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Monte dei Paschi, una privatizzazione disastrosa

012di Vladimiro Giacché da Liberazione.it

Come spesso accade in Italia, dallo scandalo che ha investito il Monte dei Paschi di Siena si stanno traendo le conclusioni sbagliate. Ed è un vero peccato, perché si tratta di una vicenda emblematica, che ci racconta un pezzo importante della storia di questo paese negli ultimi 20 anni. Proviamo quindi a mettere un po’ in fila i fatti.


Nei primi anni Novanta il Mps viene privatizzato, come l’intero sistema bancario italiano, attraverso le Fondazioni bancarie (società miste pubblico-private senza fini di lucro, secondo la Sentenza n. 300/2003 della Consulta), che ne assumono il controllo azionario. A fine decennio, non vi sarà praticamente più alcuna banca pubblica (mentre ancora all’inizio degli anni Novanta il 73% del sistema bancario italiano era in mano pubblica).

Allora si disse che quelle privatizzazioni erano necessarie non soltanto per fare cassa e comprarsi il biglietto per l’Europa e la moneta unica, ma anche per ammodernare il nostro sistema bancario e renderlo più efficiente. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il Mediocredito Centrale (mentre nel resto d’Europa gli Stati si guardavano bene dall’alienare le banche di sviluppo: si veda ad esempio il KfW tedesco).

L’influenza dei partiti, sul Mps come su gran parte delle banche privatizzate, non cessò. Quello che cambiò furono i principi guida dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e della “creazione di valore per gli azionisti”, a sua volta identificata con l’andamento in borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire tutte le “mode” che favorivano la crescita in borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.

A metà anni 2000, la moda prevalente nel sistema bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi banche. Tra fine 2006 e fine 2007 si ebbero le ultime tre grandi fusioni bancarie italiane: Unicredit compra Capitalia; Intesa compra il San Paolo di Torino. E il Monte dei Paschi compra, strapagandola, Antonveneta. L’iniziativa è del management e la Fondazione ne apprende praticamente a cose fatte. Il prezzo pagato è di 9,3 miliardi di euro.

La crisi degli anni successivi colpisce il titolo e mette in luce ancora più chiaramente (ma era già chiaro all’atto dell’acquisto) che la Antonveneta era stata pagata troppo cara: oggi l’intero gruppo ha una capitalizzazione di borsa di 2,6 miliardi (ma anche Unicredit, che assieme a Capitalia valeva 100 miliardi, oggi quota sotto i 25). I problemi del Montepaschi emergono con questo acquisto, che svuota le casse dell’istituto senese. A questo punto, per migliorare i bilanci occultando le perdite (ma al prezzo di maggiori perdite successive) vengono effettuate le operazioni sui derivati di cui si è tornato a parlare in questi giorni. (Che in ognuno di questi passaggi vi siano state vere e proprie malversazioni è probabile, ma non è il punto essenziale). Infine, la crisi del debito pubblico italiano si ripercuote sul Monte dei Paschi, che – per avere rendimenti facili e ritenuti esenti da rischio – aveva acquistato 25 miliardi di titoli di Stato italiani, perlopiù a lungo termine. E quindi dall’estate 2011 viene colpito dal crollo del prezzo di quei titoli. A fine 2011 l’Eba (European Banking Authority) chiede a diverse banche italiane – suscitando un vespaio – di effettuare un aumento di capitale: per Mps la stima del capitale necessario si attesta sui 3,4 miliardi di euro, a cui si aggiungono negli ultimi mesi altri 500 milioni (necessari proprio per coprire anche le perdite dovute all’uso dei derivati).

Veniamo all’oggi: una settimana fa il governo Monti ha deciso di prestare 3,9 miliardi al Montepaschi. Questo prestito sarà rimborsato entro 5 anni. In caso negativo, e solo allora, le obbligazioni dell’Mps acquistate dallo Stato (i Monti-bond) si trasformeranno in azioni della società. Questo però significa che lo Stato non ha alcun modo per verificare che i suoi soldi siano spesi bene. E infatti il 27 gennaio Alessandro Profumo (presidente del Mps), in un’intervista al Sole 24 ore, ha affermato che è esclusa ogni ingerenza politica «perché non è previsto alcun diritto di governance» per lo Stato.

La direzione di marcia preferita dallo stesso Profumo nell’intervista citata è chiara: «Mi piacerebbe avere un socio finanziario di lungo termine… La nazionalità non è un problema». L’obiettivo da conseguire? Una banca «con molte meno agenzie ma una base di clientela importante e ben radicata nei territori, in grado di soddisfare le esigenze delle Pmi e delle famiglie». L’esito più probabile di tutto questo è un Mps che taglia drasticamente i suoi sportelli (e quindi il personale), e che presto o tardi sarà acquisito da una banca straniera. In questo modo il territorio perderà una delle sue banche di riferimento, e un altro pezzo del nostro sistema finanziario (dopo la Bnl, acquisita da Bnp Paribas) se ne andrà all’estero, e sarà comprato a prezzo di saldo.

Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà. Non si è mai andati al di là di prestiti. Questo tabù va rotto.
Con la stessa cifra impegnata nel prestito al Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il paese. Il principio secondo cui una banca non deve accontentarsi di conseguire la massima profittabilità di breve periodo, ma deve poter crescere nel tempo con il suo territorio.

Questo concetto, che in Italia è dimenticato quando non ridicolizzato, è stato ripreso nei Paesi anglosassoni negli ultimi anni: e persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per il credito alle piccole e medie imprese. In Italia oggi abbiamo non meno bisogno di banche pubbliche. Tanto di breve termine quanto – e soprattutto – di credito a lungo termine.

La vicenda del Montepaschi ci insegna come una banca privatizzata possa perseguire un orientamento al profitto di breve termine che si rivela distruttivo, senza per questo perdere i condizionamenti politici e le logiche clientelari che un tempo si rimproveravano alle banche pubbliche. Il prestito a Mps non risolve questi problemi.
L’ingresso dello Stato nel capitale del Mps (direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti), non come socio finanziario interessato a un profitto immediato ma come azionista di riferimento di lungo termine, rappresenterebbe invece il salto di qualità di cui i lavoratori del Mps, i suoi clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del credito.

Fonte: http://www.liberazione.it/news-file/Monte-dei-Paschi–una-privatizzazione-disastrosa.htm

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22 commenti su “Monte dei Paschi, una privatizzazione disastrosa

  1. scusate ma mi domando una cosa..ma quale e’ il problema se fallisce una banca?
    l’alcoa, l’ilva ecc ecc forse valgono meno di una banca?i dipendenti di una banca forse hanno privilegi diversi da questa gente?..non sono ben informato sulla quantita’ di depositi dei risparmiatori presso mps(se qualcuno puo darmi dati giusti sarei grato) ma se si lascia fallire mps e si risarciscono i correntisti dei loro risparmi forse non e meglio?
    ci sara una banca inefficiente in meno sul mercato e molta piu’ attenzione dei correntisti a depositare i loro risparmi verso istituti piu’ “seri”!
    certo si perderanno posti di lavoro e fallira’ una delle banche storiche d’italia(meglio che regalarla ai francesi) pero perlomeno le altre banche si guarderanno dalle loro azioni, perche’ ho l’impressione che questi aiuti di stato sono un deterrente per le banche commerciali a fare le operazioni nell’articolo citate volte a realizzare profitti veloci (derivti ecc)!!
    grazie

    • Secondo i dati riportati dalla stessa MPS, la raccolta diretta a fine settembre 2012 era di oltre 135 miliardi. (http://www.mps.it/Investor+Relations/Dati+di+Sintesi/2012+3Q.htm?pn=0)

      Forse è meglio nazionalizzarla spendendo 4 miliardi che 135 (in borsa ne vale 2,6 mld.).E’ vero che esiste il fondo interbancario di garanzia sui depositi, ma fino a 100 mila euro, ma in caso di fallimento l’attivazione e il rimborso dei correntisti non sarebbe immediato.
      In questa circostanza, anche due tre mesi di attesa, metterebbe in difficoltà le famiglie e le imprese che intrattengono i rapporti con Mps, avviando una corsa agli sportelli e creando seri problemi di liquidità, che porterebbe di fatto alla chiusura immediata dell’operatività bancaria.
      Da ciò seguirebbe la richiesta a chi ha avuto i prestiti da Mps di rientrate immediatamente di quanto dovuto, mettendo in difficoltà imprese, i loro fornitori e i dipendenti, con un effetto a valanga sul tessuto economico del paese.
      Analogamente, le altre banche che vantano crediti verso MPS dovrebbero mettere in conto perdite sui crediti di entità paragonabile (o superiore) al loro patrimonio, innescando seri problemi di liquidità che indurrebbe i correntisti di quest’altre banche a rititare i loro risparmi, amplificando in tal modo una crisi che bloccherebbe il paese, sia a livello economico e finanziario.
      Il sistema salterebbe.

      Quanto all’Alcoa e all’Ilva, siamo innanzi a società che hanno una proprietà assai poco imprenditoriale. Direi speculativa, dato che l’Alcoa è stata lasciata chiudere non perchè perdeva, ma perchè la multinazionale americana avrebbe guadagnato di più da un’altra parte. Mentre l’Ilva, è una società che fa utili, ma il management non ha ritenuto di fare gli investimenti necessari per assicurare un ciclo produttivo compatbili con la salute degli abitanti di Taranto.
      Innanzi a queste situazioni, non sarei contrario ad una loro nazionalizzazione, se si ritiene che l’attività delle imprese sia utile per il sistema paese. D’altra parte, negli USA lo stato è intervenuto per salvare le imprese automobilistiche nazionali (eppure di concorrenti assai più efficienti della GM e della Chrysler).

