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La coerenza di Padoan: da Marx a Renzi, ma sempre contro Keynes

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di Sergio Cesaratto, da il manifesto del 26.2.2014

Da Critica marxista a Renzi. Il dibattito nel Pci, oltre la regolazione del conflitto di classe e la prospettiva socialdemocratica, per un superamento del capitalismo

Il nuovo ministro dell’Economia Piercarlo Padoan era ben presente nel dibattito economico della sinistra dei caldi anni ’70. In particolare nel 1975 Critica marxista pubblicò una sua relazione dal titolo assai impegnativo “Il fallimento del pensiero keynesiano” che riassumeva il lavoro di un gruppo di giovani economisti costituito presso l’Istituto Gramsci sul tema “Limiti del dirigismo e fondamenti teorici della politica delle riforme”. Anche il manifesto aveva dedicato grande attenzione a questo tema negli anni precedenti col dibattito su “Spazio e ruolo del riformismo” pubblicato come volume nel 1973. Un numero successivo di Critica Marxista ospitò una nota critica di Giancarlo De Vivo, un acuto economista della scuola di Sraffa e Garegnani, e la replica dello stesso Padoan.

La relazione di Padoan ripercorre gli elementi della teoria di Keynes e delle successive interpretazioni, sia quelle volte a ricondurlo nell’alveo della teoria tradizionale, che quelle più radicali. Le conclusioni circa il perdurare del successo delle politiche keynesiane a fronte delle turbolenze degli anni ’70 sono però piuttosto negative. Sebbene si riconosce l’efficacia delle politiche di sostegno alla domanda aggregata per la piena occupazione, ottenute in particolare attraverso aumenti salariali, la relazione afferma che all’aumento della domanda “non corrisponde però sempre un adeguamento della struttura produttiva (una volta raggiunto il tetto della capacità produttiva esistente, oppure anche prima, se si tiene conto di strozzature dovute alla presenza di monopoli o di posizioni di rendita) e si hanno così dei persistenti fenomeni inflazionistici”. Portato della piena occupazione, si aggiunge, è una “situazione di conflittualità” che produrrà “continue tensioni dovute alle risposte delle imprese alle rivendicazioni operaie per tentare di ricostituire i margini di profitto tramite aumenti di prezzo alimentando ulteriormente il processo inflazionistico”. Avendo la disponibilità di mercati garantiti dal sostegno della domanda da parte della spesa pubblica, le imprese rispondono “non con aumenti della produttività tramite innovazioni ed investimenti tesi ad aumentare l’offerta, ma con l’aumento dei prezzi …L’inflazione quindi, oltre che come potente strumento redistributivo, si poneva come drammatica elusione dell’esigenza di un allargamento della capacità produttiva …che la lotta della classe operaia per una migliore soddisfazione dei bisogni andava sempre più affermando”. Padoan sembra pessimista circa la possibilità di regolare il conflitto attraverso la politica dei redditi evocando le tesi di Kalecki (citato nel corpo della relazione) secondo cui solo un’elevata disoccupazione è in grado di disciplinare e regolare il conflitto sociale. Più che in direzione di una prospettiva socialdemocratica, le conclusioni di Padoan puntano così a un “superamento dell’ordinamento capitalistico”. Infatti le politiche keynesiane di piena occupazione condurrebbero a “delle tensioni insostenibili per il sistema capitalistico” incompatibili “con il quadro democratico”. Quindi non resta che fuoriuscire dalla “logica keynesiana (cioè borghese)”. Accanto a un’eco kaleckiana qualcuno potrebbe anche leggerne una amendoliana nel ritenere le lotte operaie in fondo sovversive dell’ordinamento capitalista e democratico e l’inflazione come anticamera del fascismo. La prospettiva amendoliana, si badi, è stata in Italia spesso confusa col riformismo (socialdemocratico) il quale, al contrario, riteneva gli avanzamenti dei lavoratori perfettamente compatibili con un’economia di mercato regolata (sui temi del mancato riformismo del PCI rinvio al magistrale Paggi e D’Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo, Einaudi 1986). Padoan e compagni non sembrano tuttavia indicare come via d’uscita l’accettazione delle compatibilità che portò di lì a poco alla svolta dell’Eur, ma un’uscita più di sinistra, anche se solo genericamente evocata. La prospettiva di un riformismo forte è comunque assente.

