebbe il livello salariale medio USA di meno di 1/100 del 30 percento &#8211; ovvero, meno dello 0.3 percento.<br />
Questo è un numero troppo piccolo per spiegare il 6 percento di diminuzione del salario reale, <em>troppo piccolo di un fattore 20</em>. Per guardare le cose in un altro modo, la perdita di salario annuale da deficit indotto da deindustrializzazione, che evidentemente Thurow ritiene essere la radice delle difficoltà economiche degli USA, sulla base dei suoi stessi numeri sarebbe all&#8217;incirca uguale a quello che gli Stati Uniti spendono in spese sanitarie in una settimana.</p>
<p>C&#8217;è qui un vero rompicapo. Come può succedere che una persona intelligente come Thurow, scrivendo un articolo che pretenderebbe di fornire una chiara evidenza quantitativa dell&#8217;importanza della competizione internazionale nell&#8217;economia USA, non riesca a comprendere che l&#8217;evidenza che lui propone mostra con chiarezza che non sono i problemi da lui identificati ad essere i colpevoli?</p>
<p><strong><em>Settori ad alto valore aggiunto</em></strong>. Ira Magaziner e Robert Reich, due figure oggi influenti nell&#8217;Amministrazione Clinton, raggiunsero per la prima volta un largo pubblico col loro libro del 1982, &#8220;<em>Minding America&#8217;s Business</em>&#8221; [<em>Gli affari in America, NdT</em>]. Il libro proponeva una politica industriale USA, e nell&#8217;introduzione gli autori fornivano apparentemente una base quantitativa e concreta per una tale politica: Il &#8220;nostro standard di vita può crescere solamente se (i) capitale e lavoro fluiscono in modo crescente verso industrie ad alto valore aggiunto per lavoratore e (ii) manteniamo una posizione in quelle industrie che sia superiore a quella dei nostri concorrenti.&#8221;<br />
Gli economisti erano scettici su questa idea in linea di principio. Se l&#8217;obbiettivo di avere le industrie giuste consistesse semplicemente nel passare a settori con alto valore aggiunto, perché i mercati privati non lo stavano già facendo? <a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#nota4" name="4"><sup>(4)</sup></a> Ci si potrebbe però liberare della domanda attribuendola semplicemente alla solita fede illimitata degli economisti nel mercato; non sostenevano forse Magaziner e Reich la loro tesi con molte evidenze tratte dal mondo reale?</p>
<p>Bene, &#8220;<em>Minding America&#8217;s Business</em>&#8221; contiene molti fatti. Una cosa che non fa mai è però quella di giustificare i criteri esposti nell&#8217;introduzione. La scelta delle industrie ad alto valore aggiunto dipende evidentemente dalla credenza degli autori che questo sia sinonimo di alta tecnologia, ma in nessun luogo nel libro si forniscono numeri che comparino i reali valori aggiunti per lavoratore nelle diverse industrie.</p>
<div align="center">
<table width="40%" border="1" cellspacing="0" cellpadding="2">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2" width="100%">
<p align="center"><span style="font-size:small;"><strong>Valore aggiunto per lavoratore (USA 1988)<br />
in migliaia di dollari</strong></span></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Sigarette</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>488</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Raffinazione petrolio</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>283</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Automobili</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>99</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Acciaio</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>97</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Aeronautica</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>68</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Elettronica</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>64</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="79%"><span style="font-size:small;"><strong>Tutte le manifatture</strong></span></td>
<td valign="top" width="21%"><span style="font-size:small;"><strong>66</strong></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>Non è difficile trovare numeri del genere. Ogni biblioteca pubblica negli USA ha una copia dello <em>Statistical Abstract</em> degli Stati Uniti che ogni anno contiene un tabella che presenta il valore aggiunto e l&#8217;occupazione per le industrie manifatturiere degli Stati Uniti.</p>
<p>Tutto quel che serve è passare qualche minuto nella biblioteca con una calcolatrice per ricavare una tabella che classifichi le industrie USA in base al valore aggiunto per lavoratore. La tabella qui sopra mostra alcune voci selezionate dalle pagine 740-744 dello <em>Statistical Abstract </em>del 1991. Se ne ricava che le industrie americane con valore aggiunto per lavoratore veramente alto sono in settori con rapporti molto alti di capitale per lavorare, come le sigarette e la raffinazione del petrolio. (Il risultato era prevedibile: dato che le industrie capital-intensive devono ottenere un ritorno standard su grandi investimenti, devono caricare i prezzi con un maggiore margine sul costo del lavoro di quanto non facciano le industrie ad alto impiego di manodopera, cosa che implica un alto valore aggiunto per lavoratore). Fra le grandi industrie, il valore aggiunto per lavoratore tende ad essere alto nei tradizionali settori manifatturieri pesanti come l&#8217;acciaio e le auto. Settori ad alta tecnologia come l&#8217;aerospazio e l&#8217;elettronica risultano essere grosso modo in posizione intermedia.</p>
<p>Questo risultato non sorprende gli economisti convenzionali. Alto valore aggiunto per lavoratore si ha nei settori che sono estremamente capital-intensive, ovvero nei settori nei quali un dollaro addizionale di capitale fa aumentare di poco il valore aggiunto. In altre parole, non c&#8217;è nessun &#8220;buono premio&#8221;<em> [free lunch, pranzo gratis, NdT]</em>. Ma sorvoliamo su quel che si dice a proposito di come funzioni l&#8217;economia, e notiamo invece la stranezza dell&#8217;errore di Magaziner e Reich. Certamente loro non volevano promuovere una politica industriale che versasse con l&#8217;imbuto capitali e posti di lavoro nell&#8217;acciaio e nelle industrie automobilistiche, invece che in quelle ad alta tecnologia. Come possono però scrivere un intero libro dedicato alla proposta di designare come obiettivo le industrie ad alto valore aggiunto senza mai controllare quali siano queste industrie?</p>
<p><strong><em>Costo del lavoro</em></strong>. Nella sua presentazione al vertice di Copenaghen, Il Primo ministro inglese John Major ha mostrato una tabella che indicava che i costi unitari del lavoro europei erano cresciuti più rapidamente di quelli negli Stati Uniti e nel Giappone. Ne deduceva che i lavoratori europei stavano autoattribuendosi un reddito al di fuori del mercato mondiale. Ma alcune settimane più tardi Sam Brittan del Financial Times ha scoperto una cosa strana nei calcoli di Major: i costi del lavoro non erano normalizzati con i tassi di cambio. Nella competizione internazionale, chiaramente, quel che conta per una ditta USA sono i costi dei suoi concorrenti esteri misurati in dollari, non in marchi o yen. I confronti internazionali dei costi del lavoro, come le tabelle che la Banca dell&#8217;Inghilterra pubblica normalmente, sono dunque sempre convertiti in una valuta comune. I numeri presentati da Major non contenevano però questa normalizzazione standard. E fu una buona cosa, per la sua presentazione, che non l&#8217;abbia fatto. Come Brittan sottolineò, i costi del lavoro europei non risultavano più alti, in termini relativi, una volta normalizzati al cambio. Questo errore è ancora più banale di quelli di Thurow o Magaziner e Reich. Come poteva John Major, con alle spalle le sofisticate risorse statistiche della Tesoreria del Regno Unito, presentare un&#8217;analisi che è precipitata nel nulla dopo aver fatto la più standard delle correzioni?</p>
<p>Questi esempi di aritmetica bizzarramente spensierata, scelti fra dozzine di casi simili, da parte di persone che certamente avevano le capacità e le risorse per farvi fronte, esige una spiegazione. La migliore ipotesi di lavoro è che in ogni caso l&#8217;autore o l&#8217;oratore voleva credere nell&#8217;ipotesi competitiva a tal punto da non avvertire nessuno stimolo a metterla in discussione; se si sono usati dei dati, è stato solamente per sostenere una credenza predeterminata, non per esaminarla. Ma perché molte persone sono evidentemente così ansiose di definire i problemi economici come problemi di competizione internazionale?</p>
<p><strong><a name="brivido"></a>IL BRIVIDO DELLA COMPETIZIONE</strong></p>
<p>La metafora competitiva &#8211; l&#8217;immagine di paesi che competono l&#8217;un con l&#8217;altro nei mercati del mondo nello stesso modo in cui lo fanno le società per azioni &#8211; deve molto del suo fascino alla sua apparente comprensibilità. Dire a un gruppo di uomini d&#8217;affari che un paese è come una società per azioni più in grande, significa dare loro il conforto di pensare che siano già in grado di capire le cose fondamentali. Parlare loro di concetti economici come il vantaggio comparato, significa chiedergli di imparare qualche cosa nuovo. Non è sorprendente che molti preferiscano una dottrina che offre il vantaggio di una apparente sofisticazione senza la fatica di dover pensare intensamente. La retorica della competitività è divenuta così tanto diffusa, tuttavia, per tre ragioni più profonde.</p>
<p>La prima è che le immagini competitive sono eccitanti, ed il brivido vende biglietti. Il sottotitolo del più importante best-seller di Lester Thurow, &#8220;<em>Head to head</em>&#8220;, è &#8220;La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e USA&#8221;; la copertina proclama che &#8220;la guerra decisiva del secolo è iniziata &#8230; e gli USA potrebbero avere già deciso di perderla.&#8221; Supponiamo che il sottotitolo avesse descritto la vera situazione: &#8220;La prossima lotta nella quale ogni grande economia riuscirà o fallirà si basa sui suoi propri sforzi, piuttosto indipendentemente da quel che faranno gli altri.&#8221; Thurow non avrebbe forse venduto un decimo delle copie?</p>
<p>Secondo, l&#8217;idea che le difficoltà economiche degli USA si incardinano in modo cruciale sui nostri fallimenti nella competizione internazionale fa paradossalmente apparire quelle difficoltà come più facili da risolvere. La produttività del lavoratore americano medio è determinata da un ordine complesso di fattori, la maggior parte dei quali irraggiungibile da politiche praticabili pubbliche. Se si accetta quindi la realtà che il nostro problema &#8220;competitivo&#8221; è realmente un problema di produttività nazionale puro e semplice, è improbabile riuscire ad essere ottimisti sulla possibilità di cambiamenti drammatici. Ma se ci si convince che il problema sta realmente dei fallimenti nella competizione internazionale &#8211; quelle importazioni stanno spingendo i lavoratori fuori dei posti di lavori ad alto salario, o la competizione straniera sovvenzionata dagli stati sta portando gli Stati Uniti fuori dai settori ad alto valore aggiunto &#8211; allora le risposte al malessere economico possono consistere in cose semplici come il sostegno dell&#8217;alta tecnologia e il fare i duri col Giappone.</p>
<p>Infine molti dei leader del mondo hanno trovato la metafora competitiva estremamente utile come strumento politico. La retorica della competitività offre giustificazioni per scelte dure o per evitarle. L&#8217;esempio di Delors a Copenaghen mostra l&#8217;utilità di metafore competitive come evasione. Delors doveva dire qualche cosa al vertice Europeo; dire qualsiasi cosa che riguardasse le vere radici della disoccupazione europea avrebbe comportato rischi politici enormi. Spostando la discussione su questioni essenzialmente irrilevanti ma apparentemente plausibili come la competitività, ha fatto guadagnare il tempo per fornire una migliore risposta (che fornì in una certa misura in Dicembre, con il libro bianco sull&#8217;economia europea, un lavoro che manteneva comunque la &#8220;competitività&#8221; nel titolo).</p>
<p>Per contrasto, la bene accolta presentazione del programma economico iniziale di Bill Clinton a febbraio 1993 mostrò l&#8217;utilità della retorica competitiva come motivazione per politiche difficili. Clinton propose un insieme di dolorosi tagli al deficit Federale ed aumenti delle tasse. Perché? Le ragioni per tagliare il deficit sono deludentemente poco drammatiche: il deficit sottrae fondi che potrebbero altrimenti essere investiti produttivamente, e questo provoca una costante anche se piccola deriva della crescita economica USA. Ma Clinton ha potuto invece fare un eccitante appello patriottico, chiamando la nazione ad agire subito per rendere l&#8217;economia competitiva nel mercato globale &#8211; con l&#8217;argomento che ne seguirebbero conseguenze economiche atroci se gli Stati Uniti non lo facessero.</p>
<p>Molte persone che sanno che la &#8220;competitività&#8221; è un concetto ampiamente privo di significato indulgono nel soddisfare la retorica competitiva perché credono che sia loro possibile imbrigliarla al servizio di buone politiche. Un&#8217;eccessiva paura dell&#8217;Unione sovietica fu usata negli anni cinquanta per giustificare la costruzione del sistema di viabilità pubblica interstatale e l&#8217;espansione dellaìistruzione in matematica e nelle scienze. Le paure ingiustificate della competizione internazionale non possono essere usate in modo simile per giustificare sforzi seri per ridurre il deficit di bilancio, ricostruire le infrastrutture, e così via?</p>
<p>Alcuni anni fa questa era una speranza ragionevole. Oggi l&#8217;ossessione della competitività è tuttavia giunta ad un punto tale che ha già cominciato a distorcere pericolosamente le politiche economiche.</p>
<p><strong><a name="pericoli"></a>I PERICOLI DI UN&#8217;OSSESSIONE</strong></p>
<p>Pensare e parlare in termini di competitività porta a tre pericoli reali. Primo, potrebbe dare luogo ad una spesa rovinosa di danaro pubblico per migliorare la competitività USA.. Secondo, potrebbe condurre al protezionismo e a guerre commerciali. Finalmente, e più importante, potrebbe dare luogo a cattive politiche pubbliche su di uno vasto spettro di importanti problemi.</p>
<p>Durante gli anni cinquanta, la paura dell&#8217;Unione sovietica spinse il governo americano a spendere soldi su cose utili come le strade pubbliche e l&#8217;istruzione scientifica.</p>
<p>Condusse tuttavia anche a spese considerevoli su cose più dubbie come i rifugi antiatomici. Il più ovvio, anche se non il meno preoccupante, pericolo dell&#8217;ossessione crescente della competitività è che condurrà probabilmente ad una simile cattiva allocazione di risorse. Per fare un esempio, le recenti linee guida del governo per il finanziamento della ricerca hanno accentuato l&#8217;importanza di sostenere la ricerca che può migliorare la competitività internazionale degli USA. Questo esercita quanto meno una certa polarizzazione verso invenzioni che possono aiutare ditte manifatturiere che generalmente competono nei mercati internazionali, invece dei produttori di servizi che generalmente non lo fanno. Ancora: la maggior parte dei nostri posti di lavoro e del valore aggiunto ora è nei servizi, ed è stata la mancanza di produttività nei servizi, piuttosto che nei prodotti, ad essere il singolo fattore più importante nella stagnazione degli standard di vita USA.</p>
<p>Un rischio molto più serio è che l&#8217;ossessione della competitività porti a guerre commerciali, forse anche ad una guerra commerciale mondiale.</p>
<p>La maggior parte di quelli che hanno predicato la dottrina della competitività non sono stati dei protezionisti vecchio stile. Vogliono che i loro paesi vincano il gioco commerciale globale, non che se ne sottraggano. Ma cosa succede se, nonostante i suoi migliori sforzi, un paese non appaia vincente, o venga a mancargli la fiducia di poterlo fare? La diagnosi competitiva suggerisce inevitabilmente che chiudere i confini è meglio che rischiare che degli stranieri portino via posti di lavoro a salario alto in settori ad alto valore aggiunto. Come estrema conclusione, la supposta relazione sulla natura competitiva delle relazioni economiche internazionali unge le ruote di quelli che vogliono politiche &#8220;confrontative&#8221; se non apertamente protezionistiche.</p>
<p>Possiamo già vedere questo processo in cammino, negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti è degno di nota quanto rapidamente i sofisticati argomenti interventisti avanzati da Laura Tyson nei suoi lavori pubblicati abbiano dato un viatico alla ingenua affermazione del Rappresentante della U.S Trade Michael Kantor che l&#8217;eccedenza commerciale bilaterale del Giappone stava costando milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. E la retorica commerciale del Presidente Clinton che mette l&#8217;accento sulla creazione supposta di posti di lavoro ad alto salario invece che sui vantaggi da specializzazione, ha lasciato la sua amministrazione in una posizione debole quando tentò di ribattere ai nemici del NAFTA che sostenevano che la concorrenza del lavoro messicano più conveniente avrebbe distrutto la base manifatturiera USA.</p>
<p>Ma il rischio forse più serio dell&#8217;ossessione della competitività è comunque il suo effetto indiretto e sottile sulla qualità del dibattito economico e sulle relative politiche. Se alti rappresentanti statali sono fortemente orientati verso una particolare dottrina economica, il loro impegno finisce per colorare inevitabilmente le politiche su tutti i temi, anche quelli che non abbiano niente a che fare con quella dottrina. E se una dottrina economica è completamente e dimostrabilmente sbagliata, l&#8217;insistenza che le discussioni facciano propria  quella dottrina inevitabilmente annebbia la vista e diminuisce la qualità del dibattito sulle politiche su di una vasta serie di problemi, inclusi alcuni che sono molto lontani dalle politiche commerciali di per sé.</p>
<p>Consideriamo, per esempio, il problema della riforma della sanità, indubbiamente la più importante iniziativa economica dell&#8217;amministrazione Clinton, quasi certamente un ordine di grandezza più importante per gli standard di vita USA di qualsiasi altra cosa si sarebbe potuta fare sulle politiche commerciali (salvo se gli Stati Uniti provocassero una guerra mondiale commerciale). Dato che la sanità è un problema con pochi collegamenti internazionali diretti, ci si sarebbe aspettati che la si tenesse fuori da alcune distorsioni politiche dovute alla fuorviate preoccupazione sulla competitività.</p>
<p>Ma l&#8217;amministrazione ha messo lo sviluppo del piano sanitario nelle mani di Ira Magaziner, lo stesso Magaziner che ha sbagliato così clamorosamente il suo compito a casa nel sostenere l&#8217;intervento pubblico nelle industrie ad alto valore aggiunto. Gli scritti precedenti e le consulenze di Magaziner sulle politiche economiche si concentravano quasi completamente sul problema della competizione internazionale, sulle sue vedute su quanto riassunto nel titolo del suo libro del 1990, &#8220;<em>The Silent War</em>&#8221; [<em>La Guerra Silenziosa, NdT</em>]. La sua nomina era conseguenza di molti fattori, evidentemente non ultima la sua lunga amicizia personale con la più importante coppia [<em>d'America, NdT</em>]. Ancora, non è stato irrilevante che in un&#8217;amministrazione impegnata nell&#8217;ideologia della competitività, Magaziner, che ha raccomandato costantemente che le politiche industriali nazionali fossero basate sui concetti di strategia imprenditoriale da lui appresi durante i suoi anni come consulente del Boston Consulting Group, fosse considerato un esperto di politica economica.</p>
<p>Si può anche notare l&#8217;insolito processo con il quale è stata sviluppata la riforma della sanità. Nonostante le enormi dimensioni della <em>task force</em>, esperti riconosciuti nella sanità erano quasi completamente assenti, in particolare sebbene non esclusivamente economisti specializzati nella sanità, inclusi economisti con impeccabili credenziali liberal come Henry Aaronn della Brookings Institution. Di nuovo, questo è stato probabilmente il riflesso di una serie di fattori, tra i quali non è però probabilmente irrilevante la circostanza che Magaziner, fortemente impegnato nell&#8217;ideologia della competitività, non abbia in passato trovato gli economisti di professione molto comprensivi, e non fosse disposto ad avere a che fare con loro su nessun problema.</p>
<p>Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all&#8217;ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell&#8217;evoluzione.</p>
<p><strong><a name="consulente"></a>IL CONSULENTE E&#8217; NUDO</strong></p>
<p>Se l&#8217;ossessione della competitività è fuorviante e dannosa come questo articolo sostiene, perché non ci sono più voci a dirlo? La risposta è: per una mistura di speranza e di paura.</p>
<p>Dal lato della speranza, molte persone assennate hanno immaginato di potersi appropriare della retorica della competitività in favore di politiche economiche desiderabili. Supponiamo di credere che gli Stati Uniti abbiano bisogno di innalzare il tasso di risparmio e di migliorare il sistema educativo per innalzare la produttività. Anche sapendo che i benefici di una maggiore produttività non hanno niente a che vedere con la competizione internazionale, perché non descrivere questo come una politica per migliorare la competitività se si pensa di potere così allargare il pubblico dei suoi sostenitori? Quella di accarezzare i pregiudizi popolari in favore di una buona causa, è una tentazione alla quale ho ceduto io stesso.</p>
<p>Riguardo alla paura, ci vuole o un economista molto coraggioso o molto imprudente per dire pubblicamente che una dottrina che molti, forse i più, degli opinion leader del mondo ha abbracciato, è de plano sbagliata. L&#8217;insulto maggiore sta nel fatto che molti di quegli uomini e donne pensano, usando la retorica della competitività, di dimostrare la loro sofisticazione in economia. Questo articolo può influenzare delle persone, ma non si farà molti amici.</p>
<p>Sfortunatamente quegli economisti che hanno sperato di appropriarsi della retorica della competitività per buone politiche economiche hanno avuto invece la loro credibilità aumentata in favore di cattive idee. E qualcuno deve mettere in evidenza quando il guardaroba intellettuale dell&#8217;imperatore non sia esattamente quel che lui pensa.</p>
<p>Quindi cominciamo a dire la verità: la competitività è una parola senza significato quando si applica alle economie nazionali. E l&#8217;ossessione della competitività è sbagliata e pericolosa.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;:</p>
<blockquote><p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#1" name="nota1">1) </a>Si veda, per solo alcuni esempi, Laura D&#8217;Andrea Tyson &#8221; Who&#8217;s Bashing Whom&#8221;: Conflitto commerciale in Industrie ad Alta tecnologia, Washington, Institute for International Economics, 1992; Lester C. Thurow &#8220;Head to Head&#8221;: La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e l&#8217;America; New York: Morrow; 1992; Ira C. Magaziner e Robert B. Reich, &#8220;Minding America&#8217;s Business&#8221;: declinio e crescita dell&#8217;Economia americana, New York: Vintage Books, 1983; Ira C. Magaziner e Mark Patinkin, &#8220;The Silent War&#8221;: dentro le battaglie del business globale che plasmano il futuro dell&#8217;America. New York: Vintage Books,, 1990; Edward N. Luttwak, &#8220;The Endangered American Dream&#8221;: Come impedire che gli Stati Uniti diventino un paese del terzo mondo e come vincere la lotta geo-economica per la supremazia industriale, New York: Simon e Schuster, 1993; Kevin P.Phillips, &#8220;Staying on Top&#8221;: Il <em>business case</em> per una strategia industriale nazionale, New York: Random House, 1984; Clyde  V. Prestowitz, Jr., &#8220;Trading Places:&#8221; Come abbiamo permesso al Giappone di andare in testa, New York: Basic Books, 1988; William S. Dietrich, !In the Shadow of the Rising Sun&#8221;: Le radici politiche del declino economico americano, University Park: Pennsylvania State University, 1991; Jeffrey E. Garten, &#8220;A Cold Peace&#8221;: America, Giappone, Germania, e la lotta per la supremazia, New York: Times Books, 1992; e Wayne Sandholtz. et al., &#8220;The Highest Stakes&#8221;: i fondamenti economici del prossimo sistema di sicurezza, Berkeley Roundtable sull&#8217;Economia Internazionale (BRIE), Oxford University Press, 1992.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#2">2)</a>Un esempio può qui essere utile. Supponiamo che un paese spenda il 20 percento del suo reddito in importazioni, e che i prezzi delle sue importazioni non siano stabiliti in valuta nazionale ma estera. Allora se il paese è costretto a svalutare la sua moneta &#8211; riduce il suo valore in valuta straniera &#8211; entro il 10 percento, questo innalzerà il prezzo del paniere che il paese sta spendendo del 20 percento, elevando così l&#8217;indice dei prezzi complessivo del 2 percento. Anche se la produzione nazionale non è cambiata, il vero reddito del paese sarà precipitato perciò del 2 percento. Se il paese deve svalutare ripetutamente di fronte ad una pressione competitiva, la crescita del reddito reale rimarrà costantemente in ritardo rispetto alla crescita reale della produzione.</p>
<p>E&#8217; comunque importante notare che la dimensione di questo ritardo non dipende solo dall&#8217;ammontare della svalutazione ma dalla quota di importazione nelle spese. Una svalutazione del 10 percento del dollaro rispetto allo yen non riduce il reddito reale degli Stati Uniti del 10 percento &#8211; infatti, riduce solamente approssimativamente il reddito reale degli Stati Uniti solo dello 0.2 percento perché solo circa il 2 percento del reddito Americano è speso in beni prodotti in Giappone.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#3">3)</a>Nell&#8217;esempio nella nota precedente, la svalutazione non avrebbe effetto sul GNP reale, ma il &#8220;command GNP&#8221; sarebbe precipitato del due percento. La scoperta che in pratica il &#8220;command GNP&#8221; è cresciuto all&#8217;incirca velocemente come il GNP reale spinge a dire che eventi come il caso ipotetico della nota sono senza pratica importanza.</p>
<p><a href="http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa#4">4)</a>&#8220;valore aggiunto&#8221; ha un significato preciso, standard, nella contabilità del reddito nazionale: il valore aggiunto di una ditta è il valore in dollari delle sue vendite, meno il valore in dollari dei contributi che acquista dalle altre ditte, e come tale è misurato facilmente. Alcune persone che usano il termine, probabilmente ignorano questa definizione e semplicemente usano &#8220;alto valore aggiunto&#8221; come sinonimo di &#8220;desiderabile.&#8221;</p></blockquote>
<p>Fonte: <a href="http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm">http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/global/'>Global</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/competitivita/'>competitività</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/jacques-delors/'>Jacques Delors</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/paul-krugman/'>Paul Krugman</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/4085/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/4085/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=4085&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il debito pubblico deprime la crescita? Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 10:46:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Siti e blog di economia non parlano d&#8217;altro. Un famoso paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tra i più citati negli ultimi anni, nel quale si evidenziava l&#8217;esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, è inficiato da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3990&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3995" class="wp-caption alignnone" style="width: 563px"><img class="size-full wp-image-3995 " alt="Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/ba-ba272a_qanda_g_20121123195546-e13662815526561.jpg?w=560"   /><p class="wp-caption-text">Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff</p></div>
<p><strong>Siti e blog di economia non parlano d&#8217;altro. Un famoso paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tra i più citati negli ultimi anni, nel quale si evidenziava l&#8217;esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, è inficiato da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio di calcolo, tanto che su twitter si parla di #excelgate. Eppure, anche sulla base di questo studio, è stata giustificata l&#8217;austerità, il pareggio di bilancio e il &#8220;rimettere a posto i conti&#8221;, al di qua e al di là dell&#8217;Atlantico.</strong></p>
<p><em><strong>di Paolo Zacchia </strong>per Keynes Blog</em></p>
<p><span id="more-3990"></span></p>
<p>La narrativa prevalente nel dibattito pubblico sulla crisi economica corrente e sulle soluzioni per uscirne ha identificato nell&#8217;alto debito pubblico italiano “a rischio insolvenza” la causa primaria dei problemi attuali dell&#8217;Italia. Questo nonostante a livello internazionale gli economisti professionisti abbiano raggiunto un largo consenso nell&#8217;individuare in altre cause, dovute in ultima analisi ai limiti dell&#8217;attuale architettura monetaria europea, le ragioni di fondo della crisi dell&#8217;euro e in particolare le tensioni sul mercato dei titoli di stato italiani (lo <em>spread</em>). A un alto livello del debito pubblico è spesso attribuita anche la malattia fondamentale dell&#8217;Italia negli ultimi decenni: l&#8217;anemica crescita del reddito nazionale o PIL.</p>
<p>Sebbene senza lo stesso livello di ossessività a rasentare la paranoia, le “nefaste e terrificanti conseguenze del debito pubblico” sono state sino ad ora molto presenti nel dibattito pubblico di altri paesi, evocate in particolare dai sostenitori dell&#8217;austerità e della disciplina di bilancio in tempi di crisi, in Europa come negli Stati Uniti. Poiché è difficile motivare l&#8217;austerità sulla base di una larga parte dei prevalenti modelli macroeconomici di <em>breve periodo</em> (ovvero, con un po&#8217; di libertà terminologica, i modelli utilizzati dagli economisti per predire il e rispondere al ciclo economico, recessioni ed espansioni) costoro si basano piuttosto su motivazioni di <em>lungo periodo</em>: il debito pubblico sarebbe un male poiché limita la crescita dell&#8217;economia nei decenni a venire, e quindi ci renderà tutti più poveri, in media, nel futuro.</p>
<p>Le basi teoriche di questa argomentazione, tuttavia, sono difficili da identificare e isolare con chiarezza (tra queste non va inclusa la ripetuta predica riguardante il “peso sulle future generazioni”, la quale ignora che le nuove generazioni erediteranno la ricchezza delle vecchie e pure, quindi, credito sul debito pubblico, per cui la questione è mal posta). Certamente maggior eco ha avuto lo studio di due autorevoli economisti dell&#8217;Università di Harvard e del Maryland, <strong>Carmen Reinhart</strong> e <strong>Kenneth Rogoff</strong>, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima <em>American Economic Review,</em> il quale ha stabilito il problema in termini empirici. E&#8217; possibile scaricare un Working Paper preliminare all&#8217;indirizzo <a href="http://www.nber.org/papers/w15639.pdf" target="_blank">http://www.nber.org/papers/w15639.pdf </a></p>
<p>Analizzando una nuova base di dati che mette a confronto le finanze pubbliche e i risultati macroeconomici di un campione molto ampio di paesi a partire dal dopoguerra e oltre, ma non sempre disponibili per ogni paese e per ogni anno, lo studio dei due economisti mostra come esista una “discontinuità” dell&#8217;effetto del debito pubblico sulla crescita. In particolare, se parrebbero non esserci differenze sostanziali per valori sufficientemente moderati del rapporto debito/PIL, un valore di tale rapporto che sia superiore al 90% è associato nei dati a tassi di crescita economica significativamente più bassi, e in media nulli o negativi.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/screenshot1.png"><img class="aligncenter  wp-image-3991" alt="screenshot1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/screenshot1.png?w=392&#038;h=398" width="392" height="398" /></a></p>
