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Verso la fine dell’euro. E’ davvero un dramma?

L’Euro non può essere un tabù. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale.

Il disordine regna sovrano in Europa. Se il presidente della Bce Mario Draghi asserisce in un’intervista al quotidiano Le Monde che l’euro è irreversibile, il cancelliere tedesco Merkel si dichiara «ottimista» ma non sicura della sopravvivenza dell’euro. La scorsa settimana l’Eurosistema ha deciso di non accettare titoli di stato emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica come collaterale per ottenere prestiti fino alla «conclusione dell’esame condotto dalla Commissione europea, in raccordo con la Bce e l’Fmi, sui progressi compiuti dalla Grecia»; il Fondo Monetario Internazionale, a sua volta, secondo quanto riportato da autorevoli fonti di stampa, starebbe valutando l’idea di bloccare gli aiuti alla Grecia. Il mese di luglio è ormai trascorso senza che siano state avviate misure concrete per rendere operativo il cosiddetto «scudo anti spread» che era stato approvato alla fine di giugno, con grande risalto mediatico, dai capi di stato e di governo dell’Unione europea.

La prolungata assenza di indicazioni precise, convergenti e realizzabili, oltre che di misure concrete, da parte di coloro che hanno il potere di prendere decisioni rilevanti per i mercati finanziari ha favorito l’attuale drammatica situazione.
Malgrado l’elevatissimo rendimento atteso, le decisioni di disinvestimento dai titoli degli stati periferici dell’area dell’euro sopravanzano sempre più largamente le decisioni di acquisto. Il divario tra il rendimento dei titoli decennali dello stato spagnolo e quelli analoghi tedeschi ha ampiamente superato i 600 punti base, quello sui titoli italiani ha nuovamente valicato la soglia dei 500 punti base; si tratta di livelli insostenibili per le finanze pubbliche e l’economia di entrambi gli stati che incorporano un’elevatissima probabilità di fallimento.
In questa situazione l’Europa e i governi degli stati nazionali non possono più tergiversare. L’economia reale e finanziaria dei paesi periferici dell’Eurozona è in via di smantellamento; in Grecia si intensificano i fenomeni di denutrizione di ampie fasce di popolazione, tra cui tanti bambini; dovunque la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, anche se i salari e le pensioni sono stati drasticamente diminuiti e le tutele sociali smantellate. Il fallimento delle politiche economiche neoliberiste, che in Italia sono sostanzialmente proseguite senza soluzione di continuità rispetto al passato, sollecita un immediato cambiamento negli indirizzi di governo, ma purtroppo è probabile che sia troppo tardi perché possa avere effetto. La situazione è precipitata a un punto tale che in assenza di acquisti di quantità elevatissime di titoli di stato da parte dell’Eurosistema, non si può che predisporre un’uscita ordinata dalla moneta unica.
Non è detto che sia un dramma; l’euro non può essere un tabù. Con l’attuale livello di sviluppo delle tecnologie informatiche e delle reti telematiche, la moneta unica costituisce essenzialmente un mero valore simbolico, perché i vantaggi negli scambi sono trascurabili; viceversa, in assenza di un piano di convergenza verso un’unione istituzionale ed economica, la moneta unica costituisce un insuperabile fattore di rigidità.
L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che in situazioni di squilibrio negli scambi reali e finanziari tra nazioni, gli interventi sul costo del lavoro, anche drastici, tendono ad accentuare gli squilibri piuttosto che a superarli; ciò è stato tanto più vero quando non sono stati accompagnati da efficaci interventi redistributivi del reddito e della ricchezza. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale. Anche sui mercati internazionali gli effetti sarebbero trascurabili perché l’euro è stato finora utilizzato in misura molto contenuta come moneta internazionale di riserva, funzione mantenuta in modo pressoché monopolistico dal dollaro.
Va poi considerato che l’uscita dalla moneta unica potrebbe accompagnarsi al potenziamento del sistema europeo di banche centrali del quale fanno parte gli stati che non hanno adottato l’euro (ad esempio Gran Bretagna, Danimarca, Svezia) per irrobustire il coordinamento delle politiche finanziarie tra i Paesi Ue. Di per sé, l’eventuale ritorno alle monete nazionali non è un ostacolo alla costruzione dell’Europa Unita e agli interventi di rafforzamento delle istituzioni comunitarie in una prospettiva democratica e meno tecnocratica.

