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Smontiamo i luoghi comuni (2): il keynesismo non è più attuale a causa della globalizzazione?

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La globalizzazione è un fenomeno tutt’altro che recente. In effetti, come abbiamo visto, il capitalismo nasce con le borse in cui si trattavano gli scambi commerciali internazionali.

L’avvento dell’industria nell’800 e i suoi riflessi sul capitalismo globale sono al centro nel primo capitolo del Manifesto di Karl Marx già nel 1848, nel quale il filosofo-economista illustra un mondo globalizzato non così differente da quello che vediamo oggi. Scrive tra l’altro Marx:

“La grande industria ha creato il mercato mondiale, che era stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato una prodigiosa accelerazione allo sviluppo del commercio, della navigazione, di tutti i mezzi di comunicazione. Questo sviluppo si è a sua volta ripercosso sul progresso dell’industria; … Spinta dal bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, la borghesia invade il mondo intero. Essa deve penetrare dovunque, stabilirsi dovunque e impiantare ovunque dei mezzi di comunicazione. Grazie allo sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia dà un carattere cosmopolita alla produzione ed ai consumi di tutti i paesi. [...] Il basso prezzo delle sue merci è l’artiglieria pesante che abbatte qualsiasi Grande Muraglia e fa capitolare i barbari più ostinatamente ostili agli stranieri. Pena la loro morte, essa costringe tutte le nazioni ad adottare il modo di produzione borghese. In altre parole, la borghesia modella il mondo a sua immagine e somiglianza.”

Credere quindi che la globalizzazione sia un fenomeno recente è ingenuo. Tuttavia non è stato un fenomeno privo di conflitti, poiché ogni singola nazione ha sempre cercato di affermare la propria industria nazionale a scapito di quelle di altri paesi, attraverso quella dottrina chiamata “mercantilismo” il cui obiettivo era (ed è, basti guardare la Germania di oggi) il predominio delle esportazioni sulle importazioni. Nasce così la tensione tra liberoscambisti e protezionisti, che risale già al 1600, ma diventa particolarmente intensa nell’800. La teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo (1772-1823) è ancor oggi parte del pensiero acritico sulla globalizzazione.

Keynes dedica un intero capitolo al tema del protezionismo nella Teoria generale, in cui analizza gli effetti del liberoscambismo. Inizialmente a favore di quest’ultimo, Keynes arriva con il saggio sull’Autarchia economica a preoccuparsi degli effetti del libero scambio sulla piena occupazione e sulla capacità di ogni singolo paese di assicurarla al suo interno.

Ma, cosa più importante, Keynes aveva la soluzione che, oggi, appare incredibilmente profetica.

Nel 1944, alla conferenza di Bretton Woods, Keynes propose, in contrapposizione al nuovo gold standard (fondato sui cambi fissi col dollaro e il legame di quest’ultimo con l’oro), una moneta per il commercio internazionale che servisse a regolare deficit ed eccedenze commerciali.

Il Bancor – questo il nome della moneta internazionale concepita da Keynes – doveva essere l’unico mezzo per pagare merci estere. Ogni paese doveva avere un conto in Bancor presso una banca centrale, la International Clearing Union (ICU). Attraverso un meccanismo di incentivi-disincentivi, l’ICU avrebbe costretto i paesi in surplus commerciale a ritornare in pareggio e incentivato i paesi in deficit a fare altrettanto.

E’ molto chiaro quindi che Keynes non credeva affatto nella possibilità che i commerci internazionali si autoregolassero e riteneva che ciò fosse una fonte di instabilità. La regolazione dall’esterno avrebbe inoltre dato fiato anche alle politiche nazionali per il mantenimento della piena occupazione.

La proposta fu bocciata e al posto dell’ICU nacque il Fondo Monetario Internazionale, che, pure disponendo di un sistema simile, non lo ha mai implementato su larga scala, poiché la volontà politica degli USA è sempre stata quella di usare il dollaro come moneta per i commerci internazionali.