<p>È importante sottolineare come tale risultato non corrisponda a un rapporto causale del debito sulla crescita, ma di correlazione: il meccanismo potrebbe benissimo essere inverso, ad esempio la bassa crescita può comportare alti rapporti tra debito e PIL se i governi fossero incapaci di governare il deficit in assenza o scarsità di crescita. Lo studio non può offrire una risposta a tale questione, e ciò è tenuto ben presente dagli autori.</p>
<p>L&#8217;importanza di questo studio tra gli economisti accademici non è stata dovuta tanto alla risolutezza delle conclusioni raggiunte, quanto alla novità scientifica rappresentata dall&#8217;affrontare il problema su basi empiriche e con una più ricca base di dati. Tuttavia, pare che politici e responsabili di politica economica abbiano tratto da questo studio di ricerca economica, per quanto innovativo, indiscutibili verità ontologiche destinate a magnificare le loro sagge e lungimiranti scelte o proposte di politica economica. <strong>Olli Rehn</strong>, commissario UE per l&#8217;Economia, ha per esempio affermato:</p>
<p style="padding-left:30px;">«È ampiamente riconosciuto, sulla base di seria ricerca scientifica, che quando i livelli del debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni.»</p>
<p>Affermazioni simili sono state fatte da personalità quali Paul Ryan e Tim Geithner negli Stati Uniti e Lord Lamont of Lerwick nel Regno Unito. Purtroppo per molti, tuttavia, tali risultati così ampiamente citati e influenti nel dibattito pubblico, se probabilmente non sono mai stati troppo solidi, ora appaiono del tutto dubbi e traballanti.</p>
<p>Martedì scorso un working paper a cura di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell&#8217;Università del Massachusetts, Amherst [<a href="http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf" target="_blank">link</a>] ha dimostrato come i risultati originali della ricerca di Reinhart e Rogoff siano basati su problemi metodologici, manipolazioni dei dati ed errori di calcolo che paiono in alcuni casi grossolani e, in un certo senso, “originali”. Eliminandoli dall&#8217;analisi, <strong>il tasso di crescita medio dei paesi ad alto debito balza dal –0.1% al +2.2%</strong>, una differenza molto grande. I problemi principali individuati sono tre:</p>
<ol>
<li><strong>l&#8217;esclusione selettiva di alcune osservazioni nei dati;</strong></li>
<li><strong>uno schema di bilanciamento dei dati non convenzionale;</strong></li>
<li><strong>un errore di codice nel foglio di calcolo originale utilizzato per selezionare i dati.</strong></li>
</ol>
<p>Cercherò di riassumerli brevemente.</p>
<p>In primo luogo, sono escluse osservazioni specifiche di paesi (peraltro tutti anglosassoni: Canada, Australia e Nuova Zelanda) in un periodo storico, quello dell&#8217;immediato dopoguerra, in cui questi paesi sono stati caratterizzati sia da alto debito pubblico, oltre la fatidica soglia del 90%, che da una buona crescita media dell&#8217;economia. Reinhart e Rogoff utilizzano solamente, e senza alcuna ragione troppo chiara, l&#8217;ultima osservazione del periodo storico in questione per la Nuova Zelanda. In quest&#8217;ultimo paese in particolare – il cui tasso di crescita dell&#8217;economia era molto volatile nel dopoguerra, ma in media buono, del 2.58% – l&#8217;esclusione ha un grande impatto sulla media del tasso di crescita, che cade così di circa dieci punti al -7.6%: un&#8217;enormità!</p>
<p>Questa “scelta discrezionale” non avrebbe avuto probabilmente una grande importanza se non fosse stata amplificata da un secondo problema nell&#8217;analisi, uno schema non convenzionale di bilanciamento delle osservazioni. Negli studi empirici in economia è normale utilizzare tecniche volte ad attribuire maggiore o minore importanza ad alcune osservazioni. Solitamente, queste tecniche sono mirate ad ottenere obiettivi specifici: ad esempio, se si vuole calcolare l&#8217;effetto di una determinata variabile o politica sul reddito medio nella popolazione, ma si hanno a disposizione solo dati per gruppi di individui (ad esempio, paesi) tali dati sono pesati per la popolazione.</p>
<p>Tuttavia, lo schema di bilanciamento scelto da Reinhart e Rogoff non pare avere motivazioni e basi chiare, ma certo ha un grande effetto sui risultati finali. Sostanzialmente, tutte le osservazioni per ogni singolo paese vengono divise in gruppi rispetto al rapporto debito/PIL (ad esempio, tutte le osservazioni per gli anni in cui il rapporto è più basso, oppure più alto, del 90%), e viene calcolata la media del tasso di crescita di ogni paese separatamente in ogni gruppo. Alla fine, si calcola la media delle medie tra tutti i paesi all&#8217;interno di ogni singola categoria di debito/PIL.</p>
<p>Questo significa che nel calcolo finale, le 19 osservazioni relative alla crescita media del 2.4% del Regno Unito nel periodo di alto debito pubblico hanno la stessa importanza del –7.6% della Nuova Zelanda, come detto basato su un solo anno e dovuto a un&#8217;esclusione apparentemente arbitraria di singole osservazioni. Gli autori della critica sono consapevoli che probabilmente, per una serie di ragioni tecniche, un qualche tipo di schema di bilanciamento potrebbe essere preferibile a una media pura sulle singole osservazioni, ma è quantomeno inusuale che Reinhart e Rogoff nel loro lavoro originale non discutano o giustifichino la scelta del loro schema di bilanciamento, che ha un impatto enorme sui loro risultati.</p>
<p>Infine, l&#8217;intero lavoro è viziato da un errore di codice sul foglio di calcolo utilizzato per selezionare i dati, il quale esclude la buona media del tasso di crescita del Belgio che è a lungo stato contraddistinto da un alto debito pubblico. La seguente immagine è abbastanza esplicativa.</p>
<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/reinhart_rogoff_coding_error_0.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-3993" alt="reinhart_rogoff_coding_error_0" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/reinhart_rogoff_coding_error_0.png?w=560"   /></a></p>
<p>Si può notare come questo errore, che da solo abbassa la media del tasso di crescita dei paesi ad alto debito dello 0.3%, escluderebbe anche Canada e Australia se le osservazioni per questi paesi fossero state appropriatamente incluse nell&#8217;analisi. È altresì evidente che il grosso del risultato pare guidato dalla singola osservazione sulla performance economica del tutto anomala della Nuova Zelanda – un paese relativamente piccolo e isolato – in un singolo anno, il 1949.</p>
<p>Il tutto appare, agli occhi di qualsiasi ricercatore di economia, terribilmente approssimativo.</p>
<p>Altrettanto approssimativa non è invece parsa la sicumera con cui politici più o meno eletti, come il già citato Olli Rehn, hanno esibito lo studio di Reinhart e Rogoff come indiscutibile base scientifica per le politiche di austerità. Sotto l&#8217;insegna di questo tipo di motivazioni, in Italia sono state tagliate o dilazionate pensioni di individui oramai avanti negli anni e con poche prospettive sul mercato del lavoro, ed è stata ferocemente tassata la proprietà della prima casa in maniera alquanto indiscriminata. Le conseguenze di queste scelte sono evidenti: un aggravarsi della recessione, un aumento della disoccupazione e un peggioramento ulteriore del rapporto debito/PIL – a suggerire di nuovo, non sarà che se un rapporto di causalità esiste, questo sia al contrario?</p>
<p>La <a href="http://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/how-much-unemployment-was-caused-by-reinhart-and-rogoffs-arithmetic-mistake" target="_blank">domanda che alcuni economisti maliziosamente si fanno ora è</a>: quanta disoccupazione è stata “causata” da errori aritmetici e di utilizzo del foglio di calcolo? Quanti posti di lavoro persi?</p>
<p>Probabilmente nessuno: è arduo immaginare che un singolo articolo scientifico, per quanto rilevante, abbia da solo reso possibile determinate scelte di politica economica. Ma certamente ne è stato un supporto propagandistico rilevante, in una fase critica per le democrazie occidentali in cui un maggiore pluralismo nell&#8217;informazione economica e nel dibattito di politica economica sarebbe certamente più auspicabile.</p>
<p>Addendum: <a href="http://blogs.wsj.com/economics/2013/04/16/reinhart-rogoff-response-to-critique/" target="_blank">Reinhart e Rogoff hanno prontamente risposto alle critiche</a>, ammettendo larga parte degli errori, ma difendendo la propria analisi con argomentazioni delle quali le più rilevanti sono, primo, che se è vero che i loro risultati non sono veri rispetto alla crescita economica media, valgono sotto alcune condizioni per la crescita economica mediana e, secondo, che in ogni caso la loro analisi contenuta in ricerche successive come nel libro <em>This time is different</em>, che analizza episodi storici di crisi finanziaria e default del debito pubblico, non ne risulterebbe invalidata.</p>
<p>Ancora più rapida è stata però la <a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/17/further-further-thoughts-on-death-by-excel/?gwh=62CE1EF7A886EBD27AE295604A22AE8E" target="_blank">duplice-triplice replica di Krugman</a> che dal suo blog si dichiara non convinto, per usare un eufemismo, che la difesa di R-R (come li chiama), sia efficace. Un punto è certo: la soglia critica del 90% del rapporto debito/PIL, così vicina ai livelli di molti paesi occidentali coinvolti nella crisi e nelle politiche di austerità, non pare avere alcun particolare significato economico o statistico, e che la discussione accademica e pubblica dovrebbe piuttosto concentrarsi maggiormente sul rapporto di causalità inversa, cioè la scarsa crescita che gonfia il debito relativo. L&#8217;importante è che il dibattito sia aperto: per lo meno, ora lo è certamente più di prima.</p>
<p>Link utili:</p>
<p>L&#8217;articolo di R&amp;R: <a href="http://www.nber.org/papers/w15639.pdf" target="_blank">http://www.nber.org/papers/w15639.pdf </a></p>
<p>Alcune citazioni dell&#8217;articolo (versione del CEPR): <a href="http://ideas.repec.org/r/cpr/ceprdp/7661.html" target="_blank">http://ideas.repec.org/r/cpr/ceprdp/7661.html</a></p>
<p>Il paper di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell&#8217;Università del Massachusetts, Amherst</p>
<p><a href="http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf" target="_blank">http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf</a></p>
<p>Un articolo dettagliato dal sito Next New Deal della Fondazione Roosevelt</p>
<p><a href="http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/researchers-finally-replicated-reinhart-rogoff-and-there-are-serious-problems" target="_blank">http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/researchers-finally-replicated-reinhart-rogoff-and-there-are-serious-problems</a></p>
<p>Articoli sul tema di Paul Krugman:</p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/02/27/another-attack-of-the-90-percent-zombie/" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/02/27/another-attack-of-the-90-percent-zombie/</a></p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/09/deficit-derangement-syndrome/" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/09/deficit-derangement-syndrome/</a></p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/16/holy-coding-error-batman/" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/16/holy-coding-error-batman/</a></p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/16/reinhart-rogoff-continued/" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/16/reinhart-rogoff-continued/</a></p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/17/further-further-thoughts-on-death-by-excel/" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/17/further-further-thoughts-on-death-by-excel/</a></p>
<p><a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/17/blame-the-pundits-too/?gwh=E955C4D85DC090055882D29B7A0D37C1" target="_blank">http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/17/blame-the-pundits-too/?gwh=E955C4D85DC090055882D29B7A0D37C1</a></p>
<p>Dal blog Free Exchange dell&#8217;Economist:</p>
<p><a href="http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2013/04/debt-and-growth" target="_blank">http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2013/04/debt-and-growth</a></p>
<p>Una delle prime critiche al paper di R&amp;R:</p>
<p><a href="http://ideas.repec.org/p/lev/wrkpap/wp_603.html" target="_blank">http://ideas.repec.org/p/lev/wrkpap/wp_603.html</a> (qui in italiano: <a href="http://memmt.info/site/un-debito-sovrano-eccessivo-compromette-davvero-la-crescita/" target="_blank">http://memmt.info/site/un-debito-sovrano-eccessivo-compromette-davvero-la-crescita/</a> )</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/carmen-reinhart/'>Carmen Reinhart</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/debito-pubblico/'>debito pubblico</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/excelgate/'>excelgate</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/kenneth-rogoff/'>Kenneth Rogoff</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/paul-krugman/'>Paul Krugman</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/3990/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/3990/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3990&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Occupazione: Keynes contro i neoclassici (for dummies)</title>
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		<comments>http://keynesblog.com/2013/04/03/occupazione-keynes-contro-i-neoclassici-for-dummies/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 08:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Marino</dc:creator>
				<category><![CDATA[consigliati]]></category>
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		<description><![CDATA[Tanto si è detto negli ultimi tempi a proposito dell’argomento a favore di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e di come si possa in tal modo creare maggiore occupazione. Vediamo quindi quali sono i fondamenti teorici di queste politiche e quale è stata la maggiore e solida critica che ha ricevuto tale impostazione. [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3769&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-3821" alt="demotivationale-keynes" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/03/demotivationale-keynes.jpg?w=560&#038;h=396" width="560" height="396" /></p>
<p><strong>Tanto si è detto negli ultimi tempi a proposito dell’argomento a favore di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e di come si possa in tal modo creare maggiore occupazione. Vediamo quindi quali sono i fondamenti teorici di queste politiche e quale è stata la maggiore e solida critica che ha ricevuto tale impostazione.</strong></p>
<p><em><strong>di Sebastiano Marino &amp; Keynes Blog</strong></em></p>
<p><span id="more-3769"></span></p>
<p style="padding-left:30px;"><em>Ho intitolato questo libro Teoria generale dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta, insistendo sull&#8217;aggettivo <strong>generale</strong>. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica [...] Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell&#8217;esperienza.</em></p>
<p style="padding-left:30px;text-align:right;">&#8211; John Maynard Keynes, Teoria Generale dell&#8217;Occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta</p>
<p>L’impostazione teorica che fa riferimento a una <em>maggiore flessibilità dei salari</em> quale antidoto contro la disoccupazione viene chiamata dagli economisti <strong>“scuola neoclassica”</strong> (“scuola marginalista” dagli storici del pensiero economico e “liberista” dai politologi).  Secondo i neoclassici il livello di occupazione si determina nel mercato del lavoro: lì si incontrano la <strong>domanda di lavoro delle imprese</strong> e <strong>l&#8217;offerta di lavoro da parte dei lavoratori</strong>.</p>
<p><strong>Per i neoclassici il mercato del lavoro quindi è simile al mercato delle merci</strong>, in cui la quantità domandata aumenta se diminuiscono i prezzi, mentre la quantità offerta aumenta se aumentano i prezzi. Nel caso del mercato del lavoro, il &#8220;prezzo&#8221; è il salario in termini reali, cioè al netto dell&#8217;inflazione, che altro non è che l&#8217;aumento del livello dei prezzi dei beni acquistati con il salario stesso. La quantità è invece il numero di occupati (come approssimazione delle ore lavorate). Quindi<strong> i lavoratori offriranno &#8220;più lavoro&#8221; se i salari reali salgono, mentre le imprese domanderanno più lavoro se i salari reali scendono. </strong>Il punto di equilibrio tra domanda e offerta determina il salario reale effettivamente percepito e la quantità di lavoratori effettivamente occupati.</p>
<p>Vediamo qual è il meccanismo da loro descritto nei due grafici seguenti.</p>
<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/03/neoclassici2.jpg"><img class="size-medium wp-image-3801" alt="mercato del lavoro e mercato dei beni secondo i neoclassici" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/03/neoclassici2.jpg?w=320" /></a></p>
<p>Nel primo grafico vediamo la <strong>curva di domanda di lavoro</strong> (<em>Nd </em> linea in azzurro), da parte delle imprese operanti in condizioni di concorrenza perfetta, che corrisponde alla <strong>curva della produttività marginale del lavoro</strong> (<em>PMgL</em>;  misura<strong> l&#8217;incremento di prodotto dovuto ad un&#8217;unità aggiuntiva di forza lavoro</strong>, quindi <strong>l&#8217;utilità dell&#8217;impresa ad assumere un nuovo lavoratore rispetto a quelli già assunti ad un dato salario</strong>) ed <strong>è decrescente  in funzione dei salari reali</strong> (<em>w/P;  wages/Prices</em>); come detto la quantità di lavoratori domandata dalle imprese varia in senso inverso al livello del salario reale, diminuisce all’aumentare del salario reale e aumenta al diminuire del salario reale.</p>
<p>Di converso, <strong><em>la curva di offerta di lavoro</em> (<em>Ns linea in rosso</em>) da parte dei lavoratori è crescente in funzione dei salari reali</strong> e corrisponde alla curva di <strong>disutilità o penosità marginale del lavoro per i lavoratori</strong> (cioè l&#8217;incremento di  penosità per il lavoratore all&#8217;aumentare della quantità di lavoro offerto, ad un dato salario).</p>
<p>L&#8217;affermazione appare logica: <strong>i lavoratori accetteranno la &#8220;pena&#8221; di lavorare invece che avere tempo libero</strong> (che i neoclassici chiamano leisure, &#8220;piacere&#8221;) <strong>se verranno pagati di più</strong>. Ma d&#8217;altra parte<strong> le imprese assumeranno lavoratori sempre meno utili solo se il loro salario diminuirà.</strong> Si tenga conto che si tratta di<strong> ipotesi sui comportamenti individuali del tutto idealizzati</strong>, ma questo è tipico della teoria neoclassica basata sull&#8217;<strong>individualismo metodologico</strong>, in cui gli agenti sono considerati identici a prescindere da differenze di classe: imprenditori, consumatori, lavoratori, investitori massimizzano sempre l&#8217;utilità.</p>
<p>L’incontro tra queste due curve è il punto di equilibrio del mercato del lavoro in cui si determinano il salario reale e il livello di occupazione di equilibrio <i>[</i><em>(w/P)* e N*</em>].</p>
<p>Nel grafico sottostante quello del mercato del lavoro è rappresentato<strong> il mercato dei beni</strong>, con la <strong>funzione di produzione a rendimenti decrescenti</strong> [<i>Y=f(K,N)</i>], che, dato un certo ammontare di capitale K, configura i vari livelli produttivi in base al livello di occupazione. Cioè, dato K costante (ad esempio una catena di montaggio), ogni nuovo lavoratore produrrà un poco meno di quello precedente.<br />
<strong>Il livello di occupazione N* determinato così nel mercato del lavoro</strong> <strong>viene riportato sulla funzione di produzione determinando il prodotto nazionale Y*</strong>, che, per l’operare della<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Say" target="_blank"> Legge di Say</a>, sarà interamente venduto (ovvero la domanda di beni aggregata D(N) coincide con la funzione di produzione che rappresenta l’offerta di beni aggregata Z(N)).</p>
<p><strong>Dunque, secondo questo modello</strong>, <strong>se i salari sono flessibili e vige la concorrenza perfetta tra le imprese, si raggiunge sempre l’equilibrio di <em>piena occupazione</em><i></i><i>.</i></strong><br />
Tutti i lavoratori a destra di N* sono considerati <em><strong>disoccupati volontari</strong></em> perché <strong>non accettano lavoro per un salario reale più basso</strong>. <strong>Se abbassassero le loro pretese, la curva di offerta di lavoro verrebbe traslata in basso a destra</strong> (<em>Ns+, linea rossa tratteggiata</em>) <strong>e per un salario reale più basso (w/P)+ si potrebbero occupare lavoratori fino a N+, determinando inoltre un aumento della produzione fino a Y+.</strong></p>
<h3><span style="color:#003366;">La critica di Keynes</span></h3>
<p>Nel 1936 <strong> John Maynard Keynes</strong> pubblica la sua opera più importante: la <em><strong>“Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”</strong></em> in cui viene letteralmente <strong>capovolta l’impostazione neoclassica</strong>.</p>
<p>Nel capitolo 3 enuncia il cosiddetto <em><strong>“principio della domanda effettiva”:</strong></em></p>
<blockquote><p><em>“[i]l <strong>prezzo complessivo di offerta della produzione </strong>[che poi chiama <strong>funzione di offerta aggregata Z(N)</strong><b>, </b>n.d.r.] ottenuta con un dato volume di occupazione è l’aspettativa del ricavo che renda appena conveniente agli imprenditori offrire quella occupazione.</em><br />
<em>Ne deriva che in un dato stato della tecnica, delle risorse e del costo dei fattori per unità di occupazione, il volume di occupazione, sia in ciascuna impresa singola o in ciascun settore produttivo, sia nel complesso, dipende dall’<strong>ammontare del ricavo che gli imprenditori prevedono di ottenere dalla produzione corrispondente</strong> [che poi chiama <strong>funzione di domanda aggregata D(N)</strong>, n.d.r.]; infatti gli imprenditori cercheranno di fissare il volume dell’occupazione a quel livello che rende massima, nelle loro previsioni, l’eccedenza del ricavo sul costo dei fattori.”</em></p></blockquote>
<p>Ossia, date le condizioni di offerta nel breve periodo (stato della tecnica, risorse e costo dei fattori) il livello di produzione e di occupazione dipende dalle <strong>aspettative di ricavo degli imprenditori</strong>, cioè dalla funzione di domanda aggregata.</p>
<p>Keynes continua:</p>
<blockquote><p><em>”quindi il volume di occupazione è dato dal punto di intersezione fra la funzione di domanda aggregata e la funzione di offerta aggregata, giacché a quel punto saranno rese massime le previsioni di profitti da parte degli imprenditori. Chiameremo <strong>domanda effettiva</strong> il valore di D nel punto della funzione di domanda aggregata nel quale questa è intersecata dalla funzione di offerta aggregata.”</em></p></blockquote>
<p>In tal modo, Keynes sostanzialmente ribalta, come già detto, la visione neoclassica affermando che <strong>è la domanda che crea l’offerta e non viceversa</strong> (rifiuta la Legge di Say, poiché non è per niente scontato che tutto quanto venga prodotto sarà certamente venduto) e che, altro aspetto dirimente, <strong>la domanda di lavoro si determina sul mercato dei beni e non sul mercato del lavoro.</strong></p>
<p>Si noti che il ribaltamento non è affatto banale nelle sue implicazioni: Keynes dice che gli imprenditori non investiranno, produrranno e quindi assumeranno lavoratori se la domanda attesa in futuro viene ritenuta scarsa. E dà quindi un ruolo rilevante alle <strong>aspettative degli imprenditori da un lato</strong> e alla <strong>propensione al consumo delle famiglie</strong> dall&#8217;altra che influenza l&#8217;inclinazione della curva di domanda aggregata. <strong>Il sistema economico è scoordinato perché non tutti i soggetti hanno la stessa funzione sociale e gli stessi comportamenti e quindi</strong> <strong>non vi è alcuna tendenza &#8220;naturale&#8221; alla piena occupazione.</strong> Al contrario, il sistema si trova normalmente in un punto di occupazione inferiore.</p>
<p>Aiutandoci coi grafici sotto, possiamo vedere la funzione di offerta aggregata Z(N) che è determinata dai costi che le imprese sostengono .  Mentre D(N) rappresenta la funzione di domanda aggregata attesa dagli imprenditori, che sappiamo a sua volta essere determinata da spesa per consumi, spesa per investimenti, spesa delle pubbliche amministrazioni ed esportazioni.</p>
<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/keynes3-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3802  " alt="mercato dei beni e mercato del lavoro secondo Keynes" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/04/keynes3-1.jpg?w=320" /></a></p>
<p>Il punto di incontro in E* rappresenta per Keynes la<strong> domanda effettiva</strong> che determina il livello di equilibrio del reddito nominale (ossia in termini di moneta) nazionale Y* e del livello dell’occupazione effettiva N*.  Supposto, quindi, un andamento della produttività marginale del lavoro decrescente (che tuttavia per Keynes non corrisponde alla domanda di lavoro da parte delle imprese, come invece era sostenuto dai neoclassici), riportando N* nel grafico sottostante si determina il salario reale d’equilibrio <em>(w/P)*</em>. Possiamo notare come un aumento della domanda aggregata fino a D(N)+ provocherebbe un aumento sia del reddito nazionale nominale fino a Y+, sia un aumento dell’occupazione fino a N+ e una diminuzione del salario reale fino a <em>(w/P)+</em>.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Considerazioni aggiuntive</span></h3>
<p><span style="color:#003366;"><strong>1)</strong></span> Da questa impostazione, segue che<strong> il caso neoclassico è solo un caso particolare</strong> <strong>della Teoria Generale</strong> che si verificherebbe <strong>solo se gli operatori economici spendessero tutto ciò che guadagnano</strong> (in consumi e in investimenti) facendo sì che <strong>la domanda effettiva si collochi a un punto tale da garantire la piena occupazione</strong> (rappresentata nel grafico con <strong>Nf</strong>). Ma questo è in effetti <strong>il presupposto, del tutto irrealistico, della teoria neoclassica che considera il sistema economico moderno una &#8220;economia di baratto&#8221;</strong> in cui non esiste la moneta (o essa è &#8220;neutra&#8221;, cioè non influenza le grandezze reali come produzione e occupazione) e ogni risparmio equivale sempre ad un investimento (cioè a una spesa). Viceversa <strong>per Keynes non si può trascurare il ruolo della moneta e dell&#8217;incertezza quale determinante degli investimenti, che rendono l&#8217;economia moderna radicalmente differente dal &#8220;mercato del villaggio&#8221; immaginato dai neoclassici</strong>. Per questo Keynes parla di una <strong>economia monetaria di produzione.</strong></p>
<p><strong>Si noti che questo è l&#8217;esatto opposto di quanto sostenuto nei manuali &#8220;mainstream&#8221; comuni nelle Università</strong>,<strong> in cui Keynes diventa un caso particolare della teoria neoclassica sulla base di salari e prezzi non perfettamente flessibili, rigidi o &#8220;vischiosi&#8221;.</strong></p>
<p><strong><span style="color:#003366;">2)</span> Riguardo il grafico [2] nella Fig. B, si noti che per Keynes tale grafico non rappresenta il mercato del lavoro</strong> poiché né la Produttività Marginale né la Disutilità Marginale del Lavoro sono rispettivamente Domanda e Offerta di lavoro come nel modello neoclassico. <strong>I lavoratori e le imprese contrattano infatti i salari monetari, non i salari reali</strong>. Nel capitolo 19 della <em>Teoria Generale</em> Keynes elenca una serie di casi &#8220;pratici&#8221;, concludendo che, anche considerando gli effetti positivi indiretti sulle variabili che influenzano l&#8217;offerta, in genere la riduzione dei salari monetari deprime i consumi (parte della domanda aggregata) e quindi non ha risvolti positivi sull&#8217;occupazione, al contrario che per i neoclassici:</p>
<blockquote><p><em>“La teoria (neo- , n.d.r.)classica ha infatti generalmente fondato il supposto carattere autoriequilibratore del sistema economico sull’ipotesi di flessibilità dei salari monetari; e, nel caso di salari rigidi, ha attribuito a questa rigidità la responsabilità dello squilibrio.[...]</em></p>
<p><em>[Per quanto detto] Non vi è, quindi, alcun motivo di credere che una politica salariale flessibile sia in grado di mantenere uno stato di continua piena occupazione &#8211; non più di quanto si possa ritenere che una politica monetaria di intervento sul mercato aperto sia in grado, da sola, di raggiungere questo risultato. Il sistema economico non può essere reso capace di auto-regolazione lungo queste linee.”</em></p></blockquote>
<p><strong>L&#8217;occupazione quindi rimane fondamentalmente determinata nel mercato dei beni, mentre il mercato del lavoro &#8220;segue&#8221;. Per Keynes l&#8217;ideale è far crescere i salari con la produttività, mantenendo così stabili i prezzi.</strong></p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>3)</strong></span> Riguardo il fatto che l&#8217;aumento dell&#8217;occupazione farebbe calare i salari reali, a seguito degli studi di Dunlop, Tarshis e delle ipotesi di Kalecki, <strong>nel marzo 1939 sull’Economic Journal Keynes critica se stesso per aver avvallato inizialmente la tesi neoclassica della produttività marginale decrescente</strong> che comporta un legame inverso tra occupazione e salari reali <strong>e se ne dice confortato, perché tali studi danno più forza alla necessità di politiche espansionistiche per fare aumentare la domanda effettiva.</strong></p>
<p>Va tuttavia notato che nella realtà l&#8217;effettivo movimento del salario reale è influenzato da molteplici variabili che hanno effetti sul salario monetario, i prezzi e il ricarico che le imprese applicano alle merci (markup),  in particolare dalla forza dei sindacati e il grado di concorrenza nel mercato dei beni.</p>
<h3><span style="color:#003366;">Conclusioni</span></h3>
<p>In definitiva, <strong>la visione di stampo neoclassico, secondo cui basterebbe far sì che i salari non siano rigidi verso il basso e si otterrebbe così un ripristino automatico del livello di occupazione e di crescita del prodotto nazionale, viene totalmente rigettata da Keynes che invece pone l&#8217;accento sul ruolo determinante svolto dalla domanda aggregata</strong>.</p>
<p>Dunque, in caso di<strong> assenza di domanda aggregata aggiuntiva (ad esempio la spesa pubblica)</strong>, <strong>il sistema non ritorna da sé alla piena occupazione</strong>, ma può avvitarsi in un <strong>circolo vizioso di caduta della domanda</strong>, che causa caduta della produzione e dell&#8217;occupazione, che a sua volta causa un&#8217;ulteriore caduta della domanda per poi <strong>assestarsi su un equilibrio di sotto-occupazione</strong> altamente inefficiente con elevata disoccupazione involontaria.</p>
<p>La spesa pubblica in welfare funziona quindi da &#8220;riequilibratore automatico&#8221;, rallentando la caduta dei redditi. Ma solo investimenti pubblici aggiuntivi saranno capaci di riportare il sistema vicino alla piena occupazione e, come concludeva forse ironicamente Keynes, solo da quel punto in poi la teoria neoclassica tornerà ad essere valida.</p>
<p>____________</p>
<p><em><strong>Bibliografia:</strong></em><br />
Keynes J. M., 1936, <em>The General Theory of Employment, Interest and Money.</em><br />
Edizione italiana 2006: <em>Teoria generale dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta</em>, a cura di T. Cozzi, UTET,</p>
<p>Un&#8217;esposizione divulgativa della Teoria Generale in italiano è consultabile su Wikipedia: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_generale_dell'occupazione,_dell'interesse_e_della_moneta">http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_generale_dell&#8217;occupazione,_dell&#8217;interesse_e_della_moneta</a></p>
