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Uno studente del primo anno di economia potrebbe per favore prendere in mano la politica economica della UE?

economics-paul-a-samuelson-hardcover-cover-artRisolvere la crisi è davvero così complicato? Forse i “professori” non ricordano quello che viene insegnato all’Università al primo anno della facoltà di economia.

di Andrew Watt da Social Europe.

Immaginate uno studente di economia che sostiene un esame introduttivo di macro con la seguente domanda:

In un’area economica la disoccupazione, già ai massimi storici un anno fa, è aumentata costantemente nel corso dell’ultimo anno, almeno di un punto percentuale. Nel frattempo nel corso dell’ultimo anno l’inflazione è scesa, in modo un po’ irregolare. Le autorità pubbliche stanno rivedendo al ribasso le stime di crescita e prevedono una probabile recessione dell’economia nei prossimi trimestri.

A: La politica economica è troppo restrittiva e dovrebbe divenire più espansiva o meno restrittiva.

B: La politica economica è ben calibrata.

C: La politica economica è troppo allentata e dovrebbe subire una stretta.

Ho il sospetto che almeno il 90% degli studenti del primo anno sceglierebbe la A – e probabilmente si chiederebbe perché l’economia ha la reputazione di essere una materia difficile. Il rimanente 10 % fallisce l’esame. O dovrà leggere almeno una parte del materiale del corso prima di ripetere la prova o dovrà considerare di cambiare professione.
Ora, riflettete sui numeri di oggi dell’area dell’euro:

TASSI DI DISOCCUPAZIONE Destagionalizzati (%)
TOTALI

Ottobre 2011 Maggio 2012 Giugno 2012 Luglio 2012 Agosto 2012 Settembre 2012 Ottobre 2012
10.4 11.3 11.4 11.5 11.5 11.6 11.7

Inflazione annuale dell’Area euro (IPCA)%

Novembre 2011 Giugno 2012 Luglio 2012 Agosto 2012 Settembre 2012 Ottobre 2012 Novembre 2012
3.0 2.4 2.4 2.6 2.6 2.5 2.2

E poi, sulle recenti previsioni delle autorità pubbliche:

  • Previsioni di crescita dell’area dell’euro della Commissione Europea (novembre): -0,4% (2012) e 0,1% (2013)
  • Previsioni di crescita dell’area dell’euro OCSE (novembre): -0,4% (2012) e -0,1% (2013)

Dato che il 90% degli studenti di economia del primo anno sarebbe dell’avviso che, tenuto conto delle circostanze economiche descritte dai dati, vi è la necessità di politiche meno restrittive o più espansive, ovviamente la Commissione Europea, nel suo Annual Growth Survey 2013 , pensa che siamo sulla strada giusta e il ritmo delle riforme deve proseguire.

Messaggi chiave

L’economia europea sta lentamente iniziando ad emergere dalla più profonda crisi finanziaria ed economica degli ultimi decenni. Tuttavia, anche se azioni di rilievo sono già state adottate e delle tendenze positive stanno cominciando ad emergere, siamo ancora a una certa distanza dalla ripresa. Per ripristinare la fiducia e tornare a crescere, è essenziale che gli Stati membri mantengano il ritmo delle riforme, e per questo motivo la Commissione raccomanda di concentrarsi sulle stessi cinque priorità che sono state approvate nel monitoraggio effettuato lo scorso anno.

La prima di queste priorità? Praticare il risanamento di bilancio favorevole alla crescita …

Il primo Annual Growth Survey , per il 2011, è stato un vero e proprio disastro e ha svolto un ruolo centrale nel definire le priorità di austerità in tutta Europa. Il suo fallimento al momento era previsto . Purtroppo, sembra che si sia imparato poco da allora. E’ urgente un’alternativa. Uno studente di economia di primo anno è pregato di prendere le redini della politica economica Europea.

traduzione: Carmen Gallus – Voci dall’Estero

 

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16 commenti su “Uno studente del primo anno di economia potrebbe per favore prendere in mano la politica economica della UE?

  1. Il guaio è che vanno a fare i master all’estero, magari dalle parti di Chicago (scuola che negli Usa non viene nemmeno presa in considerazione, fortunatamente)..

