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I giovani e il Decreto Sviluppo

Il recente decreto sviluppo individua un obiettivo giusto: contrastare la disoccupazione intellettuale giovanile. Ma gli strumenti che predispone sono inefficaci e sbagliati perché derivano dal tentativo di coniugare rigore e crescita e da un’impostazione di politica economica interamente declinata dal lato dell’offerta.

di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega on line

Mentre si moltiplicano le voci che danno per imminente la deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea, è partita la c.d. fase 2 della politica economica del Governo (la fase delle politiche per la crescita), attraverso il “Decreto Sviluppo” recentemente approvato. Uno dei tasselli più rilevanti riguarda le misure di contrasto alla disoccupazione intellettuale, laddove di dispone che: “a tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dalle dimensioni aziendali, dal settore economico in cui operano, nonché dal regime contabile adottato, è concesso un contributo sotto forma di credito d’imposta del 35%, con un limite massimo pari a 200 mila euro annui ad impresa, del costo aziendale sostenuto per le assunzioni a tempo indeterminato di: a) personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario conseguito presso una università italiana o estera se riconosciuta equipollente in base alla legislazione vigente in materia; b) personale in possesso di laurea magistrale in discipline di ambito tecnico o scientifico”.

Questa norma nasce dall’urgenza di provare a porre rimedio al drammatico aumento della disoccupazione giovanile (al 37% su fonte ISTAT), soprattutto riguardante giovani con elevato livello di istruzione. Il Rapporto Almalaurea del 2012 fotografa, a riguardo, uno scenario allarmante. A un anno dal conseguimento della laurea, il reddito medio è di circa 1100 euro al mese (il 13% in meno rispetto a dieci anni fa), e, dopo dieci anni di lavoro post-laurea, si assesta a soli 1600 euro al mese Il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli studenti laureati in un corso di laurea triennale nel 2010, è del 68,6%, con una flessione di 9 punti percentuali rispetto a quattro anni fa, ed è di circa il 56% per chi ha conseguito una laurea specialistica. Nell’UE a 27, l’Italia è l’unico Paese nel quale si è ridotta l’incidenza delle professioni più qualificate sul totale degli occupati, facendo registrare – anche su questo aspetto – un rilevante incremento delle divergenze all’interno dell’Eurozona, che Almalaurea data almeno a partire dal 2004, come si evince dalla fig.1.

Si registra anche che una quota significativa di diplomati si iscrive in Università estere.

La norma del Decreto Sviluppo che intende contrastare queste tendenze solleva non poche perplessità, le quali, in larga misura, derivano dal tentativo di coniugare rigore e crescita e da un’impostazione di politica economica interamente declinata dal lato dell’offerta. Ciò per le seguenti ragioni:

a) Le imprese italiane (e ancor più meridionali), salvo rare eccezioni, sono imprese di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e poco innovative. In tal senso, non esprimono domanda di lavoro qualificato (http://www.roars.it/online/?p=9255). In questo contesto, la disposizione in questione è molto rischiosa: poiché alle nostre imprese non interessa assumere dottori di ricerca (ma certamente interessa ottenere crediti d’imposta), cosa assicura che gli assunti non vengano utilizzati per mansioni inferiori a quelle delle quali dispongono? Ovvero, cosa assicura che questa norma non incentivi la sottoccupazione intellettuale, regalando fondi pubblici alle imprese? In assenza di dispositivi di controllo (che evidentemente avrebbero costi estremamente elevati), ci si può, infatti, ragionevolmente attendere che le imprese assumano personale altamente qualificato, per ottenere sgravi fiscali, per poi destinarlo a svolgere mansioni di qualità inferiore rispetto a quelle per le quali è stato formato, con effetti nulli sul tasso di crescita della produttività.

b) Come più volte ribadito dal Presidente di Confindustria, le imprese italiane hanno bisogno di un ampliamento dei mercati di sbocco interni, oltre che di maggiore facilità di accesso al credito. In altri termini (ed è anche per questo motivo che Giorgio Squinzi ha bocciato la riforma del mercato del lavoro del Ministro Fornero), poiché la normativa sulla flessibilità del lavoro, prodotta nel corso dell’ultimo ventennio, ha assicurato alle imprese una rilevante crescita del potere contrattuale nei confronti dei lavoratori, l’imprenditoria italiana non necessita, nelle condizioni attuali, di disposizioni che le consentano ulteriori riduzioni dei salari (e maggiore ‘flessibilità’), ma semmai di provvedimenti che accrescano la domanda interna, dal momento che la crescita della domanda interna comporta maggiori vendite e maggiori ricavi. Con ogni evidenza, il Decreto Sviluppo soffre di questa contraddizione: da un lato, la crescita economica – anche per le associazioni datoriali – non può essere generata né dalla spending review, né da ulteriori “riforme” del mercato del lavoro e tantomeno da riduzioni dei fondi destinati alla ricerca, dall’altro le politiche di austerità si muovono nella direzione esattamente contraria.

c) Il Decreto Sviluppo pare muoversi anche in direzione opposta rispetto alle politiche formative di questo (e del precedente) Governo, dal momento che, incentivando assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori altamente qualificati, incentiva, per conseguenza, il conseguimento di lauree magistrali e dottorati di ricerca. Come è noto, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha recentemente promosso un questionario sul valore legale del titolo di studio, con l’obiettivo – che è parso subito evidente – di procedere alla sua abolizione. Ci trova, di fatto, di fronte a un curiosum per il quale due Ministri di uno stesso Governo, pressoché contemporaneamente, si adoperino – l’uno – perché siano assunti laureati e – l’altro – perché la laurea non abbia più valore legale.

Vi sono, in sostanza, buone ragioni per ritenere che le politiche di contrasto alla disoccupazione intellettuale perseguite con crediti d’imposta siano inefficaci, e che incorrano nel rischio di disperdere risorse pubbliche senza alcun risultato apprezzabile di crescita della produttività. E vi sono buone ragioni per ritenere che ciò che, per contro, andrebbe fatto è semmai cominciare ad avviare politiche industriali che contrastino il nanismo imprenditoriale e che, anche tramite l’aggregazione di imprese, incentivino l’innovazione. In tal senso, il problema (correttamente) individuato nel Decreto Sviluppo – ovvero, la preoccupante crescita della disoccupazione intellettuale – trova soluzione non nell’incentivo ad assumere lavoratori qualificati (dal momento che, nelle condizioni date, ciò potrebbe interessare un numero esiguo di imprese), ma nella riqualificazione della domanda di lavoro espressa dalle imprese. 

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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