<p>Pedalino A. e Vinci S., 2004, <em>Lezioni di macroeconomia</em>, Liguori Editore.</p>
<p>Per gli studenti di economia che vogliano conoscere gli elementi di un modello alternativo a quello mainstream consigliamo: <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/07/anti-blanchard-2/" target="_blank">Brancaccio E., 2012, <em>Anti-Blanchard</em>, Franco Angeli.</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/ibt/'>ibt</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/lavoro/'>Lavoro</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/john-maynard-keynes/'>John Maynard Keynes</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mercato-dei-beni/'>mercato dei beni</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mercato-del-lavoro/'>mercato del lavoro</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/michal-kalecki/'>Michal Kalecki</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/occupazione/'>occupazione</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/principio-della-domanda-effettiva/'>principio della domanda effettiva</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/produttivita-marginale/'>produttività marginale</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/salari-reali/'>salari reali</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/teoria-neoclassica/'>teoria neoclassica</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/3769/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/3769/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3769&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Produttività e regimi di protezione del lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 09:57:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa abbiamo parlato del rapporto tra produttività e flessibilità [link]. In quell&#8217;occasione abbiamo mostrato che, almeno per l&#8217;Italia, non è possibile stabilire un effetto positivo della liberalizzazione del mercato del lavoro sulla produttività.  Il prof. Paolo Pini dell&#8217;Università di Ferrara ha elaborato gli stessi dati anche per altri paesi dell&#8217;OCSE. Il risultato è [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3605&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-3606 alignleft" alt="produttività-300x193" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/03/produttivitc3a0-300x193.jpg?w=560"   /></p>
<p><strong>Qualche tempo fa abbiamo parlato del rapporto tra produttività e flessibilità [<a title="La flessibilità non fa crescere la produttività" href="http://keynesblog.com/2013/02/19/la-flessibilita-non-fa-crescere-la-produttivita/" target="_blank">link</a>]. In quell&#8217;occasione abbiamo mostrato che, almeno per l&#8217;Italia, non è possibile stabilire un effetto positivo della liberalizzazione del mercato del lavoro sulla produttività. </strong></p>
<p><strong>Il prof. Paolo Pini dell&#8217;Università di Ferrara ha elaborato gli stessi dati anche per altri paesi dell&#8217;OCSE. Il risultato è il medesimo: la riduzione delle protezioni legali contro i licenziamenti non ha contribuito a migliorare la produttività.</strong><strong> </strong></p>
<p><em><strong>di Paolo Pini </strong>per Keynes blog</em></p>
<p>Alcuni giorni fa (14 e 15 marzo 2013), parlando di fronte ai Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi dell’Unione Europea, il Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha riproposto la convinzione che vi debba essere uno stretto legame <em>ex</em>-<em>post</em> tra dinamica delle retribuzioni reali e produttività del lavoro, e che esso debba essere realizzato mediante una riforma della contrattazione collettiva che conferisca al contratto aziendale il compito di stabilire questa relazione, ovvero dalla produttività alle retribuzioni reali.</p>
<p><span id="more-3605"></span></p>
<p>L’esito è di per sé auspicabile, e fa pensare alla “regola aurea” del periodo keynesiano e fordista del secondo dopoguerra, secondo la quale appunto le retribuzioni reali devono crescere al pari della produttività del lavoro, se le quote distributive hanno da rimanere invariate. Peccato che anche analisi economiche delle istituzioni internazionali (ILO, 2012 ad esempio), e gli stessi dati grezzi di fonte Oecd od Eurostat evidenzino come negli ultimi venti anni e più le dinamiche tra le due variabili siano state divergenti, con la produttività che si è allontanata, verso l’alto, sempre più dai salari reali che invece si sono mossi verso il basso. Una ripresa della regola aurea è quindi più che auspicabile, diremo quasi dovuta.</p>
<p>Ma il senso del ragionamento del Governatore è ovviamente un altro, non certo quello di riproporre la “regola aurea”. Il Governatore intende dire che mentre i paesi virtuosi, quelli con gli avanzi della bilancia commerciale ed anche con i conti pubblici “in ordine”, hanno fatto crescere i salari reali poco meno, e comunque meno, della produttività del lavoro, quindi riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto, quelli con deficit della bilancia commerciale ed anche con i conti pubblici “in disordine”, evidenziano una dinamica della produttività così debole che anche una modesta crescita dei salari reali ha fatto crescere il costo del lavoro per unità di prodotto. La soluzione del problema viene trovata nella flessibilità del mercato del lavoro, in particolare nella flessibilità contrattuale sui salari che se legati <em>ex</em>-<em>post</em> alla produttività del lavoro dovrebbero indurre una crescita della produttività, od almeno una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto tale da non ridurre la competitività di un paese industriale. Ovvio, non solo questo è il fattore risolutivo chiamato in gioco; anche altri fattori sono rilevanti quali il credito che rischia il <em>crunch</em> e lo scarso grado di concorrenza dei mercati che sempre è la chiave risolutiva di ogni problema di competitività. Ma la flessibilità contrattuale nel mercato del lavoro rimane fattore cruciale e per accrescere questa flessibilità occorre lavorare: da un lato una crescita dei salari in linea con la produttività (qualunque essa sia, anche scarsa) consente di non far crescere il costo del lavoro per unità di prodotto, e quindi non perdere competitività, dall’altro se si legano i salari alla produttività ciò spingerebbe i lavoratori a lavorare più e meglio, accrescendo i ritmi di lavoro, riducendo l’assenteismo, e spingendoli verso un maggiore impegno, così come viene suggerito dai modelli principale-agente del tipo <em>pay-for-performance</em> od altri che fanno riferimento allo schema <em>risk</em>-<em>sharing</em>. Che questi modelli, e soprattutto le loro implicazioni se non le ipotesi di partenza, spesso cozzino contro le evidenze empiriche più e meno recenti, anche delle stesse istituzioni internazionali, poco importa. Importante è che “passi” il messaggio politico-economico se non ideologico; è questo che fa la differenza, nonostante l’ampia letteratura scientifica suggerisca che l’innovazione nei luoghi di lavoro è il fattore microeconomico cruciale alla base della produttività, assieme al fattore altrettanto cruciale, di tipo macroeconomico. che è la crescita della domanda aggregata (vedere riferimenti bibliografici alla fine del testo).</p>
<p>Circa i regimi contrattuali, contratto nazionale vs. contratto decentrato, retribuzioni reali vs. produttività, ci siamo già occupati in altre e numerosissime sedi, e qui non intendiamo ritornare, invitando il lettore interessato a dare uno sguardo alla letteratura internazionale e nazionale sul tema, ed anche alle nostre recenti note in cui si afferma che se relazione esiste passa non via maggiore flessibilità, semmai via maggiore innovazione (tecnologica, ma soprattutto organizzativa, dei luoghi di lavoro) (Antonioli, Pini, 2012, 2013) (<a href="http://docente.unife.it/paolo.pini/contrattazione-produttivita-crescita-ripensare-gli-obiettivi-ed-i-metodi/contrattazione-dinamica-salariale-e-produttivita-ripensare-gli-obiettivi-ed-i-metodi-di-davide-antonioli-e-paolo-pini-gennaio-2013/view" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">link</span></a>).</p>
<p>Vorremmo invece qui riprendere una questione che è strettamente connessa alla precedente e che sempre pone al centro la flessibilità del mercato del lavoro, da un lato, e la dinamica della produttività, dall’altro. La flessibilità di cui parliamo è quella del mercato del lavoro plasmata dai regimi di protezione all’impiego, a cui spesso si fa riferimento per affermare che la scarsa produttività del lavoro è strettamente associata appunto a norme che assicurano una eccessiva protezione all’impiego, associazione che si sostanzia in una relazione inversa, ovvero maggiori protezioni all’impiego, minore dinamica della produttività. Non di relazione causale stiamo qui discutendo, quanto di semplice associazione, in quanto questa è ciò che spesso viene richiamata per lasciare intendere che Paesi con minori protezioni all’impiego, o con protezioni all’impiego in diminuzione, farebbero registrare dinamiche della produttività del lavoro più sostenute. Da ciò si derivano poi implicazioni di politica economica del tipo “ridurre le protezioni all’impiego, accrescere la flessibilità del lavoro, anche e soprattutto la flessibilità delle retribuzioni, per realizzare maggiore produttività del lavoro e quindi più elevata competitività delle imprese sui mercati”.</p>
<p>Abbiamo condotto un semplice esercizio, perché crediamo che spesso anche i semplici <em>fatti</em><em>stilizzati</em>, cosi amati dagli economisti classici e così vituperati dagli economisti post-moderni, siano così informativi da far vacillare anche le più indiscusse credenze, od anche le più sofisticate tecniche statistiche. A volte meglio partire dai fatti stilizzati prima di avventurarsi nelle tecniche più sofisticate che dietro mal-celano facili credenze. Quanto alle evidenze empiriche sofisticate o meno, rinviamo alla letteratura citata in Damiani, Pompei, Ricci (2011), oltre che ai risultati presentati da questi autori.</p>
<p>Utilizzando le fonti statistiche messe a disposizione dall’OECD con il suo <em>OECD, Statistical database on-line </em>(<a href="http://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=EPL_OV#" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">link</span></a>), abbiamo “relazionato” due variabili cruciali: 1) l’indice di “Strictness of employment protection” nelle due versioni disponibili dell’indice (EPL) complessivo: version 1 (1990-2008) e version 2 (1998-2008), 2) l’indice di “Labour productivity”, per il totale dell’economia (“PIL per hours worked”), in livelli e in tassi di crescita annuali (1990-2008). Ciò al fine di rispondere alla domanda: “È vero che maggiori rigidità nel mercato del lavoro si accompagnano a minore crescita della produttività del lavoro?”.</p>
<p>Le tabelle ed i grafici riportati nel seguito documentano le variazioni dell’indice di protezione all’impiego (sull’asse verticale) e le variazioni nei livelli (od i tassi di variazione annuale) della produttività per ora lavorata (sull’asse orizzontale). I paesi sono distinti in quattro gruppi, dal più esteso al più ristretto: tutti i paesi OECD, i paesi europei, i paesi appartenenti all’Unione Europea, i paesi membri dell’Eurozona. In base alla disponibilità dei dati della versione 1 e della versione 2 dell’indice di protezione all’impiego, l’analisi è condotta per due periodi temporali, 1990-2008 per la versione 1, e 1998-2008 per la versione 2, per tutti e 4 i gruppi di paesi. Ogni tabella ed ogni grafico riporta dati e <em>scatter</em> per le due variabili, per un totale di 16 casi, 8 dei quali relativi alle variazioni nel livello della produttività del lavoro tra anno iniziale ed anno finale, ed 8 casi per i tassi di variazione annuali medi della produttività del lavoro, evidenziando anche una possibile linea di tendenza tra le due variabili (regressione semplice).</p>
<p>Infine è stato condotto uno specifico esercizio per l’Italia. In questo caso abbiamo rappresentato nei grafici gli andamenti dell’indice di protezione all’impiego e della produttività (PIL pro-capite e PIL per ora lavorata, sia nei livelli che nei tassi di crescita, oltre che il semplice PIL).</p>
<p>Con riferimento all’insieme dei paesi considerati, indipendentemente che si distingua l’insieme più ampio (OECD), oppure quello più ristretto (Eurozona), non vi è traccia di una relazione significativa e negativa tra variazione dell’indice di protezione all’impiego e dinamica (favorevole) della produttività. Nei casi nei quali una relazione emerge, essa è positiva piuttosto che negativa, ovvero a minori (maggiori) riduzioni dell’indice di protezione all’impiego corrispondono dinamiche più (meno) favorevoli della produttività del lavoro. In particolare tale relazione positiva e significativa si presenta robusta nei casi dei paesi dell’Unione Europea e dell’Eurozona nel periodo 1990-2008, con riferimento alle differenze nei livelli di produttività, mentre non sussiste alcuna relazione nel periodo 1998-2008. Ancora più significativa appare la relazione se si considerano i tassi di crescita della produttività piuttosto che le differenze nei livelli, e come in precedenza si ha perdita di significatività se il periodo considerato è più ristretto. Mentre sull’intero periodo in particolare in Europa, ove si sono concentrate le politiche di riduzione della protezione all’impiego, vi è evidenza di una significativa relazione positiva (variazioni positive dell’indice EPL sono associate a dinamiche di produttività favorevoli), negli anni dell’Euro tale relazione ha perso di significato, ma mai è divenuta negativa e significativa. Semmai non esiste <em>tout</em>-<em>court</em>.</p>
<p>Per il nostro Paese, vi è evidenza che, nonostante la nota scarsa dinamica della produttività del lavoro, da fine anni novanta, ovvero dall’introduzione di normative che hanno progressivamente ridotto le protezioni all’impiego, ad iniziare dalla Legge Treu per passare a quella Biagi e successive, la riduzione dell’indice di protezione all’impiego si accompagna ad una riduzione della produttività del lavoro (nei tassi di crescita), oppure ad una scarsa varianza, e comunque verso il basso, del PIL pro-capite o della crescita del livello del PIL.</p>
<p>In conclusione che cosa ci raccontano i fatti stilizzati rispetto al quesito che ci siamo posti? Non emerge una conferma della relazione negativa tra andamento dell’indice di protezione all’impiego e dinamica della produttività del lavoro, per cui ad una riduzione delle protezioni all’impiego non corrisponde una crescita della produttività. Semmai l’evidenza sembra opposta: i Paesi che hanno maggiormente ridotto le protezioni all’impiego, sono quelli che mostrano dinamiche della produttività meno favorevoli, ed in ciò soprattutto sono coinvolti i Paesi europei, dove nell’ultimo decennio, ed ancor prima, sono state realizzate politiche di flessibilità del mercato del lavoro, in entrata favorendo forme contrattuali meno stabili, ed in uscita, rendendo meno costosi e più fattibili i licenziamenti, oppure in senso generale le riduzioni di personale accompagnate da ammortizzatori sociali di durata più o meno breve.</p>
<p>L’Italia non fa eccezione a questa regola; anzi è uno di quei paesi dove maggiore è stata la riduzione delle protezioni all’impiego, misurate dall’indice dell’Oecd (-1,68 nel periodo 1990-2008, versione 1, in valore assoluto non-inferiore a nessun altro Paese OECD, ed <em>idem</em> nel periodo 1998-2009, con -0,68, versione 2), e dove meno favorevole è stata la dinamica della produttività del lavoro. Non è quindi nella eccessiva rigidità del mercato del lavoro che risiede probabilmente l’origine della stagnazione, se non del declino relativo, della produttività del lavoro italiana. Anzi, si potrebbe argomentare che quelle riduzioni di protezioni all’impiego, abbiano potuto disincentivare le imprese a realizzare i guadagni di produttività che nel frattempo molti altri Paesi <em>competitors</em> dell’Italia andavano realizzando, risultando che i due fenomeni “più flessibilità” e “meno crescita della produttività” sono tra loro statisticamente associati. Lasciamo agli amanti di sofisticate elaborazioni statistiche ulteriori conferme di tale fatto stilizzato, e le relative spiegazioni. Noi ci limitiamo a segnalare che i fatti stilizzati puntano a demistificare una falsa credenza.</p>
<p>[<a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2013/03/produttivitc3a0-e-regimi-di-protezione-allimpiego-grafici-e-tabelle.pdf" target="_blank">versione PDF dell'articolo, completa di tabelle</a>]</p>
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<p><strong>Note metodologiche</strong></p>
<p><em>Fonte: OECD, Statistical database </em><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=EPL_OV#"><em>http://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=EPL_OV</em></a></span></span></p>
<p>a) Strictness of employment protection – overall (EPL), version 1 (1990-2008) e version 2 (1998-2008)</p>
<p>b) Labour productivity, total economy (PIL per hours worked), level and annual growth rate, (1990-2008).</p>
<p>1) Nei grafici in asse verticale variazione indice protezione all’impiego (EPL), in asse orizzontale variazione livelli di produttività del lavoro e tasso di crescita media annua della produttività, a prezzi costanti.</p>
<p>2) I paesi considerati sono raggruppati in paesi Oecd, paesi Europei, paesi membri dell’Unione Europea, paesi della zona Euro (il numero dei paesi dipende dalla disponibilità delle serie storiche dei dati).</p>
<p>3) I periodi temporali considerati per disponibilità dati sono due: 1990-2008 dati EPL versione 1, e 1998-2008 dati EPL versione 2.</p>
<p>4) Per i grafici specifici sull’Italia impiegati anche il tasso annuo di crescita del PIL ed il livello del PIL pro-capite, a prezzi costanti, per i periodi 1990-2008 (EPL ver.1) e 1998-2008 (EPL ver.2).</p>
<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>
<p>Acocella N., Leoni R. (2010), La riforma della contrattazione: redistribuzione perversa o produzione di reddito?, <em>Rivista Italiana degli Economisti</em>, vol.15, n.2, pp.237-274.</p>
<p>Antonioli D., Mazzanti M., Pini P. (2010), Productivity, Innovation Strategies and Industrial Relations in SME. Empirical Evidence for a Local Manufacturing System in Northern Italy, <em>International Review of Applied Economics</em>, vol.24, n.4, pp.453-482.</p>
<p>Antonioli D., Pini P. (2012), Un accordo sulla produttività pieno di nulla (di buono), <em>Quaderni di Rassegna Sindacale. </em><em>Lavori</em>, vol.13, n.4, pp.9-24.</p>
<p>Antonioli D., Pini P. (2013), Contrattazione, dinamica salariale e produttività: ripensare gli obiettivi ed i metodi, <em>Quaderni di Rassegna Sindacale. </em><em>Lavori</em>, vol.14, n.2, in corso di pubblicazione.</p>
<p>Cainelli G., Fabbri R., Pini P. (2002), Performance-Related Pay or Pay for Participation? The Case of Emilia-Romagna, <em>Human System Management</em>, vol.21, n.1, pp.43-61.</p>
<p>Damiani M., Pompei F., Ricci A. (2011), <em>Temporary job protection and productivity growth in EU economies</em>, MPRA Paper N.29698, Munich Personal RePEc Archive, <span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29698/">http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29698/</a>.</span></span></p>
<p>Eurofound (2011a), <em>HRM Practices and Establishment Performance: An Analysis Using the European Company Survey 2009</em>, Eurofound, Dublino (<span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://www.eurofound.europa.eu/pubdocs/2011/69/en/1/EF1169EN.pdf">http://www.eurofound.europa.eu/pubdocs/2011/69/en/1/EF1169EN.pdf</a>).</span></span></p>
<p>Eurofound (2011b), <em>Performance-Related Pay and Employment Relations in European Companies. Findings of the European Company Survey 2009</em>, Eurofound, Dublino.</p>
<p>Gritti P., Leoni R. (2012), High Performance Work Practices, Industrial Relations and Firm Propensity for Innovation, in Bryson A. (ed.), <em>Advances in the Economic Analysis of Participatory and Labor-Managed Firms</em>, Emerald Group Publishing Limited, Bingley (UK), vol.13, pp.267-309.</p>
<p>ILO (2013), <em>Global Wage Report 2012/13, Wages and Equitable Growth</em>, ILO, Ginevra.</p>
<p>Pini P. (2000), Partecipazione all&#8217;impresa e retribuzioni flessibili, <em>Economia Politica</em>, vol.17, n.3, pp.349-374.</p>
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		<title>[Video] Intervista a Daniela Palma e Guido Iodice (Keynes Blog)</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 16:13:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 20 dicembre la web radio toscana &#8220;Free Channel&#8221; ci ha lungamente intervistati durante la trasmissione &#8220;Close Up&#8221; di Aldo Oliva. Parliamo di austerità, euro e delle contraddizioni della politica. Questa è la prima parte. e questa la seconda parte: Archiviato in:consigliati, Economia, Europa, Italia, Video Tagged: bce, euro, Gustavo Piga, Mario Draghi, Mario Monti, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=2986&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 20 dicembre la web radio toscana &#8220;Free Channel&#8221; ci ha lungamente intervistati durante la trasmissione &#8220;Close Up&#8221; di Aldo Oliva. Parliamo di austerità, euro e delle contraddizioni della politica.</p>
<p>Questa è la prima parte.</p>
<span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='560' height='345' src='http://www.youtube.com/embed/-LnG1pMaBFM?version=3&#038;rel=0&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0'></iframe></span>
<p>e questa la seconda parte:</p>
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<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/video/'>Video</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/bce/'>bce</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/euro/'>euro</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/gustavo-piga/'>Gustavo Piga</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mario-draghi/'>Mario Draghi</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mario-monti/'>Mario Monti</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/pierluigi-bersani/'>Pierluigi Bersani</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/silvio-berlusconi/'>Silvio Berlusconi</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/2986/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/2986/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=2986&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ricerca e innovazione per un nuovo modello di sviluppo del Paese</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 10:08:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervento di Daniela Palma alla Conferenza programmatica della CGIL La Ricerca in Italia &#8211; nonostante l’enfasi con cui è trattata dai grandi mezzi di comunicazione &#8211; vive da tempo una stagione di tagli, confermati anche ultimamente dalle disposizioni della “Spending Review”, con un taglio a regime al fondo ordinario degli Enti di Ricerca di 88 [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=3062&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/03/cgil_sede.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-704" alt="cgil_sede" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/03/cgil_sede.jpg?w=300&#038;h=182" width="300" height="182" /></a><i><strong>Intervento di Daniela Palma alla Conferenza programmatica della CGIL</strong><br />
</i></p>
<p>La Ricerca in Italia &#8211; nonostante l’enfasi con cui è trattata dai grandi mezzi di comunicazione &#8211; vive da tempo una stagione di tagli, confermati anche ultimamente dalle disposizioni della “Spending Review”, con un taglio a regime al fondo ordinario degli Enti di Ricerca di 88 milioni di euro dal 2013. Nei confronti internazionali le cifre parlano chiaro e ci dicono che ancora nel 2011 l’Italia investe in Ricerca poco più dell’1% del Pil, un dato pari a circa la metà di quello della media europea (UE27) e meno della metà della media OCSE, mentre la spesa attribuita alle imprese è di poco superiore allo 0,5% del Pil, con ciò segnando una distanza ancora più forte (quattro volte circa) sia dalla media UE che da quella OCSE (3 volte circa). Ma basse spese in ricerca, diminuzione del numero dei ricercatori, “fuga dei cervelli” italiani ma soprattutto mancata attrazione di ricercatori dal resto del mondo, sono solo i sintomi più espliciti, ancorché importanti, di un fenomeno che attanaglia la realtà italiana da ormai troppo e lungo tempo e che potremmo così definire: il <b>mancato riconoscimento che la crescita della conoscenza ha per lo sviluppo del Paese, ed il ruolo sempre più significativo che la conoscenza ha nel condizionare il paradigma della produzione economica</b>.</p>
<p><span id="more-3062"></span></p>
<p>Non è un caso, infatti, che oggi si parli sempre di più di “economia della conoscenza”, di nuove “catene del valore” che vanno dalla produzione manifatturiera ai servizi, e che traggono il loro humus dalla capacità che ha il “sapere” di tradursi in risposte ai bisogni dell’economia e della società. Questa capacità si chiama innovazione, ed è diventata fattore irrinunciabile dello sviluppo, modificando non solo l’assetto delle economie maggiormente industrializzate, ma facendo anche da volano al decollo dei “paesi emergenti” e condizionando in tal senso l’intero quadro della divisione internazionale del lavoro. Questo è il dato importante con il quale misurarsi, e intorno al quale costruire ipotesi di rilancio economico e dell’occupazione. Perché è intorno a questo dato che si sono andate costruendo le nuove basi della competitività, assegnando sempre meno peso al costo del lavoro e sempre più importanza all’investimento in ricerca e in lavoro qualificato.</p>
<p><b>Il depauperamento della base scientifica e tecnologica nazionale– che data da più di due decenni &#8211; ha accompagnato il declino economico dell’Italia</b>, a fronte di un crescente divario competitivo con i principali paesi. L’Italia ha tentato di attenuare &#8211; finché possibile –questa divergenza facendo leva sulle svalutazioni competitive. Ma oggi questo non è più possibile: non solo perché l’appartenenza all’euro impedisce quella pratica, ma anche perché la domanda del mercato privilegia le produzioni ad alta intensità tecnologica. Prodotti che l’Italia non vende in adeguata misura, ma che consuma a ritmi crescenti, in quanto paese a forte industrializzazione, dando così vita a deficit commerciali crescenti, che trovano sempre meno compensazione dai ricavi dei settori più tradizionali e che, dato il tendenziale calo della domanda in questi ultimi, sono destinati a peggiorare. Il deficit commerciale nei prodotti high-tech – giunto a più di 20 miliardi di $ correnti nel 2010, e solo di poco inferiore nel 2011, su livelli peraltro paragonabili al periodo precedente la crisi internazionale &#8211; è l’espressione più netta di un vincolo estero destinato a farsi strutturale, e che in quanto tale non può che deprimere il potenziale di crescita del Paese e la creazione di posti di lavoro che ne consegue. E che l’Italia consumi, ma non produca innovazione, è sottolineato con forza anche dai dati sui brevetti prodotti, che segnano per il nostro Paese– in termini di numero di brevetti per milione di occupati – un gap di circa il 20% rispetto all’area euro, con differenze ancora maggiori se il confronto avviene con la Germania – che ne produce il doppio – o con i paesi scandinavi – quali la Danimarca e la Svezia – il cui livello di brevettazione è circa tre volte superiore.</p>
<p><b>La ripresa dell’investimento in Ricerca rappresenta dunque un tassello chiave del rilancio del potenziale di crescita di tutta l’Italia.</b> Tuttavia i ritardi accumulati non sono indifferenti rispetto alle terapie da mettere in campo. Pensare di eliminare questi ritardi con qualche incentivo alla spesa in ricerca da parte di un sistema di imprese diversamente orientate in termini strutturali e di specializzazione produttiva, sarebbe un errore evidente.</p>
<p><b>La crisi in cui si ritrova oggi l’Italia è dunque duplice, perché riassume sia la dimensione internazionale, sia quella che è specifica del ritardo scientifico e tecnologico di cui si è detto.</b> E bisogna tenere bene a mente questa duplicità, perché i problemi posti dalla crisi internazionale e dall’euro (in quanto costruzione insufficiente), non sono del tutto assimilabili a quelli del ritardo tecnologico. E’ evidente che le “strettoie” dell’euro pongono delle difficoltà in termini di azioni sulle questioni del ritardo tecnologico. Ma se non si hanno sufficientemente chiari i fattori responsabili dello specifico declino italiano – declino che nel 2003 proprio la CGIL riconobbe aprendo un dibattito nell’ambito del quale molta della riflessione economica si confrontò per un po’ di anni fino alle porte dell’attuale crisi – non è pensabile concepire azioni in grado di rimettere in moto la crescita, né si può – dato il carattere strutturale del deficit scientifico e tecnologico – immaginare che una ripresa del ciclo internazionale sia in grado di sanare tale ritardo.</p>
<p>Con questo non intendiamo sostenere, peraltro, che nel nostro Paese non esistano altri punti deboli, altre cause che concorrono ad un andamento negativo della crescita: la questione della giustizia in tutti i suoi risvolti, la cattiva distribuzione della ricchezza &#8211; solo per citarne alcune &#8211; sono questioni ampiamente note; ma difficilmente si troveranno citate ed approfondite le questioni della debolezza del nostro sistema della ricerca e dell’innovazione. Esistono i rituali del riconoscimento del valore culturale della conoscenza scientifica, ma anche le affermazioni che “con la cultura non si mangia” e, anche senza arrivare a queste forme di incultura, si ha l’impressione che a fronte delle difficoltà poste dalla crisi, l’intervento in questo settore, dopo i rituali d’obbligo, possa anche essere rinviato.</p>
<p>Tutto questo configura certamente un ritardo culturale che non ritroviamo in altri paesi e non solo in paesi avanzati.</p>
<p><b>Ma noi sosteniamo non solo il valore civile e culturale della conoscenza scientifica, l’importanza essenziale dell’esistenza di una ricerca fondamentale, di una ricerca libera. Noi sosteniamo anche che ai tempi attuali una società senza un arco completo degli strumenti che portano alla conoscenza scientifica e alle capacità innovative, sarebbe una società investita comunque dal declino, sarebbe un modello che, se mai esistesse, sarebbe citato come un modello negativo.</b> Non ha alcun senso parlare di nuovo modello di sviluppo senza preoccuparsi degli strumenti necessari per affrontarlo, per renderlo effettivo; non ha alcun senso parlare di maggiore sviluppo sostenibile se poi si fa fatica anche a smaltire i rifiuti dell’attuale sistema produttivo; non ha alcuna senso parlare di “green economy” e di nuove fonti energetiche se poi tutto questo deve tradursi nell’andare a comprare all’estero le tecnologie connesse. Non ha alcun senso parlare di competitività economica, di occupazione e di buon lavoro, se poi ci si specializza su prodotti a minor valore aggiunto. Anche per valorizzare beni e risorse specifiche &#8211; come i nostri beni ambientali e culturali – è necessario disporre di capacità specifiche, competitive con quelle offerte da altri. E si potrebbe continuare ma la conclusione sarebbe sempre la stessa: quella di trovare il nostro Paese lungo un percorso di declino perché privo degli strumenti essenziali per reggere un confronto internazionale. Quindi anche le politiche industriali variamente espresse in questi anni o sono state di fatto inesistenti o devono essere comunque riconsiderate criticamente perché i risultati sono stati inferiori alle attese e certamente alle necessità.</p>
<p><b>Ci sembra, dunque, che la politica debba trovare la forza e la convinzione per definire il necessario calibro di intervento pubblico.</b> Deve essere chiaro che non si tratta di una scelta a priori statalista e contro la libera manifestazione dell’iniziativa privata, ma “semplicemente” occorre prendere atto che se per affrontare questa nostra specifica crisi, se partendo dalle situazioni date, dovessimo attendere che la nostra iniziativa privata, ancorché incentivata finanziariamente, possa raggiungere i livelli di risorse impegnate nel sistema dell’innovazione degli altri paesi nostri partner europei, dovremmo attendere ormai &#8211; ammesso che possa partire &#8211; alcuni decenni, anche se nel frattempo gli altri stessero fermi.</p>
