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Keynes, il mercato del lavoro, l’euro e l’errore di Krugman

Un post sul blog di Paul Krugman è l’occasione per affrontare un argomento a cui abbiamo solo accennato su Keynes Blog.

Gran parte degli economisti che oggi usano l’etichetta di “keynesiani” appartengono al mainstream economico e sono gli eredi di quella che viene chiamata “sintesi neoclassica”, il tentativo cioè di conciliare la Teoria Generale di Keynes con il precedente paradigma degli equilibri generali. I principali protagonisti di questo ampio filone sono stati John Hicks (che poi rivide le sue posizioni), Paul Samuelson e Franco Modigliani. L’attuale versione della sintesi neoclassica viene denominata “Nuova macroeconomia Keynesiana” e i suoi esponenti, tra cui Krugman e Stiglitz, detti “New Keynesians“. Dall’altra parte coloro che invece non accettano la sintesi e invece continuano il programma di ricerca di Keynes sono detti “Post Keynesiani“. A tale scuola afferiscono anche altri filoni di ricerca che ben si conciliano con la Teoria Generale di Keynes (come l’economia sraffiana e kaleckiana).

Uno degli elementi principali della sintesi neoclassica è la spiegazione della disoccupazione come conseguenza di salari e prezzi “vischiosi” (in inglese sticky).

Scrive Krugman:

“Quando Keynes criticò gli “economisti [neo]classici”, egli ha in larga misura argomentato contro l’opinione che la disoccupazione involontaria non esiste – un punto di vista difeso spesso, allora come oggi, da un appello alla consueta logica della domanda e dell’offerta . Se guardiamo il mercato, ad esempio, del grano, e c’è un eccesso di offerta – i venditori vogliono vendere più di quanto gli acquirenti vogliono acquistare – ci aspettiamo di vedere il prezzo [del grano] scendere rapidamente per raggiungere la condizione di equilibrio de mercato. Quindi, se ci fosse davvero un grande eccesso di lavoro, non dovremmo vedere i salari crollare?

E la risposta è no – i salari (e molti prezzi) non si comportano così. E’ una domanda interessante perché [ciò avviene], domanda che deve essere risolta in termini di psicologia e sociologia, ma è semplicemente un dato di fatto che i tagli dei salari nominali si presentano solo raramente e sotto forti pressioni. Così la vischiosità dei salari è una parte essenziale della storia di ciò che sta succedendo con l’economia dal lato della domanda”

Krugman poi spiega che tuttavia non è detto che la riduzione del salario (reale) sia la strategia giusta, in un regime di cambi flessibili (come per gli USA e il Regno Unito). Ma, aggiunge, nel caso europeo è diverso: qui da noi la riduzione del salario è parte del problema.

Vi sono due problemi in questo punto di vista. Il primo è che Keynes non ha nulla a che vedere con la teoria dei salari e dei prezzi vischiosi. Al contrario, la teoria dell’occupazione di Keynes afferma che, anche in presenza di salari e prezzi perfettamente flessibili, non è affatto detto che si torni alla piena occupazione, la quale è determinata dalla domanda aggregata (data dalla somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e domanda estera, al netto delle importazioni).

Richiamare Keynes per suffragare la tesi dei salari vischiosi è particolarmente ironico: tale teoria è simile a quella che Keynes critica nella Teoria Generale, spiegando che gli economisti neoclassici (come Pigou) cadono in errore due volte: la prima nel ritenere che la riduzione del salario nominale (cioè il salario espresso in euro o sterline o dollari)  porti alla riduzione del salario reale (cioè depurato dall’inflazione) che è ciò che conta nella teoria neoclassica del mercato del lavoro (circostanza questa che avviene tuttavia assai di rado). Ma, cosa ancor più rilevante, per Keynes i neoclassici non tengono conto degli effetti della riduzione salariale sulla domanda aggregata. Può facilmente accadere cioè che una riduzione dei salari (o una loro stagnazione) riduca i consumi e quindi la domanda aggregata. E ciò può portare paradossalmente a più disoccupazione, non meno.