Fino al 1971 la parità delle monete con dollaro e di questo con l’oro e la politica monetaria e di cambio in qualche modo controllata politicamente hanno giocato un ruolo importante per la stabilità dei commerci internazionali, sebbene il sistema fosse lontano dall’optimum disegnato da Keynes. Il tasso di cambio fisso veniva infatti compensato dai dazi e dai controlli dei movimenti dei capitali. Inoltre esso si è accompagnato a politiche economiche interventiste in tutto l’Occidente. Ma quando Nixon mise fine a questo pur deficitario sistema, i danni prodotti sono stati molto maggiori, soprattutto in occasione della successiva crisi petrolifera.

Non va inoltre considerato marginale il ruolo degli organismi internazionali (WTO, FMI, Banca Mondiale) che hanno contribuito a disegnare, a partire dagli anni ’70, una globalizzazione basata sulla pressoché totale deregolamentazione dei trasferimenti di capitale, del commercio, del mercato del lavoro.

Recentemente la proposta del Bancor è stata nuovamente avanzata dalla Cina, come risposta alle critiche americane di concorrenza sleale basata sul tasso di cambio. Anche questo dimostra come l’economista britannico fosse estremamente lungimirante, individuando nello squilibrio delle bilance commerciali uno dei principali problemi economici di un sistema non controllato come è quello odierno e contemporaneamente essendo ben consapevole che una regolazione dei commerci internazionali avrebbe favorito le politiche nazionali tese alla piena occupazione.

Se in effetti la globalizzazione ci appare un fenomeno nuovo è solo perché nel secondo dopoguerra, sia pure in modo sub-ottimale, il mondo ha seguito l’idea di Keynes di regolare i commerci e i movimenti di capitale. E’ stato il successivo abbandono di ogni regolamentazione che ha prodotto l’attuale situazione, in cui le politiche di piena occupazione si scontrano con i limiti imposti dall’impossibilità per i singoli paesi di controllare i commerci, i movimenti di capitale e le delocalizzazioni produttive, con il rischio così di alimentare la produzione all’estero, senza risolvere il problema della disoccupazione nazionale. Per alcuni paesi (tra cui l’Italia) è quindi urgente pensare a nuove forme relativamente “protezionistiche”, a partire da politiche di sostituzione delle importazioni che favoriscono la piena occupazione.

Non si tratta tuttavia di dover scegliere tra l’apertura o la chiusura totale delle frontiere. Al contrario, seguendo la lezione di Keynes ciò che è necessario – e l’eurozona è un caso di scuola – è implementare meccanismi di riequilibrio delle bilance commerciali e dei pagamenti che spuntino le armi alle politiche mercantiliste aggressive e reintrodurre i controlli sui movimenti di capitale senza i quali i singoli paesi perdono sovranità nei confronti del capitale globalizzato, come sottolineato ad esempio da Dani Rodrik, autore de “La globalizzazione intelligente”. Il problema è ormai all’ordine del giorno, al punto che lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha recentemente aperto alla possibilità di maggiori controlli dei movimenti di capitale per evitare squilibri che danneggiano i singoli paesi e in ultima analisi la stabilità dell’economia mondiale.

Il pensiero di Keynes è quindi persino più attuale oggi che negli anni ’30.

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4 commenti su “Smontiamo i luoghi comuni (2): il keynesismo non è più attuale a causa della globalizzazione?

  1. La tragedia e’ che niente si fa’ di tutte quelle belle cose di cui se ne vede la necessita’, non si combatte piu’ per raggiungerle, …. cosi’ quasi con certezza matematica, per apportare dei cambiamenti al sistema, ci affideremo proprio a quegli istituti che dovremmo invece eliminare, come il Fondo Monetario Internazionale. Se cio’ accadesse, purtroppo la sostanza non cambiera’!

  2. [...] in campo economico che permetta di mantenere la piena occupazione. Da queste riflessioni scaturì l’idea, che Keynes portò a Bretton Woods, di un sistema monetario internazionale che mantenesse per ogni paese l’equilibrio della [...]

  3. [...] campo economico che permetta di mantenere la piena occupazione. Da queste riflessioni scaturì l’idea, che Keynes portò a Bretton Woods, di un sistema monetario internazionale che mantenesse per ogni paese l’equilibrio della bilancia [...]

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