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Servirebbe un protezionismo “di sinistra”

Intervista di Marco Berlinguer
(Pubblico, 20 ottobre 2012)

La missione che si è dato Emiliano Brancaccio – brillante economista napoletano – è quantomai difficile. Nientedimeno che rompere un tabù: quello che si è creato attorno alla dottrina del libero commercio mondiale. La sua tesi è che con la crisi della globalizzazione capitalistica, nei fatti nuove forme di protezionismo e di controllo politico stanno crescendo. E che quella dottrina è in crisi e ormai superata. Ed è tempo che la sinistra se ne accorga, se non vuole che le proposte di limitazione dei movimenti di capitali e di merci – che incontrano crescenti consensi un po’ ovunque, anche in Italia – siano cavalcate soltanto da forze populistiche e nazionaliste.

Il protezionismo sta tornando di moda?

Tra il 2008 e il 2012 la Commissione europea ha registrato 534 nuove misure protezionistiche. Non solo l’Argentina, ma anche colossi come Cina, India, Brasile e Stati Uniti hanno introdotto restrizioni. La stessa Russia ha posto in essere 80 nuove misure protezionistiche, il che la dice lunga sul modo in cui intenderà gestire la recente adesione al WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. L’unica potenza che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è proprio l’Unione europea. Dietro ci sono gli interessi del paese più forte, la Germania, che dal libero scambio trae grandi vantaggi. Tuttavia, man mano che la crisi avanza, anche in Europa e in Italia aumentano i consensi verso misure di controllo dei commerci, di limitazione delle acquisizioni estere e di ripristino della sovranità nazionale sulla moneta. E’ un’illusione pensare di contrastare quest’onda con la solita vuota retorica europeista.

In effetti i segnali di protezionismo non mancano. Lo stesso Marchionne, in qualità di presidente dell’associazione europea dei costruttori automobilistici, ha criticato l’apertura indiscriminata alle importazioni di autoveicoli prodotti in Asia.

Non solo: Marchionne ha pure chiesto alla Commissione europea di governare i tagli di capacità produttiva delle case automobilistiche europee, in modo da lasciare invariate le quote di mercato: una vera e propria pianificazione pubblica europea dei volumi di produzione. E’ una posizione sensata che tuttavia apre una contraddizione, visto che al tempo stesso Marchionne rivendica piena libertà di trasferimento del capitale di Fiat all’estero ed esige dai lavoratori una totale sottomissione alle leggi del mercato. E’ l’ennesimo sintomo di crisi del liberismo e dei suoi ideologi, che da un lato si arrampicano sugli specchi per giustificare i massicci aiuti pubblici ai capitali privati, e dall’altro continuano a pretendere di avere mani libere nello scontro con i lavoratori.

E la sinistra, dice lei, risalta per il suo silenzio.

Per troppi anni ha subito il condizionamento ideologico del liberismo, dell’idea che la globalizzazione capitalistica fosse un dato ineluttabile e in fin dei conti benefico. Quando Fiat, o i vertici di Alcoa o la famiglia Riva – che hanno ricevuto varie forme di sostegno statale – hanno minacciato di abbandonare l’Italia e investire all’estero, Berlusconi e Monti hanno dato loro man forte sostenendo che un’impresa privata deve esser lasciata libera di trasferirsi dove meglio crede. E non mi risulta che da sinistra si siano levate molte critiche verso questa indiscriminata libertà di spostamento dei capitali. Oppure, quando scopriamo che gli impianti che producono carbone e alluminio in Sardegna sono scarsamente efficienti anche perché risultano in larga misura sottoutilizzati, non mi pare che da sinistra siano giunte proposte per tentare di ridurre un po’ le enormi quantità di questi prodotti che importiamo dalla Cina e dalla Germania. Se si lasciano queste tematiche ai soli movimenti nazionalpopulisti si commette un grave errore di prospettiva.

Quello che molti affermano è che il protezionismo provoca danni economici, pericolosi nazionalismi e persino guerre.

E’ un convincimento tanto diffuso quanto privo di evidenze. Il premio Nobel per l’Economia Paul Samuelson, che non era un protezionista, ci ha spiegato che in presenza di disoccupazione il libero scambio crea problemi, non vantaggi. E l’economista di Harvard Dani Rodrik ci ricorda che negli anni Cinquanta e Sessanta sussistevano numerosi controlli sui movimenti di capitali e di merci, eppure lo sviluppo, l’occupazione e la distribuzione del reddito erano molto migliori di oggi, anche perché quei controlli permettevano ai singoli stati di perseguire obiettivi interni, occupazionali e distributivi. Si potrebbe anche ricordare che la massima liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali fu raggiunta esattamente alla vigilia della prima guerra mondiale. E’ dunque proprio un incondizionato liberoscambismo, soprattutto in tempi di gravissima crisi economica, che rischia di alimentare le peggiori pulsioni nazionaliste.

Lei arriva anche ad argomentare che una minaccia “neo-protezionista” da parte dei paesi del Sud Europa potrebbe contribuire a salvare l’unità europea. Sembra un paradosso. Ci spiega meglio?