Ovviamente tutta una serie di circostanze possono produrre, e in effetti producono, risultati differenti. Ad esempio la Germania ha tenuto fermi i salari e così ha ridotto la disoccupazione, ma ha puntato sul fatto che altri paesi non hanno agito nello stesso modo: ha quindi sostituito la domanda interna con quella estera. Negli USA (e anche in Europa) la domanda negli anni ’90 e 2000 è stata “pompata” attraverso il “credito facile” portando alle cosiddette “bolle”. Il sistema finché è durato ha funzionato, anche se è facile capire che non poteva durare all’infinito. In ogni caso però è sempre stata la domanda a guidare l’occupazione.

Per affrontare quindi il problema europeo, dove esiste un regime di cambi fissi, occorre in primo luogo chiedersi se una riduzione salariale nei paesi periferici possa o meno essere efficace. L’esperienza dice che non sta accadendo.

Il grafico che segue mostra l’andamento del salario reale nei paesi europei: come si nota, dal 2009 il salario reale sta già scendendo. Ma questo non sta portando né al recupero dell’economia né tanto meno al recupero dell’occupazione, anche in presenza di una moderata crescita del salario reale dei tedeschi.

dal blog di Gennaro Zezza, elaborazione su dati database AMECO Unione Europea

Lo stesso Olivier Blanchard ha sottolineato che un “aggiustamento” tra Germania e paesi periferici richiederebbe una svalutazione del costo del lavoro in questi ultimi del 20%. E’ difficile che una caduta di questa portata non generi effetti sulla domanda interna talmente elevati da vanificare l’aggiustamento stesso. Non solo: se la deflazione salariale così pesante portasse a una inflazione negativa dei prezzi, si aggiungerebbe un’ulteriore difficoltà: il valore reale del debito pubblico crescerebbe.

L’aggiustamento non può quindi che poggiare sulle spalle della Germania, la quale dovrebbe aumentare i salari (a partire da quelli dei cosiddetti mini-jobs) fino a compensare la competitività che il cambio fisso ha sottratto ai paesi periferici. Ma – per motivi in parte comprensibili – la Germania e i paesi del “core” non sono disposti a concessioni così elevate che li ostacolerebbero nella penetrazione nei mercati extra-UE. Né sono disposti a “mantenere” i disoccupati del Sud Europa o pagare la reindustrializzazione dei PIIGS attraverso cospicui investimenti.

L’altra strada è il ripristino della leva del cambio, vale a dire l’uscita dall’euro dei paesi periferici e, in prospettiva, forse della stessa Francia.

Tutto ciò ha ovviamente rilevanza riguardo all’aggiustamento delle variabili di prezzo tra i paesi europei. Il problema della crescita non si esaurisce in questo aspetto, ma coinvolge altri fattori, in parte tra loro legati, a partire dagli investimenti, la modernizzazione del tessuto produttivo, la dimensione delle imprese, l’innovazione e la specializzazione produttiva.

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16 commenti su “Keynes, il mercato del lavoro, l’euro e l’errore di Krugman

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Come sempre post impeccabile.

  3. Non ho trovato la fonte del testo citato, perciò forse non riesco a capire pienamente il post, nel qual caso me ne scuso. Tuttavia, leggendo quanto sopra fatico a capire il le due critiche rivolte Krugman. Per quanto letto, egli sembrerebbe condividere con Keynes la critica all’economia neoclassica sulla disoccupazione involontaria, ma non atribuisce a Keynes l’utilizzo della propria modellistica, che è alla base del suo essere neokeynesiano. Citando da “Fuori da questa crisi adesso!” <<non condivido gli assunti sulla razionalità dei mercati che stanno alla base di molti modelli teorici moderni, incluso il mio, e mi rifaccio spesso alle vecchie idee di Keynes; e tuttavia riconosco l'utilità di questi modelli come strumento di analisi"(p.122). Sulla seconda critica -probabilmente è una mancanza mia- fatico a conciliare la critica di una noncuranza di Krugman verso gli effetti delle variazioni salariali sulla domanda con quello che è stato negli ultimi mesi il suo tentativo di spiegare la crisi anche in relazione alla crescente diseguaglianza dei salari ed alla indaguata spesa pubblica destinata dall'amministrazione Obama nell'American Recovery and Reconstruction Act.

