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La fine del Washington Consensus

Aspetti! Mi riporti indietro e mi faccia mantenere il punto: “Lo Stato non è la soluzione, è il problema”

Guardando quel che sta venendo fuori dal Fondo monetario internazionale vien da chiedersi che fine abbia fatto quell’insieme di certezze, ideologia e politiche che va sotto il nome di Washington consensus. Dopo quattro anni di austerità senza risultati, perfino il Fondo ha cominciato a mettere in discussione il suo effetto sulla crescita, attirandosi però la critica della teoria economica mainstream.

di Roberta Carlini e Anna Maria Simonazzi, da ingenere.it

L’austerità fa bene, a tutti e per tutti. Il mantra di una generazione di tecnocrati ed economisti messo a dura prova nell’eurozona: dove più si taglia, più cresce il debito in rapporto al reddito. E adesso ribaltato anche dal Fmi di Christine Lagarde.[...] Guardando quel che sta venendo fuori dal Fondo monetario internazionale infatti vien da chiedersi che fine abbia fatto quell’insieme di certezze, ideologia e politiche che va sotto il nome di Washington consensus.

Coniata nel 1989 dall’economista John Williamson per descrivere l’insieme di direttive di politica economica che costituivano il pacchetto standard imposto dalle organizzazioni internazionali con sede a Washington – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America – ai paesi in via di sviluppo che si trovassero in crisi finanziaria, l’espressione è divenuto sinonimo di un approccio economico fortemente orientato al mercato (neoliberismo o fondamentalismo di mercato). La critica alla filosofia del Consensus ha visto schierati i personaggi più diversi: dai politici e economisti eterodossi dei paesi in via di sviluppo, specialmente latino-americani, a finanzieri come George Soros, premi Nobel come Joseph Stiglitz, e accademici. Dani Rodrik, dell’Università di Harvard così ha riassunto l’essenza di questa filosofia in un testo di qualche anno fa:

“Stabilize, privatize, and liberalize” became the mantra of a generation of technocrats who cut their teeth in the developing world and of the political leaders they counseled [1].

Le critiche riguardavano sia il metodo che l’efficacia. Da un lato si sottolineava l’ottusità di ritenere di poter applicare un unico pacchetto di ricette a paesi con condizioni economiche, sociali e istituzionali enormemente diverse; dall’altro si mettevano in discussione gli stessi fondamenti alla base delle ricette: la mancanza di evidenza che mercati del lavoro più flessibili siano in grado di creare occupazione; le gravi recessioni, accompagnate dall’aumento della diseguaglianza e della povertà, conseguenti alle misure imposte, che non aprivano la strada a un maggiore tasso di crescita nel lungo periodo; e soprattutto l’ammonizione che politiche di austerità, se necessarie, dovessero essere adottate in periodi di crescita economica e non in recessione.

Dal 2007, l’ultima volta in cui queste ricette sono state imposte, con esiti disastrosi, ai paesi del sud-est asiatico, qualcosa è cambiato. Sono forse cambiati i debitori: non più un oscuro paese africano o asiatico, ma un paese europeo, seppur impoverito, capace però di innescare una crisi sistemica, dentro e fuori dall’euro. O forse è il cambiamento al vertice del Fmi, con 2 francesi, Christine Lagarde e Olivier Blanchard, rispettivamente direttrice e capo economista del Fondo monetario: dopo quattro anni di austerità senza risultati, perfino il Fondo ha cominciato a mettere in discussione i loro effetti sulla crescita(attirandosi però la critica della teoria economica mainstream).

Infatti, in un recente rapporto che ha fatto scalpore, il Fmi ha ammesso di aver sottostimato seriamente gli effetti recessivi delle manovre di austerità. In termini tecnici, avrebbe cioè sottostimato il valore del moltiplicatore, che misura gli effetti sul reddito di una variazione del bilancio pubblico [2]. (Qui una scheda di rapida lettura per chi voglia sapere qualcosa di più moltiplicatore della politica fiscale). Solo così si può spiegare l’andamento disastroso delle economie dei paesi dell’eurozona, a cui è stato imposto di ridurre il debito con politiche di austerità. I due grafici che seguono ci dicono che le draconiane politiche di austerità attuate dai paesi europei hanno sì consentito di ridurre il rapporto deficit/Pil, ma mostrano anche come la caduta del reddito abbia fatto aumentare il rapporto debito/Pil. Cioè, più si taglia, più il reddito cade, e più il debito cresce in rapporto al reddito.