      • “(eppure i concorrenti assai più efficienti della GM e della Chrysler non mancavano)”

        Chiedo scusa: non avevo completato la frase finale, anche se poteva essere intuibile..

    • senza andare sul tecnico, ti rispondo semplicemente dicendo che non si lascia fallire una banca non per i dipendenti ma per i clienti…
      l’interesse tutelato è quello di migliaia di piccoli risparmiatori che nel fallimento di una banca rischierebbero di perdere i risparmi di tutta una vita…
      la fai facile dicendo di lasciarla fallire e risarcire i risparmiatori. la verità è che se una banca fallisce, i primi a non vedere i propri risparmi sono proprio i piccoli risparmiatori…

  2. banks can only do what regulators and supervisors allow.
    it’s all a failure of government
    and note that a corporate income tax for all practical purposes is state ownership of that % of profits. It’s the ‘direct pipe’.
    So the govt already has both ownership and control of its banks

    • “and note that a corporate income tax for all practical purposes is state ownership of that % of profits.”

      Well, then Govt owns me at XX% because I pay tax on my income. Really, a non sense.

      • yep, mosler is right. in fact there’s a date when you stop working for the government and start working for yourself. maybe u can tell that you are not exactingly working for the govt, since it works for your own good, and public expenditure is private earnings, and so forth, but this is clearly bullshit, expecially in italy today :)

      • “in fact there’s a date when you stop working for the government and start working for yourself. ”

        As Berlusconi once said. Well, but govt gives you health, school, roads, etc. So, you are working for yourself in any case.

  3. Sulla proposta di una nomina diretta e democratica dei vertici delle fondazioni, che lasci fuori i partiti senza far entrare i privati, ho trovato questo vecchio articolo:
    http://www.economiaepolitica.it/index.php/moneta-banca-finanza/rifondare-le-fondazioni-per-gestire-i-beni-comuni/

  4. beh e quando pure Mosler dice che è un fallimento del governo (immagino intendesse: della gestione politica) io qualche domandina me la farei….

  5. Warren, banks are government

  6. Reblogged this on Mauro Poggi and commented:
    Una condivisibile riflessione di Vladimiro Giacché sulla vicenda Monte Paschi, sul sistema bancario italiano e sulle privatizzazioni

  7. La cosa terribile e’ quanto il disastro fosse stato preannunciato da’
    “lunga pezza”.
    Sul ritorno alla distinzione fra le banche che gestiscono il risparmio ed il credito dalle c.d. Banche d’affari si parla da tempo: in genere le campagne referendarie fanno paur.
    :perche non osare almeno una minaccia verso questi potentati finanziari? Temo che avremo sempre torto se continueremo a porci in un atteggiamento reverenziale “col cappello in mano”.
    Con stima e aporezzamento.

  8. almeno nella mia regione, a mio avviso, le banche fino a uno-due anni fa avevano dato il credito praticamente a tutti. Non so dove questa correzione possa portare. Perché se viene delocalizzato tutto il sistema industriale, anche in paesi vicini dell’unione europea che hanno differenti sistemi fiscali e costo del lavoro, diventa facile la tentazione delle grandi banche di andare a cercare profitti altrove.

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  10. No ma mi chiedo: ma come si fa a scrivere tante corbellerie? MPS è una banca, che fino a quando la Fondazione non è stata messa in ginocchio dalla propria ingordigia di dividendi e non ha quindi più potuto partecipare alle iniezioni di capitale nella banca, era controllata dalla Fondazione. Ovvero gli organi decisionali della Fondazione, nominati da Comune, Provincia, Regione di Siena, Università di Siena, Arcidiocesi di (indovinate?!) Siena, decidevano a loro volta la guida della Banca e ne condizionavano le scelte ordinarie e straordinarie. Si immagini questo disegno, guardi: Sindaco/Governatore della Provincia e della Regione/Rettore e Monsignore nominano chi decide nella Fondazione, che nominano chi decide nella Banca. Contemplare le UK FI (ovvero le banche, RBS e Lloyds, nazionalizzate nel 2008) come modello per la situazione italiana è da scapestrati. Cioè, dopo aver lasciato gestire a 4 enti pubblici a nomina politica (molti di questi inutili, ripeto Comune, Provincia etc) – che immagino si debbano occupare di pulire le strade, amministrare la sanità e altre cose simili – dicevo dopo aver lasciato gestire per decenni a questi enti pubblici una banca (per magari logiche di consenso…il dubbio è lecito no?) lei che idea geniale propone? Ma sì NAZIONALIZZIAMO! E lei si immagina cosa succederebbe se un Bersani (o, mi lasci provocarla nel suo terreno fertile, un Berlusconi) da primo ministro ora si trovasse a nominare, assieme al ministro del Tesoro, oltre che i vertici di Finmeccanica (mi perdonerà la sagacia), anche quelli di MPS?

  11. [...] [6]http://keynesblog.com/2013/02/01/monte-dei-paschi-una-privatizzazione-disastrosa/ [...]

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