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Disoccupazione senza speranza

“E’ sempre più probabile che una disoccupazione di lungo periodo, entro i prossimi due anni, diventi un ostacolo per la nostra ripresa economica”.

Ne è convinto Brad DeLong, professore di Economia a Berkeley e già consigliere del Tesoro americano durante l’era Clinton, che lo scrive in un commento su Project Syndicate.

“Al suo culmine, nell’inverno del 1933, la Grande Depressione è stata una sorta di follia collettiva. I lavoratori erano inattivi perché le imprese non li assumevano; le imprese non li assumevano perché non vedevano alcun mercato per la loro produzione; e non esisteva un mercato per la produzione perché i lavoratori non avevano redditi da spendere.”

Con il tempo che passava, spiega DeLong, la disoccupazione dovuta alla mancanza di domanda effettiva, è diventata di lungo periodo: “Il reinserimento dei disoccupati anche in un’economia di mercato ben funzionante potrebbe rivelarsi molto difficile. Dopotutto, quanti datori di lavoro non preferirebbero un nuovo concorrente nel mercato del lavoro a qualcuno che è stato senza lavoro per anni? Il semplice fatto che l’economia aveva di recente subito un periodo di disoccupazione di massa ha reso difficile il recupero dei livelli di crescita e di occupazione che sono spesso raggiunti automaticamente”.

DeLong quindi conclude che “le principali crisi del mercato del lavoro della regione atlantica settentrionale non saranno fallimenti di mercato dovuti alla domanda che potrebbero essere facilmente recuperati mediante politiche più aggressive per aumentare l’attività economica e l’occupazione. Saranno, piuttosto, fallimenti strutturali di mercato dovuti alla mancata partecipazione che non hanno a disposizione cure semplici e di facile applicazione”

Per illustrare il problema ricorriamo alla cosiddetta cosiddetta “curva di Beveridge” (si veda la figura) che mostra in effetti come, dopo una crisi, il mercato del lavoro si riprenda lentamente: nuovi posti vengono creati ma non coperti.

Questo “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro ha varie spiegazioni. Quella che DeLong sembra indicare è il “deterioramento” del capitale umano: più un lavoratore resta disoccupato, meno è appetibile per l’impresa.

L’analisi di DeLong, riferendosi agli USA, tuttavia non è esaustiva. Nel caso dei paesi “deboli” dell’Europa (tra cui l’Italia), il rischio è che a questo fenomeno si aggiunga qualcosa di altrettanto preoccupante: la diminuzione del potenziale produttivo del sistema economico. Non è solo il “capitale umano” a deteriorarsi, infatti, ma anche quello fisico. Fabbriche ferme o a ciclo ridotto, mancato rinnovamento degli impianti, mancato aggiornamento dei software, ecc. sono fenomeni comuni quando, a causa del calo della domanda e in presenza di cattive aspettative per il futuro, gli imprenditori cercano di risparmiare il più possibile sui costi. Un’impresa che chiude lascia dietro di sé una scia di disoccupati, ma anche maggiori difficoltà nel “riattivare” il capitale “degradato” dal tempo.

Accade così che la “disoccupazione keynesiana” (causata dalla mancanza temporanea di domanda effettiva) si trasformi con il tempo in “disoccupazione strutturale”, legata all’insufficienza di capitale impiegato nella produzione. Il che richiederebbe però che lo Stato si faccesse carico di aiutare il sistema economico a recuperare il potenziale produttivo perduto attraverso importanti investimenti, con un impegno economico prevedibilmente maggiore di quello che sarebbe necessario se si fosse intervenuti immediatamente. Non agire nel breve, ha pesanti conseguenze nel lungo periodo.

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5 commenti su “Disoccupazione senza speranza

  1. Il vero problema è che in Italia come in Europa si sta agendo nel breve e anche in maniera considerevole anche se in senso negativo con politiche che stanno facendo sprofondare molto velocemente Domanda e di conseguenza Produzione e Occupazione. A ciò va aggiunto che tentativi maldestri di rilancio dell’occupazione con misure come quella appena varata (credito d’imposta per l’assunzione di soggetti con meno 35 anni di età e in possesso di un dottorato di ricerca) finiranno per mettere ancora di più al margine del mercato del lavoro quei soggetti che rimarranno inoccupati durante questa crisi e non dotati di curriculum formativi elevati. Se a questo aggiungiamo anche gli interventi nel campo universitario che rendono maggiormente costosa la formazione e di fatto comprimono il diritto allo studio ai ceti meno abbienti e alle periferie dei poli universitari la frittata e bella e fatta!

  2. In Italia parte tutto dalla politica e non mi sto riferendo al luogo comune di molti arrabbiati. Lo Stato fagocita la liquidità di famiglie e imprese per pagare uno stato sociale al collasso e alimentare sprechi e privilegi vari. In questo sistema le imprese non assumono e le famiglie non spendono. Lo Stato italiano va azzerato e non me ne vogliano i precari della pubblica amministrazione, ma è meglio che si cerchino un lavoro vero, anche differente dalle loro aspettative perché non verranno mai assunti. Non ci sono i soldi. E si mettano il cuore in pace anche molti dipendenti pubblici “non necessari” (camminatori, uscirei dei palazzi, portaborse ecc..). I licenziamenti saranno d’obbligo.

    • Non mi sembra che il tuo luogo comune sia migliore.

      • Infatti non è un luogo comune (purtroppo), ma la semplice verità. Se non ci sono soldi nessuno verrà più assunto dalla pubblica amministrazione e molti verranno licenziati, soprattutto nelle regioni che hanno sprecato di più, tanto al nord quanto al sud.

      • Forse non ti è chiaro che parli per frasi fatte. Non è vero che non ci sono sono soldi. In termini banali, a maggio, le AAPP avevano oltre 60 miliardi nei conti presso la Banca d’Italia e altre istituzioni finanziarie e monetarie.
        Nella sostanza, le AAPP hanno un avanzo primario di bilancio (non un deficit).
        In termini di politica economica, infine, le AAPP utilizzano i risparmi inutilizzati del sistema privato (gli investimenti sono circa il 50% dei risparmi che si creano).

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