<p>I recenti dibattiti sulla produttività del lavoro hanno evidenziato l’ovvia considerazione che rispetto alla mobilità e alla flessibilità, altri sono al giorno d’oggi i fattori che spingono verso la crescita della produttività del lavoro e tra questi in primo piano occorre collocare la capacità scientifico-tecnologica, la capacità di produrre prodotti/servizi tecnologicamente avanzati e come tali a maggiore valore aggiunto. Affidare questa esigenza di innovazione ad un sistema produttivo arretrato non può logicamente produrre un risultato complessivo molto differente dalla situazione di partenza. E se l’incentivo alle spese di ricerca del sistema delle imprese non può invertire da solo questa situazione, come ormai dimostrano la storia e varie analisi specifiche, occorre ricorrere al patrimonio delle conoscenze scientifiche e tecnologiche del sistema pubblico, non solo agevolando i rapporti con le imprese, ma anche e soprattutto domandando a tale sistema di esprimere una capacità di partecipazione, di iniziativa e propositiva e sostenendo politicamente questi impegni.</p>
<p>La presentazione di queste pur sintetiche riflessioni intende evidenziare la complessità di un sistema – quello dell’ “economia della conoscenza” – che parte dalla scuola dell’obbligo per arrivare alla qualità della vita culturale, sociale, economica e civile di un paese. Già questa impostazione presuppone una critica a quelle concezioni correnti secondo le quali le visioni individualistiche esauriscono e ottimizzano la vita sociale in direzione del raggiungimento delle condizioni di pieno impiego delle risorse. La nostra situazione rappresenta non solo una smentita a tali concezioni, ma, anche se non si volesse condividere questa analisi, una condizione difficilmente modificabile senza chiamare in causa un intervento pubblico. Peraltro sembra che incomincino a manifestarsi anche in istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale elementi di critica verso politiche economiche che puntino subito e solo su interventi di cosiddetto “rigore finanziario”, recuperando cosi impostazioni diverse, rimaste sino ad ora, tuttavia, minoritarie. Questa evoluzione, peraltro, è essenziale ma non sufficiente, perché prendere atto dei nuovi rapporti tra conoscenza scientifica, capacità tecnologiche e qualità dello sviluppo rappresenta una operazione che comporta non solo una volontà politica, ma anche la creazione di strumenti nuovi senza i quali anche quella volontà resterebbe del tutto velleitaria e continuerebbe a prevalere la forza del declino.</p>
<p><b>Dall’analisi effettuata scaturisce pertanto una prima importante considerazione: che gli interventi diretti alla ricerca e all’innovazione dovranno essere significativi non solo in quantità, ma anche in qualità, investendo in maniera coordinata l’intero sistema formativo, scientifico e produttivo.</b> E’ necessario, in altri termini, l’istituzione di una “regia” del “sistema della conoscenza e dell’innovazione” trasversale rispetto all’attuale separatezza degli attuali Ministeri, in cui si formi il disegno di trasformazione del Paese definendo progetti e stabilendo risorse, e in una veste che consenta, sui medesimi temi, d’essere presenti ai livelli comunitari.</p>
<p>Certo è che preliminare non può che risultare l’abolizione degli attuali vincoli al turnover nelle strutture pubbliche di ricerca (che attualmente impongono una sostituzione del solo 20% del personale in uscita), tendendo ad un superamento del lavoro precario, avendo tale superamento una duplice valenza, tanto in termini di creazione di lavoro stabile, quanto in termini di riedificazione delle fondamenta del “sistema della ricerca e dell’innovazione” altrimenti privato di quelle condizioni di stabilità che sono essenziali per il suo funzionamento. Occorre peraltro considerare questi interventi come un minimo. In linea generale è opportuno tener presente che una condizione per l’efficacia di un sistema di ricerca e innovazione implica una visione “ridondante” nella disponibilità delle risorse umane e, quindi, delle competenze disponibili. Si tratta di una considerazione apparentemente poco coerente con i criteri del cosiddetto rigore della spesa e sulla quale sarà opportuno tornare, anche se margini di comprensione sono acquisibili a livello intuitivo. Comunque le integrazioni sopra indicate sono ben lontane da queste ridondanze ma rappresentano, se attuate, la prova del superamento delle politiche di “riforma a costo zero“ che sono state la copertura del degrado attuato negli ultimi anni. Nel frattempo non è irrilevante sottolineare come la progressiva inefficienza introdotta nel nostro sistema della ricerca, ci costa ogni anno la perdita di capacità di concorrere nella distribuzione delle risorse Comunitarie per cifre consistenti.</p>
<p>L’elaborazione di una strategia per un rilancio della Ricerca in Italia traduce in definitiva l’obbiettivo di <b>far</b> <b>crescere l’occupazione nell’intero Paese grazie a un cambiamento del modello di sviluppo</b>, <b>dove la conoscenza in tutte le sue declinazioni risulta essere ormai condizione imprescindibile</b>. Si tratta certamente di un obiettivo tanto ambizioso quanto impegnativo, e tuttavia irrinunciabile se si vogliono creare non solo le premesse per una uscita dalla crisi, ma anche le condizioni strutturali che mettono l’Italia in grado di confrontarsi competitivamente sui mercati internazionali tutti, tenuto conto che anche lo sviluppo delle “economie emergenti” sta ormai procedendo nel solco dell’ “economia della conoscenza”. Solo andando in questa direzione sarà possibile invertire il segno del declino della produttività che da lungo tempo condiziona ormai la crescita dell’Italia. Tale declino appare infatti segnato dalla progressiva perdita di valore della produzione nazionale, avendo il Paese sempre più radicato la propria specializzazione produttiva lontano dai settori che sono al centro dell’ “economia della conoscenza”. Ma deve essere altrettanto chiaro che questo processo di cambiamento di rotta non potrà avvenire senza un’azione programmata e coordinata tra attori istituzionali pubblici ed organismi pubblici di ricerca. Da nessuna parte del mondo le fondamenta dell’ “economia della conoscenza” sono state poste in assenza di un ruolo progettuale e di spesa pubblico, per l’onere e l’incertezza che qualunque processo di innovazione reca con se’ e che il sistema delle imprese – per costruzione &#8211; non sarebbe in grado di affrontare da solo. Di tempo ne è stato perso già troppo, e continuare su posizioni rinunciatarie può mettere seriamente a repentaglio la capacità di sviluppo del nostro Paese. E’ questo il momento di agire, e al più presto.</p>
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		<title>I difetti dell&#8217;euro spiegati 30 anni prima che nascesse dall&#8217;economista keynesiano Nicholas Kaldor</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 06:30:37 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Citazioni e testi classici]]></category>
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		<category><![CDATA[Teoria economica]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo testo è stato scritto dall&#8217;economista post Keynesiano Nicholas Kaldor nel 1971 (quando la moneta unica europea era solo un progetto sulla carta che si sarebbe realizzato circa 30 anni dopo) in &#8220;Effetti Dinamici del Mercato Comune&#8221; pubblicato inizialmente su New Statesman il 12 marzo 1971 e ristampato anche (come capitolo 12, pp 187 – 220) in &#8220;Altri Saggi [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=2365&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="kaldor" src="http://www.cds.edu/admin/homeFiles/kaldor.jpg" alt="" width="242" height="330" />Questo testo è stato scritto dall&#8217;economista post Keynesiano <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Kaldor" target="_blank">Nicholas Kaldor</a></strong> nel <strong>1971</strong> (quando la moneta unica europea era solo un progetto sulla carta che si sarebbe realizzato circa 30 anni dopo) in &#8220;Effetti Dinamici del Mercato Comune&#8221; pubblicato inizialmente su <em>New Statesman</em> il 12 marzo 1971 e ristampato anche (come capitolo 12, pp 187 – 220) in &#8220;Altri Saggi di Economia Applicata&#8221; – volume 6 della Raccolta di saggi economici di Nicholas Kaldor. Abbiamo evidenziato in grassetto alcuni passaggi. E&#8217; particolarmente significativo che Kaldor abbia precisamente previsto le cause della crisi dell&#8217;euro: lo squilibrio commerciale e della bilancia dei pagamenti a causa di un regime di cambi fissi in assenza di regole sui salari, un fisco centralizzato e riequilibratori automatici. Trent&#8217;anni prima che l&#8217;euro nascesse era perfettamente chiaro perché non avrebbe funzionato. <span id="more-2365"></span></p>
<p style="padding-left:30px;">…Un giorno le nazioni d’Europa saranno pronte ad unire le loro identità nazionali e a creare una nuova Unione Europea – gli Stati Uniti d’Europa. Se e quando lo faranno, ci sarà un Governo Europeo che assumerà tutte le funzioni che fanno capo al Governo Federale degli Stati Uniti d’America, o del Canada o dell’Australia. Questo implicherà la creazione di una “piena unione economica e monetaria”. <strong>Ma si commette un errore pericoloso nel credere che l’unione politica e monetaria possa precedere l’unione politica</strong> <strong>o che opererà</strong> (come si legge nelle parole del rapporto Werner) <strong>“un agente di fermentazione per la creazione di una unione politica della quale nel lungo non sarà in ogni caso in grado di fare a meno”</strong>. Poiché <strong>se la creazione di una unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali saranno tali da generare pressioni che conducono ad una rottura dell&#8217;intero sistema</strong>, è chiaro che lo sviluppo dell’unione politica sarà ostacolato e non promosso.</p>
<p><img class="alignright" title="kaldor" src="http://www.concertedaction.com/wp-content/uploads/2012/08/Nicholas-Kaldor-Collected-Economic-Essays.jpg" alt="" width="268" height="428" /></p>
<p>Altri estratti dal capitolo:</p>
<p>pag. 202</p>
<p style="padding-left:30px;">Gli eventi degli ultimi anni – in cui si evidenziava la necessità di una rivalutazione del marco tedesco e di una svalutazione del franco francese – hanno dimostrato l’insufficienza della Comunità stante l’attuale grado di integrazione economica. Il sistema presuppone piena convertibilità delle valute e cambi fissi tra gli stati membri, lasciando la politica monetaria e fiscale alla discrezione dei singoli stati. <strong>Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente.</strong></p>
<p>Pag. 205</p>
<p style="padding-left:30px;">…. Questo è un altro modo per dire che l’obiettivo di una piena unione monetaria ed economica non si può ottenere senza una unione politica; e la seconda presuppone integrazione fiscale e non mera armonizzazione fiscale. <strong>Essa richiede la creazione di un Governo e Parlamento della Comunità che si assumano la responsabilità almeno della maggior parte della spesa attualmente finanziata dai governi nazionali e la finanzi attraverso tasse equamente ripartite tra i membri comunitari.</strong> <strong>Con un sistema integrato di questo tipo le aree più ricche finanziano in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un declino delle esportazioni sono automaticamente alleggerite pagando meno e ricevendo di più dalla Fisco centrale.</strong> La tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione sono così tenute sotto controllo da uno <strong>stabilizzatore fiscale costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire automaticamente aiuto a quelle in deficit.</strong></p>
<p>Pag. 206</p>
<p style="padding-left:30px;">…quel che il Rapporto sbaglia nel riconoscere è che l’esistenza di un sistema centrale di tassazione e spesa è uno strumento per l’erogazione di “aiuti regionali” molto più potente di qualunque cosa che l’“intervento speciale” per lo sviluppo delle regioni sia capace di fornire.<br />
D’altra parte l’attuale piano della Comunità è come quella casa che “divisa contro se stessa non riesce a stare”. <strong>L’Unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di perseguire autonome politiche di piena occupazione</strong> – di intervenire per compensare le cadute del livello della produzione e dell’occupazione – eccetto che non beneficiando dell’appoggio di un forte Governo comunitario in grado di preservare i suoi cittadini dalle conseguenze peggiori.</p>
<p>Pag. 192</p>
<p style="padding-left:30px;">Myrdal coniò la locuzione “causazione circolare e cumulativa” per spiegare perché il tasso di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende ad uno stato di equilibrio uniforme ma, al contrario, tende a cristallizzarsi in un numero limitato di aree ad elevata crescita il cui successo ha l’effetto di inibire lo sviluppo di altre aree. Questa tendenza non potrebbe operare se le variazioni dei salari monetari fossero sempre tali da compensare la differenza nei tassi di incremento della produttività. Tuttavia non è questo il caso che si verifica: per ragioni forse non pienamente comprese,<strong> la dispersione nei tassi di aumento dei salari tra le diverse aree tende sempre ad essere considerevolmente più piccola di quella relativa alle variazioni della produttività. E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori.</strong> I “salari efficienti” (calcolati come rapporto tra salari monetari e produttività) tenderanno, nel corso naturale degli eventi, a diminuire nel primo gruppo di paesi rispetto al secondo – anche nella situazione in cui nei due gruppi i salari monetari tendono contemporaneamente a crescere in termini assoluti. <strong>Proprio in ragione degli incrementi dei differenziali di produttività, i costi comparati di produzione nelle aree a maggior crescita tendono a diminuire nel tempo rispetto a quelli delle aree a minor crescita ed aumentano di conseguenza il vantaggio competitivo delle prime.</strong></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.concertedaction.com/2012/08/16/nicholas-kaldor-on-the-common-market/">http://www.concertedaction.com/2012/08/16/nicholas-kaldor-on-the-common-market/</a></p>
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		<title>Mainstream e teorie economiche critiche. Intervista ad Emiliano Brancaccio sul suo nuovo libro &#8220;Anti-Blanchard&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 08:42:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è uno dei più autorevoli esponenti del cosiddetto “mainstream”, la corrente principale della teoria economica contemporanea. Blanchard è anche autore del manuale Macroeconomia, uno dei libri di testo più diffusi nelle università di tutto il mondo. L&#8217;edizione italiana, edita da Il Mulino, è stata realizzata in collaborazione [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1764&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2012/04/png-anti-blanchard.png" alt="" width="232" height="326" />Olivier Blanchard</strong>, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è uno dei più autorevoli esponenti del cosiddetto “mainstream”, la corrente principale della teoria economica contemporanea. Blanchard è anche autore del manuale <em>Macroeconomia</em>, uno dei libri di testo più diffusi nelle università di tutto il mondo. L&#8217;edizione italiana, edita da Il Mulino, è stata realizzata in collaborazione con Alessia Amighini e Francesco Giavazzi.<sup>1</sup></p>
<p>Il manuale di Blanchard rappresenta la versione più avanzata della cosiddetta “<strong>sintesi neoclassica</strong>”. La “sintesi” trae origine dal famigerato modello IS-LM con il quale John Hicks, nel 1937, diede avvio a un celebre quanto discusso tentativo di assorbimento del tipico problema keynesiano della carenza di domanda di merci all’interno di un impianto concettuale tradizionale di tipo neoclassico. Un “<strong>keynesismo bastardo</strong>”, come venne rudemente definito da <strong>Joan Robinson</strong>, che però è andato evolvendosi nel tempo e che oggi rappresenta il <em>mainstream</em>, l’approccio dominante alla macroeconomia.</p>
<p><span id="more-1764"></span></p>
<p>Il modello didattico di Blanchard è detto di domanda e offerta aggregata. Esso ruota intorno al concetto di <strong>“equilibrio naturale”</strong> di una economia di mercato. La convergenza del sistema economico verso l’equilibrio “naturale” si determina nell’incrocio tra le curve di domanda e di offerta aggregata, rispettivamente decrescente e crescente rispetto al livello dei prezzi.</p>
<p>Stando a questo modello, le variazioni dei salari e dei prezzi generano una serie di effetti su tutti i mercati che spingono l’economia a convergere spontaneamente verso il cosiddetto livello di <strong>“disoccupazione naturale”</strong>. In particolare, una riduzione dei salari monetari comporterà una pari riduzione dei costi di produzione e quindi anche un calo dei prezzi, dal quale scaturiranno due effetti: in primo luogo, un aumento del potere d’acquisto delle scorte di moneta, e quindi un aumento diretto o indiretto della domanda interna di merci; in secondo luogo, nel caso di un’economia aperta agli scambi internazionali, anche un aumento della competitività delle merci nazionali e un conseguente incremento della domanda proveniente dall’estero. Rilanciando le spese e la produzione i due effetti dovrebbero riportare il sistema in equilibrio.</p>
<p>Stando a questa visione, dunque, <strong>le crisi economiche generate da carenza di domanda dovrebbero determinare soltanto degli scostamenti temporanei dall’equilibrio “naturale”</strong>. In linea di principio, infatti, il sistema economico di mercato dovrebbe essere in grado di fuoriuscire da una crisi semplicemente attraverso i movimenti dei prezzi, senza bisogno di interventi politici.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 226px"><img class=" " src="http://topnews.in/usa/files/Olivier-Blanchard.jpg" alt="" width="216" height="260" /><p class="wp-caption-text">O.Blanchard</p></div>
<p>Ciò non significa tuttavia che le politiche economiche di espansione della domanda siano del tutto inutili. Per Blanchard, infatti, i meccanismi spontanei che riportano i mercati in equilibrio possono incontrare vari ostacoli, e possono rivelarsi molto lenti. Ad esempio, anche in presenza di elevata disoccupazione, i lavoratori occupati potrebbero opporsi a riduzioni dei salari, e quindi potrebbero rallentare la caduta dei prezzi necessaria a rilanciare la domanda. In casi simili, le politiche monetarie e fiscali espansive possono rivelarsi utili allo scopo di far convergere più rapidamente l’economia verso il cosiddetto equilibrio “naturale”. In questo Blanchard si distingue dagli economisti neoclassici ultra-ortodossi come <strong>Edward Prescott</strong> e i suoi seguaci, che negano qualsiasi rilevanza alle politiche espansive. Blanchard però aggiunge che le politiche di espansione della domanda non possono modificare l’equilibrio “naturale”. Una riduzione permanente della disoccupazione “naturale” è possibile, ma richiede un altro tipo di politiche, che anziché agire sulla domanda rimuovano gli ostacoli alla concorrenza sui mercati e in particolare riducano il potere dei sindacati e delle imprese caratterizzate da posizioni monopoliste.</p>
<p>Da questo impianto concettuale Blanchard fa derivare le sue proposte politiche, che in un certo senso costituiscono <strong>un mix di moderato interventismo sul terreno monetario e fiscale e di ferreo liberismo sul versante del lavoro.</strong> Per esempio, mosso dall’intento di velocizzare la convergenza verso l’equilibrio “naturale”, l’economista del FMI ha recentemente criticato le politiche europee di austerità in tempi di recessione. Al tempo stesso, in base alle sue tesi sugli effetti positivi di una deflazione salariale, Blanchard ha sostenuto la necessità di draconiani abbattimenti dei salari monetari in Grecia per affrontare la crisi. In entrambi i casi, a guardar bene, la “sintesi” con il pensiero di Keynes non sembra particolarmente riuscita: le posizioni di Blanchard risultano cioè alquanto distanti dal pensiero originario dell’economista di Cambridge. Se però si vogliono contestare le proposte di Blanchard, è necessario approfondire la logica dei suoi modelli e individuare i loro punti deboli.</p>
<div id="attachment_1768" class="wp-caption alignleft" style="width: 226px"><img class=" wp-image-1768 " title="14068" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/07/14068-e1341757956128.jpg?w=216&#038;h=205" alt="" width="216" height="205" /><p class="wp-caption-text">E.Brancaccio</p></div>
<p>La recente pubblicazione del saggio didattico di <strong>Emiliano Brancaccio, “Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia” (Franco Angeli, Milano, 120 pp.)</strong>,<sup>2</sup> offre numerosi spunti di riflessione critica proprio sul legame fra la teoria economica dominante e le scelte politiche che derivano da essa. Introdotto da una presentazione di <strong>Marcello Messori</strong> e completato da un’appendice statistica di Domenico Suppa, il saggio non si sostituisce al manuale di Blanchard ma espressamente lo affianca allo scopo di presentare agli studenti una visione meno monocorde e più dialettica della evoluzione del pensiero economico contemporaneo. In questo senso il saggio evidenzia che piccoli cambiamenti delle assunzioni di partenza producono risultati molto diversi da quelli indicati dal modello dominante. In particolare, l’<em>Anti-Blanchard </em>sottolinea che la relazione inversa tra salari e domanda aggregata, che i manuali <em>mainstream</em> danno per scontata, in realtà è incerta. La riduzione dei salari ed eventualmente dei prezzi può infatti provocare riduzioni della domanda aggregata, anziché aumenti della stessa. Da questo e da altri rilievi scaturiscono implicazioni che stravolgono le conclusioni logiche e politiche del modello di Blanchard.</p>
<p>A novembre la <em>Rivista di Politica Economica</em> pubblicherà una serie di saggi dedicati alle nuove prospettive dell’insegnamento della macroeconomia nel tempo della crisi, con alcune riflessioni dedicate anche all’<em>Anti-Blanchard</em>. In questa intervista proveremo a interrogare Emiliano Brancaccio sui propositi del suo saggio e sulle possibilità di successo di un rinnovato approccio comparato allo studio della macroeconomia.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">In genere i manuali di economia eterodossa, soprattutto di ispirazione post-keynesiana, muovono preliminarmente una critica al modello IS-LM di Hicks, dimostrando come esso si discosti in modo piuttosto marcato dalla <em>Teoria Generale</em> di Keynes. L&#8217;<em>Anti-Blanchard </em>invece parte direttamente dalla critica del modello dominante di offerta e domanda aggregata. Quali sono le motivazioni di questa scelta?</span> </strong></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 288px"><img title="is-lm" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/bf/Liquidity_trap_IS-LM.svg/578px-Liquidity_trap_IS-LM.svg.png" alt="" width="278" height="198" /><p class="wp-caption-text">La trappola della liquidità nel modello IS-LM</p></div>
<p>Per capire le ragioni di questa scelta credo occorra fare una premessa. In Italia, almeno fino alla fine degli anni ‘80, l’insegnamento dell’economia politica è stato fondato su una impostazione che possiamo definire di tipo “storico-critico”. Ogni teoria veniva cioè studiata analizzando la sua evoluzione storica e rapportandola di continuo agli approcci ad essa concorrenti. Questo metodo di esposizione era tipico dei manuali espressamente critici nei confronti del paradigma neoclassico, come ad esempio i libri di Augusto Graziani e di Bruno Jossa in ambito macroeconomico, il manuale di economia politica di Alessandro Roncaglia, e ovviamente i vecchi testi di Antonio Pesenti, di stampo espressamente marxista. Ma la stessa impostazione finiva per influenzare anche i saggi didattici di autori non immediatamente annoverabili nell’ambito del cosiddetto pensiero “critico”. Penso ad esempio ai manuali di economia politica di Terenzio Cozzi e Stefano Zamagni, o di Carlo Casarosa in campo macroeconomico, o di Mario Arcelli in ambito monetario.<sup>3</sup> Questi studiosi hanno avuto e hanno opinioni molto diverse tra loro sulla teoria neoclassica e alcuni accetterebbero anche di esser collocati nel filone della cosiddetta “sintesi neoclassica” inaugurato da Hicks, Modigliani e altri. Tuttavia, nessuno di essi avrebbe osato abbandonare del tutto <strong>l’approccio storico all’insegnamento dell’economia</strong>, né avrebbe pensato di esporre un modello <strong>senza riportare almeno alcune delle critiche ad esso rivolte dalle scuole di pensiero alternative</strong>. Dunque, non solo le differenze tra la teoria originaria di Keynes e l’interpretazione di Hicks, ma molte altre questioni aperte del dibattito di teoria economica trovavano ampia collocazione nei percorsi didattici degli studenti, fin dal primo anno di studi universitari.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">Negli anni successivi, tuttavia, il quadro è cambiato?</span> </strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img title="P. Samuelson" src="http://estaticos02.expansion.com/imagenes/2009/12/13/1260726671_0.jpg" alt="" width="200" height="246" /><p class="wp-caption-text">P. Samuelson</p></div>
<p>Sì. Per varie ragioni, che trascendono l’ambito strettamente accademico, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta la dialettica tra economisti appartenenti ai diversi filoni di ricerca si è quasi del tutto interrotta e molti docenti hanno manifestato minore interesse verso l’approccio storico-critico. Anche in campo didattico ha quindi iniziato a prevalere un altro tipo di metodologia, tipica della tradizione statunitense. Anziché introdurre lo studente a una conoscenza storica e comparata delle teorie economiche, i principali manuali americani sono incentrati quasi esclusivamente sugli sviluppi recenti della cosiddetta <strong>“sintesi neoclassica”</strong>, che Blanchard non a caso definisce <strong>il “nucleo” della macroeconomia contemporanea</strong>.<sup>4</sup> Questi libri di testo danno al lettore <strong>la sensazione erronea che il pensiero economico evolva lungo un unico sentiero</strong>, lineare e progressivo. In quest’ottica essi tendono a esporre solo i dibattiti che si situano in prossimità del percorso evolutivo della “sintesi”. In ciò consiste il cosiddetto “mainstream”, vale a dire la “corrente principale” della teoria economica. Per i più celebri autori americani, <strong>le controversie situate al di fuori di quella corrente è come se non fossero mai esistite</strong>, o al limite meritano di esser liquidate con poche battute di commento. A questa impostazione aderiva già in parte il celebre manuale di <strong>Paul Samuelson</strong>, la cui prima edizione risale al 1948.<sup>5</sup> Samuelson, tuttavia, aveva l’abitudine di dedicare almeno un capitolo alle correnti di ricerca alternativa e persino qualche riga alle teorie socialiste, lasciando così un piccolo spiraglio aperto verso le scuole di pensiero critico. Questi scampoli di pluralismo sono poi venuti completamente a mancare a partire dalla pubblicazione del celebre manuale di Dornbusch e Fischer, che rappresenta sotto più di un aspetto la “matrice” dei manuali <em>mainstream</em> contemporanei.<sup>6</sup> Purtroppo, anche il libro più recente di <strong>Joseph Stiglitz</strong> attua una chiusura pressoché totale verso le impostazioni alternative.<sup>7</sup> In esso, addirittura, si sostiene implicitamente la tesi secondo cui tutti gli economisti aderirebbero al cosiddetto “paradigma della scarsità”, per il quale i rapporti di scambio tra i beni dipendono dalla scarsità relativa degli stessi. In questo modo Stiglitz evita di ricordare ai lettori che questa concezione è condivisa dai neoclassici, ma non dagli economisti che si rifanno al cosiddetto <strong>“paradigma della riproducibilità”</strong>.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Quali sono le caratteristiche del paradigma della riproducibilità?</strong></span></p>
<div id="attachment_1311" class="wp-caption alignleft" style="width: 171px"><img class="size-full wp-image-1311" title="sraffa" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/04/sraffa.jpg?w=560" alt=""   /><p class="wp-caption-text">P. Sraffa</p></div>
<p>Stando a questo paradigma alternativo i prezzi delle merci sono determinati non dalla scarsità relativa dei beni ma dalla necessità di coprire costi e profitti, garantendo così le condizioni di riproduzione del capitale. Il paradigma della riproducibilità prende le mosse da <strong>Smith</strong>, <strong>Ricardo</strong> e <strong>Marx</strong> e si è poi sviluppato prendendo spunto dalle opere di <strong>Sraffa</strong>, <strong>Leontief</strong> e da alcuni contributi di <strong>Von Neumann</strong>. <strong>Luigi Pasinetti</strong> è uno dei principali interpreti contemporanei di questa linea di ricerca.<sup>8</sup> Si tratta insomma di un filone di studi autorevole e fecondo. Eppure, nei manuali che oggi vanno per la maggiore non si fa alcun cenno alla sua esistenza. Accade così che attraverso questa e altre omissioni il cosiddetto “mainstream” tende a presentarsi agli studenti come una sorta di “unique stream”. Il libro di Blanchard, curato in Europa da Amighini e Giavazzi, costituisce la versione didattica più avanzata di questo filone di studi, che oggi viene messo un po’ in discussione a seguito della crisi mondiale ma che tuttora domina pressoché incontrastato nelle aule universitarie.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Dunque, la prevalenza di questo “unique stream” costringe i critici a misurarsi direttamente coi suoi modelli di riferimento? È questo il motivo per cui l’<em>Anti-Blanchard </em>parte subito dal modello di domanda e offerta aggregata?</strong></span></p>
<p>L’<em>Anti-Blanchard </em>è un saggio breve e ha un obiettivo molto circoscritto: quello di contribuire a suscitare rinnovata attenzione verso un approccio comparato allo studio della macroeconomia. A questo scopo, il saggio prende come riferimento il modello di offerta e domanda aggregata di Blanchard e mette in evidenza che <strong>la modifica di poche ipotesi iniziali può determinare un vero e proprio “ribaltamento” delle conclusioni di quel modello</strong>. Questo risultato colpisce molto gli studenti, e sembra stimolare positivamente le loro riflessioni e il loro spirito critico. Inoltre, proprio grazie alla estrema compattezza del saggio, il “ribaltamento” dell’analisi può essere ottenuto in un numero di ore di lezione relativamente contenuto. Dunque, un docente che sia intenzionato a fornire ai propri studenti un approccio preliminare di tipo <em>mainstream</em> ma che al tempo stesso non intenda mortificare le loro capacità critiche, potrebbe trarre spunto dall’adozione dell’<em>Anti-Blanchard </em>in affiancamento al manuale di Blanchard. Ovviamente, gli esiti di un simile approccio didattico sono limitati al “ribaltamento” logico del modello di domanda e offerta aggregata e non possono certo essere considerati esaustivi ai fini della formazione di uno studente di economia. Obiettivi didattici più ambiziosi potrebbero essere raggiunti recuperando e aggiornando l’impostazione di tipo storico-critico che era tipica dei manuali della tradizione eterodossa. Oggigiorno, però, scrivere un manuale di base alternativo, che si concentri sui temi macroeconomici e di politica economica e che possa davvero sperare di competere con i principali libri di testo del <em>mainstream</em>, non è un’impresa facile. La maggiore difficoltà, io credo, consiste nell’individuare un criterio che consenta di mettere insieme il <strong>recupero dell’approccio storico-critico con l’odierna esigenza di descrivere in termini formali i meccanismi di funzionamento dei modelli esaminati</strong>. A mio avviso si tratta di un lavoro in gran parte ancora da compiere, che forse spetterebbe a un collettivo di studiosi.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Nel senso che al giorno d’oggi non esistono esempi di manuali in grado di raccogliere l’eredità dei saggi didattici della tradizione critica rispettando l’esigenza della formalizzazione matematica?</strong></span></p>
