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Teorie economiche e governi tecnocratici

di Francesco Saraceno, senior economist OFCE, Parigi

Le prossime elezioni italiane hanno innescato un interessante dibattito sulle scelte future, e sul ruolo dei governi tecnocratici. Pochi giorni fa la giornalista italiana Barbara Spinelli ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica una magistrale analisi delle difficoltà incontrate da una sfera politica che sembra incapace, o che non ha la volontà, di riprendersi dai tecnocrati il compito di governare, e con questo intendo il diritto / dovere di scegliere tra politiche che comportano diverse conseguenze economiche e sociali.

Per un economista, l’analisi di Spinelli è una fonte di ulteriori riflessioni sul ruolo della scelta nella teoria economica e politica, con conseguenze importanti non solo per l’Italia ma anche per il percorso che la costruzione europea intraprenderà nei prossimi anni.

La seconda metà del ventesimo secolo è segnata dalla opposizione di (almeno) due diverse concezioni di politica economica, la cosiddetta tradizione “neoclassica”, e la teoria keynesiana. La scuola neoclassica, che ha dominato il panorama intellettuale per gran parte del secolo scorso, ha le sue radici nel tentativo fatto nel XIX secolo di costruire una teoria economica più vicina alla fisica e alle scienze naturali che alle scienze sociali. Nelle parole di Henry Moore,

“Nell’ultimo quarto del secolo scorso, gli economisti hanno nutrito grandi speranze nella capacità dell’economia di tradursi in “scienza esatta”. Secondo la visione dei teorici più importanti, lo sviluppo della dottrina dell’utilità e del valore aveva gettato le basi di una economia scientifica con concetti esatti, e sarebbe stato presto possibile erigere sopra il nuovo fondamento una solida struttura di parti interrelate che, nella loro determinatezza e forza di persuasione, avrebbero esercitato la suggestione della severa bellezza delle scienze matematico-fisiche … “

(Henry L. Moore, cicli economici, 1914: p.84-85)

E ‘difficile riassumere in poche righe più di un secolo di sviluppi teorici, quindi spero che mi si perdoni un certo grado di semplificazione e approssimazione. L’approccio neoclassico si basa su proposizioni e teoremi logicamente dedotti da principi universali come la massimizzazione del profitto e dell’utilità, la scarsità, la tecnologia, le dotazioni. In poche parole, il risultato principale della teoria neoclassica è che i mercati, se competitivi e privi di asimmetrie informative (ad esempio, se nessun agente è in grado di ottenere rendite da altri agenti) sono in grado di condurre l’economia sul sentiero ottimale senza un intervento esterno ( l’ottimo, o efficienza paretiana, è in senso ampio definito dagli economisti come l’impossibilità di migliorare il benessere di un qualsiasi agente, senza ridurre nell’economia il benessere di un qualsiasi altro agente). In altre parole, gli equilibri possono essere rapportati a un equilibrio “superiore” a cui l’economia di mercato tende spontaneamente una volta che siano soddisfatte le opportune condizioni. Questo risultato ha una implicazione politica molto forte: l’unico ruolo per la politica economica è quello di fare in modo che le barriere alla libera concorrenza (monopoli, informazione asimmetrica, rigidità) vengano rimossi attraverso le famigerate “riforme strutturali”, in modo che i mercati siano liberi di convergere al percorso di equilibrio ottimale.

Un governo tecnocratico non pone alcun problema per la teoria neoclassica, al contrario. La politica non è deputata a fare delle scelte, ma solo a sgombrare il terreno dagli ostacoli al libero dispiegarsi delle forze di mercato, portando ad uno stato che, per definizione, rappresenta il migliore dei mondi possibili. I tecnocrati sono in realtà preferibili ai politici, non solo perché supposti più competenti, ma anche e soprattutto in quanto liberi da interessi acquisiti e da propensioni politiche, che potrebbero portare a distorsioni degli incentivi di mercato, e più in generale, perché sono meno vincolati dei politici da “catene e vincoli” della democrazia (quelle che il resto di noi chiamano controlli ed contrappesi. Ma questo è un argomento completamente diverso).

Tuttavia, è molto più difficile accettare il governo di tecnocrati se si crede, come è nella tradizione keynesiana, ma anche per gli economisti radicali, che i processi economici siano inevitabilmente caratterizzati da errori e imperfezioni, che siano quelli dei mercati o degli attori politici. Una volta abbandonato il mondo neoclassico dei mercati efficienti, si è costretti ad accettare l’esistenza di una pluralità di possibili traiettorie per l’economia, risultante dall’interazione dei mercati, delle istituzioni e delle politiche pubbliche. Questa molteplicità di percorsi di equilibrio, non necessariamente ordinati in termini di benessere, costringe necessariamente i politici a scegliere una traiettoria particolare e, quindi, tra le altre cose, una delle tante possibili distribuzioni delle risorse tra i diversi attori coinvolti nel processo economico.

