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Le riforme che non riformano il sistema bancario

Mario Draghi - BCE

Anno agitato per le banche, il 2012. Le crisi restano, gli scandali iniziano ad arrivare in tribunale, le riforme introdotte sono modestissime, l’unione bancaria europea è finta. La politica non riesce a fare i conti con la finanza

di Vincenzo Comito

L’anno che si chiude non sarà certamente ricordato tra quelli da commemorare. Anche per le banche europee il 2012 non è apparso come particolarmente felice; esso ha portato molte turbolenze. La risposta delle imprese del settore non è stata in ogni caso all’altezza della situazione.

Innanzi tutto, neanche il 2012 è stato l’anno della grande riforma del sistema finanziario, da tanti auspicata, ma che nessun governo ha apparentemente voglia di portare veramente avanti. Sono finora maturate ipotesi di riforma molto parziali e settoriali.

Scandali e riforme

Un tema che ha caratterizzato gran parte del periodo è stato quello degli scandali finanziari, dalle vicende legate al riciclaggio del denaro sporco, delle avventure legate alla manipolazione del Libor. A fine anno stanno arrivando le prime, pesanti condanne: apprendiamo in questi giorni che la UBS deve pagare 1,5 miliardi di dollari. Un tribunale milanese ha appena emesso una sentenza sfavorevole a carico di quattro banche internazionali per lo scandalo dei derivati, ed è plausibile che la saga delle manipolazioni e delle truffe a danno dei clienti e dei pubblici poteri continuerà anche l’anno prossimo.

Come alcuni commentatori hanno scritto nel corso dell’anno, si ha la sensazione che il sistema bancario occidentale sia invischiato in una gigantesca frode di tipo sistemico e che gli attori principali del gioco, le banche, i politici, gli organismi di sorveglianza, lo sappiano bene e che comunque tacciano (Wolf, 2012).

A parte il tema degli scandali, nel corso del 2012 si è sviluppata su vari fronti l’agenda delle riforme parziali. In particolare è andata avanti, da una parte, l’ipotesi di aumento dei livelli di capitali propri richiesta da Basilea3, dall’altra, in maniera strisciante, quella di una separazione più o meno netta tra attività tradizionali e attività speculative. Qualche altra riforma sembra in arrivo; una in particolare, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, imporrebbe, in caso di fallimento di una banca, che le perdite non siano scaricate solo sugli stati, ma anche sugli obbligazionisti. Per capire i comportamenti recenti degli istituti bancari bisogna inoltre inserire nel quadro anche i crescenti timori del sistema finanziario ad operare fuori dai propri confini nazionali, in relazione in particolare alle incertezze del quadro economico e politico.

Come ci informa, ad esempio, The Economist (2012), le linee di risposta delle banche europee alle turbolenze ambientali sono andate durante l’anno nella direzione di una riduzione del livello delle attività complessive di bilancio, e questo per diversi trilioni di dollari. Le banche tendono, tra l’altro, ad abbandonare in parte i paesi esteri e in particolare quelli più rischiosi, e a concentrarsi molto più di prima in patria. Inoltre esse stanno riducendo i prestiti alle famiglie e alle imprese e, in particolare, ridimensionano il loro impegno in settori quali l’immobiliare o le infrastrutture e impiegano i fondi molto più a breve termine. Questo spinge, purtroppo, le imprese a ridimensionare i loro programmi di investimento.

La contraddizione appare evidente tra la necessità di aumentare il capitale degli istituti bancari per ridurre i rischi del sistema e, dall’altra parte, le conseguenze negative per l’economia di tale mossa, almeno nel breve termine, in termini di riduzione del credito agli operatori. Siamo presi dunque in una trappola dalla quale non si sa come uscire.

Banche italiane, banche spagnole

Per quanto riguarda le banche italiane, appena sfiorate dalla crisi del 2007-2008, esse sono invece toccate ora dalla ricadute della crisi reale della nostra economia e dalla netta riduzione di alcune fonti di finanziamento tradizionali all’ingrosso. L’anno ha visto gli sviluppi della crisi di alcune banche, dal Monte dei Paschi alla Banca Popolare di Milano, difficoltà indotte da ragioni in parte differenti. Sono fortemente aumentati i crediti dubbi, ponendo minacce rilevanti ai conti economici e alla struttura finanziaria degli istituti. I conti stanno soffrendo anche per il declino dei tassi di interesse e per la riduzione in atto dei livelli di indebitamento. Gli istituti cercano di reagire spingendo in direzione di un taglio dei costi, con la chiusura di agenzie e una rilevante riduzione nel numero dei dipendenti e poi ovviamente con un ridimensionamento nel livello del credito alla clientela. Notizie queste certamente non positive sul fronte dell’economia reale e del lavoro. Ricordiamoci che una volta l’impiego in banca rappresentava uno sbocco almeno quantitativamente importante per tanti nostri diplomati e laureati, insieme a quello nelle molte grandi imprese che ora non ci sono più, o sono in gravi difficoltà.

L’anno ha visto venire alla ribalta i problemi delle banche spagnole. La ristrutturazione del settore ha portato a conseguenze molto pesanti. Solo le casse di risparmio hanno perduto 23.000 occupati e licenzieranno altri 10.000 dipendenti nei prossimi anni. Il livello dei crediti dubbi è salito all’11,2% del totale, e a termine non resteranno sulla scena che 5 o 6 istituti in tutto. Questa situazione da una parte comporterà per i clienti una posizione di maggiore debolezza, dall’altra tenderà inevitabilmente ad aumentare il rischio sistemico del settore (Morel, 2012).