<p>Un esperimento recente, per certi versi interessante, è stato il testo di economia politica di Bowles, Edwards e Roosvelt.<sup><sup>9</sup></sup> Quel libro, tuttavia, contiene a mio avviso un limite: esso praticamente rinuncia a un esplicito confronto teorico con l’impostazione dominante. La critica al <em>mainstream</em> a volte è accennata, altre ancora non è esplicitata. Naturalmente, questo criterio ha l’indubbio vantaggio di semplificare la didattica. Io però nutro qualche dubbio verso una esposizione che presenti il confronto con il <em>mainstream</em> in termini solo impliciti, quasi nascosto tra le righe. Al giorno d’oggi, con una didattica <em>mainstream</em> in difficoltà ma senza dubbio ancora pervasiva, un insegnamento critico dell’economia politica e della macroeconomia dovrebbe sempre basarsi su un rigoroso approccio comparato. Nel suo piccolo, l’<em>Anti-Blanchard </em>si attiene fedelmente a questo metodo didattico.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Veniamo allora alle caratteristiche tecniche del suo saggio. Un punto fondamentale è la critica alla curva di domanda aggregata di Blanchard. Lei mostra che essa non è necessariamente decrescente, e quindi che la riduzione dei salari e del livello dei prezzi non determina per forza di cose un incremento della domanda e della produzione. Anzi, nell’<em>Anti-Blanchard </em>si afferma che una deflazione dei salari e dei prezzi potrebbe addirittura ridurre la domanda aggregata anziché aumentarla. Per quale motivo ciò potrebbe accadere?</strong></span></p>
<p>Le ragioni sono numerose. Quella più citata in letteratura verte sul fatto che la deflazione accresce i tassi d’interesse reali, anche nel caso in cui i tassi monetari siano azzerati. Un’altra, decisamente attuale, verte sugli effetti della deflazione sulla solvibilità dei debitori. La riduzione dei prezzi abbatte i redditi in rapporto ai debiti e tende quindi a deteriorare la posizione finanziaria di numerose unità economiche, che per questo potrebbero essere indotte a ridurre gli investimenti e più in generale le spese.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">Queste tesi sono del tutto estranee al <em>mainstream</em>?</span> </strong></p>
<div id="attachment_1570" class="wp-caption alignleft" style="width: 220px"><img class=" wp-image-1570" title="cmtKRUGMAN_123111~0" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/06/cmtkrugman_1231110.jpg?w=210&#038;h=210" alt="" width="210" height="210" /><p class="wp-caption-text">P. Krugman</p></div>
<p>Niente affatto. Numerosi esponenti della “sintesi” hanno spesso segnalato che una riduzione dei salari e dei prezzi può aggravare una crisi economica per i motivi suddetti e per varie altre ragioni: penso a <strong>Tobin</strong>, a <strong>De Long</strong> e <strong>Summers</strong>, ad <strong>Hahn</strong> e <strong>Solow</strong>, o ai contributi più recenti di <strong>Eggertsson</strong> e<strong> Krugman</strong>, per citare alcuni nomi fra tanti. Eggertson, tra l’altro, ha mostrato che la flessibilità verso il basso dei prezzi può accentuare una depressione anche nell’ambito dei modelli <em>mainstream</em> di ultima generazione, detti dinamici e stocastici di equilibrio generale.<sup>9</sup> Inoltre, come ricordo nel mio saggio, lo stesso Blanchard riconobbe anni fa che la relazione inversa tra tassi d’interesse e investimenti, che è alla base della domanda aggregata decrescente, trova riscontri empirici a dir poco fragili. <strong>E’ curioso che simili evidenze vengano pressoché dimenticate nel momento in cui si passa dalla ricerca alla didattica.</strong> Nei manuali <em>mainstream</em> di Blanchard, come di Stiglitz e di altri, non si fa alcun cenno al fatto che la domanda aggregata decrescente è solo un’ipotesi tra tante, forse nemmeno la più robusta. Spero che questo problema venga messo in evidenza nelle prossime edizioni di quei libri.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Ma allora, se nella letteratura <em>mainstream</em> si trovano già dei contributi che criticano la domanda aggregata decrescente, perché mai l’<em>Anti-Blanchard </em>dovrebbe essere annoverato tra i manuali di teoria “critica”?</strong></span></p>
<p>Non vedrei motivi per contestare una interpretazione che tentasse di conciliare l’<em>Anti-Blanchard </em>con i contributi più avanzati della letteratura <em>mainstream</em>. Tuttavia devo precisare che non sarebbe la mia interpretazione. La ragione è che i modelli più avanzati del <em>mainstream</em> riescono a produrre risultati definibili “keynesiani” poiché assumono l’esistenza di imperfezioni di mercato, asimmetrie informative ed eterogeneità degli agenti economici. <strong>Se per incanto queste imperfezioni, asimmetrie ed eterogeneità svanissero nel nulla, allora anche i modelli <em>mainstream</em> più recenti tornerebbero a determinare l’equilibrio in base ai tradizionali “fondamentali” della teoria neoclassica</strong>: vale a dire, la dotazione di lavoro e di altre risorse produttive, la tecnologia disponibile e le preferenze degli individui. <strong>L’equilibrio del sistema economico verrebbe quindi determinato del tutto indipendentemente da nessi causali di tipo keynesiano</strong>, come l’idea che l’occupazione dipende in ultima istanza dalla domanda effettiva di merci. Il problema è che la modalità neoclassica di determinazione dell’equilibrio economico lascia in sospeso numerose questioni irrisolte. Basti pensare ai problemi epistemologici che derivano dal fatto che l’equilibrio neoclassico verte su variabili non osservabili come le preferenze, o alle <strong>incoerenze mai superate della teoria neoclassica del capitale</strong>, come riconosciuto da autori <em>mainstream</em> del calibro di Samuelson. Oppure ancora, si pensi alle difficoltà insite nei metodi dell’equilibrio temporaneo e intertemporale tipici dell’approccio neoclassico contemporaneo. Vari economisti ritengono che tali problemi colpiscano in modo irrimediabile le fondamenta stesse della teoria neoclassica, e quindi anche della macroeconomia <em>mainstream</em> che ne deriva.<sup>11</sup> Per questo essi scelgono altri paradigmi, come quello della “riproducibilità”. L’<em>Anti-Blanchard </em>ovviamente non affronta temi così avanzati, ma andrebbe idealmente collocato in questo filone alternativo.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>La critica alla domanda aggregata decrescente solleva un problema anche in relazione a un tema politico molto dibattuto, quello della flessibilità dei contratti di lavoro. Benché il manuale di Blanchard non ne parli espressamente, il modello che esso descrive induce a ritenere che una maggiore libertà di licenziamento possa favorire la flessibilità verso il basso dei salari e dei prezzi e possa quindi ridurre la disoccupazione. Tuttavia l’appendice dell’<em>Anti-Blanchard </em>riporta un test statistico che nega l’esistenza di correlazioni significative tra maggiore precarietà del lavoro e minore disoccupazione.<sup>12</sup> Il <em>mainstream</em> è dunque smentito anche sul terreno della verifica empirica?</strong></span></p>
<p>L’appendice statistica del saggio riproduce un noto test dell’OCSE che ha suscitato forti dubbi intorno all’idea convenzionale secondo cui ridurre le protezioni dei lavoratori contribuirebbe a ridurre la disoccupazione. In effetti il risultato del test contrasta con l’idea implicita nel modello di Blanchard, secondo cui una riduzione delle tutele dei lavoratori abbassa la curva del salario reale derivante dalla contrattazione, quindi provoca deflazione e per questa via dovrebbe accrescere la domanda di merci, la produzione e l’occupazione. Il test, invece, appare in sintonia con l’idea di una domanda aggregata non necessariamente decrescente. Naturalmente, nell’<em>Anti-Blanchard</em>questi nessi fra teoria e dati sono esaminati a un livello puramente didattico. Ciò nonostante, i risultati sono interessanti e tutt’altro che trascurabili.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">All’inizio della crisi dell’eurozona, nel giugno 2010, circa trecento economisti pubblicavano una “lettera” contro le politiche restrittive in Europa, che per più di un verso si è rivelata profetica.<sup>13</sup> Oggi Krugman e Layard pubblicano un “manifesto per il buon senso economico”,<sup>14</sup> anch’esso contrario all’austerity (sebbene curiosamente rivolto ai soli economisti “mainstream”). Quali sono i meriti e i limiti di quel manifesto?</span> </strong></p>
<p>Il merito è che ribadisce ancora una volta che la crisi in corso pone un problema di domanda effettiva insufficiente, e che le politiche restrittive non fanno che aggravarlo. Uno dei limiti è che Krugman e Layard sembrano considerare la “bolla speculativa” una mera deviazione dai cosiddetti “fondamentali” neoclassici. Per questo motivo, nel manifesto essi di fatto sostengono che in condizioni “normali” sarebbe sufficiente che la politica monetaria orientasse i tassi d’interesse verso i livelli “fondamentali” perché si abbia una crescita equilibrata. Per gli economisti che aderiscono al paradigma della riproducibilità, invece, quei “fondamentali” non esistono. Pertanto, la bolla speculativa non può essere interpretata come una mera deviazione, ma deve essere considerata piuttosto come una necessità oggettiva di sopravvivenza, un tassello della condizione di riproducibilità di quel regime di accumulazione del capitale, centrato sulla finanza privata, che ha dominato l’ultimo trentennio fino alla crisi del 2008. Sotto questa diversa prospettiva, la politica monetaria assolve a una diversa funzione ancillare, di salvaguardia della condizione di riproducibilità di quel regime, senza alcun riferimento ai “fondamentali” immaginati dai neoclassici.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>Nell’<em>Anti-Blanchard </em>si fa esplicitamente cenno a questa diversa concezione della politica monetaria.</strong></span></p>
<p>Sì. Il terzo capitolo del saggio è dedicato al tentativo di gettare un ponte tra la didattica e alcune recenti pubblicazioni nel campo della ricerca economica eterodossa. Quel capitolo, tra l’altro, contiene la versione elementare di un modello di teoria della politica monetaria che ho realizzato in collaborazione con Giuseppe Fontana, ed è in corso di pubblicazione sul <em>Cambridge Journal of Economics</em>.<sup>15</sup> Partendo in tal caso da un “ribaltamento” della celebre regola <em>mainstream</em> di politica monetaria elaborata da John Taylor, il modello fornisce una descrizione del comportamento del banchiere centrale basata proprio sull’esigenza di garantire la riproducibilità del sistema economico, e in particolare la sua “solvibilità”.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">Sembra un divario interpretativo incolmabile. Ciò sta a indicare che gli economisti critici non possono proprio condividere il manifesto di Krugman per il “buon senso” economico?</span> </strong></p>
<p>Sussistono differenze profonde tra i due approcci ma non traccerei una linea di demarcazione invalicabile, né da un punto di vista teorico né politico. Il motivo in fondo è semplice: criticare i modelli o le proposte di politica economica di esponenti dell’attuale <em>mainstream</em> come Krugman o Blanchard è senz’altro più interessante e potenzialmente fecondo che misurarsi, per esempio, con i contributi di Ed Prescott, il quale ha dedicato una vita di ricerche all’improbabile obiettivo di escludere qualsiasi rilevanza della domanda effettiva nella determinazione dei livelli di produzione e di occupazione. Con i seguaci di Prescott si possono imbastire delle controversie anche piacevoli, ma dal punto di vista scientifico temo si perda tempo. Con Krugman e Blanchard no.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">L’<em>Anti-Blanchard </em>contiene pure una critica all’analisi di Blanchard della distribuzione del reddito tra salari e profitti. Per Blanchard, le rivendicazioni salariali dei lavoratori sono inutili, visto che nel suo modello gli eventuali incrementi dei salari monetari si scaricano interamente sui prezzi. Questa relazione viene presentata agli studenti come se fosse ovvia…</span> </strong></p>
<p>Ma a guardar bene non lo è. Nel modello di Blanchard la distribuzione del reddito è determinata da un <strong>markup</strong>, che comprende un margine di profitto sul costo unitario del lavoro. Nelle versioni più avanzate di quel modello il markup viene solitamente ottenuto rinviando a un’analisi di concorrenza imperfetta, e quindi all’incrocio tra una curva non decrescente del costo marginale e una curva decrescente del ricavo marginale.<sup>16</sup> Questa modalità di calcolo genera un markup che dipende solo dalla elasticità della domanda rispetto ai prezzi: nota l’elasticità della domanda, anche il markup è determinato. Se dunque il markup è già noto, allora qualsiasi aumento dei salari monetari si tradurrà in un pari aumento dei prezzi, senza alcun effetto sulla distribuzione del reddito e sul potere d’acquisto delle retribuzioni. Questa procedura sembra ineccepibile. Essa tuttavia solleva diversi problemi. Basti notare che se la domanda non è decrescente allora nemmeno il ricavo marginale lo sarà. In tal caso la procedura descritta non è più in grado di determinare il markup e quindi non si può più affermare che la distribuzione del reddito è insensibile alla contrattazione tra imprese e lavoratori.</p>
<p><strong><span style="color:#003366;">Attraverso questa critica l’<em>Anti-Blanchard </em>sembra allacciarsi alla concezione della distribuzione del reddito tipica degli studi classici e marxisti.</span> </strong></p>
<p>Bisogna tener presente che il markup del modello di Blanchard non corrisponde al saggio di profitto della “free competition” alla quale si riferivano gli economisti classici. Comunque, se viene negata la possibilità di calcolare il markup in funzione della sola elasticità della domanda rispetto ai prezzi, effettivamente si pone il problema di determinarlo in un altro modo. Tra le possibilità, in questo senso, vi è sicuramente quella di tornare all’idea dei classici, di Marx e di Sraffa, secondo cui le variabili distributive dipendono in ultima istanza dallo stato dei rapporti di forza tra gruppi sociali antagonisti.</p>
<p><span style="color:#003366;"><strong>In Europa e nel resto del mondo la crisi economica non sembra affatto superata. E’ possibile che siamo alla vigilia di un cambiamento nella concezione prevalente dell’economia? Marx e Keynes, con Sraffa, potranno essere nuovamente gli ispiratori di una “rivoluzione” nel pensiero economico?</strong></span></p>
<p>Guido Tabellini, attuale rettore della Bocconi, qualche tempo fa si è posto una domanda simile e ha scelto di rispondere negativamente. A suo avviso non ci sarà alcun bisogno di una “rivoluzione” delle idee economiche, perché dai contributi di frontiera della letteratura <em>mainstream</em> lui ritiene possibile trarre corrette interpretazioni della crisi e misure effettivamente in grado di contrastarla.<sup>17</sup> Nella lettura di Tabellini mi sembra di ravvisare un eccesso di generosità nei confronti della effettiva capacità euristica della teoria dominante, che è stata messa a dura prova dalla crisi.<sup>18</sup> Tuttavia riconosco un fatto: la depressione, pur gravissima, non sembra avere ancora creato le condizioni per una rinnovata battaglia delle idee in campo economico. Gli approcci alternativi faticano tuttora ad affermarsi, sulla scena politica e persino accademica. A mio parere la complessità di questa crisi è tale che, pur partendo dai loro fondamentali contributi, oggi dovremmo andare oltre Marx, Keynes e Sraffa. Per esempio, <strong>bisognerebbe approfondire la critica al regime di accumulazione che ha dominato gli ultimi trent’anni</strong> attraverso uno studio dei meccanismi di formazione dei prezzi sul mercato finanziario e delle inefficienze che possono determinare sulla distribuzione settoriale degli investimenti, sulla composizione della domanda effettiva e sul grado di utilizzo della capacità produttiva nelle varie branche della produzione. Questa, tra l’altro, è una delle <strong>vie attraverso cui si potrebbe recuperare e aggiornare il tema cruciale del “piano”</strong>.<sup>19</sup> Sull’argomento, a mio parere attualissimo, la tradizionale letteratura critica riesce a dire ancora poco.<sup>20</sup> Il problema è che nella fase attuale non si riesce a far progredire il dibattito poiché risulta difficile anche solo ribadire concetti che dovrebbero risultare ormai largamente acquisiti. Basti pensare al fatto che nel dibattito politico appare ancora sconcertante l’idea che una politica restrittiva possa accrescere anziché ridurre il rapporto tra debito e reddito. Insomma, sono passati ormai quattro anni dall’inizio della crisi eppure <strong>ancora si fatica a introiettare il principio keynesiano della domanda effettiva</strong>. Data la gravità della depressione questo ritardo è esasperante, ma in fondo non dovrebbe meravigliarci. Lo stesso Keynes, già nel 1931, aveva compreso che i cambi di paradigma avvengono in primo luogo grazie all’incontenibile pressione degli eventi, e solo in seconda istanza per il lento decadere dei vecchi pregiudizi.<sup>21</sup></p>
<p>________________</p>
<p>Note</p>
<p>1 Blanchard O., Amighini A., Giavazzi F. (2011), <em>Macroeconomia. Una prospettiva europea</em>, Il Mulino, Bologna.</p>
<p>2 Brancaccio E. (2012), <em>Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia</em>, Franco Angeli, Milano (<a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/07/anti-blanchard/">http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/07/anti-blanchard/</a>).</p>
<p>3 Graziani A. (1992), <em>Teoria economica. Macroeconomia</em>, ESI, Napoli. Jossa B. (1988), <em>Macroeconomia</em>, Cedam, Padova. Roncaglia A. (1994), <em>Lineamenti di economia politica</em>, Laterza, Roma-Bari. Antonio Pesenti (1972), <em>Manuale di economia politica</em>, Editori riuniti, Roma. Cozzi T. e Zamagni S. (1989), <em>Economia politica</em>, Il Mulino, Bologna. Casarosa C. (1991), <em>Manuale di macroeconomia</em>, Carocci, Roma. Arcelli M. (1986), Economia e politica monetaria, Cedam, Padova.</p>
<p>4 Blanchard O. (2000), <em>Macroeconomia</em>, Il Mulino, Bologna, cap. 30.</p>
<p>5 Samuelson P. (1948), <em>Economics</em>, McGraw-Hill, New York.</p>
<p>6 Dornbusch R., Fischer S. (1980), <em>Macroeconomia</em>, Il Mulino, Bologna.</p>
<p>7 Stiglitz J.E. (2001), <em>Principi di macroeconomia</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</p>
<p>8 Per un approfondimento su questa linea di ricerca, si può ad esempio consultare Kurz H. e Salvadori N. (1995), <em>Theory of production</em>, Cambridge University Press.</p>
<p>9 Bowles S., Edwards R., Roosvelt F. (2011), <em>Introduzione all’economia politica</em>, Springer-Verlag, Milano.</p>
<p>10 Tobin J. (1980), <em>Asset Accumulation and Economic Activity, </em>Basil Blackwell. De Long, J.B., Summers, L.H. (1986). “<a href="http://ideas.repec.org/p/nbr/nberwo/1686.html" target="_blank">Is increased Price Flexibility Stabilizing?</a>”, <em>American Economic Review</em>, 76, 5. Hahn, F., Solow, R. (1995). <em>A Critical Essay on Modern Macroeconomic Theory</em>, Oxford, Blackwell Publishers. Eggertsson, G.B., Krugman, P. (2010), “<a href="http://www.princeton.edu/~pkrugman/debt_deleveraging_ge_pk.pdf" target="_blank">Debt, Deleveraging and Liquidity Trap</a>”, <em>Federal Reserve Bank of New York</em>, New York. Bhattarai, S., Eggertsson, G., Schoenle, R. (2012), “<a href="http://www.newyorkfed.org/research/staff_reports/sr540.pdf" target="_blank">Is increased price flesibility stabilizing? Redux</a>”, <em>Federal Reserve Bank of New York Staff Reports</em>, New York, n. 540, January.</p>
<p>11 Sul tema si veda Kurz e Salvadori (1995), cit. e Petri F. (2004),<em>General Equilibrium, Capital and Macroeconomics</em>, Cheltenham, Edward Elgar. Cfr. anche Mas-Colell, A. (1989). “Capital theory paradoxes: anything goes”, in Feiwel R. (ed.), <em>Joan Robinson and Modern Economic Theory</em>, London, Macmillan.</p>
<p>12 Suppa D. (2012), <em>Appendice statistica</em>, in Brancaccio E., (2012), cit.</p>
<p>13 <a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/">http://www.letteradeglieconomisti.it</a>.</p>
<p>14 Il manifesto, tradotto in italiano, è riportato su: <a href="http://keynesblog.com/2012/06/28/lausterita-e-smentita-dai-fatti-il-manifesto-di-krugman-per-il-buon-senso-in-economia/">http://keynesblog.com/2012/06/28/lausterita-e-smentita-dai-fatti-il-manifesto-di-krugman-per-il-buon-senso-in-economia/</a>.</p>
<p>15 Brancaccio, E., Fontana, G. (2012). “Solvency rule versus Taylor rule. An alternative interpretation of the relation between monetary policy and the economic crisis”, <em>Cambridge Journal of Economics</em>, forthcoming.</p>
<p>16 Blanchard O., Fischer, S. (1992). <em>Lezioni di macroeconomia</em>, Il Mulino, Bologna.</p>
<p>17 Tabellini, G. (2009). “Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi”, AA.VV., <em>Lezioni per il futuro</em>, Edizioni Il Sole 24 Ore.</p>
<p>18 Si vedano i saggi raccolti in Brancaccio E., Fontana G. (eds.), <em>The Global Economic Crisis. </em><em>New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy</em>, Routledge, London.</p>
<p>19 Si veda il capitolo “Modernità della pianificazione”, in Brancaccio E., Passarella M. (2012), <em>L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa</em>, Il Saggiatore, Milano.</p>
<p>20 Sul tema, si veda Brancaccio E. (2011), “Some contradictions in mainstream interpretations of the crisis”, pp. 20-22, in Brancaccio E., Fontana G. (eds.),cit.</p>
<p>21 Keynes J.M. (2011), <em>Esortazioni e profezie</em>, Il Saggiatore, Milano (orig. 1931).</p>
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		<pubDate>Thu, 28 Jun 2012 14:16:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo, tradotto in italiano, il manifesto di Paul Krugman e Richard Layard pubblicato oggi dal Financial Times e sul sito manifestoforeconomicsense.org. Sebbene nelle premesse si rivolga solo agli &#8220;economisti mainstream&#8221;, i contenuti sembrano convergenti con molte delle analisi e delle proposte avanzate anche in altre parti della teoria economica. Ma soprattutto è un attacco alla [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1673&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1674" title="breadline" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/06/breadline.jpg?w=560" alt=""   /></p>
<p><em>Pubblichiamo, tradotto in italiano, il manifesto di Paul Krugman e Richard Layard pubblicato oggi dal Financial Times e sul sito manifestoforeconomicsense.org. Sebbene nelle premesse si rivolga solo agli &#8220;economisti mainstream&#8221;, i contenuti sembrano convergenti con molte delle analisi e delle proposte avanzate anche in altre parti della teoria economica. Ma soprattutto è un attacco alla visione del rigore e dell&#8217;austerità in stile anni &#8217;30 oggi tornata prevalente.</em></p>
<h3><span style="color:#003366;"><strong>Un Manifesto per il [buon]senso economico</strong></span></h3>
<p>Più di quattro anni dopo l&#8217;inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930. Queste idee, da tempo smentite, comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata.<br />
<span id="more-1673"></span></p>
<p>Questi errori hanno messo radici profonde nella coscienza pubblica e forniscono il sostegno pubblico per l&#8217;eccessiva austerità delle attuali politiche fiscali in molti paesi. Quindi i tempi sono maturi per un manifesto in cui gli economisti mainstream offrano al pubblico una analisi dei nostri problemi maggiormente basata sulle evidenze.</p>
<p style="padding-left:30px;"><strong>Le cause.</strong> Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni – come la Grecia &#8211; questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa.</p>
<p style="padding-left:30px;"><strong>La natura della crisi.</strong> Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell&#8217;Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma &#8211; proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 &#8211; si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un&#8217;altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico.</p>
<p style="padding-left:30px;"><strong>La risposta appropriata.</strong> In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo.</p>
<p style="padding-left:30px;"><strong>Il grande errore.</strong> Dopo aver risposto bene nella prima e acuta fase della crisi economica, la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato.</p>
<p>Di fronte a uno shock meno grave, la politica monetaria potrebbe bastare. Ma con i tassi di interesse prossimi allo zero, la politica monetaria &#8211; mentre dovrebbe fare tutto il possibile &#8211; non può fare l&#8217;intero lavoro. Ci deve naturalmente essere un piano a medio termine per ridurre il disavanzo pubblico. Ma se questo è troppo sbilanciato può facilmente essere controproducente annullando la ripresa. Una priorità chiave è ora quella di ridurre la disoccupazione, prima che diventi endemica, rendendo la rispesa e la futura riduzione del deficit ancora più difficile.</p>
<p>Come rispondono coloro che sostengono le politiche attuali agli argomenti che abbiamo appena avanzato? Usano due argomenti molto diversi a sostegno della loro causa.</p>
<p><strong>L&#8217;argomento della fiducia.</strong> Il loro primo argomento è che i deficit pubblici alzeranno i tassi di interesse e quindi impediranno il recupero. Al contrario, essi sostengono, l&#8217;austerità aumenterà la fiducia e favorirà così la ripresa.</p>
<p>Ma non c&#8217;è alcuna prova a favore di questo argomento. In primo luogo, nonostante i deficit eccezionalmente elevati, i tassi di interesse oggi sono bassi senza precedenti in tutti i principali paesi in cui c&#8217;è una banca centrale normalmente funzionante. Ciò è vero anche in Giappone, dove il debito pubblico supera ormai il 200% del PIL annuo, e il downgrade da parte delle agenzie di rating non hanno avuto alcun effetto sui tassi di interesse giapponesi. I tassi di interesse sono elevati solo in alcuni paesi della zona euro, perché la BCE non è consentito di agire come prestatore di ultima istanza per il governo. Altrove la banca centrale può sempre, se necessario, finanziare il deficit, lasciando inalterato il mercato obbligazionario.</p>
<p>Inoltre l&#8217;esperienza passata non contiene nessun caso in cui i tagli di bilancio hanno effettivamente generato un aumento dell&#8217;attività economica. Il FMI ha studiato 173 casi di tagli di bilancio dei singoli paesi e ha scoperto che il risultato coerente è la contrazione economica. Nella manciata di casi in cui il consolidamento fiscale è stato seguita da una crescita, i canali principali erano un deprezzamento della valuta nei confronti di un mercato mondiale forte, una possibilità non disponibile al momento. La lezione dello studio del FMI è chiara: i tagli al bilancio ritardano la ripresa. E questo è ciò che sta accadendo ora: i paesi con i maggiori tagli di bilancio hanno avuto le più pesanti cadute dell&#8217;output.</p>
<p>La verità è, come possiamo vedere, che i tagli di bilancio non ispirano la fiducia delle imprese. Le aziende investono solo quando possono prevedere abbastanza clienti con un reddito sufficiente da spendere. L&#8217;austerità scoraggia gli investimenti.</p>
<p>Vi è quindi un&#8217;evidenza massiccia contro l&#8217;argomento della fiducia; tutte le presunte prove a favore di tale dottrina sono evaporate ad un esame più approfondito.</p>
<p><strong>L&#8217;argomento strutturale.</strong> Un secondo argomento contro l&#8217;espansione della domanda è che la produzione è nei fatti vincolata dal lato dell&#8217;offerta da squilibri strutturali. Se questa teoria fosse giusta però, almeno in alcune loro parti le nostre economie dovrebbe essere a pieno regime, e così dovrebbe fare alcune attività. Ma nella maggior parte dei paesi non è questo il caso. Ogni settore importante delle nostre economie è in difficoltà, e ogni attività ha un tasso di disoccupazione più elevato del solito. Quindi il problema deve essere una mancanza generale di spesa e domanda.</p>
<p>Nel 1930 lo stesso argomento strutturale è stato utilizzato contro le politiche di spesa proattive negli Stati Uniti, ma a seguito dell&#8217;aumento di spesa tra il 1940 e il 1942, la produzione è aumentata del 20%. Quindi il problema nel 1930, come oggi, era una carenza di domanda, non di offerta.</p>
<p>Come risultato delle loro idee sbagliate, in molti paesi occidentali i politici stanno infliggendo sofferenze enormi ai loro popoli. Ma le idee che sposano su come gestire le recessioni sono state respinte da quasi tutti gli economisti dopo i disastri del 1930, e per i successivi quarant&#8217;anni o giù di lì l&#8217;Occidente ha goduto di un periodo senza precedenti di stabilità economica e bassa disoccupazione. E&#8217; tragico che negli ultimi anni le vecchie idee abbiano di nuovo messo radici. Ma non possiamo più accettare una situazione in cui le paure sbagliate di tassi di interesse più elevati pesino di più sui i decisori politici rispetto agli orrori della disoccupazione di massa.</p>
<p>Politiche migliori differiranno da paese a paese e hanno bisogno di un dibattito approfondito. Ma devono essere basate su una corretta analisi del problema.</p>
<p>Invitiamo quindi tutti gli economisti e gli altri che sono d&#8217;accordo con le linee generali di questo Manifesto a registrare la loro sottoscrizione su <a href="http://www.manifestoforeconomicsense.org">www.manifestoforeconomicsense.org</a>, e sostenere pubblicamente un approccio più solido.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/global/'>Global</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/austerita/'>austerità</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/austerity/'>austerity</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/paul-krugman/'>Paul Krugman</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/1673/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/1673/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1673&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Keynes e la crescita felice</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2012 10:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citazioni e testi classici]]></category>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[John Maynard Keynes]]></category>
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		<category><![CDATA[Robert Skidelsky]]></category>

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		<description><![CDATA[Se è vero che quella che i maggiori paesi industriali stanno attraversando è una “crisi dello sviluppo” e che per uscirne si debba guardare con sempre maggiore attenzione ai “fallimenti” del sistema capitalistico, l’analisi keynesiana offre preziosi elementi di riflessione. E’ felice in tal senso l’ultimo intervento di Robert Skidelsky su Project Syndicate di ieri [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1626&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1627" title="keynes Home" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/06/45131343_keynes_home226getty-e1340359480914.jpg?w=560" alt=""   />Se è vero che quella che i maggiori paesi industriali stanno attraversando è una “crisi dello sviluppo” e che per uscirne si debba guardare con sempre maggiore attenzione ai “fallimenti” del sistema capitalistico, l’analisi keynesiana offre preziosi elementi di riflessione. E’ felice in tal senso l<a href="http://www.project-syndicate.org/commentary/labor-s-paradise-lost" target="_blank">’ultimo intervento di <strong>Robert Skidelsky</strong> su <em>Project Syndicate</em></a> di ieri nel quale si fa riferimento ad un noto scritto di Keynes del 1930, ma mai abbastanza considerato per l’importanza delle sue implicazioni. Si tratta delle <strong>“Prospettive economiche per i nostri nipoti”</strong> <span id="more-1626"></span>(1), uno scritto che in molti non hanno esitato a definire “visionario”, in cui l’economista per antonomasia del “breve periodo” si proietta nel “lungo periodo” sostenendo che:</p>