In altre parole, se si abbandona l’idea neoclassico/platonica di un equilibrio superiore, diventa impossibile sostenere che vi è uno stato dell’economia “intrinsecamente” migliore degli altri, tale che il ruolo del governo sia solo quello di facilitarne la realizzazione da parte dei mercati. La necessità di scegliere non ammette la vacanza della sfera politica. Per portare avanti le scelte, il governo necessita della legittimità e della serie di priorità che derivano da un processo democratico di delega.

Da questo punto di vista è quasi impossibile immaginare una politica economica di carattere tecnico (vale a dire, che non selezioni una tra le tante possibili distribuzioni di costi e benefici). Prendendo l’esempio italiano, è difficile pensare che le scelte fatte da Mario Monti non avessero alternative. Anche all’interno l’obiettivo del consolidamento delle finanze pubbliche (che trovo discutibile, come si può facilmente vedere dando appena un’occhiata al mio blog), l’onere dell’aggiustamento è caduto più su alcune categorie e meno (o per niente) su altre.

Ma vorrei andare ancora oltre: nessuna architettura istituzionale può essere considerata come non-politica. Un esempio può aiutare a chiarire. Secondo la teoria neoclassica, le decisioni di politica monetaria non hanno alcun effetto (soprattutto a lungo termine) sull’attività reale, che dipende solo dai “fondamentali” dell’economia, come le preferenze e la tecnologia; la politica monetaria influisce solo l’inflazione. Once it figures out the effects of its policies on inflation, a central bank needs to do no further effort. Valutati gli effetti delle sue politiche in materia di inflazione, una banca centrale non deve fare nulla di più. Essa deve solo stabilire una regola per mantenere l’inflazione in prossimità del suo valore obiettivo. Un buon algoritmo computazionale potrebbe essere un eccellente banchiere centrale! Il trattato di Maastricht è impregnato di questa visione, e coerentemente attribuisce alla Banca centrale europea il solo compito di controllare l’inflazione, concedendole una indipendenza dal potere politico, cosa piuttosto rara in altri paesi industrializzati. Lo statuto della Federal Reserve degli Stati Uniti è invece influenzato dall’idea keynesiana che la politica monetaria ha un ruolo nel determinare il livello di attività economica. Lo statuto della Fed impone di perseguire i due obiettivi spesso contrastanti della piena occupazione e della stabilità dei prezzi, contemplando quindi una scelta (più peso sulla disoccupazione o sull’inflazione?) che è intrinsecamente politica. Il ruolo politico della Fed è testimoniato anche dal rigido controllo esercitato dal Congresso degli Stati Uniti, e dalla stretta interazione (a volte lungi dall’essere distesa) che il Governatore ha con  il Presidente  e con il Tesoro. Per riassumere, neppure le istituzioni sono neutrali, e non è un caso che lo statuto della banca centrale risalga agli anni ‘70, dominati dal pensiero keynesiano, mentre il trattato di Maastricht rifletta la contro rivoluzione neoclassica degli anni ‘90.

Oggi, “grazie” alla crisi (in effetti si è trattato di un prezzo estremamente alto da pagare…) il dibattito è di nuovo aperto, e il predominio della teoria neoclassica è messo in discussione da una minoranza significativa di economisti e politici (non molti dei quali vivono a Berlino, Francoforte o Bruxelles, purtroppo). La disputa intellettuale è ben lungi dall’essere risolta, ma, se la credenza fideistica nella supremazia dei mercati potrà finalmente essere abbandonata, ciò richiederà uno sforzo di ripensamento delle istituzioni europee. E ‘difficile prevedere chi avrà la lungimiranza e il coraggio di farlo …

Fonte: fsaraceno.wordpress.com (in inglese)

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5 commenti su “Teorie economiche e governi tecnocratici

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Reblogged this on leanworkspace blog and commented:
    Teorie economiche e governi tecnocratici

  3. Mi piacerebbe un tuo commento a questo articolo

    http://draft.blogger.com/blogger.g?blogID=5650600982167812063#editor/target=post;postID=428131401942652408

    E in particolare al concettto che introduco della variabile tempo e di come le politiche monetarie possano influire enormemente sullo sviluppo o sulla crisi di una nazione.
    Credo che si ricolleghi benissimo a quanto tu stai illustrando su questo blog.

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