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Per risparmiare occorre spendere

Ci è stato insegnato fin da piccoli a mettere i soldi nel salvadanaio e conservarli. Ad un certo punto possiamo rompere il salvadanaio e spendere in un solo acquisto la moneta che abbiamo “tesaurizzato”. Forti di questa convinzione, pensiamo che per spendere occorra prima risparmiare. E, finché ci limitiamo al nostro salvadanaio o a considerare una unità familiare, le cose stanno in effetti più o meno così, anche se quei soldi risparmiati dobbiamo averli prima guadagnati lavorando. Questo dovrebbe porci già qualche dubbio; ma non anticipiamo nulla e vediamo cosa accade in un sistema economico. Per illustrare come funziona l’accumulazione dei risparmi supporremo un sistema semplice, composto da famiglie e imprese. Il reddito delle famiglie deriva dalle paghe che i lavoratori percepiscono dalle imprese. Inoltre il sistema, per semplicità, è chiuso, ossia non vi sono importazioni ed esportazioni.

All’inizio le imprese investono (quindi spendono) una cifra aggiuntiva rispetto al periodo precedente, diciamo 100 milioni. Indicheremo questo investimento aggiuntivo con ∆I; quindi ∆I=100.

Cosa vuol dire che le imprese hanno investito 100 milioni? Significa che hanno acquistato nuovi macchinari o costruito nuovi capannoni o fatto acquisti in altri beni capitali. Pertanto qualcuno nell’insieme delle famiglie ha percepito quella spesa aggiuntiva: ad esempio sono stati assunti nuovi lavoratori delle imprese che costruiscono capannoni e macchinari. Pertanto il ∆I si traduce in reddito aggiuntivo per le famiglie.

Cosa faranno le famiglie di questo reddito? Non lo spenderanno tutto, ma risparmieranno una parte. Supponiamo che spendano il 70% e risparmino il restante 30%. Spendere questi 70 milioni significherà acquistare prodotti in più per 70 milioni dalle imprese. Pertanto la situazione sarà quella in figura:

Dove ∆S rappresenta il risparmio (“saving”) aggiuntivo che in questo primo passaggio è uguale a 30. Per rispondere ai consumi aggiunti (che indicheremo con ∆C) pari a 70 milioni le imprese dovranno assumere nuovo personale e compiere altre spese che, come in precedenza, si riverseranno sulle famiglie. Queste ultime risparmieranno il 30% dei 70 milioni aggiuntivi, pari a 21 milioni e ne spenderanno il 70%, pari a 49 milioni. Pertanto al secondo passaggio ∆C = 70+49 = 119 e ∆S = 30 + 21 = 51:

Il processo va avanti così, in un circolo sempre più smorzato. Vediamo i due successivi passaggi (indicheremo con ∆Y la spesa aggiuntiva delle imprese, che corrisponde al reddito aggiuntivo percepito dalle famiglie)

Passaggio 3:

∆Y = 100+70+49 = 219

∆C = 70+49+(0,7*49) = 153,3 (70% di 49 = 34,3)

∆S = 30 + 21 + (0,3*49) = 65,7 (30% di 49 = 14,7)

Passaggio 4:

∆Y = 100+70+49+34,3 = 249,3

∆C = 70+49+34,3+(0,7*34,3) = 177,3

∆S = 30 + 21 + 14,7 + (0,3*34,3) = 76

Come si può notare ad ogni passaggio cresce non solo il reddito ma anche il risparmio. Ma fino a quando? Vediamo subito il risultato finale; dato un ∆I=100 e una propensione al consumo delle famiglie c=0,7

(1) ∆Y = 100/(1-0,7) = 333,3

(2) ∆S = 100 = ∆I

(3) ∆C = ∆Y – ∆S = 333,3 – 100 = 233,3

(4) ∆Y = ∆C + ∆I (reddito nazionale = domanda aggregata)

L’equazione 4 indica che la spesa delle imprese (acquisti, investimenti, stipendi), identica al reddito percepito dalle famiglie, è pari ai consumi sommati all’investimento, vale a dire la domanda aggregata. In altre parole un paese nel suo complesso “guadagna ciò che spende”. Y è quindi il reddito nazionale, ovvero, in una economia chiusa, il PIL, Prodotto interno lordo.