<blockquote><p>Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera;..</p></blockquote>
<p>Keynes guarda allo sviluppo straordinario e incessante del progresso tecnologico fin dai tempi “di cui abbiamo conoscenza” e si appresta a considerare l’età moderna, il cui inizio è riferito al processo di accumulazione del capitale, rilevando come in essa si sia andata accentuando “l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni”. Questa “atroce anomalia” non è altro che l’asse portante della Teoria Generale, la constatazione per cui il processo capitalistico è produzione di denaro a mezzo di denaro(2), che per costruzione dà origine a merci rappresentative innanzitutto di valori di scambio, volti alla realizzazione di un profitto e, solo per caso, destinate a soddisfare i bisogni che i corrispettivi valori d’uso implicano. E’ questo il contesto in cui Keynes, osserva:</p>
<blockquote><p>Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all’avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire <strong>la disoccupazione tecnologica</strong>. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.<br />
Ma questa è solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che <strong>l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico</strong>. Mi sentirei di affermare che <strong>di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno</strong>. Né vi sarebbe nulla di sorprendente alla luce delle nostre conoscenze attuali. Non sarebbe fuori luogo prendere in considerazione la possibilità di progressi anche superiori. (enfasi nostre)</p></blockquote>
<p>Il passaggio è cruciale. Le prospettive di sviluppo dell’economia appaiono infatti indissolubilmente collegate alle prospettive di sviluppo della tecnologia e l’intrinseca contraddizione della “povertà nell’abbondanza”, che sottende il sistema capitalistico, sembra trovare nel lungo periodo, se non un superamento, quantomeno un efficace correttivo in un adeguato dispiegarsi degli effetti derivanti dal progresso tecnologico. E’ questo il senso della risposta che Keynes intende dare ai due opposti pessimismi che si contendono l’arena della crisi storica con cui lui e i suoi contemporanei debbono confrontarsi e che, pur sollevando molto rumore, “si dimostreranno ben presto errati”:</p>
<blockquote><p>&#8230; il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti.</p></blockquote>
<p>Keynes è consapevole di quanto possa risultare “sconcertante” il ragionamento proposto, tutto convergente verso l’affermazione che l’uomo sta procedendo verso la soluzione del suo problema economico. E questa particolare consapevolezza si alimenta proprio della portata rivoluzionaria di quei principi, che spiegano il problema economico, e che in pochi anni avrebbero consacrato le sue posizioni nella <em>Teoria Generale</em>, consegnando, questa volta, una visione compiuta, ancorché inedita, del capitalismo.<br />
Una visione che, per la prima volta dopo Marx, e nel cuore di una ortodossia teorica dominante in cui la disoccupazione è una imperfezione emendabile del processo di produzione, si concentra sulle <strong>contraddizioni intrinseche</strong> al capitalismo e per le quali quest’ultimo, lasciato a se stesso, si comporta come un sistema tendenzialmente instabile ed iniquo. Il capitalismo è un sistema storicamente determinato (e non “giustificato” secondo un ordine naturale del mondo, come si sostiene nell’ortodossia neoclassica) e che si plasma nella storia e nei rapporti tra le varie forze sociali in gioco. Il suo essere una <em>monetary economy</em>, dove <strong>la soddisfazione dei bisogni è secondaria allo scopo del profitto, lo espone continuamente a uno stato di crisi</strong>, dagli accessi più o meno forti, con riflessi negativi sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito.</p>
<p>E’ un Keynes &#8220;inedito&#8221;, quello delle <em>Prospettive economiche per i nostri nipoti</em>, ma non contraddittorio e, soprattutto, proiettato su quelle visioni di “filosofia sociale” che tanto hanno contribuito a sovvertire le concezioni su cui poggiava (e, diremmo oggi, ancora poggia) la teoria economica dominante. Eccolo così immettersi nella riflessione sulla possibilità che, alla lunga, il progresso tecnologico, che sempre più va condizionando lo sviluppo capitalistico, rappresenti anche la via alta dello sviluppo economico: <strong>una società liberata dal bisogno della sopravvivenza e impegnata, invece, a soddisfare bisogni di livello superiore.</strong> Il fuoco del messaggio di questo pamphlet keynesiano sta tutto qui ed è qui che la riflessione ci consente una lettura “a tutto campo” dell’economista di Cambridge, assai più fedele al suo Autore di quanto non accada nella vulgata corrente, intrisa di influssi neo-classici e forse anche per questo responsabile della vaghezza a cui più sopra si è accennato in tema di approcci keynesiani(3). Keynes ci scrive a chiare lettere:</p>
<blockquote><p>E’ ben vero che i bisogni degli esseri umani possono apparire inesauribili. Essi, tuttavia, rientrano in due categorie: i bisogni assoluti, nel senso che li sentiamo quali che siano le condizioni degli esseri umani nostri simili, e quelli relativi, nel senso che esistono solo in quanto la soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili. I bisogni della seconda categoria, quelli che soddisfano il desiderio di superiorità, possono davvero essere ineusaribili poiché quanto più è alto il livello generale, tanto maggiori diventano. Il che non è altrettanto vero dei bisogni assoluti: qui potremmo raggiungere presto, forse molto più presto di quanto crediamo, il momento in cui questi bisogni risultano soddisfatti nel senso che preferiamo dedicare le restanti energie a scopi non economici.<br />
Veniamo ora alla mia conclusione che credo riterrete sconcertante, anzi quanto più ci ripenserete tanto più la troverete sconcertante.<br />
Giungo alla conclusione che, scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere n vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana.<br />
Perché mai, potrete chiedere, è cosa tanto sconcertante? E’ sconcertante perché, se invece di guardare al futuro ci rivolgiamo al passato, vediamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, è sempre stato, fino a questo momento il problema principale, il più pressante per la razza umana: anzi, non solo per la razza umana, ma per tutto il regno biologico dalle origini della vita nelle sue forme primitive. Pertanto la nostra evoluzione naturale, con tutti i nostri impulsi e i nostri istinti più profondi, è avvenuta al fine di risolvere il problema economico. Ove questo fosse risolto, l’umanità rimarrebbe priva del suo scopo tradizionale. Sarà un bene? Se crediamo almeno un poco nei valori della vita, si apre per lo meno una possibilità che diventi un bene. Eppure io penso con terrore al ridimensionamento di abitudini e istinti dell’uomo comune, abitudini e istinti concresciuti in lui per innumerevoli generazioni e che gli sarà chiesto di scartare nel giro di pochi decenni. Per adoperare il linguaggio moderno, non dobbiamo forse attenderci un ‘collasso nervoso’ generale’? &#8230; Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene. Ricordiamo l’epitaffio che scrisse per la sua tomba quella vecchia donna di servizio:</p>
<p style="text-align:center;"><em>Non portate il lutto, amici, non piangete per me</em><br />
<em> che finalmente non farò niente, niente per l’eternità.</em></p>
<p>Questo era il suo paradiso. Come altri che aspirano al tempo libero, la donna di servizio immaginava solo quanto sarebbe stato bello passare il tempo a fare da spettatore. C’erano, infatti, altri due versi nell’epitaffio:</p>
<p style="text-align:center;"><em>Il paradiso risuonerà di salmi e di dolci musiche</em><br />
<em> ma io non farò la fatica di cantare.</em></p>
<p>Eppure la vita sarà tollerabile solo per quelli che partecipano al canto: e quanto pochi di noi sanno cantare! Per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. &#8230; Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.</p></blockquote>
<p>Nel valutare la linea di progresso delle generazioni future Keynes compie un duplice “salto” di visione. Alla radice di una “domanda insoddisfatta” vi sono infatti bisogni che sono non solo storicamente determinati (così come precisato già in precedenza da Marx ne <em>Il Capitale</em>, ampliando in tal senso l’analisi degli economisti classici che lo avevano preceduto) ma anche, in prospettiva, “dilatabili” per quello che è il loro carattere di “non necessità”. Il progresso tecnologico non sarà quindi solo all’origine di una crescita di lungo periodo del reddito, ma anche all’origine di una ben più profonda trasformazione qualitativa della domanda. Con due implicazioni. La prima, immediata, che ci riporta alla considerazione di un progresso tecnologico in cui il risparmio di lavoro dà necessariamente luogo a un risparmio di lavoratori. La seconda, conseguente alla prima e ai limiti dell’utopia, che prefigura un processo di liberazione dal lavoro necessario alla sussistenza a cui fa da contro altare la possibilità e la difficoltà (al tempo stesso) di concepire una più elevata qualità dello sviluppo.</p>
<p>In definitiva, considerando gli effetti del progresso tecnologico, Keynes assume le conseguenze che questo comporta nella ristrutturazione dei processi produttivi, secondo quella che nella comune accezione è definita innovazione di processo, ma non tralascia di considerare quelle trasformazioni che si accompagnano allo sviluppo delineando un cambiamento strutturale del sistema economico. La “transitorietà” della disoccupazione tecnologica a cui Keynes fa riferimento ci riporta fin da subito a questa logica. Un passaggio cardinale, questo, che rimarca ulteriormente la sua distanza dalla ortodossia neoclassica, imperniata su una concezione statica del tempo, e che gli consente di elaborare una visione unitaria del cambiamento tecnologico imprescindibilmente collegata allo svolgersi di un tempo storico.</p>
<p><strong>Ebbene, sono proprio oggi i “nipoti di Keynes” a constatare che il “problema economico” è il maggiore problema dell’uomo e che i risultati del progresso tecnologico sono stati essenzialmente appropriati dal capitale</strong>. E quel che è peggio, sottolinea Skidelsky, è che tutto questo avviene in una sorta di “coazione a consumare”, mentre la quota di reddito che va al lavoro tende a sempre più a restringersi, e tendono ad aumentare le disuguaglianze tra i redditi. Un meccanismo perverso, in definitiva, nel quale non è nemmeno detto che risultino soddisfatti i reali bisogni dell’uomo. Risulta allora quanto mai necessario riflettere sul messaggio che Keynes ci lascia con questo pamphlet, perché è evidente che non sarà possibile uscire stabilmente dalla crisi e riavviare il processo di sviluppo se la legge del profitto di mercato rimarrà arbitro incontrastato del contesto economico.</p>
<p><em>Una versione più estesa di questo articolo può essere trovata nel saggio di Daniela Palma, &#8220;Oltre la crisi, tra profezie keynesiane e rivoluzioni tecnologiche&#8221;, in <a href="http://matematica.unibocconi.it/pubblicazioni/scienza-societ%C3%A0-7-8" target="_blank">Scienza e Società n. 7-8 – Pristem Bocconi</a>.</em></p>
<p>(1) <span style="font-size:small;"><em>Economic possibilities for our grandchildren</em>, letto per la prima volta da Keynes nel 1928 nel corso di un evento seminariale, diventa il testo di una conferenza tenuta a Madrid nel giugno 1930 ed è pubblicato in due puntate in “The Nation and Atheneum”, 11 e 18 ottobre 1930. E’ stato poi pubblicato in <em>The collected writings of John Maynard Keynes</em>, vol IX, pp. 321-32. In italiano la pubblicazione più recente contenente la versione integrale tradotta è quella del volume collettaneo, da cui sono riprese le citazioni del presente articolo, John Maynard Keynes, <em>La fine del laissez faire e altri scritti economico-politici</em>, Introduzione di Giorgio Lunghini, Bollati Boringhieri, 1991. Recentemente il testo è stato riproposto a sé stante con nuova traduzione come <em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em>, a cura di Guido Rossi, Adelphi, 2009.</span></p>
<p>(2) <span style="font-size:small;">&#8220;La natura della produzione nel mondo reale non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo Merce – Denaro – Merce, cioè inteso a scambiare una merce contro denaro al fine di ottenere un’altra merce. Questa può infatti essere la prospettiva del singolo consumatore, ma certamente non è quella del mondo degli affari, che dal denaro si separa in cambio di una merce soltanto al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo Denaro – Merce –Denaro”, intendendo così l’anteposizione del profitto al soddisfacimento dei bisogni dei consumatori. J.M. Keynes, “The collected writings”, Macmillan, Londra 1973, vol. 29.<br />
Sul ruolo che la <em>teoria monetaria della produzione</em> ha nel pensiero keynesiano si veda anche il saggio di Giorgio Lunghini, <em>Una rivoluzione incompiuta e un programma di ricerca. Pasinetti su Keynes (e Sraffa)</em>, Rivista di Storia Economica, a, XXIV, n. 1 aprile 2008, che propone sul tema un’ampia riflessione basata su riferimenti agli aspetti “paradigmatici” dell’economia della “scuola classica”, da Smith a Marx.</span></p>
<p>(3) <span style="font-size:small;">Si deve alla scuola post-keynesiana, e a Joan Robinson in particolare, la sprezzante definizione di “keynesismo bastardo” al riguardo del tentativo operato dalla cosiddetta “sintesi neoclassica” di conciliare la teoria keynesiana con la tradizione neoclassica.</span></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/citazioni-e-testi-classici/'>Citazioni e testi classici</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/teoria-economica/'>Teoria economica</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/john-maynard-keynes/'>John Maynard Keynes</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/karl-marx/'>Karl Marx</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/robert-skidelsky/'>Robert Skidelsky</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/1626/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/1626/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1626&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>[Video] La lezione di Joseph Stiglitz a Mario Monti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 11:46:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo l&#8217;intervento di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l&#8217;Economia 2001, alla conferenza &#8220;Oltre l&#8217;austerità&#8221; tenutasi il 2 maggio 2012 a Roma, organizzata dalla Fondazione Italianieuropei, di cui avevamo riferito nei giorni scorsi. via Italianieuropei.it Archiviato in:consigliati, Economia, Europa, Italia, Video Tagged: joseph stiglitz, Mario Monti<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1422&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo l&#8217;intervento di <strong>Joseph Stiglitz</strong>, premio Nobel per l&#8217;Economia 2001, alla conferenza &#8220;Oltre l&#8217;austerità&#8221; tenutasi il 2 maggio 2012 a Roma, organizzata dalla Fondazione Italianieuropei, di cui avevamo <a title="Grazie lo stesso Prof. Stiglitz, ma non ha funzionato" href="http://keynesblog.com/2012/05/04/grazie-lo-stesso-prof-stiglitz-ma-non-ha-funzionato/" target="_blank">riferito nei giorni scorsi</a>.</p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='560' height='345' src='http://www.youtube.com/embed/FLaF9c1ZPTQ?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0'></iframe></span></p>
<p>via <a href="http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/convegni/item/2662-oltre-l%E2%80%99austerita-politiche-alternative-per-l-occupazione-e-la-crescita.html" target="_blank">Italianieuropei.it</a></p>
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		<title>Euro, un fallimento annunciato. Venti anni fa il keynesiano Wynne Godley spiegava perché non poteva funzionare</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:31:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo che pubblichiamo di seguito ha venti anni.  L&#8217;autore, Wynne Godley, noto economista britannico Post Keynesiano e collaboratore del Tesoro del Regno Unito, individua i problemi nella costruzione dell&#8217;Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht. In particolare sottolinea come il Trattato sottintendesse un&#8217;impostazione ideologica per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1412&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1413" title="Wynne-Godley-At-Levy-Economics-Institute" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/05/wynne-godley-at-levy-economics-institute.jpg?w=560&#038;h=457" alt="" width="560" height="457" /></p>
<p><em>L&#8217;articolo che pubblichiamo di seguito ha venti anni.  L&#8217;autore, <strong>Wynne Godley</strong>, noto economista britannico Post Keynesiano e collaboratore del Tesoro del Regno Unito, individua i problemi nella costruzione dell&#8217;Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht. In particolare sottolinea come il Trattato sottintendesse un&#8217;impostazione ideologica per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è una banca centrale, indipendente dalla politica, che si occupi di controllare l&#8217;inflazione. L&#8217;assenza di un Tesoro federale con un debito pubblico monetizzabile, di un fisco e di un welfare federali, di &#8220;stabilizzatori automatici&#8221; e trasferimenti tra regioni, porterà inevitabilmente alla rottura dell&#8217;Unione monetaria, appena uno dei suoi membri si trovasse in forti difficoltà per qualsiasi motivo. Insomma, quella che segue è la cronaca di un fallimento annunciato.<br />
</em></p>
<p><span id="more-1412"></span></p>
<p>Molte persone in tutta Europa si sono improvvisamente rese conto che non sanno quasi nulla del Trattato di Maastricht mentre giustamente avvertono che potrebbe fare una grande differenza nella loro vita. La loro legittima ansia ha indotto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale le opinioni della gente comune dovrebbero in futuro essere più ascoltate. Avrebbe potuto pensarci prima.</p>
<p>Anche se ho sostenuto il passaggio verso l&#8217;integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht così come sono presentano gravi carenze e anche che la discussione pubblica su di esse sia stata curiosamente impoverita. [...]</p>
<p>L&#8217;idea centrale del trattato di Maastricht è che i paesi della Comunità europea devono muoversi verso l&#8217;unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma che cosa rimane della politica economica? Dato che il trattato non propone nuove istituzioni diverse da una banca europea, i suoi promotori devono supporre che nulla di più sia necessario. Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero sistemi capaci di autoregolarsi, che non abbiano bisogno di alcuna gestione.</p>
<p>Sono spinto alla conclusione che tale punto di vista – cioè che le economie sono organismi che si raddrizzano da soli e che non hanno in nessun caso necessità di una gestione – ha effettivamente determinano il modo in cui è stato costruito il trattato di Maastricht. Si tratta di una versione rozza ed estrema del punto di vista che da qualche tempo ha costituito la convinzione prevalente in Europa (anche se non quella degli Stati Uniti o del Giappone): che i governi non sono in grado di raggiungere uno qualsiasi dei tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione, e pertanto non dovrebbero neppure provarci.</p>
<p>Tutto ciò che può legittimamente essere fatto, secondo questa visione, è quello di controllare l&#8217;offerta di moneta e il pareggio del bilancio. E&#8217; stato necessario un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors) per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è stata l&#8217;unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire un&#8217;Europa integrata e sovranazionale.</p>
<p>Ma c&#8217;è molto di più. In primo luogo va sottolineato che la creazione di una moneta unica nella Comunità Europea dovrebbe porre fine alla sovranità delle sue nazioni componenti e alla loro autonomia di intervento sulle questioni di maggior interesse. Come l&#8217;onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, di fare movimentazioni sulla propria banca centrale, è la cosa principale che definisce l&#8217;indipendenza nazionale. Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Le autorità locali e le regioni, ovviamente, non possono svalutare. Ma si perde anche il potere per finanziare il disavanzo attraverso la creazione di denaro, mentre altri metodi di ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione centrale. Né si possono modificare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non sono in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica si limita a questioni relativamente minori: un po&#8217; più di istruzione qui, un po&#8217; meno infrastrutture lì. Penso che quando Jacques Delors pone l&#8217;accento sul principio di &#8216;sussidiarietà&#8217;, in realtà ci sta solo dicendo che [gli stati membri dell'Unione europea] saranno autorizzati a prendere decisioni su un maggior numero di questioni relativamente poco importanti di quanto si possa aver precedentemente supposto. Forse ci lascerà tenere i cetrioli, dopo tutto. Che grande affare!</p>
<p>Permettetemi di esprimere una visione diversa. Penso che il governo centrale di uno Stato sovrano deve essere costantemente impegnato a determinare il livello ottimale complessivo dei servizi pubblici, l&#8217;onere fiscale complessivo corretto, la corretta allocazione della spesa totale tra bisogni concorrenti, nonché la giusta distribuzione del peso della tassazione. Esso deve anche determinare la misura in cui ogni divario tra spesa e imposte viene finanziato prelevando dalla banca centrale e quanto è finanziato mediante un prestito, e a quali condizioni. Il modo in cui i governi decidono su tutti questi (e alcuni altri) problemi, e la qualità della leadership che si possono dispiegare, determineranno, in interazione con le decisioni degli individui, delle aziende e degli stranieri, cose come i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. [Il comportamento del governo] inoltre influenzerà profondamente la distribuzione del reddito e della ricchezza non solo tra individui, ma tra intere regioni, assistendo, si spera, quelle colpite negativamente dai cambiamenti strutturali. [...]</p>
<p>Elenco tutto questo non per suggerire che la sovranità non deve essere ceduta in nome della nobile causa dell&#8217;integrazione europea, ma che se i governi nazionali rinunciano a tutte queste funzioni esse devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. La lacuna incredibile nel programma di Maastricht è che, mentre contiene un progetto per l&#8217;istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, non esiste un qualunque progetto analogo, in termini comunitari, di governo centrale. Semplicemente ci dovrebbe essere un sistema di istituzioni che soddisfi a livello comunitario tutte quelle funzioni che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli paesi membri.</p>
<p>La contropartita della rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti vengono incorporate in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o stato, come è meglio chiamarlo, dovrebbe esercitare tutte quelle funzioni in relazione ai suoi membri e al mondo esterno, che ho brevemente sopra indicate.</p>
<p>Consideriamo due esempi importanti di ciò che uno stato federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.</p>
<p>I Paesi europei sono al momento bloccati in una grave recessione. Come stanno le cose, in particolare le economie di Stati Uniti e Giappone sono anch&#8217;esse vacillanti, è molto difficile dire quando un significativo recupero avrà luogo. Le implicazioni politiche di questo stanno diventando spaventose. Tuttavia, l&#8217;interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l&#8217;eccezione teorica della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per conto proprio, perché ogni paese che cercasse di espandere l&#8217;economia con le sue sole forze incontrerebbe presto un vincolo nella bilancia dei pagamenti. La situazione attuale grida ad alta voce l&#8217;esigenza di un rilancio coordinato, ma non esistono né le istituzioni né un quadro concordato di pensiero che porterà a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione dovesse davvero prendere una svolta seria per il peggio &#8211; ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – i singoli paesi, prima o poi, eserciterebbero il loro diritto sovrano di dichiarare l&#8217;intero percorso verso l&#8217;integrazione un disastro, e ristabilirebbero dei controlli sui cambi e misure protezionistiche &#8211; un&#8217;economia da assedio se vogliamo chiamarla così. Ciò equivarrebbe a ripercorre il periodo tra le due guerre.</p>
<p>Se ci fosse una unione economica e monetaria, in cui il potere di agire in modo indipendente fosse effettivamente abolito, una reflazione &#8216;coordinata&#8217; del genere, di cui si sente così urgente bisogno, potrebbe essere effettuata solo da un governo federale europeo. Senza una tale istituzione, l&#8217;Unione monetaria impedirebbe un&#8217;azione efficace da parte dei singoli paesi e metterebbe il nulla al suo posto.</p>
<p>Un altro ruolo importante che ogni governo centrale deve svolgere è quello di stendere una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni componenti che sono in difficoltà per ragioni strutturali &#8211; a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche cambiamento demografico negativo per l&#8217;economia. Attualmente questo accade nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché esistono standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l&#8217;istruzione, le pensioni, i sussidi di disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) sistema di imposizione fiscale. Di conseguenza, se una regione soffre un insolito declino strutturale, il sistema fiscale genera automaticamente i trasferimenti netti in favore di essa. Come caso estremo, una regione che non producesse nulla non morirebbe di fame perché riceverebbe le pensioni, le indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.</p>
<p>Cosa succede se un intero paese &#8211; un potenziale &#8216;regione&#8217; in una comunità pienamente integrata &#8211; subisce una battuta d&#8217;arresto strutturale? Finché si tratta di un Stato sovrano, può svalutare la propria moneta. Si può quindi operare con successo verso la piena occupazione se la gente accetta il taglio necessario dei redditi reali [cioè l'inflazione, ndr]. Con una unione economica e monetaria, questo ricorso è ovviamente escluso, e la sua prospettiva è davvero grave, salvo accordi su bilanci federali che svolgano un ruolo redistributivo. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall che è stato pubblicato nel 1977, ci deve essere uno scambio tra la rinuncia alla possibilità di svalutare e la redistribuzione fiscale. Alcuni autori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno seriamente suggerito che l&#8217;Unione monetaria, abolendo la bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, abolirebbe il problema, dove esiste, di una persistente incapacità di competere con successo sui mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un articolo importante nel Economist (13 giugno), questo argomento è pericolosamente sbagliato. Se un paese o regione non ha il potere di svalutare, e se non è beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora non c&#8217;è nulla che possa fermare un processo di declino cumulativo e terminale che conduce, alla fine, all&#8217;emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame.</p>
<p>Simpatizzo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte alla perdita di sovranità, desiderano scendere dal treno dell&#8217;Unione monetaria. Simpatizzo anche con coloro che cercano l&#8217;integrazione sotto la giurisdizione di una sorta di Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello dell&#8217;[attuale] bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che sono favorevoli all&#8217;unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano le mani terrificati alle parole “federale” o “federalismo”. Questa è la posizione adottata oggi dal Governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica.</p>
<p>Articolo originale: <a href="http://www.lrb.co.uk/v14/n19/wynne-godley/maastricht-and-all-that" target="_blank">Maastricht and All That</a></p>
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		<title>La lezione sullo Stato del benessere di un vecchio liberale</title>
		<link>http://keynesblog.com/2012/05/03/la-lezione-sullo-stato-del-benessere-di-un-vecchio-liberale/</link>
		<comments>http://keynesblog.com/2012/05/03/la-lezione-sullo-stato-del-benessere-di-un-vecchio-liberale/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 May 2012 12:28:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[All’indomani delle fosche previsioni del Rapporto ILO sulle tendenze della disoccupazione di massa, ci sembra quanto mai opportuno approfondire la riflessione sul ruolo dell’azione pubblica da parte di William Beveridge, centrata sulla considerazione che “Le depressioni economiche non sono come i terremoti o i cicloni: esse sono opere dell’uomo”. Beveridge, dichiaratamente liberale, è chiamato da Churchill [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1349&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/05/sir_w-h-_beveridge_head-and-shoulders_portrait_facing_left.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1350" title="Sir_W.H._Beveridge,_head-and-shoulders_portrait,_facing_left" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/05/sir_w-h-_beveridge_head-and-shoulders_portrait_facing_left.jpg?w=201&#038;h=300" alt="" width="201" height="300" /></a>All’indomani delle <a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120501/manip2pg/07/manip2pz/321981/" target="_blank">fosche previsioni del Rapporto ILO</a> sulle tendenze della disoccupazione di massa, ci sembra quanto mai opportuno approfondire la riflessione sul ruolo dell’azione pubblica da parte di <strong>William Beveridge</strong>, centrata sulla considerazione che “Le depressioni economiche non sono come i terremoti o i cicloni: esse sono opere dell’uomo”.</p>
<p>Beveridge, dichiaratamente liberale, è chiamato da Churchill nel 1941, in piena guerra,  ad elaborare una riforma delle assicurazioni sociali, ma si spinge ben oltre con un Rapporto che si ascrive alla storia come l’origine del moderno Welfare (messo poi in atto dal governo laburista a partire dal 1945). Dissertando di come immaginare di far fronte alla crisi di occupazione che il suo paese, il Regno Unito, avrebbe incontrato all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, lo sguardo di Beveridge è attento non solo a valutare i problemi concernenti le pur rilevanti contingenze che obbligano i governanti alla ricerca di soluzioni al problema della disoccupazione di massa, manche le implicazioni di ordine sociale e costitutive di princìpi di libertà e democrazia:<span id="more-1349"></span></p>
<blockquote><p>“Le statistiche della disoccupazione significano file di uomini e di donne, non di cifre soltanto. I tre milioni o pressappoco di disoccupati del 1932 significano tre milioni di vite che si vanno sciupando nell’ozio, nello sconforto crescente e nella torpida indifferenza. Dietro questi tre milioni di individui che cercano uno sbocco alle loro energie e non lo trovano, stanno le loro mogli e famiglie disperatamente alle prese con il bisogno, le quali vanno perdendo il loro diritto di nascita a un sano sviluppo, e si domandano con stupore il perché dell’esser nati.”</p></blockquote>
<p>Approfondendo il suo ragionamento Beveridge sottolinea che</p>
<blockquote><p>“Il male maggiore della disoccupazione non è la perdita di quella ricchezza materiale che potremmo avere in più in regime di piena occupazione. Vi sono due mali maggiori: il primo che la disoccupazione fa sembrare agli uomini di essere inutili, indesiderabili, senza patria; il secondo, che la disoccupazione fa vivere gli uomini nel timore e che dal timore scaturisce l’odio.<br />