  4. Al di là delle dispute dottrinarie, sulle quali non mi pronuncio, anche perché neanche io le ho comprese bene, vorrei soffermarmi sulla parte finale dell’articolo, in particolare su quanto ha detto Blanchard. Secondo questi è necessario una svalutazione del costo del lavoro del 20% dei paesi periferici d’Europa per recuperare la competitività rispetto ai paesi del centro-nord. Per quanto mi sembra di aver capito (anche se tecnicamente di fatto non l’ho mai capito), non conta quanto i salari siano alti o bassi in termini assoluti, ma quanto questi diminuiscono/aumentano nel tempo. Ossia è la dinamica e l’andamento/trend generale in +/- rispetto ad un altro paese che determina l’aumento o la diminuzione di competitività, che si scarica sul tasso d’inflazione. Cioè è sufficiente che i salari diminuiscano, anche di poco ogni anno, rispetto ad un altro paese, per riuscire a superarlo in termini di competitività. Con ciò, non comprendo questa percentuale del 20%. Non sarebbe sufficiente, per esempio, che l’Italia attuasse una politica di moderazione salariale affinché i salari diminuiscano nel tempo rispetto alla Germania? Forse Blanchard voleva dire che nel tempo si dovrebbe recuperare un divario del 20%, per raggiungere una situazione di equilibrio? Forse la risposta me la son data da solo, anche se è “tecnicamente” una faccenda complicata che non ho mai capito. Ad ogni modo, il divario del 20% può essere colmato non necessariamente comprimendo i salari dei paesi periferici, ma anche, contestualmente, aumentando i salari dei paesi del nord, quali Germania, Olanda, Finlandia. Cioè ci s’incontra a metà strada: uno aumenta del 10% e l’altro diminuisce del 10%, sarebbe la stessa cosa… Ad ogni modo, politicamente io la trovo una soluzione inaccettabile! Se questa è l’Europa che “hanno voluto”, dove anziché unire le forze per competere nel commercio globalizzato con i paesi emergenti, ci si fa la guerra commerciale fra europei, oltretutto comprimendo i salari… allora che se la tengano questa Europa!! si sottolinea il verbo che “hanno voluto”, perché pochi cittadini europei si sarebbero espressi favorevolmente a questa Europa se avessero saputo che il prezzo da pagare era lavoro precario, sottopagato o che tendenzialmente è destinato a non aumentare o peggio a diminuire per riacchiappare quello tedesco, che a sua volta per competere, abbasserà di più.. per una infinita corsa al ribasso dei salari. Ciascuno stato europeo dovrebbe puntare a rafforzare la propria domanda interna, anzichè deprimerla tagliando i salari, scoraggiando così le importazioni ed incentivando le esportazioni, ossia una guerra commerciale dentro l’Europa.
    Ho appena comprato l’ultimo libro di Krugman… magari prossimamente ne parliamo?

  5. ho appena letto un articolo interessantissimo che si appiccica al tema di questo articolo e propone anche ulteriori rifflessioni

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003227.html

    L’articolo di G.Ragazzi, in effetti fa riferimento agli squilibri delle bilancie dei pagamenti, al debito privato e all’enorme surplus commerciale dei paesi del nord Europa, ottenuto mediante la rigidità del cambio e la moderazione salariale. Suggerisce l’aumento dell’IVA (che è noto si applica sulle importazioni non sulle esportazioni), per scoraggiare i consumi interni, ma a vantaggio della riduzione del cuneo fiscale, che ridurrebbe il costo del lavoro. Lo trovo un pò arduo con questa misura recuperare il differenziale d’inflazione fra Italia e Germania che è ormai di un punto e mezzo e non ci crede neanche tanto l’autore. Tra l’altro l’operato del governo italiota (e quello precedente) stà cercando di competere su questo versante: aumento dell’IVA e riforma del lavoro. Peccato che la riforma Fornero è venuta fuori un pasticcio perchè introduce maggiori possibilità di licenziamento (che almeno in teoria dovrebbe equivalere a “moderazione salariale”), ma dall’altro prevede dei costi ulteriori per le imprese e soprattutto incertezza su eventuali costi sugli indennizzi, le cui cause sono affidate al giudice del lavoro… con tutte le riserve circa la possibilità delle imprese di valutare tempestivamente i tempi e i costi della risoluzione delle controversie col lavoratore. In buona sostanza la Fornero ha aumentato il costo del lavoro, l’IVA è aumentata, ma per contro non è stato ridotto il cuneo fiscale. Morale della favola: calano i consumi e la domanda, aumento il costo del lavoro (sebbene l’offerta di lavoro aumenta), aumenta l’inflazione e la Germania ci stacca di un punto e mezzo. Complimenti ai professori! Voglio dire.. sebbene non è la politica che piace a me (+IVA-salari), almeno falla bene, così i sacrifici almeno a qualcosa servono! no eehh? niente!