di Pitagora da il manifesto del 24 luglio 2012, via sbilanciamoci.info

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19 commenti su “Verso la fine dell’euro. E’ davvero un dramma?

  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Non e’ un dramma , ma una liberazione
    Intanto vedete questo tabella…

  3. Credo che l’uscita dall’euro non sarà per nulla indolore e non sarà per nulla ordinata. Penso che quando si compirà questo passo, non si potrà fare come se non fosse successo nulla, perché vi saranno (e già vi sono) costi sociali enormi. Le relazioni tra gli stati raggiungeranno un livello bassissimo, prossimo alla rottura.
    Qui non stiamo parlando dello Sme, di un sistema di cambi fissi. In quella occasione, l’Italia (che non doveva nemmeno entrarci) vi è rimasta fin che ha potuto, poi ha gettato la spugna. Ma ogni paese manteneva la propria sovranità monetaria, la propria politica economica e la propria legittimazione democratica.
    L’uscita dall’euro comporta il fallimento di un’idea, di un progetto politico. Gli Stati si erano impegnati a cedere la loro sovranità monetaria in cambio di vantaggi che si sono andati, purtroppo, via via affievolendo. A livello interno, i tassi di interesse avrebbero dovuto non discostarsi troppo da quelli dei migliori debitori. A livello esterno, l’euro avrebbe dovuto evitarci i vincoli della bilancia dei pagamenti. Il primo si è sciolto come neve al sole, alla prima crisi seria. Il secondo ritornerà di prepotenza, non appena torneremo alla lira.
    E tutto questo per che cosa? Perché non si è voluto che la Bce agisse come tutte le banche centrali di tutti i paesi del mondo, ossia come prestatore di ultima istanza e che potesse intervenire sui mercati determinando i tassi di interesse. Abbiamo scoperto (?) che rinunciavamo alla sovranità monetaria in cambio di un’autorità monetaria europea inesistente. Peggio: diretta e/o succube di un paese o di un gruppo di paesi, mossi da interessi nazionalistici e non comunitari. Infatti, mentre la Germania, restituisce ai suoi creditori meno di quanto riceve o paga poco più dell’1% su un debito che è superiore in termini assoluti a quello italiano, i paesi sotto attacco si vedono costretti a pagare tassi 6-7 volte (o 24 volte per la Grecia) superiori a quelli tedeschi.
    L’intervento della Bce sui mercati, se fosse permesso, riporterebbe i tassi probabilmente ad un livello più alto di quello attualmente pagato sul debito tedesco. Ma se uno o due punti in più di interesse sono un motivo sufficiente per i tedeschi per dire no ad una Bce investita pienamente dei suoi poteri, perché gli italiani e gli spagnoli dovrebbero dire sì all’euro quando ne pagano il 6-7 punti in più?
    Una cosa del genere non si risolve con una stretta di mano. Le conseguenze politiche saranno devastanti e i tedeschi si assumeranno per la terza volta in un secolo di aver portato l’Europa sull’orlo del baratro.