Questo mostra anche la stoltezza dell’analogia che si sente spesso ripetere, non solo da parte tedesca, fra la famiglia e la nazione: se una famiglia indebitata taglia le proprie spese, può effettivamente ridurre il debito, perché il suo reddito non varia. Non così per una economia, poiché non possiamo considerare dato il reddito: la riduzione della spesa (in questo caso politiche di austerità che riducano la spesa pubblica o aumentino le tasse) infatti porterà a una riduzione del reddito (ed è proprio questo effetto che il Fmi ammette ora di aver sottostimato nel passato).

Errore non banale, e gravido di conseguenze drammatiche, come leggiamo ogni giorno sui giornali. In 4 anni il reddito in Grecia si è ridotto di un quarto. Il tasso di disoccupazione in Grecia e in Spagna è ormai pari al 25%: una persona su 4 fra quelle che cercano lavoro sono disoccupate. Ma ci sono altre conseguenze – sulla salute e sulla stessa sopravvivenza – che la disoccupazione e la crisi fiscale sta determinando. In questi giorni il governo greco ha dovuto varare un’altra dose di austerità come condizione per ottenere il pagamento della tranche di aiuti di 31 miliardi di euro di cui ha un disperato bisogno per evitare il collasso delle banche e per pagare i debiti contratti con i fornitori di beni essenziali, come le medicine.

Abbiamo già documentato come la crisi abbia indotto un aumento dei suicidi. Ora l’incapacità da parte dello stato e dei privati di pagare cure e medicine sta causando la morte delle persone malate, proprio come ai bei tempi del Washington Consensus (si legga questo reportage sull’International Herald Tribune). Solo che a noi fa un po’ più impressione, perché non avviene in un paese sperduto dell’Africa, ma nella vicina Grecia, parte, se pur periferica, del “modello sociale europeo”.
Storie simili si leggono per il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda. Non saremo come la Grecia, ma di questo passo… E’ vero però che in qualcosa siamo simili: per esempio ha fatto un certo scalpore la notizia che sia andata smarrita la lista di residenti greci con conti bancari all’estero, che Christine Lagarde aveva passato al governo greco. E Costas Vaxevanis, il giornalista che l’ha ritrovata e meritoriamente pubblicata invece di essere premiato è stato messo in galera.

Comunque sia, fa notizia che sia il Fmi, che è parte della troika preposta alle negoziazioni con il governo greco, a consigliare che alla Grecia venga concesso un periodo più lungo per attuare il risanamento: di fatto è un’implicita ammissione che le politiche di austerità finora attuate non solo non hanno dato i risultati sperati, ma hanno creato inutili sciagure. Che la Germania, e il rappresentante della commissione finanze dell’Ue, abbiano prontamente smentito la voce di un accordo in tal senso, non fa invece notizia, purtroppo. La ragione? Secondo l’Economist, concedere due anni di tempo richiederebbe di trovare altri 10-20 miliardi e/o la benevolenza della Bce: atteggiamento che la Banca centrale europea, al momento, non vuole o non può permettersi.

[1] “Stabilizzare, privatizzare e liberalizzare” è diventato il mantra di una generazione di tecnocrati che è fatta le ossa nei paesi in via di sviluppo, e dei leader politici che ne seguono i consigli
[2] Questi effetti erano stati già chiariti da Roberto Ciccone, Debito pubblico, domanda aggregata e accumulazione, Aracne, Roma 2002.

fonte: http://www.ingenere.it/articoli/cera-una-volta-il-washington-consensus

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7 commenti su “La fine del Washington Consensus

  1. Resta insoluto in questo pezzo, come nella maggior parte di quelli che sto leggendo sul blog, il problema di come possa uno stato non indebitarsi.
    senza il ristabilimento della sovranità monetaria dello Stato (o comunque di un’autorità pubblica) il problema del debito resterà centrale,

  2. Reblogged this on leanworkspace blog and commented:
    La fine del Washington Consensus

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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