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L’austerità oggi come nel ’29. L’Italia e l’Europa tra Churchill e Keynes

Capita spesso di leggere commenti di politici ed economisti i quali sostengono che Keynes è “superato”. La cosa divertente, e tragica al tempo stesso, è che l’alternativa – ovvero l’austerità più o meno “espansiva” – è ben più vecchia di Keynes e affonda le sue radici nella teoria neoclassica-marginalista, incarnata a livello politico da quella “Treasury View” che Keynes criticò e confutò scientificamente nella General Theory. Giorgio Lunghini ci offre un’utile ricostruzione che evidenzia le differenze teoriche e politiche tra la “nuova” visione keynesiana e il “vecchio” punto di vista del Tesoro. Dopo 80 anni il dibattito è ancora grosso modo lo stesso. Sarebbe bastato non mettere Keynes nel dimenticatoio per non ripetere gli errori di allora. 

di Giorgio Lunghini da il manifesto del 8.4.2012

In Europa e in Italia domina ancora la Treasury View, quel punto di vista del Tesoro britannico che nell’infausto ’29 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, aveva sostenuto con determinazione: «Quali che ne possano essere i vantaggi politici e sociali, soltanto una assai piccola occupazione addizionale, ma nessuna occupazione addizionale permanente, possono essere create con l’indebitamento pubblico e con la spesa pubblica». L’argomento addotto è che qualsiasi aumento della spesa pubblica sottrae un pari ammontare di risorse agli investimenti privati: se il governo si indebita, allora entra in concorrenza con il settore privato, assorbe risorse che altrimenti avrebbero potuto essere investite dall’industria privata e dunque non si avrà nessun effetto netto sul livello di attività. Oggi non ci si ricorda invece che nel 1936 era uscita la General Theory of Employment, Interest and Money di J. M. Keynes, che della Treasury View e del suo fondamento neoclassico costituisce una critica radicale, con particolare riguardo alle determinanti dell’occupazione.

La Treasury view è corretta soltanto in un caso: quando l’economia è già in una situazione di piena occupazione, così che la spesa pubblica spiazzerebbe gli investimenti privati; si noti però che se ci fosse già la piena occupazione non ci sarebbe bisogno di nessun intervento dello Stato. In una situazione di disoccupazione, soprattutto se la disoccupazione è elevata come è oggi in Italia, lo Stato dovrà invece intervenire e ciò potrà fare indirettamente o direttamente. «Lo Stato dovrà cercare di influenzare la propensione al consumo, in parte mediante l’imposizione fiscale, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Tuttavia sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci all’occupazione piena; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata».

La teoria neoclassica nega invece che possa esserci bisogno di un intervento diretto dello Stato, perché postula che il sistema economico è in grado di autoregolarsi; e in particolare assume che la flessibilità del mercato del lavoro sia condizione sufficiente per fare aumentare l’occupazione fino al livello della piena occupazione. Questa è l’unica ragione seria, ma analiticamente infondata, per mettere al primo posto dell’agenda del governo la riforma del mercato del lavoro. Così come i provedimenti di liberalizzazione di tutti gli altri mercati e i tagli della spesa pubblica hanno come unica giustificazione razionale, anche questa infondata, la tesi che in tal modo tutti i mercati diventeranno finalmente efficienti e che la spesa pubblica non spiazzerà gli investimenti privati.

