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L’Europa antifederale

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di Francesco Saraceno (*)

La telenovela europea si è arricchita di due nuovi episodi nel corso degli ultimi mesi. Il primo è l’accordo sull’unione bancaria. Il secondo è l’accordo sul bilancio dell’UE per il periodo 2014-2020. Cosa lega questi due episodi?


Partiamo dal primo in ordine di tempo. L’accordo sull’unione bancaria dell’autunno scorso affida alla BCE il potere di supervisione su banche di dimensione tale da creare rischi sistemici. Due mesi dopo, i paesi europei stanno adottando normative di regolamentazione più o meno radicali, ma è soprattutto degna di nota la totale mancanza di coordinamento.L’accordo del novembre scorso era interessante soprattutto per quello che non conteneva. La sostanza di un’unione bancaria risiede soprattutto in un’autorità centrale di risoluzione delle crisi e una garanzia comune sui depositi. Su entrambe le cose il veto della Germania era, e rimane, invalicabile. Si profila quindi un’unione bancaria senza capacità di intervento, e con un’autorità di vigilanza costretta a vigilare su istituzioni fortemente connesse tra loro, ma soggette a regole differenti.
L’altro episodio, di oggi, è l’accordo sul bilancio UE per il periodo 2013-2020. Come era prevedibile, si è trovato un compromesso al ribasso al limite della contabilità creativa, che ha salvato l’agricoltura francese, e ha soddisfatto Germania e Regno Unito con tagli a qualche programma di investimento politicamente poco strategico. La vera notizia è che per la prima volta nella storia il bilancio (già ridicolo, l’uno per cento del PIL) verrà ridotto, di un ammontare significativo (circa il 3% in termini nominali). Ha quindi vinto la Germania, estendendo al bilancio europeo l’austerità che oggi sembra essere la sola politica concepibile a Berlino. L’argomento è noto. Se tutti gli Stati membri stringono la cinghia, per quale motivo non dovrebbe farlo anche l’Europa?

I due episodi sono legati perché entrambi pongono come ineludibile la questione della trasformazione dell’Unione Europea in un’ entità compiutamente federale, e allo stesso tempo ci segnalano quanto questo obiettivo sia oggi lontano.
Chi si rallegra dell’accordo sull’unione bancaria, lo vede come un cavallo di Troia che porterà ineluttabilmente ad un meccanismo di assicurazione comune sui depositi; e chi come Wolfgang Munchau sul Financial Times lo critica, lo fa perché pensa che proprio la mancanza di tale meccanismo renda l’accordo una scatola vuota. In entrambi i casi è evidente che un’Unione Economica e Monetaria compiuta non può prescindere da un meccanismo assicurativo di tipo federale, né da uno sforzo di armonizzazione della regolamentazione bancaria.
Allo stesso modo, se si legge il negoziato sul bilancio nel contesto più ampio della governance fiscale europea, la questione di se e come si debba avere una politica fiscale propriamente europea diventa ineludibile. È utile ricordare che nonostante i crescenti pareri critici sui vincoli alla politica fiscale (cui ultimamente si è aggiunta un’istituzione di peso come il FMI), l’entrata in vigore del patto fiscale il primo gennaio scorso marca l’evoluzione delle regole europee verso ulteriori limiti alle capacità di singoli Stati di mettere in atto politiche fiscali autonome.
Ma è proprio la maggiore rigidità a livello locale che suggerisce di dotarsi di capacità di azione a livello sovranazionale. È naturale a questo proposito guardare agli Stati Uniti, dove quasi tutti gli stati hanno regole di pareggio di bilancio anche più stringenti di quelle europee. Tuttavia, il governo federale ha la possibilità di condurre politiche discrezionali, ampiamente utilizzate anche per compensare le politiche procicliche imposte ai singoli stati dall’obbligo di pareggiare il bilancio. Se Washington non avesse potuto compensare le riduzioni di spesa a livello locale, gli Stati Uniti sarebbero finiti in un burrone fiscale già nel 2009, aggravando ulteriormente la crisi. Il governo federale ha potuto invece votare uno stimolo economico pari al 5,5% del PIL, limitando gli effetti della recessione. Il confronto può essere esteso al sistema finanziario: negli Stati Uniti la Federal Deposit Insurance Corporation fa esattamente, al livello federale, quello che al momento non è nell’unione bancaria europea: assicurazione dei depositi e gestione dei fallimenti bancari.

L’esperienza degli Stati Uniti e degli altri sistemi federali sembra insomma suggerire che quanto più si impongono vincoli rigidi a livello locale, tanto più si deve consentire flessibilità al livello sovranazionale, meno soggetto dei singoli paesi al rischio di comportamenti opportunistici; un corretto funzionamento dell’Unione Monetaria non può prescindere da questo principio di base. Ma come si concilia quest’esigenza con il fatto che Gli Stati Uniti d’Europa sono oggi poco più di un’utopia? La risposta è nella ricerca di soluzioni surrogate, che possano almeno parzialmente replicare il funzionamento di uno stato federale assorbendo gli choc comuni, e smussando le asimmetrie del ciclo economico tra diverse regioni.
Le discussioni sul nuovo bilancio pluriennale e sull’unione bancaria avrebbero potuto essere l’occasione per discutere di come articolare i livelli nazionale ed europeo nel contrastare il ciclo economico; di come creare un’unione fiscale equa ed efficace; o ancora di come avviare un significativo programma di investimenti europei. Con l’accordo di oggi, siamo ben lontani da tutto questo…

(*) Senior Economist, OFCE Parigi

http://fsaraceno.wordpress.com/

 

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5 commenti su “L’Europa antifederale

  1. Mi auguro di cuore,che tutti questi fallaci e stupidi tentativi di accanimento terapeutico, visto che oltretutto applicano una terapia completamente sbagliata,portino ad una veloce e mai abbastanza prematura morte di questa cazzata della moneta unica. Ma comunque desideroso di vendetta mi auguro anche che i colpevoli di questo sciempio paghino per le loro scelte antiitaliane.

  2. La sua analisi è molto interessante, soprattutto perché connette il progetto d’unione bancaria con il quadro finanziario settennale.

    L’accordo raggiunto la scorsa settimana dal Consiglio europeo è un’ulteriore dimostrazione del fatto che le scelte politiche a livello europeo non sono sempre conformi a logiche economiche e politiche di senso compiuto.

    Il post chiarisce bene i limiti di logica economica: un’unione bancaria incapace d’assorbire shock a causa d’un bilancio ridotto all’1% del PIL (su questo risultato c’è la firma di Cameron, oltre che della Merkel) lascia il tempo che trova, come spiegato.

    Ma anche la logica politica mostra importanti lacune: l’Unione è stata generata zoppa a Maastricht, con una gamba lunga e muscolosa – la politica monetaria, federale – e una gamba più corta e atrofica – la politica economica, coordinata in maniera poco efficace. Gli Stati non hanno voluto cedere parte della loro sovranità nel campo della politica economica agli inizi degli anni ’90 e nel corso del tempo hanno adottato solo soluzioni di ripiego, incapaci di risolvere i problemi in maniera sistematica.

    È triste constatare come si continui a perseverare in questo errore commesso vent’anni fa, senza considerare qual è davvero il bene comune.

  3. [...] E tuttavia ciò è ancora largamente insufficiente.  Il tutto in un quadro in cui l’UE ha per la prima volta tagliato il suo già magrissimo bilancio federale. Se tutto ciò è vero, e ci pare che lo sia, la politica (avanziamo modestamente questa [...]

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