Fin tanto che la disoccupazione cronica di massa sembrerà possibile, ogni uomo apparirà come nemico dei suoi compagni nella lotta per avere un posto. … Da questa lotta sono favorite molte manifestazioni ancora più spiacevoli: l’odio contro gli stranieri, l’odio contro gli ebrei, l’inimicizia fra i sessi. Il mancato impiego delle nostre forze produttive è la fonte di una serie interminabile di mali. Quando questo mancato impiego sarà stato eliminato, sarà aperta la via a un progresso concorde senza la paura.”</p></blockquote>
<p>Ma c’è un altro punto centrale nella riflessione di Beveridge e nel suo soppesare la dimensione sociale della piena occupazione. Continua, infatti, affermando che</p>
<blockquote><p>“il dubbio non riguarda la possibilità di realizzare la piena occupazione, ma la possibilità di realizzarla senza rinunciare ad alcune cose che sono anche più preziose della piena occupazione, cioè ad alcune delle libertà britanniche essenziali. … La politica di piena occupazione esposta in questa Relazione … respinge il razionamento, che vieta la libera spesa del reddito personale; respinge l’avviamento di uomini e donne a lavori obbligatori; respinge il divieto di scioperi e serrate. Essa preserva anche altre libertà, le quali, se meno essenziali sono profondamente radicate in Gran Bretagna, comprese la contrattazione collettiva per la fissazione dei salari, e l’iniziativa privata in un vasto settore dell’industria&#8230;”.</p></blockquote>
<p>E tutto questo, secondo Beveridge, può essere perseguito garantendo l’iniziativa imprenditoriale e superando quelle obiezioni che, tipicamente, sono sollevate dalla classe imprenditoriale e che vedono l’intervento pubblico come distruttivo nei confronti della piccola impresa indipendente.</p>
<blockquote><p>“La risposta è che tale politica non fa nulla del genere, a meno che il rischio del fallimento nelle depressioni economiche sia essenziale per l’esistenza e la felicità dei piccoli imprenditori. La politica è semplicemente quella di creare una domanda sufficiente [...] La politica della piena occupazione consiste sostanzialmente in ciò, che lo Stato si assuma la responsabilità di aver cura che, fin quando vi siano bisogni umani insoddisfatti, essi vengano convertiti in domanda effettiva. Ciò lascia adito a discussioni per stabilire se la produzione per far fronte a tale domanda effettiva debba essere intrapresa in regime di iniziativa privata mossa da lucro, o di iniziativa pubblica che lavori per soddisfare direttamente i bisogni, o di una combinazione di questi metodi.”</p></blockquote>
<p><a title="Il Welfare è morto, viva il Welfare" href="http://keynesblog.com/2012/02/26/il-welfare-e-morto-viva-il-welfare/" target="_blank">“La piena occupazione e la coscienza sociale” in William Beveridge -“La libertà solidale – scritti</a><br />
<a title="Il Welfare è morto, viva il Welfare" href="http://keynesblog.com/2012/02/26/il-welfare-e-morto-viva-il-welfare/" target="_blank"> 1942-1945” a cura di Michele Colucci – Donzelli 2010</a></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/lavoro/'>Lavoro</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/welfare/'>Welfare</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/welfare-2/'>welfare</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/william-beveridge/'>William Beveridge</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/1349/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/1349/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1349&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Keynes, l&#8217;eretico, e la società giusta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 13:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>keynesblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[consigliati]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[John Maynard Keynes]]></category>

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		<description><![CDATA[Economics is a very dangerous science &#8211; John Maynard Keynes, Thomas Robert Malthus di Daniela Palma, da &#8220;Etica e economia&#8221; “Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. E’ con queste parole che [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1331&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1332" title="sonounliberale" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/05/sonounliberale.jpg?w=560" alt=""   /></p>
<p style="text-align:right;">Economics is a very dangerous science</p>
<p style="text-align:right;">&#8211; John Maynard Keynes, <em>Thomas Robert Malthus</em></p>
<p style="text-align:left;">di Daniela Palma, da <a href="http://www.eticaeconomia.it/l%E2%80%99eresia-keynesiana-e-la-societa-giusta.html" target="_blank">&#8220;Etica e economia&#8221;</a></p>
<p style="text-align:left;">“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. E’ con queste parole che Keynes si avvia a concludere nel 1925 il saggio <em>Sono un liberale?</em>, consegnando alla riflessione dei contemporanei le numerose questioni di ordine politico, economico e sociale che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. Ed è con una domanda – quella stessa che dà il titolo allo scritto – che il ragionamento si chiude, approdando a quell’unica possibile conclusione che poteva scaturire da una disamina tanto articolata, quanto problematica, sull’irrompere dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa disanima è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della <em>Teoria Generale</em> nel 1936: è lì che sarà data unitarietà e consistenza alla critica della economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo palesa compiutamente la sua natura di sistema instabile ed iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.</p>
<p style="text-align:left;"><span id="more-1331"></span></p>
<p><em>Sono un liberale?</em> è dunque un titolo felice per la corposa raccolta di scritti keynesiani, pubblicata in traduzione italiana da Adelphi alla fine del 2010 (pp. 320; a cura di La Malfa G.; traduzioni di Fantacci L., Salvatorelli F., Parodi M.). La raccolta, apparentemente molto eterogenea, comprende una serie di articoli, interventi e pamphlet elaborati da Keynes tra gli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30, variamente ispirati dalla discussione politica, dalla riflessione economica, dalla celebrazione biografica. Da grande comunicatore quale era, Keynes faceva infatti ricorso a molteplici modalità espressive riuscendo abilmente a tessere, con grande movimento di argomentazione, le fila della complessità degli eventi del periodo in cui viveva.</p>
<p>I brani riuniti in <em>Sono un liberale?</em> rappresentano indubbiamente una selezione molto “densa”, per tipologia di scritti e per tematiche trattate. Essi sono offerti al lettore nel convenzionale ordine cronologico, ma non si tarda a capire che appartengono tutti a quel lungo processo di gestazione che ha preceduto l’elaborazione della <em>Teoria Generale</em>.</p>
<p>Lo sfondo – in apertura – è di quelli che segnano il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco, a quello del XX secolo, passando per gli squassi del primo conflitto mondiale (Il consiglio dei quattro, Una riunione del consiglio dei tre). E’ qui che Keynes comprende, sino in fondo, le estreme conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi, tanto da dimettersi dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles. Il rilievo del “problema economico” è dirompente, e l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.</p>
<p>Il “problema economico” è la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna, nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento. “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro” (<em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em>). La “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento” (ibidem).</p>
<p>L’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto. Ma non l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, bensì l’amore per il “possesso del denaro” (<em>Auri sacra fames</em>). Ed è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (<em>La fine del laissez faire</em>). Inoltre, prosegue Keynes “Un sistema che permette all’individuo abile o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio” (ibidem).</p>
<p>La questione è persino più ampia, e c’è bisogno di una nuova etica perché “.. sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita … con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” (<em>Un breve sguardo alla Russia</em>). Per questo nasce un sincero interesse verso il comunismo russo – del quale sembra potersi cogliere una sorta di “afflato religioso”– “che cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche come fattori condizionanti avranno un’importanza relativa diversa, in cui l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti che prima erano normali e rispettabili non lo saranno più”. Keynes, da esponente della borghesia colta (come lui stesso si definisce), tratta anche con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”, ricordando che non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il rozzo proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia” (ibidem), ma non ha dubbi circa la necessità di una nuova etica.</p>
<p>Gli scritti keynesiani portano però alla luce qualcosa di ancora più pregnante: analisi della società e rivoluzione nel metodo dell’analisi economica camminano fianco a fianco, e solo capendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la <em>Teoria Generale</em> è portatrice.</p>
<p>Nella grande lotteria del capitalismo, dove domina incontrastata un’incertezza non quantificabile con il calcolo probabilistico ed è la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico; una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime. Questo è il passaggio cruciale per Keynes, che porge un doveroso tributo alle (ingiustamente) dimenticate analisi di Malthus e alla capacità di queste di saper vedere il ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. E’ in gioco, niente meno, il confronto con Ricardo. Ma l’indagine è meticolosa e “Piero Sraffa, al quale nulla sfugge, ha scovato le lettere mancanti [relative alla corrispondenza tra Malthus e Ricardo, ndr] nel corso delle sue ricerche per l’imminente edizione – completa e definitiva – delle opere di David Ricardo ….Vi si colgono, di fatto i germi della teoria economica, e anche le linee divergenti lungo le quali la materia può essere sviluppata….Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale” (<em>Thomas Robert Malthus</em>).</p>
<p>Il mondo reale e la sua complessità diventano il centro della speculazione keynesiana. Per questo è importante seguire l’evoluzione che la formazione culturale di Keynes subisce proprio nel corso degli anni ’20. Il metodo, quello rigorosamente fondato su basi logiche – che gli provengono dalla lunga consuetudine con i logici di Cambridge, Russel in primis -, rimane fondamentale, ma muta profondamente la prospettiva con cui al metodo Keynes guarda. La teoria deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, ed è necessario impadronirsi di un linguaggio ordinario in cui faccia premio la vagueness, ossia l’elaborazione di un ragionamento basato sul senso comune (come diffusamente spiega John Coates nel suo <em>The claims of common sense – Moore, Wittgenstein, Keynes and the social sciences</em>, 1996, Cambridge University Press).</p>
<p>A partire dal 1905 Keynes segue le lezioni di Marshall, e sarà da questi che mutuerà tale forte cambiamento di visione. Il ritratto che Keynes fa di Marshall aiuta quindi a recuperare questa imprescindibile fase di cambiamento. “La matematica preliminare era per lui un gioco da ragazzi. Voleva entrare nel vasto laboratorio del mondo, udirne il ruggito e distinguerne i diversi toni, parlare la lingua degli uomini di affari, e nello stesso tempo osservare tutto con gli occhi di un angelo dotato di un’intelligenza superiore” (<em>Alfred Marshall</em>). “Dunque Marshall, che esordì fondando i moderni metodi diagrammatici, si autocensurò per mantenerli al loro giusto posto” (ibidem). Il trained common sense sarà l’approccio che Marshall eleggerà nel dedicarsi allo studio dell’economia: per poter cogliere la complessità dei fenomeni sociali, la lettura dei fatti reali deve essere supportata dall’uso del linguaggio ordinario. Ed è così che, secondo Keynes, egli saprà divenire l’interprete di un sapere d’eccellenza nel campo economico, perché, spiega: “lo studio dell’economia non sembra richiedere doti straordinarie. Sul piano intellettuale, non è forse una disciplina assai semplice rispetto alle branche più elevate della filosofia e della scienza pura? Ma gli economisti bravi, o anche solo competenti, sono mosche bianche. L’economia è una materia facile in cui però pochissimi eccellono. Il paradosso trova una spiegazione nel fatto che il grande economista deve possedere una rara combinazione di qualità. … Deve essere, in una certa misura, un matematico e uno storico, uno statista e un filosofo. Deve sapersi esprimere, ed essere in grado di comprendere i simboli. Deve saper cogliere il particolare nel generale e abbracciare l’astratto e il concreto nello stesso moto del pensiero. …Deve essere ad un tempo risoluto e disinteressato, distaccato e incorruttibile come un artista, ma a volte anche pragmatico come un politico. …Marshall possedeva molte componenti di questa ideale poliedricità, ma non tutte… aveva senza dubbio la stoffa dello storico e del matematico, ed era capace di occuparsi insieme del particolare e del generale, del temporale e dell’eterno” (ibidem).</p>
<p>Keynes finisce con l’affermare – e non stupisce – che “l’economia è una scienza molto pericolosa”, richiamando l’attenzione sul fatto che i “tempi moderni” necessitano di “nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”. Spirito critico, ma non a sufficienza da essere annoverato nelle fila della cultura marxista, e dunque eretico tra gli eretici, egli lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: &#8220;Sono un liberale?&#8221;</p>
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		<title>M. Kalecki: Perché eliminare la disoccupazione non conviene a tutti</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 07:58:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il giorno della Festa dei Lavoratori ci pare opportuno riproporre un testo storico particolarmente attuale: &#8220;Aspetti politici del pieno impiego&#8221; di Michal Kalecki. Kalecki è stato un importante economista polacco che, partendo dall&#8217;economia marxista, approdò alle stesse conclusioni teoriche di Keynes, peraltro qualche anno prima di Keynes stesso. Il suo contributo all&#8217;indagine sui cicli economici [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1326&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft" title="Kalecki" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/7/76/Michal_Kalecki.jpg/250px-Michal_Kalecki.jpg" alt="" width="250" height="344" />Il giorno della Festa dei Lavoratori ci pare opportuno riproporre un testo storico particolarmente attuale: <strong>&#8220;Aspetti politici del pieno impiego&#8221; di Michal Kalecki</strong>. Kalecki è stato un importante economista polacco che, partendo dall&#8217;economia marxista, approdò alle stesse conclusioni teoriche di Keynes, peraltro qualche anno prima di Keynes stesso. Il suo contributo all&#8217;indagine sui cicli economici e sugli effetti della distribuzione del reddito torna di attualità proprio in un a crisi che pare avere forti legami con i bassi salari.<br />
In questo articolo, che risale al 1943, Kalecki spiega perché i capitalisti, in genere, avversano le politiche di intervento pubblico tese ad assicurare l&#8217;eliminazione della disoccupazione, preferendo tenere vivo quell&#8217;esercito di riserva di disoccupati di cui parlava Marx.  </em></p>
<p>Il problema di garantire il pieno impiego tramite l’espansione della spesa pubblica, finanziata col debito pubblico, è stato largamente discusso negli ultimi anni. Tale discussione si è tuttavia concentrata sul lato puramente economico di tale problema, senza la dovuta considerazione dei suoi aspetti politici. La premessa che il governo di uno Stato capitalistico manterrà il pieno impiego, se soltanto saprà come farlo, non è assolutamente ovvia. L’avversione del grande capitale al mantenimento del pieno impiego tramite le spese statali ha a questo proposito un’importanza fondamentale. Tale attitudine si è manifestata chiaramente all’epoca della grande crisi economica degli anni trenta, quando i capitalisti hanno combattuto costantemente gli esperimenti volti ad accrescere l’occupazione per mezzo della spesa pubblica in tutti i paesi, con l’eccezione della Germania hitleriana. Non è facile spiegarsi tale posizione. E’ chiaro infatti che un più elevato livello della produzione e dell’occupazione è favorevole non soltanto ai lavoratori ma anche ai capitalisti, poiché i loro profitti si accrescono. D’altra parte la politica di pieno impiego, basata sulle spese statali finanziate in deficit, non incide negativamente sui profitti in quanto appunto non richiede l’istituzione di nuove imposte. In una situazione di crisi i “capitani d’industria” si struggono per la ripresa. Perché quindi non accolgono con gioia la “ripresa artificiale” che lo Stato offre loro? E’ di tale difficile problema, di non comune interesse, che noi vogliamo occuparci in questo articolo.</p>
<p><span id="more-1326"></span></p>
<p>I<br />
1. Le ragioni dell’opposizione dei capitalisti al pieno impiego realizzato dal governo tramite la spesa pubblica possono venir suddivise in tre categorie: 1) l’avversione all’ingerenza dello Stato nella questione dell’occupazione in genere; 2) l’avversione nei confronti della direzione delle spese pubbliche (gli investimenti pubblici e le sovvenzioni del consumo); 3) l’avversione alle trasformazioni sociali e politiche derivanti dal mantenimento costante del pieno impiego.Esaminiamo quindi in dettaglio ognuno dei tre tipi di obiezioni alla politica di espansione economica dello Stato.<br />
2. Consideriamo quindi in primo luogo l’avversione dei “capitani d’industria” all’intervento pubblico nelle questioni dell’occupazione. Ogni allargamento dell’ambito dell’attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l’accrescimento dell’occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell’occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell’occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l’effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l’ “atmosfera di fiducia”, in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l’occupazione tramite le proprie spese, allora tale “apparato di controllo”perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l’intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della “finanza sana” si fonda sulla dipendenza del livello dell’occupazione dalla “atmosfera di fiducia”.<br />
3. L’avversione dei “capitani d’industria” alla politica di espansione della spesa pubblica diventa ancor più acuta allorché si cominciano a considerare i fini per cui tale spese possono venir destinate, e cioè gli investimenti pubblici e la sovvenzione del consumo di massa. Il fine cui mira l’intervento statale richiede che gli investimenti pubblici si limitino agli oggetti che non competono con l’apparato produttivo del capitale privato (ad esempio ospedali, scuole, strade, ecc.), in caso contrario infatti l’accrescimento degli investimenti pubblici potrebbe aver un effetto negativo sul rendimento degli investimenti privati, e la caduta di questi potrebbe compensare l’effetto positivo degli investimenti pubblici sull’occupazione. Tale concezione è per i capitalisti interamente di loro gusto, ma l’ambito degli investimenti pubblici di tale tipo è piuttosto ristretto e vi può essere la possibilità che il governo, agendo secondo la logica di tale politica possa spingersi a nazionalizzare i trasporti o i servizi pubblici, per poter allargare l’ambito del suo intervento [1] Ci si può quindi attendere che i “capitani d’industria” e i loro esperti abbiano una disposizione più favorevole nei confronti del sovvenzionamento del consumo di massa (tramite gli assegni familiari, i sussidi volti alla riduzione del prezzo degli articoli di prima necessità, ecc.) piuttosto che nei confronti degli investimenti pubblici: nel sovvenzionare il consumo lo Stato non interferirebbe infatti in alcuna misura nella sfera dell’ “attività imprenditoriale”. In realtà tuttavia la questione si presenta altrimenti: La sovvenzione ei consumi di massa incontra un’avversione ancora più aspra di tali esperti che nei confronti degli investimenti pubblici. Ci imbattiamo qui infatti in un principio “morale” della più grande importanza: le basi dell’etica capitalistica richiedono che “ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte” (a meno che tu non viva dei redditi del capitale).<br />
4. Abbiamo già considerato le ragioni politiche dell’opposizione alla politica di creazione di occupazione tramite la spesa pubblica Ma anche se tale posizione fosse vinta, cosa che può in realtà verificarsi sotto la pressione delle masse, il mantenimento del pieno impiego porterebbe a trasformazioni politiche e sociali che darebbero nuova forza all’opposizione dei “capitani d’industria”. Infatti, in un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare. La posizione sociale del “principale” sarebbe scossa, si accrescerebbe la sicurezza di sé e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario più alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego, rispetto al loro livello medio sotto il laissez faire. Persino la crescita dei salari derivante dalla posizione più forte dei lavoratori verrebbe ad agire piuttosto in direzione di un accrescimento dei prezzi che di una riduzione di profitti e in tale maniera verrebbe a colpire soprattutto gli interessi dei redditieri. Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti. L’istinto di classe dice loro che una continua piena occupazione non è “sana” dal loro punto di vista perché la disoccupazione è un elemento integrale di un sistema capitalistico normale.<br />
II<br />
1. Una delle funzioni importanti del fascismo, come si può vedere nel caso dell’hitlerismo, fu l’eliminazione dei motivi per l’avversione dei capitalisti nei confronti del pieno impiego. L’avversione alle spese pubbliche come tali viene superata dal fascismo col fatto che la macchina statale è sotto il controllo diretto di una associazione del grande capitale col vertice fascista. Il mito della “finanza sana” che era necessario per impedire al governo di agire contro una “crisi di fiducia” tramite la spesa pubblica è ora superfluo. Nello Stato democratico non si sa con sicurezza come sarà il governo seguente, mentre nello Stato fascista non c’è governo seguente. L’avversione nei confronti delle spese statali per gli investimenti pubblici e per sovvenzionare il consumo di massa viene superata dalla concentrazione delle spese statali negli 1 Occorre qui osservare che gli investimenti nei rami nazionalizzati possono contribuire alla risoluzione del problema della disoccupazione solo nel caso in cui vengano eseguiti con criteri diversi da quelli con cui operano le imprese private. Le imprese pubbliche devono eventualmente accontentarsi di un tasso inferiore di profitto e programmare i loro investimenti in maniera tale da attenuare le crisi economiche. armamenti. Infine, “la disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” con il pieno impiego sono assicurate dal “nuovo ordine”,di cui vengono a far parte vari mezzi: dallo scioglimento dei sindacati ai campi di concentramento. La pressione politica sostituisce qui la pressione economica della disoccupazione.<br />
2. Il fatto che gli armamenti sono il nerbo della politica fascista di pieno impiego ha un’influenza profonda sul carattere economico di questa. Il riarmo su larga scala si accompagna all’espansione delle forze armate e a piani di conquista. In tale maniera lo scopo principale dell’espansione della spesa pubblica si trasferisce gradualmente dal pieno impiego alla realizzazione del massimo effetto di riarmo. Ciò porta alla limitazione del consumo al di sotto del livello che potrebbe venir ottenuto in corrispondenza del pieno impiego. Il sistema fascista inizia col vincere la disoccupazione, si sviluppa in “economia di guerra” che tende inevitabilmente alla guerra.<br />
III<br />
1. Quali saranno le conseguenze pratiche dell’opposizione dei capitalisti nei confronti della politica di pieno impiego nella democrazia capitalistica? Cercheremo di rispondere a tale domanda sulla base delle analisi delle ragioni di tale opposizione che abbiamo appena condotto. Abbiamo mostrato che occorre aspettarsi un’avversione dei “capitani d’industria” su tre piani: 1) un’opposizione di principio nei confronti dell’espansione della spesa pubblica; 2) un’opposizione nei confronti del fatto che le spese totali siano dirette sia verso gli investimenti pubblici (ciò che può provocare l’inserimento dello Stato in nuovi settori di attività economica) sia verso il sovvenzionamento del consumo di massa; 3) l’opposizione nei confronti di un mantenimento costante del pieno impiego. Occorre prima di tutto affermare che il periodo nel quale i “capitani d’industria” potevano permettersi di combattere qualsiasi forma di intervento statale, avente come scopo una attenuazione delle crisi economiche, appartiene ormai piuttosto al passato. Attualmente non si pone in questione la necessità dell’intervento pubblico in tempo di crisi. La controversia si riferisce piuttosto ancora alla direzione di tale intervento e al fatto se esso debba venir posto in essere soltanto al fine di attenuare la crisi, o anche deve tendere ad assicurare un costante pieno impiego.<br />
2. Nelle discussioni correnti su tale tema riemerge continuamente la concezione secondo cui la crisi deve essere contrastata tramite la stimolazione dell’investimento privato. Tale stimolazione può consistere nell’abbassamento del tasso d’interesse, nella riduzione dell’imposta sui profitti o anche nel sovvenzionamento diretto degli investimenti privati in questa o quella maniera. Non c’è niente di strano nel fatto che per i capitalisti tali metodi di intervento siano attraenti. Il capitalista resta l’intermediario tramite il quale l’intervento viene ad essere effettuato. Qualora la situazione politica non gli dia fiducia, allora non si fa “comprare” e non accresce i suoi investimenti. Nello stesso tempo tale tipo di intervento non porta lo Stato a “giocare agli investimenti” (pubblici), non fa “buttar via i soldi” nel sussidiare il consumo. E’ possibile tuttavia dimostrare che l’incentivazione dell’investimento privato non è un metodo adeguato per prevenire la disoccupazione di massa. Occorre a tale proposito considerare due casi.<br />
a) In tempo di crisi il tasso d’interesse o l’imposta sui profitti vengono ridotti fortemente e vongono cresciuti in periodo di ripresa. In tale caso sia il periodo, come l’ampiezza del ciclo congiunturale possono venir ridotti. Ma l’economia può rimanere lontana dallo stato di pieno impiego non solo in tempo di crisi, ma anche in tempo di ripresa congiunturale; cioè la disoccupazione media può essere ancora elevata, nonostante le sue oscillazioni siano più deboli.<br />
b) In periodo di crisi ancora una volta il tasso d’interesse e l’imposta sui profitti vengono ad essere ridotti, ma nel boom successivo non vengono rialzati. In tale caso il boom durerà più a lungo, ma terminerà di nuovo in una nuova crisi, in quanto la semplice riduzione del tasso d’interesse o dell’imposta si profitti non elimina ovviamente le forze che suscitano le oscillazioni congiunturali nell’economia capitalistica. Nella nuova crisi occorrerà ulteriormente ridurre il tasso d’interesse o l’imposta sui profitti e così via. In tale maniera in un tempo non troppo lontano il tasso d’interesse dovrebbe diventare negativo e l’imposta sui profitti dovrebbe essere sostituita da un sussidio. Lo stesso si verificherebbe qualora si cercasse di mantenere il pieno impiego con l’aiuto di incentivi per gli investimenti privati. Il tasso d’interesse e l’imposta sui profitti dovrebbero venir continuamente ridotti. In aggiunta a questo fondamentale difetto del combattere la disoccupazione incentivando gli investimenti privati esiste ancora una difficoltà ulteriore di carattere pratico. La reazione degli imprenditori all’impiego degli strumenti dei quali abbiamo parlato non è sicura. In tempi di crisi grave possono aver aspettative molto pessimistiche e la riduzione del tasso d’interesse e dell’imposta sui profitti può allora per lungo tempo agire in maniera molto ridotta sugli investimenti e quindi sul livello della produzione e dell’occupazione.<br />
3. Persino coloro che si dichiarano favorevoli a combattere la crisi creando degli incentivi per gli investimenti privati, spesso non fanno affidamento esclusivamente su tale metodo, ma prendono in considerazione ugualmente gli investimenti pubblici. La situazione si presenta attualmente come se i “capitani d’industria” e i loro esperti avessero tendenza ad accettare, come “male minore”, una attenuazione della crisi tramite le spese pubbliche finanziate per via del deficit di bilancio. Sembra tuttavia che essi siano ancora ostinatamente contrari ad un accrescimento dell’occupazione ottenuto sovvenzionando il consumo e agli sforzi di mantenere il pieno impiego. Tale stato di cose sarà forse sintomatico per il futuro sistema economico delle democrazie capitalistiche. Il tempo di crisi o in seguito alla pressione delle masse, e forse anche senza di questo, si metteranno in moto gli investimenti pubblici finanziati tramite il deficit di bilancio, allo scopo di contrastare la disoccupazione di massa. Ma qualora si facciano dei tentativi per utilizzare tali metodi al fine di mantenere l’elevato livello di occupazione raggiunto nel boom successivo, si andrà incontro probabilmente ad una aspra opposizione da parte dei “capitani d’industria”. Come abbiamo già mostrato più sopra, essi non desiderano assolutamente un pieno impiego costante. I lavoratori diventano in tale situazione “recalcitranti” e i “capitani d’industria” diventano ansiosi di “dar loro una lezione”. Inoltre la crescita dei prezzi in tempo di boom agisce a svantaggio dei redditieri piccoli e grandi, cosicché oggi essi cominciano ad avversare l’alta congiuntura. In tale situazione si forma probabilmente un blocco del grande capitale e delle rendite, e tale blocco trova probabilmente più di un economista pronto a dichiarare che la situazione è estremamente poco sana. La pressione di tutte queste forze, e in particolare del grande capitale, induce sicuramente il governo al ritorno alla politica tradizionale di pareggio del bilancio. In tale maniera subentra la crisi, nella quale la politica di espansione delle spese pubbliche riacquista di nuovo il proprio significato. Tale schema di “ciclo congiunturale politico” non è del tutto ipotetico, in quanto uno sviluppo analogo degli avvenimenti si è verificato negli Stati Uniti negli anni 1937-38. L’interruzione del boom nella seconda metà del 1937 fu in realtà la conseguenza di una forte riduzione del deficit del bilancio. D’altra parte nell’acuta crisi che di nuovo ne derivò, il governo ritornò rapidamente alla politica di espansione delle spese pubbliche. Per cui il regime del “ciclo congiunturale politico” non assicurerebbe il pieno impiego tranne che nel punto massimo del boom, me le crisi sarebbero relativamente moderate e di breve durata.</p>