Circa il mercato del lavoro – considerato oggi «un tema cruciale e una priorità» – il ragionamento neoclassico si svolge così:

  1. Se non ci fossero attriti o impedimenti artificiali, sul mercato del lavoro si stabilirebbe un salario (reale) tale che non vi sarebbe disoccupazione involontaria, cioè risulterebbero non occupati soltanto quei lavoratori più pigri e disposti a lavorare soltanto per un salario più elevato di quello di equilibrio.
  2. Data l’occupazione di equilibrio, risulta determinato il livello della produzione e del reddito, che sarà il livello più elevato possibile, date le risorse disponibili di lavoro e di capitale.
  3. Sul mercato dei beni, di consumo e di investimento, si determina quel saggio di interesse reale in corrispondenza al quale si ha uguaglianza tra investimenti e risparmio e dunque tra offerta aggregata e domanda aggregata.
  4. Sull’economia reale (sulla occupazione e sulla produzione) la quantità di moneta non ha nessuna influenza, è neutrale: essa influenza soltanto il livello generale dei prezzi. A ciò si aggiunge che la distribuzione del reddito tra salari e profitti è commisurata alla produttività del lavoro e del capitale, cioè al contributo di ciascun fattore della produzione alla produzione stessa.

Una teoria così fatta è una teoria la cui semplice e seducente conclusione di politica economica è la dottrina del laissez faire; ma conviene ricordare che la massima «laissez faire» è tradizionalmente attribuita al mercante Legendre e a una sua risposta a Colbert, verso la fine del diciassettesimo secolo. «Que faut-il faire pour vous aider?», chiese Colbert. «Nous laisser faire», rispose il mercante: «Lasciate fare a noi». Se questa teoria fosse realistica nei suoi postulati e logicamente ineccepibile, vivremmo nel migliore dei mondi possibili, nel mondo di Pangloss: «Ogni avvenimento è concatenato in questo migliore dei mondi possibile; ché, infine, se non foste stato cacciato per amore di Cunegonda a pedate sul didietro da un bel castello, se non foste passato sotto l’Inquisizione, se non aveste corsa l’America a piedi e non aveste perduti tutti i montoni del bel paese dell’Eldorado, non mangereste qui cedri canditi e pistacchi».

Così purtroppo non è, poiché è difficile contestare che il processo economico si svolge in altro modo, cioè nell’ordine descritto dal dimenticato Keynes; un ordine causale che comincia non dal mercato del lavoro ma dal mercato della moneta, un processo nel quale hanno un ruolo essenziale le aspettative dei consumatori e delle imprese circa un futuro incerto:

  1. L’equilibrio sul mercato della moneta dipende dallo stato delle aspettative, che influenza la domanda di moneta per il motivo speculativo, nonché dalla quantità di moneta in circolazione. Questo insieme di circostanze determina il livello del tasso di interesse.
  2. L’ammontare degli investimenti che corrispondono a un certo tasso di interesse dipende a sua volta dalle aspettative.
  3. Il volume degli investimenti, insieme all’ammontare dei consumi, che dipendono dalla propensione al consumo della collettività, determina il livello del reddito.
  4. Il livello del reddito determina il livello dell’occupazione.

Si noti che Keynes non ipotizza né il pieno impiego della capacità produttiva né che il livello di occupazione sia quello di pieno impiego. È anzi possibile, anzi normale, che il sistema economico sia bensì in un qualche equilibrio, e che però vi sia disoccupazione involontaria. A fronte di una insufficiente domanda effettiva, e senza un intervento diretto dello Stato, la diminuzione del salario reale conseguente alla massima flessibilità del mercato del lavoro si traduce non in un aumento degli investimenti e della occupazione, ma soltanto in un aumento dei profitti e delle rendite e in uno spostamento di questi redditi verso la speculazione finanziaria.

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Un commento su “L’austerità oggi come nel ’29. L’Italia e l’Europa tra Churchill e Keynes

  1. se andiamo nel concreto questo discorso significa che sia le politiche di tre monti prima VIGILANTES dei conti::(mentre andava fatta una finanziaria che tendesse ad un requilibrio delle risorse a favore degli investimenti)cioe spostare risorse dai patrimoni all,investimento produttivo per dare risorse a chi le spendeva subito..per far si che dopo il 2008 si potesse ripartire con piu vigore negli anni successivi,non avere fatto questo e stato un errore .ma soprattutto le politiche di monti non sono completamente giuste

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