    • assolutamente no, Giorgio, devo dissentire soprattutto quando scrivi “…A livello esterno, l’euro avrebbe dovuto evitarci i vincoli della bilancia dei pagamenti. Il primo si è sciolto come neve al sole, alla prima crisi seria (e qui hai penamente ragione). Il secondo ritornerà di prepotenza, non appena torneremo alla lira…”
      E’ esattamente il contrario è l’aggancio nominale all’euro che ha prodotto gli squilibri della bilancia dei pagamenti. Ciò che l’articolo pone all’attenzione è che la flessibilità dei cambi consentirebbe una svalutazione delle monete nazionali e conseguentemente una ritrovata competitività del made in Italy, Spain, Greece, ecc e contestualmente un apprezzamento delle valute e dei beni dei paesi che hanno giovato dell’euro e fondato il loro successo economico con l’export (es. Germania). Il costo della permanenza nell’euro è troppo alto, anche uscire ha dei costi (non è piacevole vedere il proprio conto corrente perdere il 20-25% di valore o ritrovarsi il proprio mutuo nominato in una valuta forte… l’euro se soppravviverà… lo so), ma rimanere nell’euro porta ad accettare che prima o poi perdi il lavoro e per riconquistartelo dovrai accettare un salario molto più basso… no, no, non ci stò preferisco pagare pegno oggi, per avere un minimo di certezza un domani.
      Il sogno europeista che auspichi si può costruire anche senza una moneta unica, magari iniziando a rafforzare l’integrazione bancaria, come suggerito nell’articolo.
      Per quanto riguarda Keynesblog, francamente, nutrivo delle speranze che rimanesse l’unico sito che suggerisse scenari alternativi d’integrazione europea. Ho apprezzato le numerose proposte sul tema, ma oggi, la pubblicazione di questo articolo, mi fa crollare l’ultima speranza… a quanto pare.. gira che ti rigira.. anche Keynesblog inizia a valutare una ordinata uscita di sicurezza

      • Facendo riferimento alla bilancia commerciale, il deficit verso la zona euro non è un problema, dato che è espresso in euro. Quello non ci manca. Mentre verso il resto del mondo siamo per lo più in attivo. Ma anche ammesso che fossimo in deficit e che sia espresso in dollari, non è un deficit tale da comportare un taglio alle vene ai piani alti della Banca d’Italia. Inoltre, non si può escludere (anzi, questo era l’obiettivo) che l’euro potesse essere accettato come mezzo di pagamento. In tal modo, viene meno il vincolo esterno che impone una restrizione della domanda interna (che si avrebbe con il ritorno alla lira) per pagare le importazioni (in dollari o in euro-marchi).
        L’effetto che tu descrivi della svalutazione è invece solo parziale. La crescita indotta dalla svalutazione sarà frenata dall’aumento (in lire) dei prezzi delle materie prime e delle risorse energetiche che dovremo comunque acquistare. Se, come è logico, tali aumenti saranno trasferiti sui prezzi finali avremo che, oltre all’erosione dei redditi interni, le imprese non avranno alcun vantaggio dalla svalutazione, a causa dell’aumento sottostante delle materie prime.
        Quanto ai debiti espressi in euro (tanto per il debito pubblico come per i mutui) è auspicabile che siano convertiti in lire per legge, come sono stati convertiti in euro quando abbiamo aderito alla moneta comune. Altro discorso è a quale tasso avverrà la conversione. La meno traumatica, a prima vista, è una conversione di un euro = una “nuova lira”. Ma da lì in poi, il vincolo esterno tornerà ad esercitare tutta la sua influenza, poichè non avremo più l’euro e non abbiamo mai avuto i dollari. Dovremo quindi tentare di avere una avanzo delle partite correnti in valuta estera (che solitamente è ottenuto con la compressione dei redditi interni, che limitano la domanda interna e l’import e favoriscono le esportazioni grazie alla “moderazione” salariale) per pagare le importazioni fondamentali per il paese e il sistema produttivo.
        Le svalutazioni competitive in determinate circostanze possono essere utili per allentare la tensione interna. Ma non risolvono i problema di competitività del nostro sistema produttivo ed economico. Non l’hanno risolto in passato e non lo risolveranno in futuro.
        Quello che manca a questo paese è una vera politica industriale. Purtroppo è stata abbandonata molto tempo fa, sull’onda delle sirene del liberismo e del meno stato e più mercato. Sono state smantellate le imprese pubbliche (quelle rimaste si contano nelle dita di una mano), ma il sistema capitalistico italiano è stato incapace di intraprendere un sentiero di crescita e di sviluppo. Oggi ne paghiamo le conseguenze. Con l’uscita dall’euro, riguadagneremo la sovranità monetaria, ma temo che le politiche economiche non cambieranno. Cambieranno i suonatori, ma la musica sarà la stessa.
        A quel punto la delusione sarà fortissima e gli sviluppi politici e sociali saranno (im)prevedibili.