Le turbolenze esterne stanno creando difficoltà anche alle investment bank internazionali. Esse sono progressivamente obbligate dallo sviluppo degli eventi ad avere una situazione patrimoniale con minore leverage, mentre il loro costo della raccolta sta salendo. In queste circostanze le loro vecchie strategie non funzionano più tanto bene. Ecco che la UBS ha annunciato alla fine di ottobre che chiuderà tutto il suo business nel settore, mandando a casa circa 10.000 persone. Ancora riduzioni di personale.

L’unione bancaria

Mario Draghi è stato nominato personaggio dell’anno dal Financial Times. Indubbiamente il banchiere nostrano non è stato certo assente dalla scena. Durante l’anno la BCE prima ha iniettato 1000 miliardi di euro in un sistema che altrimenti stava per andare in agonia, poi ha varato – almeno sulla carta – la OTM facility, per fornire in particolare supporto ai mercati dei titoli pubblici di Spagna e Italia. Ora essa si pone ancora di più al centro del sistema finanziario con l’ipotesi di unione bancaria.

Ma le mosse di Draghi, se danno un certo respiro temporale alla politica, che peraltro continua a brillare per la sua assenza, da sole non bastano certo a salvare la situazione e mostrano comunque debolezze di fondo. Per quanto riguarda l’OTM, le condizioni di accesso appaiono tali che nessun paese cercherà mai di farvi ricorso, se non quando si troverà di fronte ad un disastro certo.

L’unione bancaria, che è stata da poco approvata, dovrebbe vedere nel tempo la creazione di un organismo di supervisione unica a livello di eurozona (Single Supervisory Mechanism, SSM); dovrebbero seguire un fondo per la ricapitalizzazione delle banche, un meccanismo di risoluzione delle crisi e uno schema di assicurazione sui depositi.

Ma per quanto riguarda la risoluzione delle crisi, i tedeschi non vogliono in alcun modo sentire parlare di dover pagare per le difficoltà delle banche di altri paesi, ciò che mina alla base la costruzione. Quindi, almeno per il momento, non ci sarà un meccanismo di risoluzione e non ci sarà quindi nella sostanza nessuna unione bancaria (Munchau, 2012).

Quello su cui ci si è messi d’accordo è su un organismo unico di supervisione delle banche, che toccherà però solo gli istituti con un’attività totale di almeno 30 miliardi di euro, ciò che significa nella sostanza però solo l’1% degli istituti – circa 100-200 banche in totale. Il tutto non appare avere molto senso, dal momento che le crisi di frequente hanno origine nella piccole e non nelle grandi banche, come hanno mostrato a suo tempo le Cajas spagnole, per esempio, o le statunitensi Savings and Loans (Munchau, 2012). Il limite dei 30 miliardi può essere facilmente aggirato, creando delle unità a parte. In ogni caso, invece di un’unione bancaria, si avrà una disunione, con due sistemi molto diversi.

C’è poi la riforma francese del settore, dove è palese la contraddizione tra la volontà di trasformazione scritta nel programma elettorale dei socialisti e le realtà degli interessi e degli equilibri economici. Questo è stato prima reso evidente nel settore industriale con la questione della Arcelor Mittal e la chiusura parziale del sito di Florange, caso in cui abbiamo assistito al sostanziale cedimento del governo di fronte alla multinazionale indiana; ora la cosa si ripete con la riforma bancaria. Questo appare l’amaro risultato di un riformismo molto debole che caratterizza in Europa, sembra ineluttabilmente, i comportamenti dei partiti di centro-sinistra quando vanno al governo.

Così la riforma approvata in Francia va bene anche alla destra – che è tutto dire. La delusione è palpabile. Il governo è accusato alla fine di aver ceduto alla pressione delle lobby bancarie (Michel, 2012) e di aver varato una riforma sostanzialmente di facciata (Daneshku, Carnegy, 2012). In particolare si prevede una divisione solo molto incompleta tra attività bancarie tradizionali e attività speculative, al di qua anche di quanto preveda il pur timido rapporto Vickers britannico o quello Likanen preparato a suo tempo per la UE. Si limita solo in misura minima l’attività speculativa sui derivati e non si limita come promesso l’high frequency trading. Sembra alla fine doversi concludere che con il governo Hollande ormai le coeur n’y est plus. L’eredità che viene lasciata al 2013 nel settore finanziario europeo appare dunque particolarmente incerta e pesante.

Fonte: Sbilanciamoci.info

Testi citati

Daneshkhu S., Carnegy H., France unveils bank reform, www.ft.com, 19 dicembre 2012

Michel A., Les ministres examinent le projet de loi sur la réforme bancaire, www.lemonde.fr, 19 dicembre 2012

Morel S., Le secteur bancaire espagnol achève sa métamorphose, Le Monde, 20 dicembre 2012

Munchau W., Politics undermines hope of banking union, www.ft.com, 16 dicembre 2012

The Economist, Filling the bank-shaped hole, 15 dicembre 2012

Wolf N., This global financial fraud and its gatekeepers, www.guardian.co.uk, 14 luglio 2012

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4 commenti su “Le riforme che non riformano il sistema bancario

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Il sistema bancario dovrebbe essere il punto cardine della prossima campagna elettorale, di tutti i partiti. Invece si sta già cominciando a colpi di agenda e manifesti elettorali, e si chiede sempre a ‘sta povera Italia di adeguarsi…

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