Possiamo notare due fatti importanti. Il primo è il funzionamento del moltiplicatore dell’investimento, che avevamo già descritto in alcuni post precedenti. Esso dipende dalla propensione al consumo delle famiglie: più spendono, più il moltiplicatore è alto. Nel nostro caso, data una propensione al consumo c=0,7 avremo che il moltiplicatore è pari a 1/(1-c)=1/(1-0,7)=3,333…

Investire, insomma, crea reddito aggiuntivo.

Ma altrettanto importante è il meccanismo con il quale le famiglie hanno risparmiato: è solo grazie alla spesa iniziale in investimento che si è potuto innescare il circolo che ha portato le famiglie ad incrementare i loro risparmi che sono numericamente pari all’investimento iniziale di 100 milioni (equazione 2).

In altre parole, per risparmiare occorre spendere. O, come si dice nel gergo degli economisti, l’investimento guida il risparmio.

Durante una crisi, quando l’investimento privato e i consumi delle famiglie diminuiscono, lo Stato deve colmare il gap incrementando le sue spese in deficit, cioè senza aumentare le tasse. Se non lo fa, la situazione peggiorerà perché la minore domanda indurrà le imprese a produrre di meno e quindi tagliare posti di lavoro, ma la perdita di posti di lavoro diminuirà i redditi delle famiglie e quindi i consumi, facendo decrescere la produzione e crescere ulteriormente la disoccupazione, cosa che procurerà maggiore spesa pubblica (in sussidi di disoccupazione) e minori entrate fiscali.

La maggiore spesa si tradurrà temporaneamente in disavanzo, ma incrementando il reddito nazionale, aumenterà anche il gettito fiscale, che andrà a compensare (o superare, se le aliquote sono elevate) la maggiore spesa.

Se invece si punta sull’austerità, il reddito nazionale calerà e con esso il gettito fiscale. In altre parole lo Stato durante una crisi non ha altra soluzione realistica, per ripianare i suoi debiti nel medio-lungo periodo (o per lo meno per non aggravarli), di spendere di più nel breve periodo.

Insomma, l’austerità, che oggi è il faro dell’Europa, non solo è socialmente ingiusta, ma del tutto controproducente, come i casi di Portogallo, Irlanda e Grecia (e adesso anche di Italia e Spagna) stanno lì a dimostrare.

Ovviamente nel caso di un sistema aperto, con importazioni ed esportazioni, le cose si complicano poiché una parte delle maggiori spese finirà all’estero. In questo caso occorrerà prestare attenzione alla bilancia commerciale, il principale problema dei paesi periferici dell’Europa. Come molti economisti hanno suggerito è quindi necessario che i Paesi “centrali” (Germania in primis) spendano di più, direttamente o attraverso un significativo incremento del bilancio europeo.

A questa obiezione di solito si risponde che, prima di spendere, occorre risparmiare. Ma abbiamo appena visto che nella realtà è l’esatto opposto. Finché qualcuno – l’Europa, i paesi “centrali” o i gli stati – non deciderà di spendere di più, i paesi periferici non riusciranno mai a risparmiare: ad ogni taglio corrisponderà un minore reddito nazionale e ad un minore reddito nazionale corrisponderà un minore gettito fiscale e più disoccupazione.

Infine non bisogna illudersi che l’austerità dia grandi risultati in termini di risparmio sul debito pubblico. Un paese in crisi risulterà difficilmente affidabile agli occhi di chi vuole acquistare titoli di stato e questo qualcuno pretenderà un tasso d’interesse maggiore per rinunciare la sua liquidità. Per questo diventa centrale la riforma della Banca centrale europea o meccanismi che possano ridare fiducia nei titoli di stato.

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21 commenti su “Per risparmiare occorre spendere

  1. non è che questo discorso mi convinca completamente .anche se va nella direzione giusta..il punto che maggiormente non mi convince e quello sintetizzato in questo pensiero L,AUSTERITA CHE è OGGI IL FARO DELL,EUROPA,NON SOLO E INGIUSTO MA DEL TUTTO CONTROPRODUCENTE COME…..PORTOGALLO…….ECC….DIMOSTRANO .se e cosi allora perche si accaniscono con queste politiche,che sono pazzi?no non sono pazzi queste politiche sono controproducenti solo per un (80%)DELLE PERSONE MENTRE PER GLI ALTRI STANNO GENERANDO GROSSI PATRIMONI…inoltre anche sull,effetto domini dell,investimento aggregato ci sono dei punti che semplificano di molto,innanzitutto gli effetti fiscali (inoltre qui si parla di un investimento buono (mirato ad un settore in espansione)e comunque si esagera l,effetto che l,investimento avra sulla domanda aggregata che al massimo sara tre volte inferiore all,investimento iniziale il raporto sara di tre ad uno..comunque se non sbaglio io capisco che questa e una semplificazione…