  4. [...] Continua a leggere » Like this:Mi piaceBe the first to like this. [...]

  5. Quando ci siamo sganciati dallo SME l’inflazione in Italia non è aumentata, anzi è lievemente calata. L’osservazione di casi analoghi, come l’Argentina, non dimostrano affatto che alla svalutazione segua inflazione. La svalutazione della moneta rende conveniente le esportazioni e meno conveniente le importazioni, e di per se sarebbe sufficiente per riequilibrare la bilancia dei pagamenti e nel breve medio periodo anche il saldo delle partite correnti, confidando che l’Italia non è la Grecia o l’Argentina, abbiamo una certa propensione all’export e un settore manufatturiero competitivo (ancora per poco). La possibilità di utilizzo del deficit spending potrebbe aiutarci, eventualmente a recuperare anche un pò di domanda interna. Ma il crollo della domanda interna è una conseguenza fisiologica della svalutazione e non credo sia logico per un governo, che ritorni alla propria valuta, forzare ulteriormente la compressione dei redditi con la moderazione salariale. Quando dici “….tentare di avere una avanzo delle partite correnti in valuta estera (che solitamente è ottenuto con la compressione dei redditi interni, che limitano la domanda interna e l’import e favoriscono le esportazioni grazie alla “moderazione” salariale)…” è l’unico modo per avere un maggior export attualmente nell’eurozona, perchè se vuoi fare una svalutazione competitiva nell’eurozona o “svaluti i salari” o svaluti la moneta. Poichè nell’eurozona non si può svalutare la moneta, puoi solo “svalutare i salari”, come ha fatto la Germania.
    Io ne ho abbastanza, il pareggio di bilancio in costituzione mi ha fatto storcere parecchio il naso, ora il fiscal compact… mi pare un prezzo troppo alto per continuare a barattare un 20-25% di trattenuta nel conto corrente. Quello che mi spaventa non è la conversione dei mutui che saranno automaticamente rinominati in lire, ma le singole rate che, se ho capito bene costeranno 20-25% in più?

  6. Non vi è nessun motivo per avere una “trattenuta” sui saldi di conto corrente (salvo provvedimenti come quelli di Amato), almeno da una conversione dall’euro alla “nuova lira” o all’euro-lira.
    La perdita di valore conseguente ad una svalutazione, inevitabile dopo l’uscita dall’euro, deriverà dalla crescita dei prezzi delle importazioni difficilmente sopprimibili, come le risorse energetiche. Se non vi sarà un meccanismo di difesa degli stipendi e dei salari dall’inflazione importata, i redditi reali delle famiglie si ridurranno per questa via. Non so se sarà del 25%. Certo non sarà una passeggiata.
    Quanto alle rate dei mutui, se sono a tasso variabile, potrebbero aumentare (per la quota interessi) anche prima di uscire dall’euro, visto come stanno andando le cose. Ma dubito che, dopo l’uscita dall’euro, i tassi potranno migliorare.

    • Nessuno ha capito il bluff… L’ Italia è la terza economia dell’ eurozona, il terzo pilastro dopo Francia e Germania, se noi usciamo dall’ euro non ci sarà nessuna svalutazione per un motivo semplice, perchè l’euro sarebbe morto, a questo punto a Germania e Francia non converrebbe più tenersi la moneta unica, si scatenerebbe una reazione a catena… L’euro e’ un castello di carte non l ‘ avete capito??