Nel suo commento critico De Vivo attacca Padoan soprattutto per la lettura riduttiva di Keynes che lo accumunerebbe alla teoria neoclassica dominante in uno snodo fondamentale: “Secondo la relazione, uno degli sarebbe <l’incompatibilità tra consumo e accumulazione, per cui se si vuole consumare si deve rinunciare ad accumulare e viceversa”. Per rompere le ambiguità di Keynes in merito, De Vivo propugna la proposta di Garegnani di liberare Keynes dai “lacci e lacciuoli” neoclassici in una direzione che spieghi pienamente i livelli di produzione sulla base della domanda effettiva guidata da salari e consumi pubblici sia nel breve che nel lungo periodo. La replica di Padoan è su linee molto tradizionali. Egli riafferma la tesi marginalista che “nel lungo periodo la disponibilità di risparmio (cioè di ricchezza sottratta al consumo) diventa rilevante al fine delle possibilità di crescita del sistema economico.” E aggiunge che in quel frangente storico in cui l’industria italiana necessitava di una ristrutturazione qualitativa, i risparmi rivestivano un ruolo particolarmente essenziale. L’incompatibilità delle lotte operaie che aveva sopra assunto un’eco marxista e kaleckiana appare qui molto più tradizionalmente riferita alla teoria dominante (il che potrebbe avvalorare una contiguità con l’anima amendoliana). Comunque, Padoan nuovamente conclude ribadendo la “prospettiva di una fuoriuscita dal capitalismo” (non estranea peraltro all’amendolismo sebbene rimandata a data da destinarsi).

Quello che emerge da queste pagine, qui frettolosamente richiamate, sono le aporie in cui si sono dibattuti il PCI e le sue successive metamorfosi e i suoi intellettuali di spicco, fra una voglia di socialismo, sempre più affievolitasi sino a scomparire, e un fondamentale riconoscersi nelle compatibilità della teoria economica dominante, con qualche molto pallido (quasi invisibile) spunto keynesiano. Questo modo di porsi è molto lontano da quello di Myrdal e degli intellettuali nordici che hanno visto nel conflitto sociale ben regolato l’humus del progresso. E’ vero pure che la borghesia italiana, da Bava Beccaris a Berlusconi passando per Piazza Fontana ha sempre ostacolato un processo di maturazione della sinistra italiana nel senso di un vero riformismo, a volte reprimendola altre volte corrompendola (di nuovo v. Paggi e D’Angelillo).

Una traccia di quelle aporie sono probabilmente riconoscibili anche nel Padoan dell’oggi che, se da un lato non si esime dal recitare il mantra sulla necessità del riaggiustamento dei conti pubblici e delle “riforme strutturali”, dall’altro più realisticamente (e da buon economista) sa che i problemi sono di domanda aggregata e scrive che più inflazione nei paesi europei in surplus commerciale sarebbe auspicabile – si vede che anche lui ama qualche volta sognare. Buona fortuna, comunque.

L’autore ringrazia Joseph Halevi per la segnalazione del pezzo di Padoan su Critica marxista e a Lanfranco Turci per aver scovato la successiva discussione con De Vivo, e ambedue per avermi inviato i materiali.

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5 commenti su “La coerenza di Padoan: da Marx a Renzi, ma sempre contro Keynes

  1. illuminante dell’arretratezza del pensiero economico del Pci (contrariamente alla Cgil da Di Vittorio in poi), rimasto ancorato al neoclassicismo einaudiano, e che a fine anni ’80 ha egemonizzato la Cgil stessa portandola a (non) gestire gli assetti contrattuali, cosa percorribile con una cultura coerentemente socialdemocratica. Questo è il grande equivoco del PCI: era vissuto/desiderato dalla sua costituency come socialdemocratico ma non lo era.

  2. “….i livelli della produzione sulla base della domanda affettiva….” è un refuso particolarmente apprezzabile, direi quasi un auspicio

    saluti,
    urs

  3. Nella seconda metà degli anni ’70 le posizioni di Padoan non erano insensate. Ricordiamoci l’inflazione al 21 per cento del 1981. Il successo del wage whip come strumento di modernizzazione dell’apparato produttivo e di aumento dell’offerta non è scontato. Nell’econom,ia di mercato (dunque tralasciando il ruolo delle imprese pubbliche e della politica dei redditi) dipende in misura cruciale dal grado di tutela della concorrenza. Se le imprese reagiscono alle spinte salariali, come fecero allora, con lo ‘sciopero’ anziché con l’intensificazione degli investimenti (vanificando l’indicazione del “Frammento sulle macchime” dei Grundrisse “le macchine corrono là dove c’è lo sciopero”…) la speranza keynesiana è destinata al fallimento.

  4. Si dette e si da la colpa a Keynes delle scelte politiche che non furono fatte. dapprima i monopoli e oligopoli (informali e formali) che alzano il prezzo artificiosamente per alzare i margini e fanno come pare a loro, dall’altro la reazione sindacale all’adeguamento. (capibile e quindi non criticabile di per sé). Sono sempre i pochi che creano problemi ai più e la politica non li tocca e così restano protetti dentro alle loro lobby e quando la situazione è compromessa si ha la scusa del rigore (il rigore va sempre verso i loro interessi perché nel frattempo hanno fatto un barca di soldi) ed è comodo dare la colpa da un liberale morto 70 anni fa che invece è stato l’unico ad aprire la strada al benessere diffuso e ha salvato il capitalismo da se stesso. I mercati infatti lasciati liberi fanno solo casino in preda a se stessi, come la storia, passata e attuale sbatte in faccia ai ciechi.

  5. buona fortuna un corno. E’ un altro commissario fallimentare

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