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L’obiettivo della riforma del mercato del lavoro è contenere i salari? Se è così è un rimedio peggiore del male

Arthur C. Pigou. Negli anni '30 attribuì ai sindacati la responsabilità della disoccupazione

Ieri si è conclusa la trattativa tra governo e parti sociali in merito alla riforma del mercato del lavoro e in particolare all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Al di là della forma della modifica, oggetto più volte di rimaneggiamenti, occorre analizzare le motivazioni alla base della richiesta, da parte delle imprese, di maggiore flessibilità in uscita, spesso accompagnata da una campagna contro il cosiddetto “posto fisso”, tesa a far passare il messaggio che nel nostro paese sia difficile o addirittura impossibile licenziare (affermazione senza riscontri empirici, data la crescente disoccupazione).

Gli effetti positivi di una maggiore flessibilità in uscita possono essere così riassunti:

1) favorire il trasferimento della forza lavoro da settori in crisi e produzioni obsolete a settori e produzione nei quali vi è scarsità di manodopera disponibile;
2) rendere più semplice per la singola impresa rispondere a fasi avverse del mercato.

Riguardo il punto 1) il ragionamento avrebbe senso se fossimo in una situazione di quasi piena occupazione. In realtà però il dato della disoccupazione ci dice che vi è un eccesso di manopodera inutilizzata e alla quale settori e produzioni in crescita possono eventualmente attingere. E, in ogni caso, la strategia più idonea in tal caso sarebbe favorire la mobilità attraverso la formazione e il trasferimento concertato e indolore dei lavoratori tra settori produttivi e sostenere la riconversione industriale ove possibile.
Riguardo sia il punto 1) che il punto 2) la legislazione del lavoro italiana già prevede gli strumenti necessari a rispondere al calo di domanda e alla conseguente necessità di ridurre il personale in esubero.

Inoltre occorre considerare che una parte consistente della forza lavoro italiana è già priva delle tutele dell’articolo 18: lavoratori di piccole imprese, precari, lavoratori con partita IVA.

Scartate queste ipotesi, poiché non rispondenti al caso italiano, non rimane che analizzare l’effetto collaterale della maggiore flessibilità in uscita: la riduzione delle richieste salariali da parte dei lavoratori, al fine di contenere le retribuzioni e, per questa via, facilitare l’uscita dalla crisi economica.

Questo ragionamento ha un preciso riferimento teorico alle spalle risalente agli anni ‘30, quando l’economista inglese Arthur Pigou attribuì la mancata ripresa e la disoccupazione permanente alle resistenze sindacali rispetto alla riduzione dei salari. Senza tale riduzione, era il ragionamento, le imprese non possono abbattere i costi, essere più competitive, proponendo prezzi minori sul mercato, e quindi tornare a vendere più merci, riassorbendo così la disoccupazione.
E’ a questa idea che Keynes fa le pulci nel capitolo 19 della Teoria generale. L’occupazione dipende dalla produzione e la produzione dalla domanda. L’effetto più probabile di una riduzione salariale sarà il calo dei consumi e quindi della domanda, con risultati che potrebbero addirittura peggiorare la situazione. Siamo cioè di fronte ad una fallacia di composizione: ciò che potrebbe essere positivo per una singola azienda non lo è necessariamente se si considera l’aggregato.

Ma – si può obiettare – potremmo puntare, come ha fatto la Germania, sulle esportazioni: anche se gli italiani con i loro salari decurtati comprassero di meno, potremmo vendere a qualcun altro. Questo equivarrebbe ad una svalutazione monetaria fatta dai sindacati e dalle imprese, necessaria nel momento in cui, a causa dell’Euro, non possiamo realmente svalutare la nostra moneta.

Il problema di questa strategia è però duplice: 1) la crisi è globale e i mercati esteri in forte espansione su cui puntare sono ben pochi; 2) come abbiamo più volte sottolineato, il problema del costo del lavoro in Italia non è legato ai salari, che anzi sono bassi rispetto ai paesi più avanzati dell’Unione europea, ma alla specializzazione produttiva in merci e servizi a basso valore aggiunto e alla inefficienza del capitale frammentato in una moltitudine di piccolissime imprese, con “campioni nazionali” in via di scomparsa.