    • Non intendevo una trattenuta del 25% sul conto corrente come quella di Amato, ma appunto l’effetto della svalutazione, che alcuni stimano del 20-25%. Ti ripeto che svalutazione e inflazione sono due cose diverse e non necessariamente potrebbe generarsi inflazione dalle importazioni di materie prime, quali risorse energetiche. Nessuna inflazione si è generata dall’uscita dell’Italia dallo SME. Inoltre nell’economia le importazioni possono essere più care e diminuire, ma se aumentano le esportazioni (uno sconto del 20% per i compratori esteri è appetibile?), l’importante che il saldo commerciale sia positivo. E poi finalmente ci potremo gestire la nostra sovranità monetaria senza vincoli di bilancio (dopo aver trasformato il pareggio di bilancio nella costituzione in carta da … bagno). E’ un argomento molto complesso e fra gli economisti sono pochi quelli che descrivono scenari di ritorno alle valute nazionali. Sarebbe interessante approfondire l’argomento.
      Comunque come suggerisce l’intervento successivo di Jean Sebastian, se l’Italia esce dall’euro, crolla tutto il sistema della moneta unica, quindi svaluteremo rispetto a che?

      • Non è che se usciamo dall’euro,il resto del mondo e le loro valute non esistono più. Che rimanga l’euro (senza l’Italia) o che si ritorni tutti alle valute nazionali, la svalutaizone della lira sarà in rapporto alle altre valute: euro o marchi, dollari, ecc.
        Temo che vi stiate cullando su ipotesi del tutto fantasiose, da cui – se non si è consapevoli delle conseguenze – vi risveglierete molto dolorosamente.
        Riporto alcuni passi tratti dal sito di Brancaccio, che è un sostenitore convinto dell’uscita dell’euro, ma che consapevolmente scrive:
        “Sussistono numerose evidenze del fatto che uno sganciamento da un cambio fisso e una successiva svalutazione possono coincidere con una riduzione dei salari reali e della quota salari tutt’altro che trascurabili. Naturalmente, va ricordato che dal crollo dello SME al 1998 in Italia i salari reali rimasero quasi stazionari, e in Spagna e Francia aumentarono persino leggermente. Ma bisogna anche tener presente che le quote salari di quei paesi si ridussero in misura consistente: in Italia, in particolare, la caduta fu pesantissima, dal 62% al 54%. Qualcuno forse ritiene che in fondo conti solo il salario reale, e che la quota salari non sia importante? Spero che nessuno si azzardi a pensarla in questi termini: la dinamica delle quote distributive è forse l’indicatore chiave del cambiamento nella struttura socio-politica di un paese. Il fatto che in Italia quel crollo della quota salari sia avvenuto in concomitanza con una perniciosa mutagenesi del ruolo del sindacato non è certo casuale. Per giunta, tornando ai salari reali, si dovrebbe tener presente che l’arco 1992-1998 coincide in realtà con una transizione da un regime di cambi fissi ad una ancor più stringente unione monetaria, per l’ingresso nella quale si richiedeva una convergenza verso una nuova parità di cambio (ossia l’euro, ndr). E’ evidente allora che l’inflazione fu contenuta anche in virtù di quella convergenza!”
        Ed aggiunge:
        “faremmo bene a cautelarci, esigendo: 1) una indicizzazione dei salari, 2) un ripristino dei controlli amministrativi su alcuni prezzi “base” ed anche 3) una politica di limitazione degli scambi che ci aiuti a governare meglio le fluttuazioni delle valute. Chi si ostina a eludere questo problema deve capire che così non aiuta la transizione ma la ostacola”.