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Non è che sono pazzi. E’ che sono guidati da una teoria antiquatae e concettualmente errata, che ha come conseguenza (o presupposto) la riduzione dei salari per rilanciare l’economia. Si ritiene cioè che riducendo il costo del lavoro, le imprese saranno più competitive e quindi potranno espandere la produzione e l’occupazione. L’errore alla base di questa visione neoliberista è quello di trasferire un concetto micro-economico – valido per una singola impresa – al livello macro. In realtà se effettivamente vi fosse una riduzione generalizzata dei salari – in un sistema chiuso – due sono le possibili conseguenze: a) in seguito alla riduzione generale dei costi, le imprese riducono parallelamente e nella stessa misura i prezzi. In tal caso i salari reali resteranno di fatto invariati e la domanda non aumenterà (nel complesso) e quindi non vi sarà motivo di aumentare la produzione e l’occupazione: b) le imprese lasciano invariati i prezzi e allora avremo una riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, con il risultato che ridurranno i consumi e a livello macroeconomico, anzichè un aumento della domanda, assisteremo a un calo dei consumi che porterà ad una riduzione della produzione e dell’occupazione.
    Ciò che appare logico a livello individuale o micro, può quindi rivelarsi disastroso a livello macro.
    Vi sono poi considerazioni politiche tra gli Stati che – nel caso specifico – intervengono. La Germania gode della impossibilità per i concorrenti europei della zona euro di attuare svalutazioni competitive, avendo adottato l’euro. In tal modo il suo apparato industriale può contare su una maggiore efficienza rispetto ai concorrenti italiani, spagnoli, ecc. e sa che non verrà disturbata da svalutazioni dei concorrenti europei, che hanno un apparato meno efficiente e concentrato su attività a minor valor aggiunto.
    L’errore della Germania.è che imponendo le sue politiche restrittive andrà a ridurre la domanda proveniente all’interno della zona euro. Dovrà quindi cercare di aumentare le esportazioni extra-euro. Il rischio è che i paesi periferici non reggano a lungo andare simili sacrifici e che l’euro salti. Non è chiaro se questo esito sia voluto dai tedeschi. Ma è il rischio che si sta correndo.

  4. signor giorgio sono daccordo con lei su tutto,e giusto il suo ragionamento,ma il punto che mi distingue e il fatto che io non credo che questi abbiano le nostre stesse prerogative,e non credo nemmeno che abbiano una visione antiquata,che gli impedisce di intervenire nel modo che lei dice,penso invece che loro questa crisi la stanno usando per portare avanti un progetto politico di dominio e di divisione,secondo me a questi della piena occupazione non gliene frega per niente,a loro interessa solo massimizzare i profitti.la crisi ormai l,anno completamente scaricata sulla gente.(leggevo una notizia che non sono piu riuscito a trovare,che la germania chiede all,italia di trasferire una quantita d,oro.ragioniamo un po senza andare nel difficile se questi avevano un progetto di europa veramente comunitaria e solidale perche avrebbero creati tutti quegli organismi, oscuri e non un progetto democratico vero con istituzioni vere.che poi questo progetto possa sfuggirgli di mano questo e un altro discorso

  5. Ritorno al passato,impianto ideologico di assolutismo

  6. Perché non chiama le cose con il nome più appropriato e intuitivo? ΔS non è semplice risparmio, ma accumulo di saldi monetari. Nel senso comune e nella teoria economica più generale, il “risparmio” si intende riciclato come investimento, quindi nel suo modello ipersemplificato rientrerebbe in ΔC.

  7. [...] Teoria Generale una parte di economisti continui, imperterrita, a negare l’esistenza del moltiplicatore keynesiano, la realtà si incarica di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il moltiplicatore [...]

  8. [...] Teoria Generale una parte di economisti continui, imperterrita, a negare l’esistenza del moltiplicatore keynesiano, la realtà si incarica di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il moltiplicatore [...]

  9. Reblogged this on Riprendiamoci noi stessi. Un blog per riflettere! and commented:
    Non sono un economista, ma per quanto mi riguarda il discorso non fa una grinza…. ticordiamoci tutti come negli anni 80 conun inflazione altissima ed una spesa pubblica elavata la situazione economica generale del paese fosse decisamente migliore…..