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. La crescita ad ogni costo va incontro primo, all’ostacolo naturale per cui in natura nulla si crea (c’ha già pensato Dio, che , come Paganini, non ripete), secondo, al rapporto produzione consumi: per la crescita, bisogna produrre e vendere; ma nessuno può consumare all’infinito! Inoltre, in nome della crescita bisogna prendere macchine che facciano di più in meno tempo e quindi licenziare gli operai di troppo… che ovviamente non possono comprare! Quindi risulta chiaro che ad un certo punto la crescita è insostenibile. Senza contaregli sprechi e le diseconomie prodotte, che rientrano nel PIL ma non producono benessere, nè economico nè sociale; intanto, aumentano l’inquinamento e tutti i guai per l’ambiente e la salute derivati, quindi aumenta il malessere sociale, il quale si riflette anche su quello economico. Quindi, l’alternativa la si può trovare solo capendo il concetto “crescita non vuol dire benessere”.

    • Forse crescita non vorrà dire benessere, ma sicuramente non è una politica recessiva che te lo assicura.

      • Nessuno lo ha detto: non si parla di recessione, ma di decrescita. Non di “rinuncia” o “sacrificio” (riferentesi a cose utili), ma di rifiuto dell’inutile. Per esempio: perché insistere a costruire case su case perché rimangano vuote, non è più logico cercare di fare in modo che tutti possano godere delle case presenti e usare i soldi e le energie per irstrutturare gli edifici cadenti? O anche: perché non si fannno case coibentate, ovvero che consumino meno? elle baite di montagne (e o lo so, perché ci sono stato) d’estate fa fresco senza bisogno di condizionatori, e d’inverno bastano un paio di pezzi di legno bruciati per stare al calduccio… Inoltre, ciò non riduce l’occupazione, perchè anche la decrescita richiede particolari tecnologie, per le quali servono laoratori. Inoltre, per la decrescia si devono sostenere le aziende locali, e ciò aumenta senza dubbio l’occupazione. Questa è la differenza tra la decrescita e la recessione.

      • Potrebbe anche essere la differenza tra una crescita intelligente e sostenibile e la recessione. Poichè le iniziative che invochi, stimolando l’attività economica in quei settori e l’annessa occupazione, faranno crescere il pil.
        O se il pil cresce è un orrore per definizione?

      • Rispondo qui. Non aumentano il PIL: costruire case coibentate riduce il PIL, perchè riduce il consumo di gas nei caloriferi e di corrente nei condizionatori; sostenere le imprese locali, vuol dire ridurre il gasolio dei camion usati per trasportare, e così riduce il PIL; le tecnologie della decrescita sono quelle che permettono di consumae meno, e anche questo riduce il PIL; ristrutturare edifici non aumenta il PIL quanto costruirne nuovi, perché richiede meno materiali e meno energia: se ne richiede di più, si distrugge l’edificio e se ne fa un altro al suo posto. E poi, la ecrescita si collega a un cambio di stile di vita, secondo il ragionamento “rifiuto l’inutile”. Per esempio: devo telefonare, ho un telefono, uso quello. Invece, la logica della crescita è “compra anche se non ti serve”, quindi “devo telefonare, compro un telefono nuovo anche se ne ho uno perfettamente funzionante”. Inoltre, io ho fatto un riassunto veloce, quindi ho tralasciato altre cose. Per una descrizione completa, devi cercare il sito del MDF (Movimento Decrescita Felice) o leggere “Meno e Meglio” di Maurizio Pallante. Il PIL non indica lo sviluppo di un’attività e l’occupazione, bensì la quantità di denaro che scorre per produrre e consumare, comprendendo quindi sprechi e diseconomie e escludendo regali e scambi non monetari.
        Non è la crescita del PIL il problema: il problema è che in genere la si ricollega al benessere, quando non è sempre così. Non si tratta di combattere la crescita, ma di limitarla: la crescita dev’essere accettata solo se porta effettivamente benessere; nel momento in cui essa toglie il benessere, bisogna rifiutarla.

      • Ho la sensazione che costruire case coibentate o ristrutturarle faccia crescere il pil più di quanto riesca il risparmio di gas a ridurlo; ecc. Almeno nell’anno in cui si effettuano questi lavori.
        Dopo di che (salvo il paradosso dell’acquisto compulsivo ogni volta che uno vuole telefonare, ma hai reso l’idea: basti pensare agli i-phone 5-6-7-8 …), apprezzo che non si demonizzi il pil in sè. Occorre piuttosto sviluppare altri indicatori che esprimano il benessere da affiancare al pil. So che ne sono stati proposti diversi, ma non sono ancora così efficaci nel dare una rappresentazione altrettanto sintetica quanto esaustiva.
        In generale, comuqnue, preferirei parlare di crescita sostenibile a decrescita.