L’Europa può ritrovare coesione interna solo se mette un freno alla competizione salariale al ribasso e attiva un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale. Per adesso, tuttavia, ci stiamo muovendo in direzione contraria. La Germania ha imposto ai paesi periferici della zona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali. La stessa Banca centrale europea segue questa linea: è disposta a difendere i paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimano ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si dispongano a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. Questa violenta ristrutturazione a guida tedesca trasformerà vaste aree del Sud Europa in deserti produttivi, destinati solo a fornire manodopera a buon mercato alle aree più forti. I gruppi d’interesse prevalenti in Germania sanno che questi processi potrebbero scatenare tensioni tali da indurre i paesi del Sud ad abbandonare l’euro, ma questa eventualità non li spaventa. L’unica vera paura dei tedeschi è che con la moneta unica salti anche il mercato unico europeo, sul quale si fonda la loro egemonia: cioè temono che i paesi del Sud introducano limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa. In Francia si discute da tempo di opzioni simili, ma il governo socialista non sembra disposto a esplicitare una minaccia protezionista. In Italia, per evitare tentazioni, abbiamo addirittura messo un irriducibile liberoscambista ai vertici del governo. La crisi però avanza, i nodi verranno al pettine. Se la sinistra insiste con il suo liberoscambismo acritico, a scioglierli verranno chiamate forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori.

Intervista apparsa sul quotidiano “Pubblico” del 20 ottobre 2012. La riproduzione è consentita citando la fonte.

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7 commenti su “Servirebbe un protezionismo “di sinistra”

  1. La PPP sotintende troppe ipotesi largamente nn/ verificate e di laboratorio ex post l’e:-) videnza empirica dimostra che essa nn e’ vera in assolUto per sino tre Monti ha scritto int tal senso che aspettano i politici di siNistra fategli qualche semiNario d’aggiornameNto sperando ché nn sia troppo tardi augUri…

  2. Ottimo intervento. Ho apprezzato anche la citazione di Rodrik, che e’ stato tradotto da Laterza l’anno scorso.

  3. Interessante l’intervista. Brancaccio, tuttavia, pur essendo un ottimo economista dimostra, come tutta la sinistra, poca, o ideologicamente viziata, conoscenza storica e filosofico-politica. Infatti, lo spauracchio non può essere il nazionalpopulismo. Piuttosto la sinistra dovrebbe riflettere su come recuperare le istanze social-nazionali del nazionalpopulismo. In altri termini, la sinistra deve avere il coraggio di ammettere, come storici e politologi ben sanno, che il “fascismo” (caratterizzando con tale termine ben precisi movimenti politici e regimi: ad esempio tale non sono stati il franchismo o il salazarismo che furono solo regimi nazional-conservatori) è un movimento di sinistra, “giacobino”, scivolato verso la destra nazionalista nel tentativo di fondere insieme socialismo e nazionalismo e di creare un socialismo nazionale. In tal senso “fascismi” furono, oltre al noto regime italiano degli anni trenta (che praticò sostanzialmente una politica keynesiana di intervento pubblico: l’IRI e l’Agip – poi potenziata da Enrico Mattei – furono sue creazioni), il peronismo (di cui l’Argentina della Kirchener è oggi erede), il ghetulismo brasiliano, il nasserismo, il gheddafismo, il baatismo siriano ed iracheno, il kemalismo turco, etc. Persino il nazionalpopulismo castrista rientra nel genere (Ernesto Che Guevara, argentino, iniziò la propria militanza politica nelle file della gioventù peronista). Nel quadro di un socialismo nazionale, come auspicato da quei movimenti, la tutela del lavoro era realizzata anche nella veste del protezionismo. Di un protezionsimo selettivo che dirigisticamente controllasse i movimenti di capitale allo scopo di difendere e sviluppare la struttura industriale nazionale e di difendere l’occupazione. Quindi, messa al bando ogni deriva xenofoba che pur può essere presente nel nazionalpopulismo, se la sinistra non è disposta ad aprirsi sia culturalmente sia politicamente alla riconsiderazione del socialismo in chiave di popolo e di identità nazionale, certi temi come la ricostruzione dell’assetto mondiale intorno a spazi economici autocentrici, temi che nel prossimo futuro potrebbero diventare cruciali se la crisi finirà come inevitabile per acuirsi, saranno di esclusivo dominio dei temuti populismi. Con i quali invece la sinistra dovrebbe confrontarsi per valorizzarne le istanze positive e neutralizzarne quelle negative. Se la socialdemocrazia tedesca degli anni ’30, invece di rimanere legata allo schema internazionalista della sinistra marxista, si fosse fatta portatrice del socialismo come riscatto anche nazionale, oltre che sociale, il nazismo non avrebbe vinto.

  4. Alex, non penso che Brancaccio abbia poca conoscenza storica o filosofico-politica. Penso che lui semplicemente non sarebbe d’accordo con la tua definizione apologetica e frettolosa di “fascismo”.

  5. Riseup,
    frettolosa forse (non si può certo in un post riportare l’intera indagine storiografica di, per fare solo qualche nome tra i più illustri in materia, Renzo De Felice, Emilio Gentile, Zeev Sternhell, Marco Tarchi, Gino Germani, Francesco Perfetti, ed altri storici di valore) ma non “apologetica”. Piuttosto tendente a far aprire gli occhi sulla necessità di non trascurare quanto di buono e di valorizzabile può esservi anche dove meno ce lo si aspetta.

  6. Brancaccio sta semplicemente cercando di rammentarci un fatto: fino alla metà degli anni ’70 TUTTE le forze della sinistra europea, comuniste o socialdemocratiche, prestavano grandissima attenzione alla necessità di tenere sotto controllo le bilance dei pagamenti proprio per evitare che il vincolo esterno deteriorasse la sovranità. Proprio per evitare che i nazionalisti (e i neofascisti) egemonizzino questa fase storica, Brancaccio da’ la sveglia a una sinistra odierna che ha colpevolmente DIMENTICATO quelle sue radici.

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