  6. Tanto per completare il mio ragionamento sulla riforma Fornero e sul conseguente aumento del costo del lavoro

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002994.html

  7. Volevo solo ringraziarvi perchè leggendo questo blog mi sembra di iniziare a capire qualcosa di questi tempi, almeno in termini di economia…!

  8. Per indurre la Germania a praticare un aumento dei salari e della domanda ci vorrebbe uno “standard salariale”, come quello proposto da Brancaccio e Passarella. La Linke lo sosteneva, ma la SPD non ne vuole sapere. Non c’è volontà politica. Per cui, non è meglio a questo punto uscire dall’euro?

    • Mah.. a me viene sempre di fare il paragone fra Europa e Stati Uniti. Fare una unione monetaria, a cui non è seguita quella economico e politica è stato un grande errore. I costituienti di questo aborto di eurozona, hanno pensato di fare prima l’euro, nella speranza che i passi per la successiva integrazione sarebbero venuti da se. Ora che si dovrebbero muovere quei passi, prevalgono gli egoismi nazionali, nonostante qualche fuga in avanti da parte di Draghi, per mettere qualche toppa qua e la. La politica monetaria ormai ha provato di tutto e i tassi sono bassi, ma pare del tutto inefficace, se non nel brevissimo termine. Ora attendere una integrazione politico-economica, i cui effetti potrebbero venire fra anni, mi pare siamo in ritardo. Negli USA questa integrazione c’è da secoli. Gli squilibri regionali dei singoli stati americani sono ripianati con ingenti trasferimenti del governo federale. Se la California andasse in disgrazia come la Grecia, non dovrebbe preoccuparsi di fare i tagli mannari di bilancio, ma semplicemente di mantenere il pareggio di bilancio, in quanto interverrebbe il governo federale per garantire il livello di prestazione dei servizi. Questo processo non è così diverso dai trasferimenti compensativi del governo italiano fra Regioni per la spesa sanitaria. In Europa i singoli stati si devono arrangiare a trovare le risorse e l’Europa non ti da un fico secco, a parte prestiti soggetti a forti condizionalità che ti fanno peggiorare (Troika). Oltrettutto gli squilibri regionali USA sono assorbiti da una maggiore mobilità dei lavoratori, che tenderanno a recarsi nelle aree piu sviluppate dove è più facile trovare il lavoro. Questa mobilità in Europa è scarsissima a causa di diversi fattori: per primo le diversità linguistiche, poi la mancata integrazione dei sistemi pensionistici e dei contratti collettivi di lavoro. Se verso i contributi in Italia per 10 anni e poi mi trasferisco in Germania perchè li l’economia tira, perdo tutto i contributi versati. Dovrebbero esserci delle norme per armonizzare il mercato del lavoro ed incentrivare la mobilità intra-europea, unitamente alla fissazione di un salario minimo garantito. Quando la gente inizierà a spostarsi per raggiungere le aree con maggior opportunità di lavoro, si potranno ridurre gli squilibri regionali, accompagnati da una politica fiscale comune, nel senso che il bilancio europeo dovrebbe essere più cospicuo e prevedere trasferimenti del governo federale europeo (magari democraticamente eletto) fra regioni depresse e quelle più fiorenti. Ma questo processo d’integrazione è lungo da riformare, presenta ostacoli politici non da poco e i suoi effetti non si manifesteranno nell’immediato. Nel mentre noi saremmo già belli che bolliti, decotti e anche un pò croccantini! quindi alla tua domanda risponderei si! usciamo dall’euro

  9. Non vi pare una sciocchezza pensare che la soluzione a un problema reale (la maggiore produttività della Germania) possa essere risolto da un giochetto monetario?
    Comunque non c’è alcun problema Euro. Il problema è un livello di debito insostenibile