      • Probabilmente lo sai gia, ma premetto comunque che il PIL è la somma del valore monetario dei beni prodotti in una data nazione, quindi passo al resto.
        Le case coibentate, riducono il PIL perché riducono l’uso di termosifoni e condizionatori, quindi la produzione dei medesimi, per non parlare di gas e energia.
        Ristrutturare una casa invece di costruirne una nuova vuol dire usare meno energia per i macchinari e meno materiali per l’edificio.
        Il PIL è di per se la somma del valore dei prodotti destinati al consumo; per esempio, un oggetto che funziona bene ma costa poco non aumenta il PIL quanto un altro che funziona poco ma costa molto.
        Inoltre, il PIL tiene conto anche degli sprechi, le diseconomie di scala (il fenomeno in cui l’aumentare della dimensione aziendale provoca un aumento del costo marginale del prodotto e quindi del costo medio della produzione) e tutto ciò che fa girare i soldi, compresi i riciclaggi di denaro da parte delle organizzazioni criminali e la morte delle persone (i funerali costano), oltre che dell’inquinamento. E tutte queste cose portano malessere, economico e sociale.
        Inoltre, nel calcolo del PIL c’è un problema, spiegabile con questo esperimento mentale: prendendo due nazioni in cui la gente prende medicinali solo se è malata, il PIL maggiore è quella con maggior consumo di medicinali, quindi dove la gente si ammala più facimente. Infatti, il PIL aumenta se fai spese inutili, diminuisce se non le fai.
        In compenso, il PIL non considera i servizi e beni regalati o scambiati senza che ci sia un passaggio di denaro, nè quanto viene prodotto per il proprio consumo, nonostante siano tutte cose che portano benessere, a volte più che comprarle (ovviamente, l’autoproduzione ha dei limiti, essendoci oggetti che hanno bisogno di competenze particolari -mobili, computer, telefonini, impanti, ecc…).
        La crescita sostenibile è un paradosso: la crescita richiede uno sviluppo continuo, quindi un consumo di risorse illimitato, che non può convivere con il sostegno della natura. Inoltre, la crescita impone la trasformazione dell’uomo in macchina per produrre e consumare nel minor tempo possibile, producendo quindi depressione, stress, ecc… e formando malessere sociale, quindi non può essere sostenibile. Inoltre, come ho già detto, la crescita, sostenibile o no, richiede di prendere macchinare e licenziare le persone, che non godono di benessere e aumentano il malessere sociale.
        La crescita può sfociare solo in due direzioni: il consumismo sfrenato e il rigore austero.
        Nel primo caso, le persone vengono convinte ad aver bisogno di particolari cose, arrivando a indebitarsi o a procurarselo con il furto e la violenza; inoltre, in questo sistema, le relazioni vengono sostituite dagli oggetti comprati, e quindi il bisogno di avere aumenta, facendo quindi stare male una persona. Il consumismo si basa sull’acquisto anche se non serve.
        Nel secondo caso, le persone devono rinunciare a molte cose in nome della produzione. Gli effetti li abiamo visti. Il rigore si basa sull’evitare e eliminare i debiti e tutto ciò che limita la produzione, anche a costo di produrre disoccupazione a gogò e malessere.
        Con tutto ciò non voglio dire che il PIL sia cattivo, ma che è inutile. E non voglio indicare lo sviluppo sostenibile come sbagliato, ma come impossibile: non si può avere tutto, o una cosa o l’altra. E non voglio dire che con la decrescita saremo in un paradiso, ma che essa è l’unica forma di economia plausibile per la sopravvivenza della nazione e dellla specie umana stessa, oltre che per l’ambiente.

  4. Posso chiedervi, allora, come mai la Svezia e l’Estonia, che hanno fatto politiche di austerità, sono tornate a crescere dopo un solo anno di crisi? E sopratutto, coloro che hanno promosso queste politiche sono stati rieletti, quindi il popolo ha evidentemente apprezzato.

  5. Caro Andrea, mi potresti portare degli esempi di austerità economica in quei paesi associata ad un tasso di crescita??

  6. [...] il fiscal compact sono politiche economiche folli in periodo di recessione mondiale e questo lo sa persino uno studente del primo anno di economia. Tutto ciò è solo malafede. E’ un piano premeditato per distruggere l’apparato [...]

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