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		<title>John Maynard Keynes spiega “Le conseguenze economiche di Mario Monti”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 06:41:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Devo scegliere il lavoro come la più illustre delle vittime della nostra politica monetaria. In queste circostanze i datori di lavoro propongono di ristabilire l&#8217;equilibrio con una riduzione dei salari, quale conseguenza della maggiore precarietà, indipendentemente dalla riduzione del costo della vita: il che vale a dire riducendo il livello di vita dei lavoratori, i [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1287&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1288" title="Keynes-Bretton-woods" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/04/keynes-bretton-woods.jpg?w=560" alt=""   />Devo scegliere il <span style="color:#003366;">lavoro</span> come la più illustre delle vittime della nostra politica monetaria. In queste circostanze i datori di lavoro propongono di ristabilire l&#8217;equilibrio con una riduzione dei salari, <span style="color:#003366;">quale conseguenza della maggiore precarietà</span>, indipendentemente dalla riduzione del costo della vita: il che vale a dire riducendo il livello di vita dei lavoratori, i quali dovrebbero sopportare questo sacrificio per permettere di sanare una situazione di cui non sono assolutamente responsabili, e di cui non hanno alcun controllo.<span id="more-1287"></span></p>
<p>Il fatto che questa appaia una soluzione ragionevole è di per sé una pesante critica al nostro modo di dirigere gli affari economici (anche se ciò non implica affatto che debbano essere i datori di lavoro a subire la perdita). Come ad altre vittime della transizione economica del passato, ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi.</p>
<p>Sul piano della giustizia sociale la riduzione dei salari dei lavoratori è insostenibile. Sono le vittime sacrificate al Moloch dell&#8217;economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati <span style="color:#003366;">dal governo nazionale, dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea</span> per soddisfare l&#8217;impazienza con cui i sacerdoti dei “mercati” vogliono livellare <span style="color:#003366;">i differenziali tra i tassi d&#8217;interesse dei titoli di stato dei paesi periferici rispetto a quello della Germania</span>. I lavoratori sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire <span style="color:#003366;">la stabilità dell&#8217;Euro</span>. La critica situazione dei lavoratori è la prima, ma non l&#8217;ultima (a meno che non ci assista molta fortuna) delle<span style="color:#003366;"> “conseguenze economiche del Professor Monti” (e della signora Merkel).</span></p>
<p>La verità è che siamo al bivio fra due teorie della società economica. L&#8217;una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto tra classi. L&#8217;altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati dalla pressione economica, altrimenti detta “realtà dei fatti”, e che tutta la nostra grande macchina debba procedere a rullo compressore, tenendo presente soltanto l&#8217;equilibrio generale, senza prestare attenzione alle conseguenze che comporta sui gruppi sociali.</p>
<p><span style="color:#003366;">L&#8217;Euro</span>, affidato com&#8217;è al puro caso, con la sua fede nei “riassestamenti automatici” e la sua grande indifferenza ai particolari di carattere sociale, è l&#8217;emblema sostanziale, l&#8217;idolo di quelli che siedono nella cabina di comando.<br />
Ritengo che nel loro cinismo, nel loro vago ottimismo, nella loro confortante fiducia che nulla di veramente grave possa accadere, vi sia temerarietà infinita. Nove volte su dieci nulla di veramente grave accade. Ma se continuiamo ad applicare i principi di una politica economica elaborata sulle ipotesi del <em>laissez-faire</em> e della libera concorrenza, <span style="color:#003366;">vediamo che si verifica il decimo caso</span> e, fra l&#8217;altro, conduciamo il gioco stupidamente.</p>
<p><em>Questo testo è stato scritto da Keynes nel 1925 come 5° capitolo del pamphlet “Le conseguenze economiche di Winston Churchill”. A parte qualche taglio ed attualizzazione (in quello scritto Keynes prevedeva la crisi che sarebbe arrivata quattro anni dopo, noi la stiamo già vivendo), ci siamo limitati a sostituire Churchill con Mario Monti (ed Angela Merkel), il gold standard con l&#8217;Euro, i minatori con i lavoratori in genere, La Banca d&#8217;Inghilterra con la BCE, il Tesoro di Sua Maestà con il governo e la Commissione UE e il cambio dollaro/sterlina con lo spread. E&#8217; davvero sorprendente l&#8217;attualità del testo. Dopo 87 anni il dibattito è ancora lo stesso: far pagare la crisi a chi non può difendersi, oppure ribaltare la prospettiva, per il bene di tutto il Paese.</em></p>
<p><em>“Le conseguenze economiche di Winston Churchill” si può trovare nel volume “Keynes, Esortazioni e profezie” edito da “Il Saggiatore”.</em></p>
<br />Archiviato in:<a href='http://keynesblog.com/category/citazioni-e-testi-classici/'>Citazioni e testi classici</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/consigliati/'>consigliati</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/economia/'>Economia</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/europa/'>Europa</a>, <a href='http://keynesblog.com/category/italia/'>Italia</a> Tagged: <a href='http://keynesblog.com/tag/angela-merkel/'>Angela Merkel</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/euro/'>euro</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/john-maynard-keynes/'>John Maynard Keynes</a>, <a href='http://keynesblog.com/tag/mario-monti/'>Mario Monti</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/keynesblog.wordpress.com/1287/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/keynesblog.wordpress.com/1287/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1287&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;austerità è di destra e sta distruggendo l&#8217;Europa &#8211; Intervista a Marco Passarella</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:51:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;L&#8217;austerità è di destra e sta distruggendo l&#8217;Europa&#8221; (Il Saggiatore, 152 pagine, 13 euro) di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella è un libro che ha diversi pregi, il primo dei quali è forse la chiarezza con cui vengono spiegati i fenomeni che hanno portato alla crisi e smontate le tesi liberiste correnti, delineando al tempo [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1222&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignright size-full wp-image-1223" title="L-austerita-e-di-destra1" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/04/l-austerita-e-di-destra1.jpg?w=560" alt=""   />&#8220;L&#8217;austerità è di destra e sta distruggendo l&#8217;Europa&#8221;</strong> (Il Saggiatore, 152 pagine, 13 euro) di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella è un libro che ha diversi pregi, il primo dei quali è forse la chiarezza con cui vengono spiegati i fenomeni che hanno portato alla crisi e smontate le tesi liberiste correnti, delineando al tempo stesso una via alternativa, basata da un lato su meccanismi di riequilibrio automatici e dall&#8217;altra sul ritorno dello Stato al ruolo di indirizzo dell&#8217;economia, attraverso la pianificazione (si parla segnatamente delle proposte del Premio Nobel Leontief).</p>
<p>Il secondo pregio che abbiamo riscontrato nel libro consiste nel fatto che gli autori &#8211; senza cadere mai nella polemica &#8220;spicciola&#8221; e fine a se stessa &#8211; non lasciano spazio alla nebulosità e al non-detto, che spesso contraddistinguono il dibattito pubblico su temi economici e, soprattutto, politici. Una critica precisa e puntuale all&#8217;austerità (socialmente di destra) non esime e anzi implica la corrispettiva critica alla sinistra politica, la quale ha assunto l&#8217;obiettivo dei tagli, del pareggio di bilancio, del &#8220;risanamento&#8221; come sua stella polare durante l&#8217;ultimo ventennio (e, per certi versi, anche prima). Allo stesso modo per gli autori si deve sottoporre a critica il &#8220;liberoscambismo di sinistra&#8221;, quel tabù antiprotezionista che ha imprigionato i progressisti, incapaci di governare la globalizzazione (obiettivo che a parole perseguivano) proprio perché convinti dell&#8217;ineluttabilità dei suoi meccanismi e dei suoi esiti, tanto da paragonarla ad un fenomeno naturale.</p>
<p><strong>Ne parliamo con uno degli autori, Marco Passarella, ricercatore presso l&#8217;Università di Leeds, Gran Bretagna.</strong></p>
<p><span id="more-1222"></span></p>
<p><strong>Iniziamo con una domanda provocatoria partendo dal titolo del volume: “L&#8217;austerità è di destra”. E allora? Ammettendo che sia così, l&#8217;importante non è che funzioni?</strong></p>
<p>Beh, è lo stesso titolo del pamphlet ad assumere un sapore provocatorio se solo si considera che proprio il centrosinistra (in Italia, ma non solo) è stato, negli ultimi decenni, il principale sponsor ed artefice del &#8220;rigore&#8221; dei conti pubblici. In effetti, &#8220;destra&#8221; va qui inteso come sinonimo di &#8220;classista&#8221;: l’austerità rappresenta, infatti, la &#8220;via bassa&#8221; alla soluzione degli squilibri strutturali esterni che caratterizzano i paesi-membri dell’Eurozona. Una via che passa per l’inferno della disoccupazione diffusa, della precarizzazione delle condizioni di lavoro di milioni di salariati, della deflazione salariale competitiva e della centralizzazione dei capitali europei a guida tedesca. Naturalmente, le sue possibilità di &#8220;successo&#8221; dipenderanno in modo decisivo da un vincolo di sostenibilità politica e sociale, non meno che dal contesto macroeconomico internazionale. Ma è bene aver chiaro in mente che, in tale evenienza, l’Italia e le periferie europee conoscerebbero un processo di <em>mezzogiornificazione</em> simile a quello che investì il meridione italiano nei decenni successivi all’unificazione. Al più, alcune tra le imprese presenti nelle aree ad alta concentrazione industriale, come le regioni del Nord Italia, potrebbero aspirare a ricoprire il ruolo di subfornitori a basso costo della manifattura tedesca e dei suoi satelliti. In ogni caso, si tratta di una prospettiva tutt’altro che auspicabile.</p>
<p><strong>In questi giorni lo spread torna a mordere. Monti ha dato per due volte la colpa alla Spagna e per due volte si è dovuto scusare con il premier iberico. Alcuni hanno tentato di sostenere, non si sa su quali basi, che lo spread saliva a causa delle tensioni sull&#8217;articolo 18. A ben vedere però tutti gli indici macroeconomici dell&#8217;Italia continuano a peggiorare. L&#8217;austerità è solo apparentemente irrazionale e controproducente o c&#8217;è un preciso disegno? </strong></p>
<p>Come Emiliano Brancaccio ed io argomentiamo nel libro, è il crescente <em>indebitamento estero</em> dei paesi periferici, e non il presunto lassismo fiscale dei loro governi, né la presunta rigidità della loro legislazione sul lavoro, ad alimentare gli <em>spread</em>. Non si deve, tuttavia, cadere nell’errore di pensare che le politiche di austerità siano l’esito di un capriccio politico, di premesse teoriche irrazionali o, peggio, di un &#8220;complotto&#8221;. Tali politiche si basano, al contrario, sul convincimento, tutt’altro che infondato e ideologico, sebbene pubblicamente inconfessabile, che la crisi e le politiche di austerità svolgano una <em>funzione disciplinante</em> nei confronti della forza-lavoro. Che, insomma, sia possibile ridare fiato all&#8217;<em>export</em> mediante un’ulteriore compressione del potere contrattuale dei lavoratori, e quindi un taglio del costo del lavoro per unità di prodotto. Dietro l’apparente irrazionalità dell’<em>austerity</em> si celano, dunque, uno specifico retroterra teorico (quello che nel testo riconduciamo al &#8220;paradigma della scarsità&#8221;), una precisa filosofia sociale (quella &#8220;individualista&#8221;) e un’idea ben definita di modello di sviluppo economico (al traino dalle esportazioni nette).</p>
<p><strong>Molti lettori di sinistra probabilmente saranno irritati dalla critica all&#8217;austerità berlingueriana. Pur con tutti i distinguo del caso, tuttavia, è difficilmente contestabile che allora il Pci commise un errore in cui trascinò anche la Cgil. Oggi la storia si ripete in modo persino grottesco. Nei convegni e nei libri si criticano le “idee fallite” ma poi si votano manovre e riforme che sono chiaramente figlie di quelle idee. Basti pensare al pareggio di bilancio in Costituzione. Come è possibile che, pur rendendosi conto degli errori teorici alla base del liberismo, la sinistra non sia capace di dire dei no e proporre una sua alternativa? E&#8217; il timore per il vincolo esterno? Manca nella testa dei dirigenti una elaborazione teorica alternativa?</strong></p>
<p>Credo che il punto sia che i principali partiti della sinistra italiana (ed europea) hanno rinunciato da tempo alla messa in discussione dei rapporti di produzione capitalistici. In assenza di un progetto alternativo di società, la posizione assunta dal governo Monti appare l’unica via d’uscita possibile, &#8220;realistica&#8221;, dalla crisi di competitività in cui versa la nostra economia. Va da sé che si tratta di un errore che non soltanto i lavoratori, ma le stesse imprese italiane, rischiano di pagare a caro prezzo.</p>
<p><strong>Riassumendo, il campo della teoria economica si può dividere in due grandi filoni. Chi come Marx e Keynes non crede nella possibilità che il capitalismo sia sempre in grado di “aggiustarsi” da solo e chi al contrario pensa che il problema è semmai l&#8217;eccesso di presenza pubblica nell&#8217;economia, l&#8217;azione dei sindacati, i monopoli e gli oligopoli, tutti fattori che distorcono i mercati. Un contributo notevole alla seconda idea è venuto da quelli che pure si definiscono “New Keynesian”. Tuttavia oggi molti di loro, diciamo l&#8217;ala progressista del mainstream, da Krugman a Stiglitz passando per Roubini e Fitoussi, sembrano aver riscoperto un pensiero più critico. Persino alcune ricerche del Fondo monetario internazionale di Blanchard mettono in evidenza che l&#8217;austerità ha effetti negativi non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di uscire dal mainstream, di dire “ci siamo sbagliati”, di gettare alle ortiche i libri di testo di Macroeconomia che avevano scritto. </strong></p>
<p>L’autocritica, sia pure implicita e parziale, di economisti del calibro di Stiglitz e Fitoussi è un segnale importante di risveglio dal torpore ideologico degli anni Novanta, e non va sottovalutato. Certo, non è un elemento sufficiente ad aprire un dibattito vero, all’interno della comunità accademica internazionale, circa i limiti evidenti del paradigma della scarsità, e circa la necessità di garantire la sopravvivenza di una pluralità di approcci teorici in competizione tra di loro. Non credo, peraltro, che sia necessario &#8220;gettare alle ortiche&#8221; i vecchi manuali per avviare un confronto serrato su questi temi. Per fare un esempio, da alcuni giorni è disponibile in libreria &#8220;<a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/07/anti-blanchard/" target="_blank">L’Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia</a>&#8220;. In quel volume Emiliano Brancaccio mostra come sia possibile avanzare una comparazione tra approcci teorici differenti proprio a partire dal modello-base del pensiero macroeconomico dominante (quello contenuto nel celebre testo di Olivier Blanchard, appunto). L’idea di fondo è quella di far vedere agli studenti che gli esiti teorici, e dunque le prescrizioni di politica economica, a cui pervengono gli economisti <strong>mainstream</strong>, discendono da ipotesi teoriche ben definite circa la natura delle variabili incluse nel modello. Aggiustamenti anche minimi di tali ipotesi consentono, peraltro, di <em>rovesciarne le implicazioni logiche</em>, riportandole in linea con quelle (assai più &#8220;robuste&#8221; sul piano dell’analisi empirica) raggiunte dal pensiero economico critico.</p>
<p><strong>Diversi capi di governo, tra cui Monti (ma non Merkel e Sarkozy), hanno inviato una lettera alla Commissione Europea chiedendo misure per la “crescita”. Leggendola sembra che il focus sia molto orientato verso l&#8217;apertura del mercato interno e accordi di libero scambio con l&#8217;Asia. Ma non è proprio l&#8217;eccessiva libertà dei capitali una delle origini della crisi? </strong></p>
<p>Sì, è così. Nel caso di paesi quali l’Irlanda e la Spagna, proprio l’afflusso massiccio prima, e il deflusso altrettanto imponente poi, di capitali esteri può, anzi, essere considerato il principale fattore di crisi. Quanto ai rapporti di scambio con i paesi asiatici, non mi farei troppe illusioni: tali economie sono destinate a svolgere ancora a lungo il ruolo di esportatrici nette di manufatti verso il resto del mondo. L’eventuale afflusso di capitali verso i paesi dell’Eurozona sarebbe, dunque, l’esito dei surplus commerciali realizzati dai paesi asiatici ai danni degli stati-membri dell’unione e &#8220;riciclati&#8221; in attività denominate in Euro. Tuttavia, proprio l’esperienza di Irlanda e Spagna dovrebbe aver insegnato che una crescita sbilanciata, &#8220;drogata&#8221; dagli investimenti esteri e caratterizzata da squilibri crescenti nella bilancia dei pagamenti, finisce alla lunga per rivelarsi un <em>boomerang</em>. No, quello che ci vuole non è un ulteriore allentamento dei vincoli alla circolazione dei capitali. Al contrario, è di un &#8220;motore interno&#8221; dello sviluppo economico e sociale, nonché di un vero e proprio sistema di &#8220;repressione dei mercati finanziari&#8221;, che le classi lavoratrici europee (e lo stesso sistema produttivo dell’Eurozona) hanno bisogno.</p>
<p><strong>Lo squilibrio delle bilance commerciali, con la Germania che esporta e la “mezzogiornificazione” dei paesi periferici sono tra i problemi all&#8217;origine del perdurare della crisi in Europa che indicate nel vostro libro. In molti sostengono che l&#8217;unica soluzione sia “più Europa”, anche tra coloro che invocano maggiore intervento pubblico in funzione anticiclica. Eppure il bilancio UE è una miseria: solo l&#8217;1% del PIL dell&#8217;Unione e tendenzialmente in calo. Se ne esce con “più Europa”? </strong></p>
<p>Dipende da come quello slogan viene declinato. Se &#8220;più Europa&#8221; significa un ripensamento radicale dei principi ispiratori dell’unione monetaria, che assegni alle autorità pubbliche (statuali e sovrastatuali) il ruolo di indirizzo e di intervento diretto su volume e composizione della produzione, di garanzia del pieno impiego della forza-lavoro, di segmentazione dei mercati finanziari, e di adozione di meccanismi che garantiscano, ad un tempo, un incremento della quota dei redditi da lavoro e l’aggiustamento degli squilibri esteri, allora si tratta di uno slogan condivisibile. Se, invece, si intende, come pare più probabile, una ristrutturazione del sistema produttivo europeo ad uso e consumo del capitale tedesco, allora meglio un’uscita pilotata dall’Euro, coordinata con gli altri paesi periferici (e con la Francia) e accompagnata da una revisione degli stessi accordi di libera circolazione dei capitali e delle merci.</p>
<p><strong>La pianificazione economica è un concetto che rivalutate esplicitamente nel libro. Ma quale forma dovrebbe prendere? Se ad esempio guardiamo ai paesi emergenti i modelli di intervento pubblico sono piuttosto differenti, si va da un vastissimo “capitalismo di stato” in Cina alla “socializzazione dell&#8217;investimento” tramite una banca di investimenti pubblica in Brasile. E&#8217; in mezzo a questi casi di successo che dovremmo pescare buone idee? Abbiamo anche da riguardare in modo critico un abbandono frettoloso dell&#8217;economia mista da parte delle socialdemocrazie europee? </strong></p>
<p>Discutere oggi di &#8220;pianificazione economica&#8221; significa, anzitutto, riaprire il dibattito circa la necessità di garantire un controllo democratico su &#8220;cosa, quanto e come produrre&#8221;. Il fine è di porre un freno ai disastri sociali, economici ed ambientali prodotti dalla logica del capitale. Naturalmente, sarebbe non soltanto ingenuo, ma del tutto velleitario ed inconcludente, discettare di &#8220;piano&#8221; in termini meramente ideali ed astratti. È, infatti, evidente che le forme &#8220;concrete&#8221; della pianificazione debbano essere declinate sulla base della complessa articolazione delle economie e delle società europee, della loro collocazione specifica nell’ambito della catena internazionale del valore, e dei relativi rapporti di classe. Il punto di partenza della nostra riflessione è, comunque, la convinzione che il ruolo del settore pubblico non possa essere ridotto a quello di &#8220;ancella&#8221; del capitale finanziario ed industriale. Piuttosto, è necessario ridimensionare pesantemente il ruolo dei mercati finanziari mediante l’introduzione generalizzata di strumenti di controllo sui movimenti di capitale. È questa, infatti, la precondizione per l’attribuzione al settore pubblico del ruolo di creatore &#8220;di prima istanza&#8221; di occupazione. L’obiettivo è quello di indirizzare la produzione verso quelle <em>basic commodities</em> che maggiormente incidono sul progresso materiale e civile della società, e la cui produzione non può essere lasciata alla logica del profitto privato. È questa, e non l’illusione dei &#8220;beni comuni&#8221;, la vera sfida politica con la quale i movimenti e le organizzazioni della sinistra europea dovranno misurarsi nel prossimo decennio.</p>
<p><a href="http://www.saggiatore.it/argomenti/economia/9788842817772/lausterita-e-di-destra/" target="_blank">Il libro (è possibile scaricare l&#8217;introduzione e il primo capitolo)</a></p>
<p><a href="http://www.emilianobrancaccio.it/" target="_blank">Sito web di Emiliano Brancaccio</a></p>
<p><a href="http://www.marcopassarella.it/" target="_blank">Sito web di Marco Passarella</a></p>
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		<title>I dubbi di Federico Caffè sull&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 07:50:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Venticinque anni fa spariva Federico Caffè, uno dei più illustri economisti italiani, tra i primi a sviluppare il pensiero di Keynes in Italia.  Proponiamo un estratto di un ampio documento di Mario Tiberi che ricostruisce le perplessità di Caffè, pur convintissimo europeista, sulla costruzione dell&#8217;Europa monetaria. Nonostante Caffè non abbia mai visto l&#8217;Euro, i dubbi [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=keynesblog.com&#038;blog=31736466&#038;post=1126&#038;subd=keynesblog&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-617 alignnone" title="federico-caffe" src="http://keynesblog.files.wordpress.com/2012/03/federico-caffe.jpg?w=560&#038;h=368" alt="" width="560" height="368" /></p>
<p><em>Venticinque anni fa spariva Federico Caffè, uno dei più illustri economisti italiani, tra i primi a sviluppare il pensiero di Keynes in Italia.  Proponiamo un estratto di un ampio documento di <strong>Mario Tiberi</strong> che ricostruisce <strong>le perplessità di Caffè, pur convintissimo europeista, sulla costruzione dell&#8217;Europa monetaria.</strong> Nonostante Caffè non abbia mai visto l&#8217;Euro, i dubbi di allora sullo Sme appaiono incredibilmente, e tragicamente, attuali.</em></p>
<p><span id="more-1126"></span></p>
<p>[...] Lo stesso Caffè, alcuni anni prima, aveva scritto un saggio, col quale rendeva omaggio a Marco Fanno, riprendendo il tema che quest’ultimo aveva affrontato in un contesto istituzionale molto diverso, ma che Caffè riteneva evidentemente essere tornato di grande attualità.<br />
Egli intendeva prendere in considerazione <strong>la varietà dei movimenti di capitale che possono avvenire tra un paese e l’altro</strong>, riconducendoli alle due categorie di normali e anormali, proposte da Fanno. Non si tratta di ripercorrere qui la casistica dei movimenti inseriti nelle due categorie, ma di ricordare la forte preoccupazione di Fanno, fatta propria da Caffè, sugli <strong>effetti perturbatori provocati da quella parte dei flussi anormali, avente un andamento particolarmente erratico</strong>: indicativo ora di criticità sottostanti, ora <strong>foriero di ripercussioni negative, non solo sulle variabili monetarie e finanziarie, ma anche su quelle reali, quali reddito e occupazione.</strong><br />
Il quadro di riferimento è ancora l’economia mondiale, ma è esplicitamente presa in considerazione la situazione in cui, come nella Cee di allora, <strong>coesistano paesi a valuta forte, cioè la Germania, e quelli a valuta debole, cioè l’Italia.</strong><br />
In circostanze del genere c’è <strong>un’esposizione continua al rischio di movimenti di capitale dal paese a valuta debole verso quello a valuta forte</strong>, con creazione di squilibri che i meccanismi di mercato non sono sempre in grado di raddrizzare, <strong>se, in loro aiuto, non può intervenire, per il vincolo derivante dall’accordo, la svalutazione della valuta debole</strong>. In mancanza del parallelismo degli obblighi, secondo un’espressione cara a Caffè, <strong>il paese in difficoltà si trova costretto a perdere riserve o a ricorrere a politiche restrittive, che incidono sui livelli di occupazione.</strong></p>
<p>Facendo sempre salvo il valore della prospettiva politica dell’integrazione europea, <strong>non si può negare che l’esperienza vissuta e il dibattito teorico continuarono a fornire buoni argomenti ai critici delle soluzioni di “ingegneria monetaria”, come le definisce Caffè</strong>, che costellavano quella prospettiva. L’affidamento ad un meccanismo cooperativo della manovra del tasso di cambio, strumento essenziale, in precedenza, nelle mani dei singoli stati per recuperare la loro stabilità macroeconomica, soprattutto nei conti con l’estero, rendeva necessarie numerose operazioni di riallineamento delle parità centrali, realizzate con laboriose trattative tra i paesi membri.<br />
È vero che lo Sme prevedeva il contributo al riequilibrio del paese forte, ad esempio con una rivalutazione, difficile da ottenere quando si è indotti a pensare che gli squilibri siano il risultato di comportamenti virtuosi, da un lato, e perversi, dall’altro. <strong>Quanto alle risorse destinate al sostegno multilaterale attraverso la creazione di un Fondo comune europeo, le procedure elaborate, discrezionali e non automatiche, risultavano inadeguate alle esigenze di intervenire con tempestività.</strong></p>
<p>La correzione delle conseguenze di turbamenti asimmetrici non poteva, d’altra parte, essere affidata alla mobilità dei lavoratori, pur operante, ma non in misura tale, per quantità e tempi, da contribuire in maniera significativa al riequilibrio della situazione.<br />
Avendo in mente situazioni del genere, prevedibilmente, più numerose da attendersi nelle relazioni tra paesi all’interno e all’esterno della Cee, <strong>Caffè prende decisamente posizione in favore di un interventismo nazionale e sovranazionale, che non mostri nessuna soggezione rispetto alla esaltazione delle capacità della “mano invisibile” di operare</strong>, efficacemente ed equamente, anche nell’allocazione delle risorse finanziarie e reali sul piano mondiale. <strong>Egli insiste nella sua battaglia culturale a favore dell’attivazione di strumenti di controllo dei movimenti di capitale per salvaguardare e accrescere i livelli di occupazione in tutti i paesi</strong>, in particolare in quelli, come l’Italia, impegnata nel confronto serrato con i paesi europei appartenenti all’area del marco.<br />
Egli richiama con insistenza, ad iniziare dal suo articolo appena ricordato, le norme contenute negli accordi internazionali, in sede Fmi e Cee, che indicavano casi non marginali in cui tali strumenti restrittivi potevano essere utilizzati per accompagnare il processo di integrazione tra i diversi sistemi economici; esprime, anzi, il rammarico, riferendosi specificamente alla Cee, perché:  &#8221;Alla lettera del trattato e alla lungimiranza di qualificati economisti si è tuttavia contrapposta <strong>la pressione di tecnocrati</strong>, i quali sono riusciti a far coincidere l’applicazione di un trattato non nel rispetto, ma nell&#8217; &#8220;accelerazione&#8221; dei suoi tempi di attuazione&#8221;.</p>
<p>L’esposizione più ampia e diretta dei “dubbi” di Caffè sullo Sme si ritrova nel documento già citato () che, seppure non pubblicato, e quindi forse non riletto, contiene una serie di spunti critici, caratteristici del suo modo di guardare ai fatti economici. Intanto c’è un richiamo storico al Risorgimento italiano, riguardante un momento di svolta fondamentale, come Caffè considera la scelta contrastata dell’Italia di “entrare” in Europa.<br />
C’è poi <strong>la forte preoccupazione per l’inevitabile egemonia della Germania</strong>, che seppure ancora divisa, rappresentava il paese ad economia nettamente più forte e solida tra i paesi della Cee. <strong>Caffè temeva soprattutto il tipo di cultura economica di cui i gruppi dirigenti di quel paese erano portatori</strong>, a prescindere, per alcuni aspetti, dai loro orientamenti politici. <strong>In particolare si faceva sentire in tali gruppi il trauma dell’iperinflazione vissuta dalla Germania negli anni successivi alla prima guerra mondiale.</strong><br />
Il retaggio fondamentale di tale esperienza si traduceva <strong>nella particolare sensibilità alla stabilità dei prezzi, ottenuta anche con un assetto istituzionale che prevedeva una forte autonomia della Banca Centrale rispetto al potere politico</strong>.<br />
Tale orientamento non era controbilanciato, all’interno degli organi comunitari, dalla presenza della Gran Bretagna, che non poteva esercitare, per sua scelta, un ruolo da protagonista nei processi decisionali comunitari. In tema di elaborazione degli obiettivi da raggiungere va ricordato quanto pesasse nelle decisioni di politica economica di tale paese il messaggio sancito nel secondo Rapporto Beveridge, redatto da questo studioso liberale sotto l’influenza determinante del pensiero di John Maynard Keynes: “il governo accetta come uno dei suoi obiettivi e doveri primari il mantenimento di un alto e stabile livello di occupazione dopo la guerra”.</p>
<p><strong>La posizione della Germania veniva, proprio in quegli anni, rinvigorita dall’emergere di impostazioni neo-liberiste in molti paesi</strong>, compresa la stessa Gran Bretagna, alle prese con il fenomeno della stagflazione, che aveva creato difficoltà all’efficacia delle ricette di ispirazione keynesiana, dando notevole credito alle alternative suggerite dagli economisti di scuola monetarista.</p>
<p><strong>Caffè, come molti altri economisti, era molto critico di questo indirizzo di teoria monetaria</strong>, concentrando l’attenzione su alcuni suoi elementi caratterizzanti: l’ipotesi della sostanziale stabilità del settore privato dell’economia, la concezione della moneta come variabile essenzialmente esogena, l’ambiguità nell’individuazione dell’aggregato monetario strategicamente decisivo, la spiegazione dei fenomeni inflazionistici in termini strettamente monetari, il messaggio di grande ostilità nei confronti dell’intervento pubblico in economia.<br />
Sostenuta dai paesi dell’area del marco, la Germania, riuscita, come pochi altri, a contenere la dinamica dei prezzi, imponeva, peraltro, <strong>la strategia di ricondurre a maggiore “disciplina” monetaria gli altri paesi comunitari, tra cui l’Italia; ciò significava, secondo Caffè, imprimere una temibile piega deflazionistica alle economie dei paesi europei.</strong><br />
Anche qui Caffè faceva tesoro della sua cultura storica che faceva accostare questa linea di politica economica a quella, da lui ritenuta disastrosa del cosiddetto <strong>“blocco aureo”</strong>, che, negli anni trenta del secolo scorso, aveva indotto molti paesi europei, Italia compresa, a rinunciare agli inevitabili adeguamenti monetari, richiesti dalle svalutazioni della sterlina del 1931 e del dollaro del 1933. Il principale problema sociale che Caffè metteva in chiara evidenza e riteneva trascurato da questo indirizzo di pensiero, come era avvenuto negli anni trenta, era la disoccupazione: “L’omissione che mi è sembrata mancare in tutto il discorso – e la parola non è stata mai fatta – è che <strong>in Europa abbiamo circa 10 milioni di disoccupati</strong>; né si prevede che il loro numero diminuisca negli anni ottanta”. Il dubbio di Caffè trovava, poi, un’indicazione più puntuale, inducendolo ad affermare che: “Ora esistono problemi di fondo di carattere reale e problemi di rilevanza politica che <strong>hanno spinto a una affrettata unificazione monetaria</strong>, nella forma della creazione di una zona di stabilità europea”.</p>
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