Il contenimento salariale, ancorché per via indiretta, ha ben poche possibilità di successo. Nel breve periodo è invece necessaria una spinta alla domanda che non può che venire dalla spesa pubblica. Nel lungo periodo non basterà qualche magro stimolo, qualche sporadica agevolazione fiscale o il pur auspicato abbassamento del tasso d’interesse. La riforma strutturale del capitalismo italiano dovrebbe essere impressa da una intelligente politica di investimento promossa dallo Stato al fine di modernizzare il tessuto produttivo nazionale:

“Vorrei vedere che lo Stato – che è in condizione di calcolare l’efficienza marginale di beni capitali in base a considerazioni a lunga portata e in vista del vantaggio sociale generale – si assumesse una sempre maggiore responsabilità nell’organizzare direttamente l’investimento; poiché sembra probabile che le fluttuazioni della valutazione del mercato sull’efficienza marginale di diversi tipi di capitale […] siano troppo ampie per poter essere compensate da qualsiasi variazione attuabile del tasso d’interesse.”

– John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, cap. XII

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22 commenti su “L’obiettivo della riforma del mercato del lavoro è contenere i salari? Se è così è un rimedio peggiore del male

  1. capire la natura della crisi ci aiuta molto nella sua analisi,e che per questo dobbiamo sempre tenerne conto.Iniziamo nel dire che la crisi non è del mercato..di un mercato saturo od altro,ma di una finanza che sta ad esso come il lupo sta all,agnello,quindi se c,e una ristrutturazione da fare, e propio della finanza,che non risponde piu ai bisogni del mercato ma che addirittura lo inceppa.cioe lo blocca completamente..ora qualsiasi cosa che non va in questa direzione, significa fare un favore ad essa ,e cioe pagare per essa….ed e propio quello che si sta facendo con questi continui attacco sia ai diritti dei cittadini,sia ai diritti acquisiti dei lavoratori e pensonati (e qui penso a come si sentiranno ricattati quei lavoratori di 55 anni che sanno di poter essere licenziati con poche tutele dopo magari 30 anni di lavoro) ma la cosa piu grave e che c,è implicito un attacco al sindacato che sara trasformato (anche se gia lo è)ma non in modo giuridico da “rappresentativo” a collaborativo…e cioe ho stai con l,azienda oppure……quindi c,e anche un problema di incostituzionalita

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    • letto pure io l’articolo in questione. Paiono argomentazioni cosi’giuste,ovvie e logiche da dirsi quasi scontate, sconcertante che da chi conta non vengano condivise. A questo punto sorge un lecito dubbio ; c’e buona fede nel volere ” il BENE degli ITALIANI ” ? Ovvio che concordo totalmente anche con l’articolo di Claudio ,
      Enrica Fulvia

  3. Quello che trovo più sonvolgente e che quasi nessuno contrasta – a volte nemmeno i sindacati dei lavoratori – è che si parli di un mercato duale del lavoro, dei cosiddetti “garantiti” (che garantiti non sono) e dei precari, come se fosse un fatto naturale a cui non avrebbe senso opporsi.
    In realtà occorre ricordare e rinfacciare a chi oggi parla di mercato duale che questo tipo di mercato è stato creato, propagandato e sostenuto propio da coloro che oggi si scandalizzano per il dualismo del mercato del lavoro.
    Prima hanno sostenuto che il mondo del lavoro doveva diventare più flessibile per rispondere meglio alle esigenze delle imprese. Quindi, in nome della flessiblità, hanno introdotto tutte qulle fome contrattuali assurde come i co.co.pro, i contratti a progetto e via cantando.
    In sovrannumero, come se non bastasse, hanno permesso che i lavoratori precari fossero pagati meno di quelli a tempo indeterminato. Con il risultato pazzesco – da un punto di vista sociale, della dignità umana, ma anche economico – che diveniva conveniente assumere solo precari (perchè assumere a tempo indeterminato se un precario mi costa meno e lo posso mandare via quando voglio?).
    Dopo aver creato questa schifezza di mercato (che non ha contribuito minimanente alla crescita economica del paese, dato che nei 20 anni che precedono l’introduzione della legge Treu-Biagi, il pil dell’Italia è cresciuto ad un ritmo nettamente superiore, pur con l’art. 18 in vigore e senza precari), ora gli stessi signori che facevano la predica sulla flessibilità ci vengono a dire che non è accettabile un mercato del lavoro duale. Bella scoperta! Peccato che l’abbiano creato proprio loro!
    E pur avendo creato questo disastro, che ha coinvolto milioni di persone e le loro famiglie, che di fatto sta impoverendo l’Italia e bruciando le nuove generazioni, ci vengono a dire che il modo per uscirne è togliere le tutele a tutti?
    Come giustamente è stato scritto, non è riducendo i diritti e poi inevitabilmente le rappresentanze sindacali e quindi il potere contrattuale dei lavoratori ed infine i loro redditi che si potrà rilanciare questo paese. Per la semplice ragione che non si potrà portare le retribuzioni a livello cinese. Ma ogni passo fatto in quella direzione non farà altro che ridurre i redditi delle famiglie e quindi dei consumi, con conseguente calo della domanda per le imprese e ulteriore calo dei livelli occupazionali.
    E in questo circolo senza fondo, a cui il decreto Ammazza-Italia ci spinge ulteriormente, non saremo neppure in grado di tenere i conti pubblici sotto controllo, sia per il minor potere d’acquisto dei lavoratori che si tradurrà in una riduzione dei consumi (come le statistiche Istat delle vendite al dettaglio dimostrano, oltre che il calo dei consumi di carburanti) sia per l’aumento della disoccupazione attesa e prevista per l’anno in corso.