        Quindi attenzione a ciò che proponete. Mi sembra che sottovalutiate alcune conseguenze, i cui effetti saranno devastanti, se non ci sarà un assetto politico che sia disposto a prendere in considerazione le contromisure indicate da Brancaccio.

  7. La risposta a Brancaccio del Prof.Bagnai,

    http://goofynomics.blogspot.it/2012/07/caro-emiliano-ti-scrivo.html

    Io non ho gli strumenti e le conoscenze per approfondire il tema, ma non mi pare che ci sia uno sforzo da parte degli economisti italiani di spiegare e disegnare scenari futuri senza l’euro, salvo qualche rara eccellenza. Non credo che questa unione permarrà a lungo, si disintegrerà presto, quindi sarebbe appena il caso che gli economisti la piantassero di difendere questa assurda costruzione euro-pea e iniziassero a spiegarci cosa succederà poi… perchè succederà.
    Quello che trascuri, caro Giorgio, nei tuoi molto spesso condivisibili interventi, è l’ammontare complessivo del debito. Eurobond e BCE prestatrice di ultima istanza possono agire solo sul debito pubblico, ma come la mettiamo sul crescente indebitamento di famiglie ed imprese cresciuto da quando è stato introdotto l’euro? e gli squilibri regionali fra nord e sud? Anche in Italia nonostante un unica moneta permangono enormi squilibri regionali. Pensi che gli stati del nord finanzino la crescita del sud con ingenti iniezioni di spesa pubblica? ma de che… se non attuano neanche i project bond o mini-bond, figuriamoci mutualizzare i debiti e unificare i bilanci europei, col pericolo di una sciaguratissssima inflazione. Il sogno europeo è tramontato dietro una montagna di bugie e falsità di una squallida tecnocrazia oligarchica, fuori dal controllo democratico di istituzione non elette. Io non voglio ulteriori “integrazioni” europee decise da oscuri consessi trasnazionali che non si capisce a chi rispondono, tanto più se per integrazione s’intende fiscal compact e pareggi vari di bilancio, controllo dell’inflazione e …il resto lo sai
    Se c’è da pagare pagherò, d’altronde la libertà ha sempre avuto un prezzo!
    con ciò passo e chiudo, non sono all’altezza di sostenere argomentazioni così complesse (dal punto di vista economico s’intende) a cui rimando nel blog sopra citato, nella speranza che sempre più economisti (vuole essere anche uno sfacciato appello a Keynesblog) ci aiutino a capire le conseguenze di una drammatica scelta di un’uscita dall’euro. Ciao

  8. Ho letto l’intervento di Bagnai segnalato da Alessandro.
    Il suo, come quello di Brancaccio, hanno la tendenza fastiodiosissima per chi legge (e non è del “mestiere”) di voler apparire come le “prime donne”.
    Molto spazio per dire “io l’ho detto per primo, tu sei arrivato adesso” (Bagnai). Al che si replica “io sono più avanti di te, infatti indico anche come fare” (Brancaccio).
    Direi che le questioni personali potrebbero essere risolte anche privatamente, se proprio ci tengono a disquisire sui puntini sulle ” i ” (oltre che internet, esiste anche il telefono).
    E’ bene che al pubblico (e un blog o un sito, sia pur personale, è uno spazio pubblico) giunga la polpa del dibattito: uscire o no dall’euro? Se si, come? Tutto il resto è fuffa a cui non interessa nulla a nessuno, a parte le “prime donne”.
    E’ curioso ad esempio che si paventi che, se non si fa come dice Brancaccio, gli economisti di sinitra che non condividono la sua impostazione finiranno per lamentarsi del sopravvento dei liberisti (e Bagnai accusa Brancaccio di occuparsi di merletti). E tutti e due sono d’accordo per uscire dall’euro!
    Qual è l’effetto per chi legge? I polli di manzoniana memoria.
    Mentre sono lì che si tirano bordate, se e quando si uscirà dall’euro, vinceranno comuqnue i liberisiti se questi sono i presupposti.
    E’ lodevole l’impegno di impegnarsi in pubblico e non solo dentro le aule universitarie. Ma se dovete trasferire all’esterno le vostre beghe accademiche, beh … era meglio evitare. Confermereste solo il luogo comune sugli economisti: quando tre economisti discutono su un problema hanno almeno quattro idee diverse. Lasciando in tal modo campo libero a chi ha le idee ben chiare e sa cosa vuole (dentro o anche fuori dall’euro), ossia alla destra e ai lberisti da strapazzo.