  10. [...] della Teoria Generale una parte di economisti continui, imperterrita, a negare l’esistenza del moltiplicatore keynesiano, la realtà si incarica di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il moltiplicatore [...]

  11. E’una precisa volonta politica,chi comanda conosce la macroeconomia.200 anni fa,si poteva anche presumere ignoranza.Ora no,e’un chiaro intento di ritorno agli antichi ordini.Il fatto che la logica Macro debba girare al contrario della Micro per funzionare facilita il compito di indottrinamento delle masse perche esse conoscono solo la Micro,e trovano naturale la Prociclicita.Quello che il Keynesismo ha portato alla comprensione Macro,non e’mai stato una novita per chi secolarmente deteneva le leve del potere.Non gli si perdonera mai di aver osato portarlo al Pubblico.Ma il futuro,purtroppo,o per fortuna,non lo conoscono.Buon anno.

  12. Veramente un mondo fantastico: basta battere moneta e come per incanto, senza fare nulla appaiono case, macchinari, scorte di magazzino. Che culo! Se non avessero inventato il denaro bisognava lavorare per produrre qualcosa ;-)

    • Se non avessero inventato il denaro bisognava lavorare per produrre qualcosa ;-)….se non avessero “inventato” il denaro bisognava prima raccogliere le materie prime poi “creare” i macchinari ,e poi produrre i beni di consumi…il male se c,è e nell,uomo non nel denaro….

  13. [...] critica a Keynes, si adatta molto meglio al modello della Teoria Generale. Difatti, se per Keynes sono gli investimenti a creare i risparmi, è perfettamente logico attendersi che siano i prestiti a creare i depositi e non [...]

  14. […] devono essere indotti a spendere una parte maggiore dei loro redditi già esistenti; oppure le imprese devono essere indotte – da una maggiore fiducia nelle prospettive o da un basso tasso di interesse – a creare […]

  15. […] devono essere indotti a spendere una parte maggiore dei loro redditi già esistenti; oppure le imprese devono essere indotte – da una maggiore fiducia nelle prospettive o da un basso tasso di interesse – a creare […]

  16. […] L’approccio “sequenziale” porta a conclusioni spesso opposte a quelle della teoria dominante. Il più noto è la spiegazione dell‘effetto moltiplicatore, che abbiamo affrontato in un vecchio articolo. […]

  17. I paesi che hanno una struttura produttiva debole o arretrata, che hanno adottato un modello di sviluppo basato principalmente su settori maturi, che non hanno investito in innovazione e ricerca, e che in più hanno un forte debito pubblico sono penalizzati dalle piolitiche di austerità, che li obbligano a ridimensionare la spesa pubblica, incidendo sulla struttura sociale (meno dipendenti pubblici o loro ridistribuzione) e comportando un riorientamento della spesa pubblica. Il ragionamento sul moltiplicatore Keynesiano mi convince. E’ ovvio che i volumi di spesa siano troppo piccoli e/o male orientati (Grecia, pagna e Italia: ognuno ha bisogno di ricette diverse) questo nel breve periodo. Nel lungo periodo, nel caso dell’Italia, occorreranno probabilmente ingenti investimenti in ricerca e sviluppo (mentre per ora l’industria italiana, la grande industria della catena di montaggio, tanto per intenderci, cerca di recuperare lo svantaggio con l’aumento della competitività, dello sfruttamento del fattore umano nella produzione). I volumi di spesa in settori maturi o tecnologicamente avanzati o emergenti dovranno anch’essi essere ingenti (i risparmi di spesa pubblica ad esempio, andrebbero reindirizzati, Europa permettendo: sgravi fiscali sul costo del lavoro ma anche spesa mirata ad attivare i meccanismi del moltiplicatore Keynesiano). Alla lunga bisognerà anche, credo, lavorare sull’organizzazione e sul modello di sviluppo.

  18. La cosa funziona nei sistemi chiusi. Nei sistemi aperti, come l’economia europea nei confronti dei mercati emergenti le cose cambiano notevolmente in quanto l’import senza controesportazioni determina una perdita economica di pari importo. Il sistema esposto andrebbe modificato tenendo conto dell’idea dei nostri politici che non possiamo essere concorrenziali con i paesi emergenti e pertanto si è provveduto a deindustrializzarci ed a potenziare contestualmente la rendita finanziaria.

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