  4. invece di rimanere nel vago voglio azzardare ed inizio partendo dall,attacco all,euro che ha portato al governo tecnico,secondo me il fatto che la b.c.e e per essa la germania non lo ha fermato subito quella crisi e perche quella crisi rispondeva bene al progetto di ristrutturazione capitalista che ha in mente la germania ,e che solo attraverso una crisi si poteva imporre,qual,e lo scopo, e quello di modellare le economie europee ,al modello tedesco in modo che successivamente si potesse andare ad una concentrazione di capitale sempre piu verticista e monopolista all,interno della aria euro ed in questa direzione che orientato tutto il discorso delle ristrutturazioni dei mercati interni cioe nazionali(cioe spianare il mercato agli interessi del grande capitale)infatti la riorganizzazione del lavoro….ecc devono seguire questi canoni.e con una regia non occulta ma chira nella mente di chi nel bene e nel male la impone…l,analista dice perche non assumere visto l,alta disoccupazione.(ma perche assumere ?se posso utilizzare a costo quasi zero la manodopera gia impiegata?)trasferirla,attraversomobilita e formazione ,potrebbe essere ..ma questo non mi permetterebbe il rinnovamento della forza lavoro..inoltre ho la sensazione che piu che aumentare la forza lavoro l,europa e intenzionata a mantenere una disoccupazione costante,ed assisterla al costo piu basso possibili.le politiche keinesiane manco a parlarne …troppo distributive…

  5. [...] L’obiettivo della riforma del mercato del lavoro è contenere i salari? Se è così è un rimedio … [...]

  6. [...] modello neoclassico-imperfezionista assegna quindi alle imprese, piuttosto che ai sindacati come faceva Pigou, la responsabilità del mancato equilibrio di piena occupazione causato da salari troppo [...]

  7. [...] teoria neoclassica dell’occupazione, di cui abbiamo già accennato in passato, sostiene che il livello di occupazione dipenda dall’equilibrio tra domanda e offerta di [...]

  8. [...] teoria neoclassica dell’occupazione, di cui abbiamo già accennato in passato, sostiene che il livello di occupazione dipenda dall’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro [...]

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  10. [...] come si è iniziato a fare con la riforma dell’art.18. Ma come questo aiuterebbe i giovani è difficile saperlo. Riguardo gli “strumenti di assicurazione contro la disoccupazione” si è già detto. [...]

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  15. [...] a quella che Keynes critica nella Teoria Generale, spiegando che gli economisti neoclassici (come Pigou) cadono in errore due volte: la prima nel ritenere che la riduzione del salario nominale (cioè il [...]

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  17. Durante il boom economico degli Anni 60 e 80 era in vigore la Legge 18 aprile 1962, numero 230, che affermava come il contratto di lavoro a tempo indeterminato dovesse essere la regola e i contratti a termine l’eccezione…

  18. «Soltanto in una società altamente autoritaria, dove potessero venir decretate variazioni di salari improvvise, notevoli e generali, una politica salariale flessibile potrebbe funzionare con successo. Una tale politica la si può immaginare in Italia, in Germania o in Russia, ma non in Francia, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna» (Keynes, Trattato della moneta, p. 237).

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