    .

    • Vabbè Giorgio, tralasciando le prime donne, ti consiglio vivamente di leggere tutti i post del prof. Bagnai dal primo ad oggi (è un lavoro lungo, ma molto interessante.. io non ho avuto tempo di leggerli tutti… ma lo farò). Il pensiero keynesiano è trattato in maniera similare da diversi economisti, anche se arrivano a conclusioni talvolta simili, talora opposte, stà al nostro modesto senso critico tirare le fila del discorso, almeno per capire come comportarsi alle urne…
      Non per essere ripetitivo, ma ho trovato Keynesblog uno dei pochi siti che, nello smascherare l’inutilità delle misure finora adottate a livello nazionale ed europeo per risolvere la crisi, ha disegnato scenari per una integrazione europea utile al superamento dei problemi dell’eurozona. Credo sia utile sapere quali misure adottare per superare la crisi che attanaglia l’Europa, ma sarà il caso di continuare ad inseguire un sogno europeo così ambizioso, quando manca la volontà politica di perseguire anche i più piccoli obiettivi d’integrazione? Il problema è politico! mettere insieme 17 o 27 paesi o bilanci, che adottino tutti modelli Keynesiani è al momento impossibile, ergo iniziamo anche a parlare di un’uscita ordinata, prima di essere costretti ad uscire a seguito di un default, al prezzo di enormi disastri sociali. Parliamone.. vorrei saper distinguere, con un certo margine di certezza, fra terrorismo psicologico di chi paventa un disastro economico dopo l’uscita dall’euro e chi invece spiattella quali potrebbero essere le conseguenze e i costi (circa) del ritorno alle valute nazionali. Nessuno penso possa prevedere i costi di tale operazione, ma almeno ci si può arrivare all’incirca meno quasi. E’ meglio essere pronti, giacchè un uscita dall’euro, visti i dati degli ultimi mesi, non è più un’ipotesi da scuola

  9. La Road Map per l’usicta dall’euro:

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/draghi-stampi-o-lasci/

    Solo una osservazione sul finale (fondamentale) dell’exit strategies.
    Se la risposta della Germania e dei suoi alleati fosse per l’affossamento dell’euro, una volta che vengono messi con le spalle al muro, le dimissioni di Draghi a fronte di un rifiuto alla Bce di intervenire in funzione anti-spread saranno il primo passo per un’uscita disordinata.
    C’è poco da fare, se la Germania non cede (e non ha motivo di cedere fino al 2013 e forse neanche dopo), la rottura non può essere indolore. Perchè è dettata da logiche egoistiche-nazionalistiche, se non razziste.
    La rottura sarà inevitabilmente traumatica e drammatica, più politicamente che economicamente (una volta conquistata la sovranità vi sono sempre gli strumenti per “contenere” gli effetti avversi dei mercati finanziari, sempre che vi sia un personale politico di elevato livello e che sia consapevole delle scelte che si faranno, cosa di cui dubito fortemente).
    La spaccatura politica in Europa sarà definitiva. Cosa succederà dopo non è dato sapere. Ma come dice Krugman ” tra pochi anni l’Europa potrebbe essere un posto molto differente dalla gentile alleanza di nazioni democratiche che tutti noi conosciamo e amiamo”.

  10. a proposito di debiti rinominati nella valuta nazionale, trovo utilissimo questo articolo

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003118.html

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