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L’accordo sulla produttività non risolverà i problemi che causano la bassa competitività italiana

di Nicola Acocella, Riccardo Leoni, Paolo Pini, Leonello Tronti da Repubblica – Affari e Finanza

Ancora una volta un accordo separato. Un patto che non va al cuore dei problemi e serve soltanto a ridare un respiro cortissimo ad imprese e lavoratori in cambio di una riduzione ulteriore del ruolo del contratto nazionale, di una rinuncia ai già indeboliti meccanismi di difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni, di un nulla di fatto sul terreno dei diritti di rappresentanza. Un’opportunità sprecata di muoversi in una prospettiva di crescita economica sostenibile e di benessere per le future generazioni, superando i fattori progressivi del declino del sistema industriale. L’accordo firmato tra le Parti sociali ad esclusione della Cgil e recepito con entusiasmo dal Governo è un cattivo accordo, sbagliato nella forma e nel merito. Anzitutto, la contrattazione collettiva tesa a creare un circolo virtuoso tra crescita delle retribuzioni e crescita della produttività non può prescindere dalla democrazia sindacale.

La positiva soluzione della questione della certificazione della rappresentanza, dell’esigibilità degli accordi sottoscritti, dei diritti di rappresentare e contrattare è condizione necessaria per il successo degli accordi. I presupposti condivisi stanno nell’accordo del giugno 2011. Occorre darne attuazione, per via negoziale o, in subordine, per via legislativa. In assenza di questo passaggio, la diffusione della contrattazione decentrata sarà frenata dalle immancabili controversie legali. Non è sufficiente che l’accordo del 21 auspichi un’intesa su questa materia: non è con gli auspici che si realizza la democrazia sindacale. In secondo luogo, gli incentivi per la diffusione della contrattazione decentrata e l’estensione delle retribuzioni variabili (detassazione e decontribuzione) sono efficaci solo se si introducono adeguati e verificabili meccanismi di collegamento tra le retribuzioni e specifici risultati d’impresa. Fare riferimento a generiche variabili di produttività e redditività apre la strada ad accordi “cosmetici”, inefficaci e costosi per le risorse economiche impegnate. Alcuni di questi incentivi sono già all’opera dal 2007, con effetti risibili sulla diffusione della contrattazione decentrata.

Meccanismi efficaci per far crescere la produttività e le retribuzioni vanno centrati su variabili differenti, quali: risorse impegnate per l’innovazione tecnologica e organizzativa interna alle imprese; innovazioni di prodotto e di qualità del prodotto; nuove tecnologie di produzione basate sulla Ict; nuovi disegni organizzativi dell’impresa e del lavoro; processi formativi e di addestramento per lo sviluppo delle competenze e la responsabilizzazione del lavoro; processi di coinvolgimento e partecipazione (non finanziaria) dei dipendenti e delle loro rappresentanze nell’organizzazione del lavoro e della produzione (in attuazione dell’art. 46 della Costituzione). Ogni scorciatoia che prediliga tradizionali indicatori di produttività output-oriented lascia la strada aperta a forme di salario variabile appunto “cosmetiche”. In terzo luogo, la strategia che tende a favorire la contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) a scapito di quella di primo livello (nazionale) corre il rischio, stante la ridotta estensione della contrattazione decentrata, di produrre un’ulteriore erosione delle tutele che il contratto nazionale e lo Statuto dei Lavoratori garantiscono al lavoro. Si rischia inoltre di trasformare una quota della retribuzione certa fissata col contratto nazionale in retribuzione variabile e incerta definita a livello decentrato, vanificando l’aumento delle retribuzioni reali necessario a sostenere la domanda interna, a tutto svantaggio non solo dei lavoratori ma del sistema delle imprese e dell’economia nel suo complesso.

Abbiamo a cuore il sistema produttivo italiano, la sua competitività nel contesto internazionale, la sua capacità di creare reddito e benessere sostenibili nel tempo per l’intera comunità. Ma, per costruire un cambio di direzione e imboccare insieme una via di uscita, sono indispensabili l’intero sistema delle imprese e il mondo del lavoro tutto, che non possono sopportare da soli i costi del cambiamento strutturale. L’azione del Governo tesa alla riduzione del carico fiscale sulla produzione di reddito e sul lavoro è altrettanto indispensabile, ma va legata ad incisivi accordi delle Parti sociali sul terreno delle politiche di innovazione tecnologica ed organizzativa, e non deve dare una temporanea ed illusoria compensazione per la rinuncia alle forme di protezione e di perequazione salariale attualmente in vigore.

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2 commenti su “L’accordo sulla produttività non risolverà i problemi che causano la bassa competitività italiana

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Finalmente si comincia a capire il problema ma non si inizia a parlare di valore aggiunto sui prodotti per cui chi produce bulloni ne ha poco e chi produce alta tecnologia ne ha molto. L’Italia produce bulloni,la Germania tecnologia. Ecco la differenza di produttività. Spero che si indaghi in questa direzione e non si continui a parlare di balle.

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