  10. premetto che io non sono nè un economista nè tantomeno ho fatto grossi studi in materia, in questi ultimi periodi spesso mi pongo delle domande per le quali non ho risposte, magari Voi che siete più informati potreste darmi delle risposte o magari aiutarmi a capire,:
    • se il mercato viene regolato dalla legge della domanda e dell’offerta siamo poi così sicuri che non ci sia qualcuno che può condizionare il mercato stesso?
    • Nel caso che ci sia qualcuno in grado di condizionare il mercato qual’è il ruolo dello Stato sia esso Italia, Germania, Francia, Spagna, Grecia o Unione Europea?
    • Si parla molto di debito ma questo debito di chi è, ma soprattutto sotto quali forme è stato contratto?
    • Perché le grosse Corporation non possono fallire?
    • Se è vero che i Cittadini di uno Stato sono responsabili per il debito pubblico perche gli azionisti delle grandi Corporation non sono responsabili per i danni causati da una cattiva amministrazione?
    Queste sono alcune delle domande che mi pongo mi piacerebbe se almeno per qualcuna di queste ci fosse una risposta.

    • 1) Il mercato il più delle volte non è di concorrenza perfetta, come i principali manuali insegnano, e quindi è fortemente condizionato da oligopolisti e monopolisti (ossia il prezzo è deciso dalle imprese più forti e la domanda si deve adeguare).
      2) lo Stato dovrebbe garantire – se fosse indipendente dalle lobby e dalle sollecitazioni che vengono dalle forze economiche e sociali – che non vi siano rendite di posizione o accordi più o meno sotterranei che favoriscano una parte (il più delle volte le imprese) a scapito dell’altra. Dubito che ciò avvenga.
      3) se parliamo di debito pubblico, è l’accumulo nel tempo dei deficit di bilancio, al netto della quota coperta mediante emissione di moneta. Al debito dello Stato corrisponde un credito, ossia un’attività finanziaria (i Bot o i Btp in Italia), da parte del settore privato o degli operatori esteri. Maggiore è la quota del debito detenuto all’interno del paese, maggiore è “l’indipendenza” del paese.
      4) Se sono istituzioni finanziarie, il fallimento di un grande operatore bancario provocherebbe il panico tra i correntisti, che correrebbero a ritirare i propri depositi. Si innescherebbe il blocco del sistema economico, dato che sarebbero coinvolte (per mancanza di fiducia) anche le altre banche. La corsa alla liquidità renderebbe il sistema illiquido. Le banche, se non fossero sostenute dalla banca centrale, chiederebbero a loro volta alle imprese e alle famiglie di rientrare dei crediti accordati o non ne accorderebbero di nuovi. Seguirebbe un crollo della domanda e della produzione e quindi un aumento della disoccupazione di massa, entrando in un circolo vizioso da cui sarebbe difficile uscire, senza un intervento esterno (intervento pubblico).
      Se sono società non finanziarie, il fallimento è già più frequente e possibile. Rimarrebbe da gestire tuttavia l’impatto sociale dei licenziamenti, tanto più grave quanto più è grande la società, nonchè la necessità di non perdere una quota più o meno significativa dell’apparato industriale del paese.
      5) L’attuale normativa prevede che gli azionisti rispondano solamente del capitale apportato alla società.
      I cittadini non sono “responsabili” del debito pubblico, almeno direttamente, anche se le politiche attualmente in vigore vorrebbero far ricadere soprattutto su certe categorie (le più deboli economicamente e socialmente) i costi del ridimensionamento del debito pubblico.
      Lo Stato può sempre rimborsare il debito espresso nella valuta nazionale (salvo che nella zona Euro). Solo nel caso in cui fosse indebitato verso l’estero e in valuta estera potrebbe avere difficoltà a far fronte ai propri impegni. In tal caso, a mali estremi, si potrebbe ricorre all’estremo rimedio del ripudio del debito o alla sua rinegoziazione. Una simile misura potrebbe anche coinvolgere il debito interno. Ma – come detto – il debito interno è un credito del settore privato interno. Una perdita finanziaria afflitta ai propri cittadini sarebbe pagata politicamente, se il paese ha istituzione democratiche. Se così non fosse, dubito che la classe politica al potere voglia infliggere una perdita alla parte più ricca ed influente del paese (i poveri solitamente non hanno attività finanziarie significative).

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